Lavoro

Laureati: l’antidoto contro la crisi

09 Giugno 2010

La laurea costituisce ancora un valore aggiunto fondamentale come confermano i dati di AlmaLaurea: uno scudo nei confronti della crisi sia per i giovani a caccia di occupazione, che per le industrie alle prese con le difficili condizioni del mercato. “Assumere un laureato in azienda migliora la qualità di tutto il sistema produttivo”. A parlare è Florindo Rubbettino, del Consiglio nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria intervenuto alla tavola rotonda “Trasformazioni in atto e proposte dell’European Higher Education Area” che si è tenuta a Bologna il 28 maggio in occasione della presentazione del XII Profilo dei laureati di AlmaLaurea. “Investire in capitale umano è la sola strategia per uscire dalla crisi: le imprese oggi lo sanno” chiarisce Rubbettino, proprietario della storica casa editrice calabrese che porta il suo nome.

I laureati rappresentano per il mondo delle imprese una via di uscita dalla crisi?
“Il mondo delle imprese è consapevole che in questa fase di transizione, di cambiamento internazionale il capitale umano è l’asset fondamentale su cui si deve investire. E’ evidente a tutti che bisogna ripensare al modo di fare impresa e a come realizzare i prodotti. Dobbiamo rivedere le dinamiche della realtà produttiva e, al contempo, spingere l’acceleratore sui due fattori chiave dello sviluppo, innovazione e ricerca. In questo contesto la ripresa dell’economia e della società nel suo complesso non può che percorrere questa via, ovvero la valorizzazione delle risorse umane, in primis i giovani laureati. Credo che si possa considerate la strategia fondamentale per l’uscita dalla recessione”.

Paradossalmente, la crisi sembra aver riportato sotto la lente d’ingrandimento delle aziende il valore delle risorse umane e, di conseguenza, il ruolo svolto dalla formazione universitaria?
“La consapevolezza delle imprese sull’importanza delle risorse umane come fattore di sviluppo e di crescita di tutto il sistema produttivo è cresciuta nel tempo. Non metto in dubbio che alcuni anni fa ci sia stata da parte del mondo aziendale una bassa attenzione nei confronti del capitale umano accompagnata anche da una certa diffidenza nei confronti del mondo della formazione accademica. Su questo fronte oggi abbiamo fatto degli importanti passi avanti: assistiamo infatti a un avvicinamento progressivo tra bisogni della realtà produttiva e esigenze delle università. Lo testimonia l’attivazione di una serie di percorsi ad hoc indirizzati alla formazione e all’inserimento dei laureati che sta interessando soprattutto l’area delle piccole e medie imprese, ovvero quelle realtà che non hanno la capacità dimensionale sufficiente per fare grossi investimenti in ricerca e sviluppo, ma che proprio per questo puntano sull’incremento del capitale umano”.

Eppure, un certo distacco tra mondo delle imprese e realtà universitaria permane: perché?
“C’è ancora una distanza molto forte tra queste due sfere, formazione e mercato del lavoro soprattutto se guardiamo al rapporto di collaborazione tra imprese e università. Un anello ancora debole che fatica a saldarsi: il che accade a dispetto del grande impegno assunto da tutte le parti in gioco, aziende, istituzioni e mondo accademico. Il perché è semplice: stiamo cercando di colmare una distanza storica, un gap che nel nostro paese esiste ormai da moltissimo tempo. Quindi, c’è da faticare. Tuttavia, la tendenza all’integrazione resta la sola via da perseguire, non c’è alternativa”.

Laurearsi in tempo di crisi: meglio puntare su titoli umanistici o titoli scientifici?
“Non c’è una classifica dei laureati nel mondo del lavoro: per le imprese sono importanti sia i laureati con profili scientifici e tecnologici che quelli in possesso di un titolo umanistico. Il punto è che in Italia c’è un divario fortissimo tra questi percorsi di studio: abbiamo un alto tasso di laureati in scienze umane e di contro un bassissimo numero di giovani con titoli scientifici. Da questo punto di vista dobbiamo investire molto, imprese, atenei e istituzioni, in comunicazione per riequilibrare le parti. Il tutto alla luce di un principio ineludibile, ovvero che oggi non conta più solo saper fare un lavoro, ma anche saperlo cambiare. E qui oltre alla laurea contano anche gli skills personali”.

In questa operazione di avvicinamento tra imprese e mondo universitario che ruolo può giocare AlmaLaurea?
“Credo che la banca dati dei laureati ideata da AlmaLaurea rappresenti un sistema ponte molto valido tra mondo del lavoro e della formazione. Il Consorzio ogni anno scatta una fotografa attendibile e reale delle performance formative e professionali conseguite nel corso del tempo dai laureati italiani. Quindi, è un sistema fortemente permeante e lo dico da imprenditore perché ragionare sui numeri, sui dati è un aspetto che piace molto alle imprese. AlmaLaurea garantisce affidabilità smentendo molti luoghi comuni e portando alla luce tutte le criticità della rete università-lavoro”.