Lavoro

"Il futuro della ricerca è altrove"

23 Febbraio 2011

"L'università in Italia è ottima, ma poi il futuro te lo devi costruire in un altro paese". Riccardo Soligo, 25 anni di Trevignano, provincia di Treviso, non ci ha pensato due volte: conseguita la laurea specialistica in Ingegneria elettronica all'ateneo di Padova, ha fatto le valigie e si è trasferito in America, alla Arizona State University, dove conduce ricerca di alto livello. "Andare via dall'Italia non è stata una costrizione- racconta Riccardo- ma per fare carriera nel mio campo non avevo tante alternative. Poi, mi piace cambiare".

Ti sei iscritto alla laurea triennale dell'ateneo di Padova: com'è andata?
"Ho scelto Padova perché sapevo che era un'ottima università nel campo dell'ingegneria. Mi sono iscritto alla triennale con indirizzo biomedico, ma, purtroppo, non sono rimasto soddisfatto, il corso era troppo generico. Non a caso, fin dalla prima lezione, gli stessi professori furono chiari sulle possibilità professionali offerte. Con tutta probabilità, un lavoro di tipo commerciale. In pratica, dopo cinque anni passati a studiare una materia così difficile, magari mi sarei ritrovato a vendere prodotti agli ospedali, invece che a fare ricerca. E l'idea non mi piacque. Così, già allora decisi che dopo la triennale avrei cambiato percorso, come tanti altri miei colleghi. I primi due anni non sono stati un problema: si affrontano argomenti di base, uguali per tutti gli indirizzi. Per il periodo successivo, ho sostenuto invece esami orientanti già verso l'ingegneria elettronica, indirizzo che ho poi scelto per la specialistica".

 E com'è andata con la specialistica?
"Sono entrato al corso magistrale di ingegneria elettronica con un debito di soli tre esami. Li ho dati e alla fine, usando l'estate per preparare la tesi in microelettronica, sono riuscito a laurearmi in tempo e con il massimo dei voti. Da questo punto di vista, non ho niente da eccepire, il mio percorso era strutturato molto bene. L'ateneo di Padova ha una tradizione consolidata in questo campo, ottimi docenti e corsi piuttosto approfonditi".

Una volta laureato ha deciso di proseguire con la strada del dottorato
"Nel 2008 ho trascorso tre mesi all'università di Huston in America, grazie all'appoggio di mio cugino che insegnava lì. Ho aiutato un professore nella sua ricerca: facevo delle interviste a imprese che per il loro business si servivano di competenze d'ingegneria elettronica. Lo scopo era capire che caratteristiche dovevano avere i laureati per entrare nel mondo del lavoro. E' stato molto interessante e utile. E' in quel momento infatti che ho capito che se volevo fare ricerca in America, dovevo vincere un dottorato in una delle loro università. Detto fatto, appena laureato, feci domanda. Mi selezionarono alla University of California in Santa Barbara. Ma le tasse erano troppo alte. Così,rinunciai".

Eppure ora sei in Arizona, all'università statale con un PhD in ingegneria elettronica: come hai fatto?
"Nell'estate del 2009 decisi di presentare domanda per un dottorato in Svizzera. Ma, all'improvviso, arrivò una proposta per l'Arizona State University. Un professore italiano che insegnava in America cercava laureati in elettronica dello stato solido proprio all'interno dell'ateneo di Padova. Ne selezionò due, tra cui io".

Di che cosa ti occupi?
"Facciamo ricerca sui transistor, simuliamo il funzionamento dei dispositivi con un software allo stato dell'arte. Ognuno di noi porta avanti un progetto individuale assegnato dal professore di riferimento, ma lo facciamo all'interno di un'unica squadra di ricerca. E' molto bello, perché ci aiutiamo tra di noi. Anche il rapporto con i docenti è ottimo, sono disponibili e inizialmente non ti stanno con il fiato sul collo, ti lasciano il tempo di inserirti. A loro non interessa come e quando porti avanti il tuo compito, l'importante è che alla scadenza fissata tu sia pronto. Percepiamo tutti uno stipendio e abbiamo tre settimane di vacanze pagate. Tuttavia, i nostri salari non sono garantiti nell'arco dei tre anni, come invece accade in Italia dove sono forniti direttamente dallo Stato. Qui c'e' un contratto che viene confermato ogni sei mesi, e solo se sei all'altezza. E' un sistema meritocratico che scarica l'onere del finanziamento dallo Stato e lo sposta ai futuri fruitori dei nostri servizi: le imprese. Ma questo non puo' avvenire nel nostro paese perchè imprese e Stato non investono come dovrebbero nei centri di ricerca che abbiamo. Eppure, di eccellenti ce ne sono: capitalizzare le idee dei giovani restituirebbe benessere al paese".

Pensi che il sistema AlmaLaurea possa contribuire a migliorare il rapporto tra mondo della formazione e mercato del lavoro? La sua banca dati di oltre un milione e settecentomila curricula di laureati rappresenta una risorsa strategica per il nostro paese e per le giovani generazioni?
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Una banca dati da cui le aziende possono procurarsi dei nominativi di candidati è una risorsa in piu' per noi laureati e per le imprese. O almeno, così dovrebbe essere. Tuttavia, il tessuto industriale italiano è composto da medie piccole aziende che non sono proprio avvezze all'uso di data base on line. Spesso, infatti, non conosco l'esistenza di questi strumenti e preferiscono il metodo tradizionale con il candidato che si reca in azienda a chiedere lavoro. Credo, inoltre, che la congiuntura economica sfavorevole di questi tempi poi non aiuti nell'utilizzo di nuove tecnologie. Il motivo è semplice: non essendoci una gran richiesta di forza lavoro, nessuno sente il bisogno di studiare un sistema intelligente e innovativo per trovare candidati. Di contro, ci sono le proposte di stage, come quelle che arrivano a molti miei colleghi: 400, massimo 600 euro per sei mesi di contratto precario. Credo che questo sia uno dei più grossi errori che si sta facendo in Italia perché, così, il laureato non si sente valorizzato, non mostra le sue potenzialità e non sfrutta appieno la sua creatività che, al contrario, in molti paesi, ad esempio come negli Stati Uniti, è pagata a peso d'oro".