Lavoro

Il phD, ma in Norvegia

09 Febbraio 2011

La scelta più azzeccata della sua vita? Frequentare la specialistica in Ingegneria elettronica al Politecnico di Torino. Luca Petricca, 25 anni di Sora, provincia di Frosinone, ne è più che sicuro. "E' un ottimo ateneo e un trampolino di lancio perfetto per l'estero".  Detto fatto, dopo la laurea, ha fatto le valigie ed è volato in Norvegia con una borsa da ricercatore in "Applied Micro and Nano Systems" al Vestfold University College, vicino Oslo. "Quando sono arrivato- racconta- ero, in assoluto, il primo laureato italiano di tutta l'università". 
E sulla possibilità di tornare un giorno in Italia, Luca, non si fa illusioni. "Sarei disposto anche a rinunciare a una parte dello stipendio che percepisco qui in Norvegia, ma solo se trovassi un posto da ricercatore . Ma la vedo dura, soprattutto nel mio settore".

Hai svolto la triennale in Ingegneria elettronica all'università di Roma Tre, come ti sei trovato?
"Mi sono trovato bene, è un ottimo ateneo. Anche la tesi di laurea mi è piaciuta. Ho svolto uno studio dal titolo, "Progettazione e analisi di un circuito a coincidenza per il miglioramento del rapporto segnale rumore di microfoni ad alta sensibilità". Tuttavia, al momento della scelta della laurea specialistica ho preferito cambiare ateneo e mi sono iscritto al Politecnico di Torino, a Ingegneria elettronica. Una decisione perfetta, che ha condizionato in positivo tutto il mio futuro".

Come mai ha preferito iscriverti al Politecnico di Torino?
"Sapevo che era un'ottima università e che laurearsi in ingegneria in un ateneo come quello, magari con il massimo dei voti, sarebbe stato un biglietto da visita di grande valore per le imprese non solo italiane, ma anche straniere. E così è stato. Sia dal punto di vista didattico, che a livello professionale le opportunità offerte sono molteplici. E' un ambiente internazionale estremamente prolifero. Al Politecnico i laureati non si consumano solo sui libri, ma progettano, portano avanti studi e ricerche che spesso hanno una risonanza mondiale. Certo, dura è stata dura, ma ne è valsa la pena. Mi sono laureato in tempo e con il massimo dei voti e sono perfino riuscito a fare l'Erasmus".

Dove sei stato in Erasmus?
"Sono partito per la Norvegia nel 2009 e ci sono rimasto per sei mesi. Non ho dato esami, perché li avevo conclusi in Italia, ma ho svolto delle ricerche per la stesura della tesi specialistica sulle micro e nanotecnologie. Ho scelto la Vestfold University College, vicino Oslo, proprio per l'attenzione dimostrata verso questo settore. Mi sono trovato molto bene. L'ateneo è ottimo, i docenti ti seguono passo dopo passo e ti incentivano a portare avanti i tuoi progetti. Sei premiato per quello che meriti e se hai delle buone idee. Basti pensare che negli esami scritti non comparare mai il nome del candidato: il professore corregge per esempio la prova del laureato numero uno o venti senza sapere chi sia. Insomma, ti giudicano solo sulla base di quello che produci. Magari la preparazione teorica non è più di tanto approfondita, soprattutto rispetto a quella impartita negli atenei del nostro paese. Non è un caso infatti che i laureati italiani siano così apprezzati all'estero. Ma dal punto di vista pratico non c'è paragone: in Norvegia s'impara facendo".

E una volta laureato, che cosa hai fatto?
"Dopo la tesi, sostenuta in Italia a novembre del 2009, sono ripartito immediatamente per la Norvegia. Mi era stato offerto infatti un PhD sempre al Vestfold University College. Non ci ho pensato due volte, ho compilato l'application su internet e ho preso il volo. Oggi lavoro su un progetto che mira all'ottimizzazione tecnologica dei nanoelicotteri, finanziato non solo dalle imprese, ma anche dall'università e dal Governo norvegese. Ecco la grande differenza rispetto all'Italia: qui la ricerca si fa eccome, si valorizzano i giovani e si investe sulle loro teste. Il contrario di quanto accade in Italia".

Con la lingua hai avuto problemi?
"In Norvegia parlano quasi tutti inglese. Quando sono partito, era una lingua che conoscevo poco, diciamo a livello scolastico. Per capirci, non ero in grado di vedere un film in inglese o di redigere un testo. Poi, prima con l'Erasmus e in seguito con il lavoro, ho imparato. Ora lo parlo in modo fluente e non ho problemi. Da questo punto di vista, credo che vivere all'estero sia la cosa migliore".  

Torneresti in Italia?
"Credo di sì, ma solo se ricevessi una buona proposta. Magari, rinuncerei anche allo stipendio che percepisco qui, ma deve valerne davvero la pena. Purtroppo, guardando a come vanno le cose in Italia oggi, la vedo improbabile. In Norvegia è diverso: un ricercatore ha un vero e proprio contratto di lavoro, ha quasi sempre un ottimo stipendio e la possibilità di lavorare per quello per cui ha studiato. Ad esempio, io ho un contratto di quattro anni e tutti i contributi versati. Inoltre, posso svolgere anche attività collaterali, di consulenza alle imprese e di docenza. In Italia la strada della ricerca è invece una corsa a ostacoli in cui non si vede mai il traguardo. Se fai domanda per un dottorato, intanto, non è detto che entri. E se sei fortunato e accade, al massimo sei uno stagista, poco pagato e alle sudditanze di qualche docente molto più anziano di te".

Che cosa pensi di AlmaLaurea? Credi che sia un buon sistema per avvicinare mondo del lavoro e laureati?
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AlmaLaurea e' un ottima iniziativa sopratutto in Italia dove il sistema accademico manca di una linea diretta con il mondo del lavoro. Infatti, finita l'università molti laureati non sanno da dove iniziare per la ricerca di un impiego. Tuttavia, penso che un sistema come questo dovrebbe cercare di farsi conoscere molto di più, informando i neolaureati e le aziende sulle sue grandi potenzialità. Spero che in futuro possa essermi utile per la ricerca di nuove opportunità professionali".