Lavoro

Laureate, lavoro e…soffitti di cristallo

21 Marzo 2012

Altro che infrangere i soffitti di cristallo! All’interno di un quadro complessivamente difficile,
la crisi ha accentuato le differenze di genere. Il divario occupazionale tra laureati e laureate e le disparità retributive segnalano quanto ancora le donne, in questo caso tra quelle più istruite, siano penalizzate nel mercato del lavoro. E’ quanto emerge dal XIV Rapporto AlmaLaurea presentato l’8 marzo all’Università La Sapienza di Roma al convegno “Dopo la laurea: studi ed esperienze di lavoro in Italia e nel contesto internazionale”. L’approfondimento sulle laureate è stato presentato da Clementina Casula (Università di Cagliari) e Bruno Chiandotto (Università di Firenze) e discusso con Annamaria Poggi (Università di Torino). “La rilevazione di significative e persistenti diseguaglianze di genere occupazionali anche tra i laureati è sintomo di un arretramento culturale e civile del Paese rispetto all’obiettivo di realizzare una partecipazione paritaria delle donne al mercato del lavoro. Tale arretramento contribuisce inoltre a svalutare gli investimenti nell’istruzione universitaria femminile”, spiegano gli studiosi.

Il divario di genere. Tra i laureati specialistici biennali, a un anno dalla laurea, il divario è di 7 punti percentuali: lavora il 61% degli uomini e il 54% delle donne. Gli uomini possono contare più delle colleghe su un lavoro stabile (37% contro il 31%). Non solo. Gli uomini guadagnano il 29% in più delle loro colleghe (1.231 euro contro 956 in termini nominale).
A tre anni dalla laurea le differenze di genere si confermano significative e pari a 7 punti percentuali: lavorano 71 donne e 78 uomini su cento. Anche a tre anni dal conseguimento del titolo il lavoro stabile è prerogativa tutta maschile: può contare su un posto sicuro, infatti, il 66% degli occupati e il 49% delle occupate. I laureati specialistici del 2008 guadagnano il 28% in più delle loro colleghe (1.432 contro 1.115 euro).

Numero medio di ore lavorate. A dieci anni dal termine degli studi i laureati lavorano in media 39 ore settimanali. Anche nel calcolo delle ore abitualmente lavorate durante la settimana emerge una sostanziale differenza tra uomini e donne, confermando la generale difficoltà di queste ultime nel trovare un equilibrio tra impegni lavorativi e necessità familiari. A dieci anni dalla laurea ciò si traduce in 6 ore lavorate in più alla settimana per gli uomini (42 ore in media rispetto alle 36 dichiarate dalle donne), e ciò avviene di fatto indipendentemente dal percorso disciplinare. Il maggior impegno orario degli uomini rispetto alle donne è confermato sia che si tratti di impieghi a tempo pieno (+5 ore), sia che si tratti di lavori a tempo parziale (+2 ore); sia nel settore pubblico (+4 ore) che in quello privato (+7 ore).

Lo svantaggio delle donne. Lo svantaggio delle laureate rispetto ai colleghi maschi (in termini di ricerca di un lavoro, stabilità lavorativa e guadagni) non si spiega con il riferimento alle pur esistenti differenze di genere nelle scelte formative: lo svantaggio femminile si presenta di norma anche a parità di tipo di laurea. Le differenze di genere non sembrano attribuibili ad alcune tra le motivazioni più frequentemente addotte per spiegarne l’origine, come il minore “merito” delle laureate rispetto ai colleghi maschi, la pur persistente segregazione orizzontale nelle scelte formative e professionali, o un eventuale condizione di maternità. Infatti, le laureate presentano migliori curricula (votazioni  di laurea più elevate e tempi di conseguimento del titolo più brevi) rispetto ai colleghi maschi, il loro svantaggio occupazionale si presenta anche a parità di tipo di laurea, e chi tra loro non ha figli si scontra comunque con le stesse difficoltà di chi ne ha. “Più convincenti – concludono Valentina Casula e Bruno Chiandotto - appaiono quindi le spiegazioni che riportano le differenze osservate ad una più generale “disuguaglianza di genere”, radicata nella cultura e nella struttura socio-istituzionale del Paese, che si traduce in una marcata asimmetria tra uomini e donne nella divisione tra lavoro retribuito e non retribuito”.

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