Lavoro

Occupazione: uomini in corsa, donne al palo

12 Settembre 2011

“L’istruzione dovrebbe attenuare, se non eliminare le differenze di genere, soprattutto oggi che il numero delle laureate supera quello dei loro colleghi maschi. Eppure, questa inversione di rotta non c’è ancora stata, nel nostro Paese più che altrove. Siamo ben lontani dai livelli europei”. Va dritto al punto il professore Bruno Chiandotto, docente di Statistica all’Università di Firenze, che attraverso i dati delle indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazione dei laureati, ha realizzato uno studio longitudinale sulle differenze di genere (*).
“Le differenze - sottolinea il professore - si accentuano perfino nel lungo periodo, non solo per quanto riguarda la quota di occupati, ma anche in termini retributivi, a livello di contratto e di posizione professionale. Un fenomeno che interessa seppure in misura diversa quasi tutti i percorsi disciplinari sia tra laureati di primo livello che specialistici, a ciclo unico e pre-riforma”.

Parliamo della sua analisi, in che modo la questione delle differenze di genere interessa i laureati?
“L’analisi è stata condotta utilizzando i dati delle indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati pre-riforma degli anni 2000, 2001 e 2002 appartenenti a 24 atenei italiani, intervistati dopo uno e cinque anni dal conseguimento del titolo e che hanno dichiarato di lavorare in almeno una delle due rilevazioni: in totale 31.621 laureati appartenenti a 80 corsi di studio diversi. Sul complesso degli atenei, a un anno dalla laurea gli occupati sono circa 20mila (il 64% del totale), mentre a cinque anni dal conseguimento del titolo i laureati occupati sono circa 29mila (il 93,6% del totale). Analizzando i dati, emerge che la percentuale di laureate donne è nettamente superiore a quella dei colleghi (58% contro 42%). Gli unici gruppi disciplinari che registrano uno squilibrio a favore dei maschi sono Ingegneria (16,5% di femmine), Agraria (44,4%) e il gruppo Economico-Statistico (49,5%). Non solo, ma le femmine nella maggioranza dei casi conseguono il titolo più rapidamente dei maschi. Eppure, a un anno dalla laurea, la percentuale di donne occupate è pari al 62,4%, contro una percentuale di maschi è pari al 66,2%, e percepiscono una retribuzione marcatamente più bassa, 896 euro contro 1.094, con punte particolarmente accentuate per il gruppo Educazione fisica (775 contro 1.232) e il gruppo Medico (896 contro 1174)”.

E per quanto concerne altri aspetti quali, ad esempio, la stabilità?
“Tra gli occupati il lavoro precario ad un anno dalla laurea interessa più la componente femminile che quella maschile (31,5% contro 22,7%). Non solo, tra le occupate, la percentuale di donne che non utilizza affatto le competenze acquisite nel corso degli studi universitari è decisamente più elevata di quella dei maschi (15,5% contro 10,3%). Inoltre, a sfavore delle donne si registrano molti altri aspetti, tra questi, il tempo che intercorre tra il conseguimento del titolo e il primo impiego e la percentuale di occupate a tempo pieno che è nettamente inferiore a quella maschile (76,3% contro 88,7%)”.

In definitiva, i dati dimostrano in modo oggettivo che le donne sul mercato del lavoro sono più svantaggiate dei maschi. Ma qual è la percezione della condizione da parte delle laureate?
“Il grado di soddisfazione espresso dalle donne è molto più basso, per quasi tutti gli aspetti previsti nel questionario AlmaLaurea. In particolare, la coerenza tra professione intrapresa e studi fatti, le prospettive di guadagno e le prospettive di carriera. Anche in termini di soddisfazione globale nei confronti dell’attività lavorativa svolta le donne sono meno soddisfatte degli uomini, situazione questa che riguarda la quasi totalità dei settori disciplinari”.

