Lavoro

Il lavoro tra l'arabo e l'italiano

23 Febbraio 2011

Aveva tre anni quando è arrivato in Italia dalla Libia. Ha frequentato una scuola libica e poi si è iscritto alla Facoltà di Ingegneria informatica a Roma Tre. Ha svolto una tesi per Eni, ha lavorato in Altran come consulente prima in Italia, poi in Arabia Saudita e, infine, in Germania. Oggi, è in America, nell'Indiana, alla Purdue University in West Lafayette dove sviluppa soluzioni di bioinformatica. La storia di Maged Zereba, 31 anni, trasuda internazionalità. "Della mia doppia natura, araba e italiana, ho cercato di farne un vantaggio competitivo. Così, nella ricerca della professione ho puntato sempre all'estero, anche perché le opportunità per i giovani in Italia sono molto limitate".

Come ti sei trovato all'università?
"Diciamo che non è stato semplice, più che altro perché nel corso degli anni di scuola media e superiore avevo appreso un metodo di studio completamente differente. Il motivo è semplice. Sono arrivato in Italia dalla Libia quando ero molto piccolo con tutta la mia famiglia. Mio padre era stato mandato a Roma per lavoro. Al momento della scelta della scuola, i miei genitori hanno deciso di iscrivere sia me che mio fratello alla scuola libica che c'è a Roma, pensando che un giorno saremmo tornati nel nostro paese. Alla fine, invece siamo rimasti in Italia. Nel 1997 mi sono immatricolato al corso di Ingegneria informatica a Roma Tre e li sono cominciati i dolori. I primi anni di Università sono stati molto duri, il metodo di insegnamento libico è totalmente differente da quello del sistema formativo italiano".

In che senso?
"Io ero abituato a studiare a memoria, perché questo è il procedimento che viene impartito alla scuola libica. All'università italiana è perfettamente il contrario, ed è un bene che sia così. Perché, se studi a memoria e non capisci perché fai quello che fai, prima o poi dimentichi. Ad esempio, usare un algoritmo imparando perché funzionava in quel determinato modo, è fondamentale: ti serve non solo all'università per superare gli esami, ma anche dopo, nel mondo del lavoro e nella vita di tutti i giorni. In definitiva, quello che per la media degli studenti italiani era metodologicamente ovvio, per me era totalmente ignoto. Devo dire che a Roma Tre ho trovato dei professori ottimi, che una volta capito il problema, mi hanno supportato e aiutato affinché io riuscissi a maturare un approccio allo studio differente. Dopo tre anni di duro lavoro, superata la crisi iniziale, ho raggiunto lo stesso livello dei miei compagni di corso e mi sono laureato in tempo. Certo, non è stato facile, ma questa esperienza mi ha insegnato molto, mi ha dato molta flessibilità mentale".

Poi è arrivato il momento della tesi?
"Una volta ingranata la marcia non mi ha più fermato nessuno, ho cercato di sfruttare al meglio gli anni dell'università, cercando di imparare il più possibile e valorizzando la mia doppia natura, araba e italiana. Così, alla fine dei cinque anni ho scelto di fare una tesi in Eni: sapendo che avevano degli stabilimenti in Libia, pensavo infatti che magari, dopo la laurea, avrei potuto trovare lì un'occupazione. Ho iniziato uno stage all'Eni Gas B.V. Libyan Branch: mi occupavo di un progetto che, in soldoni, puntava alla creazione di un sistema informativo di supporto alle decisioni utile all'azienda nella gestione delle risorse umane. Sono rimasto in Libia da maggio a settembre 2005 per raccogliere tutti i dati necessari alla tesi e poi sono rientrato in Italia. Mi sono laureato a marzo del 2006 e a maggio dello stesso anno ero nuovamente in Libia per presentare il progetto in Eni. Peccato, sia finita lì, non ho trovato il lavoro che cercavo".

Dove hai cominciato a costruire la tua carriera professionale?
"Subito dopo la laurea, sono entrato in Altran come consulente. Sono rimasto molto soddisfatto da questa esperienza: ho imparato molto e poi è un'azienda internazionale, dove ho avuto la possibilità di sfruttare la mia doppia natura. All'inizio, sono stato un consulente in Ericsson per l'Arabia Saudita. In seguito, sono partito, da un giorno all'altro, per la Germania. Sono rimasto a Dusseldorf un mese, lavorando su un progetto per la Vodafone. I successi ottenuti, mi hanno portato, oltre che molta soddisfazione personale, anche un premio in Altran, come miglior consulente del mese".

E poi l'America, dove ti trovi ora
"Dopo la Germania, ho lavorato per altri nove mesi a Milano, sempre in Altran. Poi, grazie a una conoscenza di famiglia, ho scoperto che all'università di Purdue a Lafayette, nello stato dell'Indiana, cercavano dei laureati con il mio profilo da inserire come software engineers nel campo della bioinformatica. E visto che la dinamicità è tutto in un lavoro, ho pesentato l'application. Alla fine, mi hanno chiamato. Sono in America da marzo 2008: lavoro come software engineer e mi occupo prevalentemente del design e dello sviluppo di soluzioni di bioinformatica che poi vengono utilizzate nel campo della biogenetica. Quello che faccio mi piace, è stimolante. E poi, qui sei valorizzato per quello che fai".

Torneresti in Italia?
"Dico che non tornerei, non perché non mi piaccia l'Italia. Anzi, è la mia seconda patria. La ragione è un'altra: è che si investe poco sui giovani. E se il paese non fa questa operazione, non cresce né dal punto di vista sociale, né dal punto di vista economico. Il futuro delle nuove generazioni è compresso. Per non parlare poi della frustrazione a cui è sottoposta la persona che non viene valorizzata, a cui non sono offerte opportunità di crescita professionale e retribuzioni economiche adeguate. Ecco perché tutti i laureati fuggono dall'Italia. Non resterò comunque in Indiana: al momento, ho in ballo due proposte. Una per gli Stati Uniti, l'altra per il Qatar". 

Che cosa ne pensi di quello che sta accadendo in Libia in questi giorni? Era inevitabile dopo le rivolte che stanno scoppiando?
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Penso che sia un fatto positivo che la gente ora abbia l'opportunità di protestare chiedendo una vita migliore, ma non con la violenza. Purtroppo, vivere con governi di questo tipo non è mai facile per il popolo libico, ma è una buona opportunità per farsi sentire dopo le rivolte che sono avvenute in altri paesi. L'unico fatto vero e inevitabilmente, e comune in tutto il mondo, che ci sia o no democrazia, è che sono sempre i civili le prime vittime".

Cosa ne pensi di AlmaLaurea? E' un servizio utile per i giovani laureati che vogliono entrare in contatto con il mondo del lavoro?
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Assolutamente sì, sono stato contattato appena laureato da molte aziende quindi ho provato direttamente sulla mia pelle la sua utilità".