Università

Più bravi, ma ancora pochi: ecco chi sono i laureati italiani

01 Giugno 2012

Più giovani alla laurea, più assidui alle lezioni, maggiormente in corso rispetto al passato. Non solo: si è estesa l’esperienza di stage svolti durante gli studi, così come le opportunità di studio all’estero nelle lauree specialistiche. Ecco l’identikit dei laureati 2011 raccontati dall’ultima indagine AlmaLaurea. Il XIV Profilo dei laureati italiani ha coinvolto oltre 215.500 studenti ed ex studenti dei 61 Atenei aderenti da almeno un anno al Consorzio. Una documentazione, ateneo per ateneo e fino all’articolazione per corso di laurea, già on line, al servizio dei circa 400mila giovani (e delle loro famiglie) che si apprestano a scegliere se continuare o meno gli studi, iscrivendosi all’università. È il professor Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea, a presentare l’indagine.

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Professor Cammelli, cosa emerge dall’indagine AlmaLaurea sul profilo dei laureati italiani?

“Emerge un miglioramento delle performance dei laureati di ogni livello rispetto agli esami che abbiamo realizzato dal 2001 e dal 2004 in avanti. Ci sono una riduzione dell’età alla laurea, un miglioramento della regolarità negli studi, una maggiore capacità dei giovani di riuscire ad approfittare della possibilità di fare stage in azienda durante il percorso di studi – e questo ci dice che il mondo dell’Università e il mondo delle imprese, o almeno la parte migliore dei due, sta dialogando in modo positivo. Inoltre, sta aumentando il numero di giovani che compiono l’Erasmus e esperienze di studio all’estero. Questi sono elementi positivi. Dall’altro lato, invece, vediamo che l’analisi compiuta attraverso l’utilizzazione di valori riassuntivi – quelli che solitamente chiamiamo valori medi – dice pochissimo. La ‘media’, molto apprezzata dal grande pubblico e dai media per la capacità di sintetizzare fenomeni complessi, in questo caso non fa vedere differenze enormi non tanto fra ateneo ed ateneo, ma perfino all’interno del medesimo corso di laurea. Lo stesso corso di laurea fatto al Sud o al Nord Italia, in un diverso ateneo o in una diversa città, porta a risultati anche profondamente diversi dal punto di vista del voto degli esami e della regolarità degli studi. Le distanze di cui leggiamo sono così rilevanti che ci fanno riflettere e pongono un problema di carattere generale: come le università possono migliorare la valutazione degli esami e delle prove che svolgono i ragazzi, in modo tale che non ci sia il rischio di squilibri, iniquità e ingiustizie. L’ultimo problema che emerge, tra i tanti rilevanti, è la necessità di ripensare con attenzione a valutare le università. La valutazione è infatti un elemento sempre più importante, poiché le università saranno in qualche modo premiate per la capacità di ottenere un prodotto finito di qualità. Questo però ci sarà a partire da quella che è la qualità del prodotto in ingresso. È evidente che una università che fa una selezione formidabile agli accessi, non potrà che avere, al termine del percorso di studi, prodotti eccellenti: ma il Paese ha bisogno solo di eccellenze o ha bisogno anche di generalizzare un processo di formazione che riguardi un numero sempre più rilevante di giovani? La domanda è retorica, perché se guardiamo alle statistiche internazionali ci rendiamo conto che il nostro Paese è largamente in ritardo quanto a numero dei laureati. Noi abbiamo 20 laureati su 100 nella popolazione tra 24 e 35 anni di età, quando la media dei Paesi più avanzati è 38. Siamo molto in ritardo, talmente da non riuscire a recuperare, anche rispetto agli obiettivi che si è data l’Unione Europea per il 2020, i quali parlano di 40 laureati su 100. Tutti questi elementi pongono una questione centrale, che andrà esaminata: quella di comprendere se e come sia possibile migliorare la qualità della formazione senza però ridurre l’accesso agli studi e la generalizzazione degli studi universitari”.

Forse anche istituzioni, imprese ed economia devono credere ed investire di più nell’università e nella formazione?
“Non c’è dubbio, noi l’abbiamo già messo in evidenza e non siamo stati i soli. C’è, anche nel settore dell’imprenditoria, una parte che probabilmente segue ancora i vecchi schemi è che non è di grande impulso per la crescita del Paese. Ma, così come avviene per l’università e per ogni realtà del Paese, c’è anche una parte più avanzata, più generosa e con lo sguardo volto al futuro, che sta lavorando intensamente in questa direzione. È certo che il capitale umano formato seriamente, preparato e convinto di questa preparazione, diventa uno strumento fondamentale per il Paese e per la crescita. Non è un caso che studi realizzati non solo da noi ma anche, ad esempio, dalla Banca d’Italia, hanno messo in evidenza che dove l’imprenditore o il datore di lavoro è un laureato, ovvero ha una cultura più elevata, questa preparazione si trasforma, a parità di azienda, di settore merceologico e di numero di addetti, in una richiesta di laureati tre volte superiore a quella che avviene in un’azienda diretta da qualcuno che non è laureato. Questo, naturalmente, aiuta il Paese a crescere”.