Lavoro

La ricerca sì, ma non in Italia

01 Febbraio 2011

A 23 anni ha svolto una tesi sperimentale triennale in biotecnologie sanitarie che gli è valsa una pubblicazione su Blood, rivista americana di ematologia. A 24, si è specializzata e a 25,  ha conquistato una borsa di dottorato in dermatologia alla clinica universitaria di Lubecca in Germania.
Quello di Silvia Vidali, laureata in biotecnologie faramceutiche alla Facoltà di Farmacia dell´università di Padova, è un percorso a ritmo serrato che da Pordenone, dov'è nata, l'ha condotta nel mondo della ricerca, ma ben oltre i confini nazionali. "Ho scelto di fare il dottorato in Germania, perché in Italia la ricerca è ai minimi termini". Silvia è caustica, ma consapevole dell'ottima formazione universitaria che ha ricevuto. "Studiare in Italia- ammette- va bene. I nostri corsi di laurea sono eccellenti e dalle università italiane escono laureati preparati e multitask, molto apprezzati all'estero. Peccato, che poi il futuro vada costruito altrove".

Prima della specialistica in Biotecnologie farmaceutiche, hai scelto il corso triennale in Biotecnologie sanitarie, come ti è sembrato?
"All'inizio volevo frequentare Biotecnologie sanitarie, un corso interfacoltà dell'università di Padova. Ho fatto il triennio, che è unico, ma non sono rimasta soddisfatta.  Così, al momento della specialistica, tra biotecnologie mediche, farmaceutiche o alimentari, ho scelto il secondo indirizzo: mi avevano detto che era progettato molto bene. Ed era vero. E' stato un corso ottimo e con docenti preparati. Discorso totalmente opposto per le tesi di laurea.  Quella triennale mi é piaciuta molto: per l´argomento trattato e per la disponibilità dimostrata dal professore che mi ha seguita con attenzione. Tutto merito della sua mentalità, molto più simile a quella dei docenti stranieri. Tant'è, che ha messo il mio nome in una pubblicazione contenente parte della mia tesi, "Analisi degli effetti della proteina p13II del virus HTLV-1 sulla produzione di specie reattive dell'ossigeno" su una rivista specializzata americana. E in Italia, non è cosa da poco. La specialistica, invece, da questo punto di vista mi ha deluso: mi é piaciuto l´argomento di tesi, ma non l'ambiente. Diciamo che sono stata abbandonata a me stesse, la regola del premiare il merito non esisteva. E' a quel punto, che è maturata in me l'idea di lasciare l´Italia e al più presto".

Dopo la specialistica hai deciso di andare all'estero, come mai?
"Al momento della tesi sperimentale conclusiva dal titolo, "Attivita' farmacologica di 17-beta-estradiolo e genisteina in modelli cellulari di malattia LHON", ho capito chiaramente quello che volevo fare: lavorare nel mondo della ricerca. Così dopo la laurea, mi sono messa a cercare. Ho ricevuto un'offerta di pochi mesi dall'università, ma ho rinunciato. Nel frattempo, una mia compagna di studio, mi aveva infatti consigliato di fare domanda per una borsa di dottorato a Lubecca, in Germania, dove lei era già stata per realizzare la sua tesi di laurea. Così ho inviato la mia candidatura al reparto di dermatologia sperimentale della clinica universitaria di Lubecca e mi hanno presa".  

Come ti trovi?
" E' completamente diverso, qui ti gratificano, il tuo professore non è il solo a emergere come accade invece in Italia. Compari con il tuo nome, e ti rendono il merito per quello che fai.  Ti aiutano molto di più, ti seguono e se sbagli ti correggono, ma non ti condannano. Per non parlare, dei fondi destinati alla ricerca: tutta un'altra cosa, si investe sui giovani e sulle loro teste. Certo, io vengo pagata poco perché sto seguendo un PhD, ma non sarà un caso se la metà dei laureati del mio corso di laurea è all'estero. Quei pochi che sono rimasti in Italia e con cui sono ancora in contatto, non fanno che lamentarsi della situazione disastrosa in cui versa la nostra università".

Quindi, non pensi di tornare in Italia?
"Al momento no, visto che ho una borsa di studio di tre anni. Ad ogni modo, credo che resterò all'estero, probabilmente cambierò paese, ma dubito di tornare in Italia. Certo, è sconfortante, se avessi potuto, sarei rimasta. Magari, avrei fatto lo stesso un'esperienza oltreconfine, perché è formante e ti apre la mente, ma poi sarei tornata. Invece, dal momento stesso in cui mi sono laureata, tutti, dai compagni di corso ai docenti non hanno fatto che ripetermi, "Vai all'estero e non tornare, perché qui la ricerca non ha futuro". E avevano ragione, basta guardare a quello che sta succedendo all'università italiana e ai ricercatori da qualche mese a questa parte".

Cosa consigli ai laureati che come te vorrebbero lavorare nel mondo della ricerca?
"Se un giovane decide di restare in Italia, credo sia meglio che punti sul lavoro in impresa. Anche se, la crisi al momento ha obnubilato le prospettive professionali dei neolaureati. Ma se decidi di seguire la strada della ricerca pubblica, credo non ci siano alternative: bisogna andare all'estero. Studiare in Italia va bene, perché il livello dei docenti è molto alto, i corsi sono buoni, lo dimostra l'appeal che riscuotiamo all'estero. Ma dopo, se si vuole fare quello che piace, emergere, meglio prendere il volo".

Che cosa pensi di AlmaLaurea e delle sue indagini annuali, che scattano un'istantanea sulle performance formative e occupazionali di tutti i 62 atenei consorziati? Credi sia un sistema utile che avvicina laureati e mondo del lavoro?
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Credo sia un buon metodo per informare i ragazzi delle prospettive che li attendono e per tenerli aggiornati sulla qualità della vita in Italia. Per quanto riguardala ricerca del lavoro, penso che dipenda molto dal curriculum che si ha".