E nel lungo periodo?
“Le disparità accertate a un anno dal conseguimento del titolo non sembrano attenuarsi col trascorrere del tempo. Infatti, l’esame delle risposte fornite dagli stessi soggetti intervistati a cinque anni dal conseguimento del titolo evidenziano, semmai, un accentuarsi delle disparità; tra le variazioni più significative va annoverato il mutato atteggiamento delle donne nei confronti dell’attività lavorativa svolta che si caratterizza per livelli più elevati di soddisfazione (per alcuni gruppi disciplinari anche superiori a quelli espressi dagli uomini) e per più basse percentuali di occupate alla ricerca di un nuovo lavoro: situazione questa che può essere interpretata positivamente se determinata da una ridefinizione delle proprie aspettative in termini rilevanza attribuita al lavoro retribuito rispetto a quello di cura familiare, ma che assume una connotazione del tutto negativa se risulta determinata da una sorta di rassegnazione rispetto a ‘regole di mercato’, scritte e non scritte, che favoriscono le diseguaglianze di genere”.

Eppure grazie alla riforma qualche passo in avanti è stato fatto?
“E’ innegabile che negli ultimi dieci anni, in Italia, ma anche in campo internazionale, si è assistito a un incremento notevole del numero di donne che raggiungono livelli di istruzione più elevati e che grazie a questi accedono maggiormente al mercato del lavoro. Ma questi progressi non eliminano il problema, in primis quello relativo alla conciliazione tra lavoro retribuito e lavoro di cura familiare, e non solo nel nostro Paese. Il Rapporto dell’International Trade Union Confederation (ITUC, 2009), che illustrata la condizione salariale accertata in 20 Paesi nel biennio 2007-2008, parla chiaro: la differenza salariale media a favore degli uomini è del 22,4%. Insomma la parità è un obiettivo ancora lontano. Basta esaminare i dati del XIII Rapporto sulla condizione occupazionale di AlmaLaurea”.

Osservando le performance dei laureati specialistici della XIII indagine AlmaLaurea, le differenze di genere permangono?
“Si riconferma quanto dimostrato dal mio studio: anche se le cose vanno meglio di qualche anno fa, le differenze fra uomini e donne, in termini occupazionali, permangono.  A un anno, lavorano 53 donne e 59 uomini su cento, e gli uomini sono sempre meno precari delle colleghe, 40 contro 31%. A tre anni le cose non cambiano: lavorano stabilmente 73 donne e 79 uomini su cento, il lavoro stabile resta una prerogativa tutta maschile, 71% degli occupati e il 54% delle occupate. Il guadagno è l’elemento distintivo per eccellenza. A un anno dal conseguimento del titolo, la retribuzione degli uomini è superiore del 29% rispetto a quella delle loro colleghe (1.229 euro contro 950). Tra il 2008 e il 2010 le donne hanno perso il 12% del loro potere d’acquisto, mentre gli uomini “solo” l’8%. A tre anni dal conseguimento del titolo, i maschi guadagnano il 28% in più (1.487 contro 1.163 euro)”.

Tirate le somme, in base alla sua indagine, e come confermano a grandi linee le ultime rilevazioni AlmaLaurea, le donne sono più brave, ma professionalmente svantaggiate?

“A fronte di un curriculum universitario relativamente migliore, votazioni più elevate, età alla laurea più basse e tempi di conseguimento del titolo più brevi, a un anno dal conseguimento le donne hanno tassi di occupazione più bassi; tempi di inserimento nel mercato del lavoro più lunghi; quote più elevate di lavoro precario e più basse di occupazione a tempo pieno. Usano molto meno le competenze acquisite; sono meno soddisfatte e hanno retribuzioni significativamente più basse. E le disparità non sembrano attenuarsi col trascorrere del tempo, anzi si accentuano”.

 

(*) Chiandotto B. (2010). Donne e mondo del lavoro: la condizione occupazionale delle laureate. Sta in Soldani S. (a cura di) Le donne nell’Università di Firenze. Percorsi, problemi, obiettivi. Firenze University Press.