Lavoro

“Investire in ricerca e sviluppo”

02 Luglio 2012

“I posti di lavoro non si creano per legge, ma solo se l’economia è sana e competitiva”. Non ha dubbi Filippo Abramo, presidente dell’associazione italiana per la direzione del personale, responsabile europeo di tutte le associazioni della categoria. Il congresso nazionale di Aidp si è appena concluso. E colpisce il titolo scelto da chi si occupa di risorse umane: competitività e persone. “Il nostro modo per parlare di futuro”, sintetizza Abramo.

Quale futuro per il lavoro in Italia, per i giovani laureati?
“E’ una domanda che richiama alla speranza, più che a prospettive reali! In realtà, al di là delle battute, le risposte per garantire futuro al Paese e ai giovani vanno cercate. Noi per la prima volta abbiamo invitato al congresso una grande società di consulenza, la Boston Consulting, per avere una visione del mondo, per capire i mega trend che caratterizzano l’economia oggi. Inoltre abbiamo voluto dare ai nostri associati una visione sociologica di ciò che sta accadendo. E’ arrivato il momento di allargare gli orizzonti. Se vogliamo parlare di futuro bisogna parlare di imprese e di persone, che sono il vero fattore competitivo per vincere sul mercato, assai più che la tecnologia e la finanza. Ed è dalle imprese che deve partire la risposta ai giovani”.

Ma l’Italia è all’89° posto nella classifica globale della competitività. Tra il 2004 e il 2008, prima della crisi, si rileva una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, in controtendenza rispetto al complesso dei paesi dell’Unione europea. Insomma, in Italia è penalizzata l’occupazione più qualificata.
“E’ vero, l’Italia è entrata in crisi ben prima della crisi globale. Già nei primi anni 2000 il Paese ha cominciato a perdere colpi proprio nel settore dell’occupazione qualificata e ad alta tecnologia. Abbiamo inserito gli immigrati, ci siamo limitati a importare manodopera per livelli modesti, mentre abbiamo permesso ai cervelli di espatriare. E’ molto grave per il futuro di un Paese arrivare al punto in cui si importano muratori e si esportano ingegneri elettronici”.

Mancano laureati in Italia, non il contrario. Occorre alzare la soglia educazionale, investire di più: come le imprese possono essere aiutate in questo?
“Le imprese italiane, soprattutto medio e piccole, andrebbero aiutate, ma non con erogazioni a pioggia. Occorrono facilitazioni sulla ricerca e lo sviluppo. Mi chiedo perché mai in questo Paese non si riesca a defiscalizzare gli investimenti in questo settore, che rappresenta il nostro futuro, che consentirebbe di innalzare il livello dei prodotti, di assumere laureati”.

L’Italia che investe poco in ricerca e sviluppo: siamo ultimi fra i paesi europei più avanzati.
“Non solo, stiamo arretrando: gli investimenti rispetto al Pil sono passati dall’1,15 allo 0,95. Mentre paesi come la Germania e l’Inghilterra proprio nei momenti di crisi hanno investito in ricerca e sviluppo. Non voglio con questo alimentare la tendenza a piangersi addosso. Va riconosciuta, invece, la vitalità delle imprese italiane, la loro forza e creatività. Nonostante le poche risorse e i guai che stanno attraversando in questo periodo riescono ad elaborare nuovi prodotti e processi; sull’export nel 2011 siamo cresciuti del 12%, non è poco. Questo andrebbe riconosciuto a favorito”.

Significherebbe dare prospettive ai giovani che hanno studiato ai più alti livelli?
“In mancanza di iniziative e di grandi imprese leader in Italia per i nostri giovani è dura. Sebbene il livello dei laureati italiani sia riconosciuto all’estero come uno dei migliori”.

Ci credete nel valore della laurea?
“La laurea conviene, ma se conseguita nelle Facoltà scientifiche”.

Eppure il nostro Paese avrebbe potenzialità enormi nel turismo, nei beni culturali.
“Se non si investe in quello che è il nostro patrimonio artistico e culturale per i giovani che scelgono materie umanistiche ci saranno meno prospettive degli ingegneri”.

In tempi di crisi un Nobel dell’economia come Chris Pissarides consiglia ai giovani di investire nella formazione. Concorda?
“Decisamente sì. Investire in ricerca e formazione vuol dire investire nel futuro. Puoi tagliare tutto, ma non lì. In Germania le spese in formazione sono aumentate perché hanno capito che è la strada per preparasi al dopo crisi”.

Si parla tanto di merito, ma le imprese ci credono veramente, sanno valorizzarlo?
“Puntiamo al merito, ci crediamo. Siamo stanchi di un sistema basato su parentele e affiliazioni. Ma il merito deve essere legato a parametri oggettivi che rispecchiano realmente il valore delle persone. Rispetto alla competitività quello che ti fa fare il passo avanti è una gestione ottimale delle persone, il riconoscimento del loro ruolo, della loro autonomia, di quanto valgono. Nel Nord Europa se parli di merito ti guardano come se avessi scoperto l’acqua calda!”.

Le imprese sono pronte ad assumere i laureati?
“Le piccole spesso hanno imprenditori ex operai, non laureati, che credono poco nel valore del titolo di studio più elevato. Tradizionalmente preferiscono periti tecnici, un laureato gli sembra troppo. Si può cambiare questa cultura, anzi sta già accadendo. Le imprese, anche con 50 dipendenti, cominciano a capire il valore degli investimenti nella competizione mondiale, stanno entrando in questa logica che porta ad allargare il bisogno di laureati nell’area tecnica, scientifica, economica”. 

Puntare sugli stage in azienda, già durante gli studi per superare una formazione solo teorica dei laureati. Ma anche dopo la laurea, per favorire l’ingresso nel mercato del lavoro. Che valore date a queste esperienze?
“Lo stage va favorito, ma come momento formativo. Invece ne è stato fatto un utilizzo non appropriato. I lampeggiatori attivati quando parcheggi in doppia fila servono per le emergenze, non per andarsi a bere il caffè al bar. Così gli stage: non devono servire per pagare meno le persone o per averle gratis a lavorare per te. Sono strumenti utilissimi se invece recuperano la loro vocazione: essere un’esperienza ponte tra università e imprese.”.

Non solo retribuzione e benefit, per motivare le persone servono politiche delle risorse umane più vicine alle esigenze individuali: telelavoro, flessibilità negli orari per le donne. Sono strumenti che reclamate?
“Lo strumento monetario non è l’unico, forse nemmeno il più importante, per motivare le persone. Per motivare le persone bisogna dare senso al loro lavoro. La struttura di tipo fordista fondata sul controllo non ha più motivo di esistere, bisogna puntare sull’impegno delle persone, il loro coinvolgimento, l’autonomia. Un salto culturale che non sarà facile fare”.

La banca dati AlmaLaurea rende disponibili un milione e 620mila curricula, aggiornati e anche in inglese, di neolaureati e laureati con pluriennale esperienza. Cosa pensa di uno strumento così potente?
“La banca dati AlmaLaurea è uno strumento importante per le imprese, offre l’opportunità di una informazione diffusa, permette di fare selezione trasparente, di dare pari opportunità e pari condizioni di partenza ai laureati. Strumenti come questi vanno sostenuti e diffusi”.