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A faccia a faccia con l'esperto di cooperazione internazionale

12 Gennaio 2011

Ci sono parti del mondo dove la vita vale meno di un euro. Zone, ancora molte purtroppo, dove povertà, fame, malattie, mortalità infantile, guerre e degrado sociale sono una costante, spazi al confine dell'umano che molti di noi scoprono esistere solo grazie alla televisione, ai giornali o alla rete. Eppure c'è chi, ogni giorno, in questi coni d'ombra ci entra senza colpo ferire, operando sul campo e rimboccandosi le maniche per dare sostegno e aiuto a persone indigenti di ogni razza, genere ed età.
"Chi lavora nella cooperazione internazionale non è un volontario o un semplice benefattore, ma un professionista altamente qualificato che impara a intervenire in situazioni di degrado spaventose dopo anni di dura formazione, grazie a corsi di laurea o master specialistici, esperienze pratiche, stage o soggiorni oltre confine. Ma per svolgere questa mansione non è sufficiente possedere conoscenze storiche, culturali, politiche e sociali, parlare più lingue o intendersene di economia. Serve, anche e soprattutto, una certa predisposizione psicologica, una personalità forte e un interesse sincero per tutto ciò che è diverso, lontano e distante dalla nostra realtà". A parlarne è Fabrizio Marrella, professore di diritto internazionale dell'Università Cà Foscari di Venezia, coordinatore per l'Unione Europea dello "European Master's Programme in Human Rights and Democratisation" che, grazie alla sua pluriennale esperienza nel settore, racconta come si fa a entrare in questa particolare porzione del mercato del lavoro.

Cosa vuol dire lavorare nel mondo della cooperazione?
"Lavorare nel mondo della cooperazione oggi significa fare propri, nel lavoro come nella vita, i grandi obiettivi fissati dalla Dichiarazione del Millennio, approvata nel 2000 da 186 Capi di Stato e di Governo nel corso della sessione speciale dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.  In questa occasione è emersa la necessità di arrivare entro il 2015 al dimezzamento della povertà assoluta attualmente presente nel mondo. Intorno a questo perno si è così stabilito in otto punti come debba articolarsi l'azione di cooperazione a livello internazionale. Nel dettaglio: la lotta alla povertà e alla fame; la promozione di un'educazione di base universale; l'eliminazione delle disparità tra i sessi; la riduzione della mortalità infantile; il miglioramento della salute materna; la lotta contro l'Aids e le altre malattie infettive; la protezione dell'ambiente; e la creazione di un partenariato globale per lo sviluppo".

Le caratteristiche personali contano moltissimo se si vuole lavorare nel mondo della cooperazione: quali sono le soft skill che devono avere i laureati?
"Chi decide di intraprendere questo tipo di percorso, deve prima di tutto nutrire un interesse molto forte per il lavoro che è chiamato a svolgere. Studio e attenzione verso gli altri, capacità di vivere anche per lungo tempo in territori disagiati a contatto con popolazioni locali che hanno culture e tradizioni completamente differenti, tanta tenacia e tolleranza. Di certo non è un mestiere per gli amanti della comodità. Ciò nonostante, credo che l'Italia non abbia nulla da invidiare ad altri paesi molto attivi su questo fronte. Anzi, ci sono moltissimi giovani italiani interessati e capaci, pronti a svolgere al meglio questo tipo di professione".

Dal punto di vista professionale, come si formano questi esperti?
"Chi si avvicina a questi temi e vuole lavorare in un settore delicato come quello della cooperazione deve acquisire solide competenze storiche, culturali, politiche, economiche e giuridiche sia a livello metodologico che dal punto di vista applicativo in relazione ai diversi ambiti geografici e politici internazionali. Sono elementi decisivi la capacità di comparazione tra le diverse situazioni con una specifica focalizzazione sullo status di paesi come Asia, Europa Orientale, Balcani, Africa e Americhe. Abilità che si acquisiscono o iscrivendosi a indirizzi di laurea magistrali specifici per questo settore, che in Italia stanno iniziando a fiorire proprio in questi anni o partecipando a master ad hoc, come quello che dirigo all'EIUC a Venezia, ovvero il centro interuniversitario dell'Unione europea destinato alla formazione di giovani provenienti da tutta Europa e dal resto del mondo nel campo dei diritti umani e della democrazia, intitolato "European Master's Programme in Human Rights and Democratisation" (E.MA)".

