Università

Integrazione e non omologazione

21 Marzo 2011

"L'Unione Mediterranea può rappresentare per l'Italia una grande opportunità perché il modello di piccola e media impresa, caratteristico del nostro tessuto produttivo, si adatta benissimo a territori come il Marocco, l'Egitto, la Tunisia, ma anche la Croazia, l'Albania e molti altri". Il professore Giovanni Paciullo, direttore del master in Internazionalizzazione e comunicazione del sistema produttivo nell'area del Mediterraneo all'ateneo Stranieri di Perugia, guarda in avanti, ma avverte: "Ogni azione dei paesi occidentali deve partire dal presupposto che abbiamo difronte delle identità diverse che vanno rispettate. L'integrazione non è mai omologazione".
Per sfruttare le potenzialità economiche e sociali offerte da questo processo di "riduzione della distanza" si devono creare allora dei profili professionali specifici con skill molto precise, come ci racconta il professore Paciullo.

Formare delle figure professionali che facciano da "ponte" tra Europa e paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo sembra essere oggi una priorità?
"L'Unione del Mediterraneo, organismo internazionale ispirato a grandi linee al modello dell'Unione europea, è una conseguenza naturale del Processo di Barcellona, che dal 1995 ha intenzione di avvicinare l'Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane. Sulla carta si era previsto che nel 2010 saremmo arrivati alla creazione di un'area di libero scambio per promuovere azioni di cooperazione tra le due sponde del mare interno e per risolvere questioni molto complesse legate all'immigrazione e al conflitto israelo-palestinese, ma anche finalizzate alla tutela del patrimonio ecologico mediterraneo, allo sviluppo infrastrutturale per incentivare le reciproche attività di commercio, fino alla sviluppo di una vera e propria università euromediterrane. Ad oggi, possiamo dire che molti passi avanti sono stati fatti, ma per realizzare concretamente l'area Euro mediterranea serve ancora tempo. Come in ogni processo di integrazione, è bene allora avere delle figure professionali di raccordo che sappiano gestire e amministrare tutti i rapporti tra paesi così distanti culturalmente, socialmente ed economicamente e sappiano supportare gli imprenditori impegnati in quell'area"

Che tipo di professionisti sono?
"Visto che questi paesi rappresentano un'opportunità per il nostro sistema commerciale, servono degli esperti di alto profilo, capaci di sostenere le imprese italiane, le istituzioni e gli enti che cercano di entrare su questi nuovi mercati. Si tratta di laureati con ottime competenze in materia di internazionalizzazione del sistema produttivo, che conoscono molto bene, sia dal punto di vista sociale, economico e culturale la realtà in cui le imprese, ma anche le istituzioni o altri enti andranno ad operare. In questo senso, hanno delle competenze multidisciplinari in campo finanziario, giuridico, economico, ma anche tecniche, produttive, culturali e linguistiche. Ad esempio, la conoscenza della lingua araba è molto importante per entrare in contatto con queste realtà, così come lo studio degli ordinamenti dei paesi islamici o le diverse confessioni religiose".

Dove possono lavorare questo tipo di figure professionali?
"Possono lavorare nelle aziende operanti nell'area Euro Mediterranea, nelle istituzioni internazionali e locali con strutture finalizzate all'internazionalizzazione, ma anche nelle banche."

I tragici eventi di questi mesi, in Egitto, Tunisia, Libia, sono sintomo di uno scontro tra culture diverse?
"Tutt'altro, l'UE si è impegnata a sostenere nei Paesi dell'Africa Mediterranea la transizione alla democrazia; una più forte partnership con il popolo e la società civile.  Sono obiettivi che, tuttavia, richiedono di ordinare le linee del nostro impegno su una prospettiva multiculturale che apprezzi e tuteli le singole identità. Nella creazione dell'Unione Euro Mediterranea deve valere il principio di integrazione delle diversità, non di omologazione. Ecco perché servono risorse anche umane che siano capaci di sostenere questo processo, ovvero aiutare queste aree a determinare in loco e con la libera iniziativa un sistema integrato aperto ai paesi della sponda Nord del Mediterraneo. Le università possono e devono assumere un ruolo portante. Solo così potremo realizzare un vero processo di internazionalizzazione parallelo alle espansioni della democrazia".

L'Europa quanto è responsabile di quello che sta avvenendo nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo?
"L'Europa ha promosso importanti iniziative, ma spesso le ha valutate solo nell'ambito del ritorno che potevano avere per la crescita economica del sistema. Si è preoccupata meno di sopportare i potenziali autonomi di sviluppo di questi paesi. Il governo dei processi migratori non sarà la conseguenza di politiche di contrasto; se le frontiere non le attraverseranno i saperi, le attraverseranno crescenti masse di migranti".