Lavoro

Da mediatrice interculturale a giornalista

09 Gennaio 2012

Come superare i (quasi) inevitabili momenti di sconforto nella ricerca di un lavoro? Serve perseveranza, fiducia in se stessi e anche nel caso, perché “se si chiudono delle porte se ne aprono altre e non bisogna lasciarsi troppo scoraggiare”. Lo racconta Chiara Paolillo, ventinovenne di Torino. Convinta che il mediatore culturale sarebbe stato la professione del futuro, nel 2001 Chiara ha intrapreso un percorso universitario che l’ha portata a conseguire la triennale in Comunicazione interculturale e, nel 2009, a laurearsi con lode in Antropologia culturale ed etnologia. In mezzo un Erasmus di nove mesi a Madrid, città in cui ha anche lavorato in un centro per l’integrazione dei cittadini migranti. Tornata in Italia, dopo quasi un anno di lavori a termine, colloqui aziendali e concorsi comunali andati a vuoto, l’occasione inaspettata nel mondo del giornalismo. “Ho iniziato con un tirocinio retribuito in un giornale locale – dice – e oggi ho un lavoro che mi appassiona e in cui credo di fare bene, ma sono sempre sul chi va là”.

Hai fatto la triennale in Comunicazione interculturale e poi ti sei specializzata in Antropologia culturale ed etnologia. Come mai questa scelta?

“È stata una scelta mirata. Dieci anni fa, quando si apriva la questione dell’immigrazione e dell’integrazione, pensavo che quella del mediatore culturale sarebbe stata la professione del futuro”.

E sei rimasta soddisfatta del tuo percorso universitario?
“Direi di sì, anche se oggi faccio altro. Se potessi tornare indietro probabilmente sceglierei di studiare psicologia, una materia che un po’ mi è mancata e che dà accesso a diversi sbocchi professionali, non solo come terapeuta”.

Per l’Erasmus sei stata nove mesi in Spagna. Dove di preciso? E come ti sei trovata?
“Al secondo anno di specialistica sono stata all’Università Complutense di Madrid, che ho scelto perché ospita un importante dipartimento di Antropologia delle Americhe. A Madrid mi sono trovata molto bene, tanto che mi sono fermata per frequentare un tirocinio curriculare presso il Centro Hispano-Colombiano, uno dei centri attivati dalla città di Madrid per promuovere la partecipazione sociale e l’integrazione degli immigrati, in questo caso colombiani. Lì ho preparato anche la mia tesi di laurea, era una tesi storico-antropologica sui ‘temazcal’, i bagni di vapore cerimoniali dei popoli meso-americani”.

Dopo la laurea che cosa hai fatto?
“Ho deciso di rimanere in Italia, perché è qui che volevo investire le mie energie professionali. Mi sarebbe piaciuto continuare a lavorare nel settore della mediazione interculturale, su cui avevo fatto esperienza anche a Torino, tenendo corsi di italiano a donne immigrate per un progetto del Comune nel zona di via Arquata…”.

E invece?

“E invece ci ho messo un anno per trovare un tirocinio. Ancora prima di laurearmi ho iniziato a mandare il mio curriculum in giro e non solo nel mio ambito, dove ho capito che non c’erano più di tante possibilità. Ho risposto ad annunci, ho partecipato a concorsi indetti dal Comune di Torino, mi sono rivolta ad agenzie interinali, ho fatto colloqui tramite il servizio di Job placement della mia università, finché non sono riuscita a trovare un tirocinio di otto mesi come giornalista al Corriere di Chieri. Mi occupavo di un po’ di tutto, salvo che di cronaca nera, e il tirocinio era retribuito, anche perché sono convinta che ogni lavoro debba essere in qualche modo retribuito, anche simbolicamente o attraverso rimborsi spese. Al Corriere di Chieri ho finito lo scorso luglio e ora ho un contratto a progetto per Ttg Italia, un giornale specializzato nel turismo economico”.

Da antropologa a giornalista: non è un passaggio insolito?

“È stata una mia amica a consigliarmi di provare a cercare lavoro nel giornalismo ed è andata bene. È stato un po’ il caso, ho inviato il mio curriculum alle redazioni senza conoscere direttori o caporedattori e si vede che mi sono trovata al posto giusto al momento giusto. È un lavoro che mi appassiona e in cui credo di riuscire a fare bene, magari meglio di quanto avrei potuto fare come mediatrice. Però, certo, è stato molto faticoso l’anno di ricerca: facevo lavoretti a termine e non mancavano momenti di sconforto. Ora sono molto contenta, ma sono sempre sul chi va là, anche perché ho un contratto di otto mesi…”.

Ma come mediatrice culturale avresti avuto maggiori opportunità all’estero?

“Io conosco la Spagna e non penso che là mi sarebbe andata meglio, con la forte crisi e la grande disoccupazione giovanile che ci sono. Penso però che se uno è convinto di quello che vuole e lo cerca fino in fondo, può riuscire a realizzarsi anche qui in Italia”.