Lavoro

L'occasione giusta c'è, ma oltre confine

01 Febbraio 2011

Superata l'indecisione iniziale, diviso tra l'amore per i numeri e la passione per le teorie di Galileo, alla fine Andrea Massari, 25 anni di Parma, ha scelto e si è buttato anima e corpo nello studio della Fisica teorica. Così, nel 2004 si è iscritto al corso di laurea triennale dell'ateneo parmigiano. Una volta conquistato il titolo, ha portato avanti il suo sogno con la specialistica, per poi volare con un 110 e lode vicino alla Grande Mela, dove oggi segue un PhD in Fisica teorica alla Stony Brook University. "Sono inserito in un circuito internazionale", racconta Andrea. "Nel mio ateneo, sebbene sia statale, girano grandi teste, ogni giorno incontro luminari della fisica che prima conoscevo solo attraverso i libri". Tornare in Italia? Andrea non lo esclude. Unico problema:"Trovare un lavoro soddisfacente".  

Come ti sei trovato all'università di Parma?
"La fisica mi è sempre piaciuta, alle superiori mi ero appassionato alle opere originali di Galileo e Newton. Al momento della scelta del corso di laurea, dopo qualche tentennamento iniziale, ho deciso di portare avanti la mia passione e di studiare fisica. Sono molto soddisfatto del mio percorso di studi. I corsi della laurea triennale erano ottimi e i docenti preparati. Unica pecca, alcune lungaggini burocratiche tipiche dell'ambiente accademico italiano. A conclusione dei tre anni, ho preparato una piccola tesi sperimentale sulla meccanica quantistica facendo il tirocinio con un mio professore, Enrico Onofri, assistendolo in alcune ricerche che stava realizzando".

E con la specialistica com'è andata?
"Anche in questo caso mi sono trovato bene, la mia tesi su modelli di matrici è stata un momento fondamentale. Ho lavorato sotto la guida di Luca Griguolo, un ricercatore dell'ateneo di Parma, ben inserito nell'ambito della ricerca internazionale. Mi ha insegnato molto. Tuttavia, devo ammettere che il sistema universitario riformato, per lo meno così com'è stato applicato nell'università italiana, senza fare distinzioni tra i vari corsi di laurea, non mi è piaciuto. Ci sono percorsi didattici come quello in Fisica, dove spezzare gli studi ha davvero poco senso. Anzi, rende tutto molto più difficoltoso e meno efficace".

Quindi dopo la laurea, sei partito per l'estero?
"A settembre 2009, insieme con altri quattro colleghi, ho deciso di provare a fare domanda per il dottorato in alcune università americane. Una scelta dipesa in larga misura dal fatto che a Parma e, in genere, in tutta Italia la domanda di dottorato scadeva a novembre di quell'anno. Ma, per quel momento nessuno di noi sarebbe stato ancora laureato. Quindi, o aspettavamo e ci presentavamo per il novembre dell'anno successivo, o puntavamo sull'estero. E così abbiamo fatto. Ho inviato quattro domande e mi hanno accettato in una, alla Stony Brook University, un'università statale vicino a New York".

Come ti trovi?
"Molto bene, è un altro mondo. E non parlo della didattica, anzi, gli studenti italiani in quanto a preparazione teorica non hanno nulla da invidiare ai loro colleghi americani. Mi riferisco piuttosto agli incentivi che si danno alla ricerca, al rapporto con i docenti e alla quantità di personalità internazionali che s'incontrano. Questo anche se mi trovo in un'università statale, dove di solito girano meno soldi. Qui, le imprese e lo stesso governo americano investono moltissime risorse sui giovani e sulla ricerca. Vuol dire che tutti i laureati, anche quelli stranieri come me, hanno maggiori opportunità professionali. In America puoi permetterti di puntare sulle tue passioni, sicuro del fatto che se sarai capace, creativo e tenace, le occasioni di fare carriera nell'ambito per cui hai studiato non mancheranno. In Italia, a parte poche isole felici, è tutta un'altra cosa, non s'investe sulle nuove generazioni e non ci sono politiche di valorizzazione dei talenti. Anzi, i soldi destinati alla ricerca sono sempre meno".

Di che cosa ti occupi alla Stony Brook University?
"Per adesso, sono ancora uno studente, quindi frequento dei corsi, ma insegno anche agli under graduate e per farlo vengo pagato dall'università. Questo, finché non trovo un gruppo di ricerca giusto, che mi piace e che è disponibile ad assumermi e a pagarmi con una borsa da ricercatore. In America funziona così. Certo, non è facile: per adesso, mi sto guardando in giro. C'è molta competizione e mi piacerebbe fare la scelta giusta".

Pensi che poteresti fare lo stesso in Italia, magari entrando in qualche gruppo di ricerca?
"In Italia ci sono centri di ricerca eccellenti, ma sono pochi e i posti di dottorato sono anche meno. Non solo, ma con il blocco del turn-over che c'è, trovare un posto di lavoro che ti permette di occuparti di quello che hai studiato è quasi impossibile. Quindi, non escludo che potrei tornare un giorno nel mio paese. Mi piacerebbe, ma molto dipende dalle offerte di lavoro che riceverò, deve valerne la pena".

Che cosa pensi di AlmaLaurea e delle sue indagini annuali, che scattano un'istantanea sulle performance formative e occupazionali di tutti i 62 atenei consorziati? Credi sia un sistema utile che avvicina laureati e mondo del lavoro?
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Penso che sia uno strumento piuttosto utile ai futuri studenti universitari per fare la propria scelta con cognizione di causa, benché probabilmente pochi ne siano a conoscenza. Riguardo alla carriera post-universitaria, non posso dire che ne abbia usufruito personalmente, né sono a conoscenza di altri casi positivi, ma c'è da tenere presente che il mio campo di studi ha il suo naturale sbocco post-laurea ancora in ambiente accademico e non professionale. Tuttavia, tengo in osservazione e considerazione le offerte che mi vengono dalle istituzioni e imprese che selezionano il mio curriculum sul sito di AlmaLaurea".