Lavoro

Nucleare sì, ma all’estero

13 Dicembre 2011

Studiare la materia di cui si è appassionati e tenere sempre le porte aperte per altre possibilità. Sono le strategie di Francesco Vitillo, romano classe 1987, una laurea in Ingegneria nucleare e un dottorato (in corso) presso il rinomato centro di ricerca di Cadarache, gestito dal Commisariat à l’énergie atomique francese. Per seguire la sua passione, Francesco si è infatti trasferito oltreconfine, dopo la laurea specialistica in Tecnologie energetiche da fonti nucleari conseguita presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma e la tesi svolta negli Usa, nel prestigioso Massachusetts Institute of Technology di Cambridge. A causare l’espatrio di un percorso di studio d’eccellenza, però, non è solo lo stop al nucleare sancito dagli italiani con il referendum di giugno 2011: per Francesco, che in Italia sogna di tornare, il problema è legato alla dignità dei giovani. “Chi inizia a lavorare in Italia – dice – deve ‘vendersi al migliore offerente’, vista la situazione in cui siamo come Paese”. Anche per quanto riguarda i dottorati l’offerta italiana non è delle più appetibili, a causa delle borse malpagate e di una scarsa considerazione dei titoli conseguiti. Allora via alla carriera francese, con una specializzazione spendibile anche al di fuori dell’universo del nucleare. “Fare prima qualcosa di più difficile per poi avere più facilità in qualsiasi altro tipo di lavoro – dice Francesco –: in questa prospettiva il nucleare è molto formativo da diversi punti di vista”.

Come mai hai scelto di studiare l’energia nucleare?
“Per via di un interesse personale di base, senza il quale penso che nessuno potrebbe portare avanti i propri studi. Poiché quella nucleare è una tecnologia particolarmente spinta ho pensato che l’andare a fondo in questo tipo di studi mi avrebbe dato e mi darà la possibilità di ‘rivendermi’ anche in altri campi, una volta approfondite bene le tematiche d’interesse in un settore così complesso. Insomma, si tratta di fare prima qualcosa di più difficile per poi avere più facilità in qualsiasi altro tipo di lavoro: sotto questa prospettiva, il nucleare è molto formativo”.

Questo tipo di aspettativa si sta realizzando?
“Se parliamo di sbocchi lavorativi la situazione in Italia è quella che è, soprattutto dopo il referendum di giugno: al momento il mercato lavorativo nel settore nucleare in Italia sembra fermo, dopo qualche anno di attività intensa. Ora sto facendo un dottorato di ricerca in Francia, e sicuramente la preparazione che ho avuto è stata importante per essere accettato qui, fare il mio lavoro attuale e proseguire il mio cammino formativo”.

Di cosa ti occupi nei tuoi studi attuali?
“Lavoro nel centro di ricerca Cea, il Commissariat à l’énergie atomique francese di Cadarache. Il dottorato è sulla termoidraulica negli scambiatori di calore compatti: si tratta di una materia che ha delle applicazioni nei reattori nucleari della quarta generazione ma che non è prettamente di tematica nucleare. Anche questa scelta è dettata dalla volontà di lasciarmi aperte più porte. Anche se sono interessato a continuare gli studi in campo nucleare, mi fa piacere seguire un dottorato che possa avere sbocchi diversi”.

Come mai hai scelto la Francia anziché l’Italia?
“Non ho mai preso in considerazione l’idea di fare un dottorato in Italia, per più motivi. Inizialmente, avevo la possibilità di fare un dottorato negli Stati Uniti, dove sono stato per cinque mesi, ma questa opportunità non si è concretizzata a causa dei problemi finanziari che hanno investito anche l’America. Per la materia di cui mi occupo, la Francia offre delle possibilità notevoli rispetto all’Italia, dove la parola ‘nucleare’ mette un po’ di paura. Inoltre, al di là di ogni retorica, c’è un motivo di tipo economico: il dottorato in Italia non è valutato bene in quanto titolo di studio. In Italia, se ti presenti con un dottorato sembra che tu abbia perso tempo che avresti potuto spendere meglio in un altro tipo di percorso. Inoltre il rimborso minimo che si riceve per un dottorato in Italia è sufficiente per restare a casa insieme ai genitori e fare una vita tranquilla, ma sicuramente non dà le possibilità offerte da un dottorato all’estero: su questo aspetto bisognerebbe interrogarsi”.

Cosa farai una volta concluso il dottorato?
“Non sono ancora riuscito a rispondere alla domanda sul cosa farò da grande. Mi farebbe piacere tornare in Italia, ma questo ha a che fare con una questione di dignità. Mi spiego: i giovani che iniziano a lavorare in Italia devono mettere da parte la dignità per ‘vendersi al migliore offerente’, vista la situazione in cui siamo come Paese. Il dottorato che sto facendo è iniziato da due mesi, ho tre anni davanti e spero che le cose miglioreranno e si potrà tornare in Italia in modo decoroso. Altrimenti, come si dice, siamo cittadini del mondo e continueremo ad esserlo”.

Prima del dottorato, hai fatto la tesi di laurea in un prestigioso istituto negli Usa. Come ci sei riuscito?
“Non avrei potuto ottenere quella possibilità da solo, perché la prima clausola richiesta dal regolamento era che ci fosse un contatto diretto tra professori. Quindi ho richiesto l’appoggio del mio professore di Roma e l’accordo con un professore dell’università in cui sono stato per fare la tesi, il Massachusetts Institute of Technology di Cambridge, dove ho trascorso 5 mesi”. 

Il tuo percorso di studi ti ha portato ad espatriare: se tornassi indietro rifaresti la stessa scelta?
“Sì, sceglierei la stessa materia: la scelta difficile è stata quella di portare avanti gli studi nel settore che mi interessa, sotto questo punto di vista sono contentissimo e non rinnego quello che ho fatto. In questo momento nessuno ha la certezza di trovare un lavoro e non è detto che un altro tipo di specializzazione mi dia più possibilità di quelle che ho al momento. L’essere contento della materia di cui mi occupo è già un gran bel passo avanti”.

 

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