Quanto contano le competenze linguistiche?
"In questo lavoro, anche per effetto della globalizzazione linguistica di questi anni, è indispensabile acquisire un'ottima conoscenza prima di tutto l'inglese per individuare e utilizzare il lessico specialistico proprio delle relazioni internazionali, ma anche lingue "secondarie" utili anche per operare a livello locale. Ovviamente, ogni occasione di stage e di esperienza sul campo rappresenta una via di formazione insostituibile. Sempre alla luce della globalizzazione, questa volta economica, è bene che chi si appresta a entrare in questo settore acquisisca anche le nozioni di base relative al diritto di commercio internazionale, per comprendere appieno il significato e i limiti di questo repentino e ormai consolidato allargamento dei mercati".

Come si presenta il contesto europeo?
"Con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, art. 208, si sono fissate nuove regole giuridiche in base alle quali si dice come debba operare la politica dell'Unione nel settore della cooperazione, ovvero nel quadro dei principi e degli obiettivi dell'azione esterna promossa dalla stessa Unione. Pertanto, l'azione dell'Europa e quella degli Stati membri si completano e si rafforzano reciprocamente. Da questo punto di vista, esistono diversi strumenti comunitari di sostegno, come quelli previsti dal Regolamento CE/1905/2006 che per il periodo 2007- 2013 ha messo sul piatto fondi pari a 16897 miliardi di euro. Tuttavia, il contesto esterno entro il quale si muove la cooperazione europea è regolato principalmente dall'Accordo di Cotonou siglato nel 2000 tra l'Ue e l'Acp (Africa, Caraibi, Pacifico) in riferimento al partenariato con i paesi in via di sviluppo (Pvs). In questo documento si definiscono i principi guida a cui i paesi membri dell'Ue si devono attenere nella realizzazione delle iniziative di cooperazione: dal rafforzamento dell'appropriazione ("ownership") alla good governance fino al miglioramento della qualità degli aiuti. Infine, con la Conferenza internazionale sul Finanziamento dello Sviluppo, di Monterrey nel 2002, si è adottato il cosiddetto "Monterrey consensus", un documento in cui sono indicate le misure da adoperare sul piano nazionale e internazionale per garantire condizioni di vita più accettabili alle popolazioni dei paesi poveri. Tutto questo, dimostra che si tratta di un mercato in continua espansione che vede l'Europa impegnata in prima linea. Quindi, il lavoro nella cooperazione, soprattutto ora, vista la crisi economica globale, risulta di importanza strategica".

E la situazione italiana?
"Gli obiettivi generali della cooperazione italiana allo sviluppo e i principi guida a cui essa si ispira sono quelli fissati anche nel quadro di accordi e decisioni assunte a livello internazionale e comunitario. In Italia, dopo un primo riassetto normativo avuto alla fine degli anni settanta, gli interventi di cooperazione hanno iniziato a essere regolati tramite la legge n.38 nel 1979 per poi arrivare negli anni ottanta alla legge che ora è ancora in vigore, ovvero la legge n.49 del 26 febbraio 1987. Oggi, il settore della cooperazione viene preso in molta considerazione, tant'è che esistono numerose iniziative volte a riformare l'intera disciplina per strutturarla quale parte qualificante della politica estera italiana. Qualche tempo fa, ad esempio, era stata prospettata l'istituzione di un'Agenzia per la cooperazione allo sviluppo e la solidarietà internazionale che, nel rispetto delle direttive impartite dal Ministero degli Affari esteri, avrebbe dovuto gestire un fondo unico ove avrebbero dovuto confluire le risorse economiche e finanziarie previste dal bilancio dello Stato per l'aiuto pubblico allo sviluppo. Tra gli strumenti previsti da questa legge, alcuni sono rivolti anche alle imprese italiane per incentivarle a realizzare progetti nei paesi meno sviluppati. Come? Riassumendo, dai crediti di aiuto in favore dei paesi in via di sviluppo ai crediti agevolati alle imprese italiane con il parziale finanziamento della loro quota di capitale di rischio in imprese miste da realizzarsi in Pvs, doni in favore dei Pvs e doni a Organizzazioni internazionali".

Chi vuole lavorare in questo campo dove può trovare occupazione e di che tipo?
"Esistono diverse opportunità per chi si specializza in questo campo. Si tratta, ad esempio, di operare in uffici pubblici e privati preposti alle relazioni internazionali, in enti territoriali, sindacati, imprese, soggetti del "terzo settore"; organizzazioni internazionali, governative, dall'ONU con i suoi istituti specializzati, all'Unione Europea.  E ancora, enti non governativi; dipartimenti e uffici della Pubblica amministrazione nazionale, regionale e locale addetti all'area relazioni internazionali, diritti umani, cooperazione allo sviluppo; perfino alcune imprese, per i motivi sopra ricordati possono richiedere esperti in cooperazione allo sviluppo e diritti umani. A queste attività vanno aggiunte quelle relative all'electoral observation, spesso in seno all'OSCE, al più generale "human rights monitoring" e alla gestione operativa dei tanti programmi di cooperazione allo sviluppo".

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