Lavoro

“La Germania? Si sta bene, ma sogno di tornare”

30 Luglio 2012

Partito per restare sei mesi, è ad Amburgo ormai da tre anni. Marco Bertazzi, palermitano classe 1983 con una doppia laurea magistrale in Ingegneria meccanica, conseguita al Politecnico di Torino e alla University of Illinois di Chicago, ha scelto la Germania per lavorare in un settore in crescita: quello del fotovoltaico. Servizi più efficienti, uno stipendio più alto dei coetanei che vivono in Italia e prospettive di lavoro migliori tengono Marco in Germania, anche se il suo sogno nel cassetto è di ritornare a Palermo: “Qua ho imparato che serve più coraggio – spiega –. Sto pensando che se volessi tornare in Italia dovrei farlo presto, ovvero prima dei miei 30 anni che arrivano il prossimo anno. E probabilmente – continua – non dovrei andare a cercare un lavoro da dipendente accettando la subalternità verso un datore di lavoro, ma dovrei crearmi da solo il lavoro. Questo approccio forse sarebbe l’unico modo per sottrarmi alle dure condizioni di un sistema Italia per certi versi in cancrena”.

Guarda un estratto video dell’intervista

Come sei arrivato a lavorare in Germania?
“Mi sono laureato nell’estate del 2009, in una situazione economica già influenzata dalla nuova crisi. Ho cercato lavoro in Italia, ma non ho trovato proposte molto allettanti né dal punto di vista economico né da quello contrattuale. Siccome avevo imparato un po’ di tedesco durante l’Erasmus alla Technische Universität di Clausthal, mi sono rivolto anche alle aziende tedesche. Il 2009 è stato il primo anno del boom per il fotovoltaico in Italia e sono entrato in contatto con la Sun Energy Europe, una società di Amburgo che aveva iniziato a costruire impianti in Italia e cercava un ingegnere che parlasse sia italiano che tedesco. Ho mandato il curriculum e subito mi hanno fatto fare un’intervista, sono piaciuto e mi hanno assunto. L’idea iniziale era quella di lavorare in Italia, ma poi, come avviene a volte nelle piccole aziende, le prospettive sono cambiate. Ho iniziato a lavorare con l’Italia dalla Germania, facendo sede ad Amburgo. Avrei dovuto restare sei mesi, e invece sono già passati tre anni dalla mia partenza. Nel frattempo ho anche cambiato lavoro, e sono stato assunto da Zep Solar, un’azienda americana che produce prodotti di fissaggio per il fotovoltaico e che ha la sede europea ad Amburgo”.

Cosa ti ha spinto a scegliere la Germania?
“A suo tempo, accettai la proposta di Sun Energy perché era a tempo indeterminato e perché il trattamento economico, se si guardava al lordo, era quasi il doppio rispetto allo stipendio che mi veniva offerto dalle aziende italiane. Poi, l’idea di andare in Germania mi stimolava perché mi dava la possibilità di perfezionare il tedesco e quella di inserirmi in un ambiente più dinamico, in un Paese in crescita e con maggiori prospettive occupazionali. Avrei potuto lavorare in Italia, ma a quel punto il trasferimento in Germania mi è sembrato la cosa più intelligente da fare”.

Quali sono i tuoi progetti a lungo termine? Rimanere lì e stabilizzarti o ritornare in Italia?
“Qua ad Amburgo il numero di migranti italiani aumenta di giorno in giorno. È in atto un fenomeno, secondo me molto pericoloso, in ogni grossa città d’Europa dove i giovani italiani arrivano in gran numero e costituiscono delle specie di Little Italy sociali. Io vorrei tornare in Italia, ma le condizioni sono complesse: non sembrano esserci buone prospettive nel Paese né tanto meno nella mia città, Palermo. Probabilmente sarei disposto anche ad avere uno stipendio ridotto a patto di avere un progetto e delle condizioni di vita accettabili. Quello che mi ha insegnato la Germania è che serve più coraggio: in questo Paese tanti giovani tedeschi, anche ingegneri come me, fondano delle start up, aprono la partita Iva e non hanno paura della flessibilità. Affrontano la vita in maniera più rischiosa, anche perché hanno a sostenerli un sistema sociale molto efficiente. Se volessi tornare in Italia dovrei farlo presto, prima dei miei 30 anni che arrivano il prossimo anno. Probabilmente non dovrei cercare un lavoro da dipendente accettando la subalternità verso un datore di lavoro, ma dovrei diventare più propositivo e crearmi da solo il lavoro. Questo approccio, moltiplicato per i tanti giovani della mia generazione, probabilmente è anche l’unico modo per sottrarre il sistema Italia alla cancrena”.

Come sono considerati i laureati italiani in Germania?
“Per i laureati in materie scientifiche, gli unici di cui posso davvero parlare, c’è molto rispetto: i tedeschi sanno che la laurea in ingegneria conseguita in Italia è frutto di sacrifici e di un percorso complesso e particolare, inoltre gli italiani che emigrano sono spesso un po’ più intraprendenti dei loro coetanei. Un fattore discriminante è la conoscenza linguistica: ai tedeschi piace molto che si parli la loro lingua, e chi si vuole integrare nella vita professionale, ma anche in quella sociale, deve saper parlare il tedesco”.

AlmaLaurea ha avviato una campagna per mettere a disposizione delle aziende tedesche i cv dei laureati italiani. Pensi che questa iniziativa possa essere utile?
“Sì, certo. Ovviamente mi auguro che siano le aziende italiane ad avere bisogno dei laureati italiani, anzi che le aziende italiane abbiano bisogno dei laureati tedeschi e di quelli di tutto il mondo. Ma la situazione è quella che conosciamo. In questa contingenza, la Germania può aiutare i laureati italiani a non interrompere il percorso formativo e a iniziare la propria carriera in maniera brillante. Subito dopo, però, bisognerebbe mettere in moto delle iniziative per permettere a questi giovani di tornare. Penso che, se tutte le persone specializzate che se ne sono andate dall’Italia negli ultimi anni non torneranno, sarà la più grande perdita della nostra storia moderna, una cosa che influenzerà in negativo il futuro dell’Italia in maniera estesa e che risulterà in un forte limite alla crescita economica e sociale”.