Università

I network e la cultura

09 Maggio 2011

 

"Per rilanciare la cultura servono i network". Ne è convinto il professore Pasquale Lucio Scandizzo, direttore del Ceis, Centre for economic and International studies dell'Università Roma Tor Vergata. "Ogni volta che un network cresce c'è una ricaduta economica e sociale su tutta la struttura, un effetto a cascata che ha effetti molto positivi, soprattutto quando si parla di sistema culturale" precisa il professore che sull'argomento ha promosso la III edizione delle Summer School in Economics and Management of Cultural Networks. Un mix di economia, comunicazione e nuove tecnologie attraverso cui la scuola offre una visione alternativa al classico approccio economico e manageriale in campo culturale.

Come nasce la Summer School?
"La scuola nasce come spin off del master che il Ceis promuove da oltre dieci anni  come International Master's Program in the Economics of Culture: Policy, Government and Management. L'idea di base è offrire attraverso un corso intensivo di dieci giorni un input di apprendimento molto preciso. Una formazione di alta qualità  mirata  a trasferire competenze e conoscenze  sul ruolo  dei network nel campo della cultura. Si parte dallo studio  dei modelli di  formazione  dei network per arrivare a riscoprire un segmento economico finora poco esplorato, ma altamente fruttuoso, soprattutto per un paese come il nostro, strettamente legato alla gestione, produzione e industria culturale. Il programma della scuola illustra infatti come si è sviluppato nel corso del tempo il mercato culturale, locale, nazionale e mondiale. Ovvero come si sia passati già in molti paesi da un modello basato principalmente su una visione  ottocentesca dei beni culturali, come patrimonio pubblico da conservare e mostrare con cautela, a un approccioinnovativo che, puntando su paradigma di management profondamente diverso, identifica gli elementi chiave attraverso cui migliorare le performance delle imprese e dei network culturali".

Teatri, musei, ma anche scavi archeologici, editoria, insomma tutto ciò rientra nel concetto di cultura in questi ultimi anni sembra soffrire, nel nostro paese più che altrove, di una battuta di arresto. Come mai?
"C'è una grande confusione nel mondo della cultura, in Italia, ma anche nel resto del mondo.   A livello nazionale il fenomeno ha assunto aspetti più preoccupanti perché si è sottovaluto il potenziale economico e sociale che una cultura come la nostra può avere se valorizzata a dovere. Paradossalmente, in America,  il patrimonio di "antichità" è comparativamente ben minore, la gestione del settore è all'avanguardia rispetto all'Italia. La nota dolente è che nel nostro paese è che il dualismo tra settore pubblico e settore privato nella geestione della industria culturale è particolarmente drammatico: il settore pubblico si occupa soprattutto dell'archeologia (comprese le performing arts che si ritengono maeria di conservazione come la lirica e la musica classica) e il settore privato soprattutto della "editoria", ossia dei contenuti commerciabili della cultura (televisione, cinema, ecc.) Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la contrapposizione porta all'immobilità e a situazioni come quella di Pompei. E' su questo terreno che si deve intervenire. Avere un patrimonio immenso e ricco come il nostro è un'opportunità per il paese, ma solo se lo si sa gestire".

Il nocciolo della questione è che in Italia la cultura non ha gambe su cui camminare?
"O non ne ha o ne ha troppe. Bisogna arrivare a una convergenza dei sistemi pubblici e privati, non parlo di una privatizzazione in toto del bene culturale, ma di un investimento corale, un lavoro di squadra, dove la pubblica amministrazione mantiene sempre e comunque il suo ruolo di controllo. Insomma, anche nel caso della cultura si deve cominciare a guardare a quelle che sono le logiche del mercato, non solo italiano. La cultura è infatti globale. In questo senso, credo che la progressiva internazionalizzazione del sistema porterà a un miglioramento complessivo della situazione, anche in Italia. Dobbiamo arrivare a creare un sistema di libero confronto tra domanda e offerta dove anche i fruitori hanno voce, non lasciando  in mano alla sola pubblica amministrazione la gestione del patrimonio culturale".

Che aspetti potrebbero cambiare?
"Prima di tutto, si risolverebbe il problema del degrado del bene culturale, fenomeno molto presente in Italia che essendo la madre patria dell'antichità, è destinata ad avere un'infinità di problemi di conservazione. Ma senza soldi da investire, si sa, le cose si deteriorano e fenomeni per ora isolati come Pompei potrebbero un giorno crescere come funghi. La grandezza e la bellezza del nostro patrimonio per restare tale richiede infatti un livello di manutenzione costante, e , più in generale,  una nuova cultura della conservazione attiva capace di salvaguardare il bene senza  ridurlo a una  specie in via di estinzione . Questo a sua voltra richiede risorse ingenti che possono essere mobilitate solo facendo ricorso anche al settore privato, attraverso forme di organizzazione e figure giuridiche, quali le fondazioni, che tutelano l'interesse pubblico, ma sono, allo stesso tempo , aperte al mercato. .  Servono quindi nuovi modelli di management e una forte innovazione istituzionale , capaci di riproporre il problema della gestione del patrimonio e delle attività culturali sulle basi di una partnership virtuosa e genuinamente liberale tra pubblico e privato. E' la via attraverso cui dare nuovo impulso al mercato, posti di lavoro ai laureati e ossigeno all'economia nazionale".

 

___________________________________________________

 Vuoi conoscere l'offerta formativa delle Università?
Consulta la bacheca post laurea!
_________________________________________________________