Lavoro

Scrutando il lato oscuro dell'universo

23 Maggio 2011

 Si chiama astrofisica la più grande passione di Marco Baldi, 31 anni, laureato in Fisica a Bologna con una tesi sulla cosmologia teorica. Il suo sogno? Diventare un ricercatore. Marco lo ha realizzato all'università di Monaco di Baviera dove oggi porta avanti le sue ricerche nel campo dell'energia oscura, ovvero "quella forma di energia che determina l'accelerazione dell'espansione dell'universo e di cui osserviamo solo gli effetti a grandi scale, senza averne ancora compreso l'origine e la natura microscopica".  Alle spalle, un dottorato al Max Planck Institute for Astrophysics di Monaco di Baviera e sette mesi all'università di Heidelberg con una borsa di ricerca, prima di rientrare a Monaco con un contratto post-doc presso l'università Ludwig-Maximilians."In Germania il mondo della ricerca è molto più dinamico che in Italia", spiega. "Nonostante la crisi ci sono più fondi, gli stipendi sono più alti e anche le possibilità di crescita per i giovani sono nettamente superiori. Certo, si tratta di un ambiente estremamente competitivo, in cui è necessario sostenere ritmi di lavoro molto intensi per stare al passo. Questo a volte può essere faticoso, ma è certamente anche molto stimolante".  

 Laurea in fisica teorica conquistata con il massimo dei voti a Bologna. Poi, l'ingresso nel mondo della ricerca, ma non in Italia. Come mai? 
"All'università di Bologna mi sono trovato molto bene, l'idea di andare all'estero è arrivata dopo. Mi interessava rimanere nel mondo della ricerca, in particolare nel campo della cosmologia teorica, e tra le varie possibilità ho anche considerato l'opportunità di fare un dottorato in Italia. Tuttavia, per una serie di circostanze, ho scelto di proseguire gli studi a Monaco di Baviera. Essendomi laureato a dicembre del 2004, infatti, per frequentare un dottorato in Italia avrei dovuto attendere l'anno successivo, ovvero fine 2005 quando sarebbero stati pubblicati i nuovi bandi. L'idea di stare fermo tutto quel tempo non mi piaceva, così ho deciso, anche su suggerimento del mio relatore di tesi, di inviare alcune domande in diversi centri di ricerca in Germania. Mi hanno accettato quasi subito al Max Planck Institute for Astrophysics di Monaco di Baviera, offrendomi una borsa di tre anni, fino a Settembre 2008, prorogata poi di altri sei mesi per consentirmi di terminare la tesi e di sostenere l'esame di dottorato".

 Poi, sei entrato all'università di Heidelberg
"A marzo del 2009, concluso il dottorato, mi sono trovato ancora una volta in mezzo al guado.  Per accedere a posizioni post-doc avrei dovuto di nuovo attendere qualche mese, così ho presentato domanda all'università di Heidelberg, che con il Max Planck Institute for Astrophysics ha una stretta interazione, e con la quale avevo già collaborato durante tutto il periodo del PhD.  Ho così ottenuto un contratto di ricerca temporaneo, della durata di sette mesi, per completare presso l'Istituto di Fisica Teorica dell'Università di Heidelberg alcune parti specifiche del progetto di ricerca sviluppato negli anni precedenti. Sono state esperienze molto formative e professionalizzanti. Sia il Max Planck Institute for Astrophysics che l'Istituto di Fisica Teorica di Heidelberg sono centri di alto livello nel settore della cosmologia teorica e computazionale, che attraggono studenti e ricercatori da tutto il mondo e che sono diretti da alcuni dei più rinomati scienziati del settore a livello internazionale."

Che idea ti sei fatto in questi anni trascorsi all'estero del mondo della ricerca in Italia?
"Pur non avendo mai lavorato in Italia, in questi anni ho intrattenuto rapporti di collaborazione scientifica con diversi istituti di ricerca italiani, presso i quali ho anche trascorso alcuni periodi di visita. Penso quindi di essermi fatto un'idea, per quanto indiretta, della situazione della ricerca nel nostro paese. La differenza con l'estero, in particolare con la Germania che è il mio termine di paragone, è lampante, soprattutto dal punto di vista degli investimenti e delle risorse. Ed è ovvio che dove ci sono più fondi, ci sono anche maggiori opportunità per i giovani. La gestione della ricerca è molto più dinamica che in Italia e le risorse, da ogni punto di vista, sono nettamente superiori, nonostante la crisi. Ad esempio, all'università di Monaco di Baviera sto lavorando su un progetto avviato nel 2006, che era stato inizialmente finanziato per un periodo di 4 anni. Nel 2010, quindi in piena recessione, abbiamo presentato domanda per l'estensione del finanziamento per un ulteriore periodo di 4 anni richiedendo per la nuova fase del progetto circa il triplo dei fondi che erano stati stanziati a inizio lavori. Una commissione di esperti internazionali istituita appositamente per valutare sul piano scientifico il nostro progetto ha espresso un parere positivo, e questo è stato sufficiente ad ottenere i fondi richiesti. Per non parlare degli stipendi, dei riconoscimenti che ricevi se sei capace e delle opportunità di crescita che ti vengono offerte. In Italia purtroppo la carenza di fondi e di strutture adeguate rende molto difficile fare ricerca e ancora più difficile sostenere la competizione con realtà estere meglio finanziate e meglio organizzate. Per questo motivo molti ricercatori partono e pochi arrivano. Il problema infatti non sta tanto nella cosiddetta fuga di cervelli, che rappresenta la assoluta normalità nel mondo della ricerca, quanto piuttosto nel fatto che le nostre università non riescono sistematicamente ad attirare ricercatori stranieri. ".

 Come mai secondo te?
"Alla base c'è un problema strutturale. Pochi investimenti a lungo termine, mancanza di strutture adeguate, stipendi troppo bassi e molta, troppa burocrazia. Inoltre, una certa chiusura ed autoreferenzialità del sistema e procedure di reclutamento spesso oscure contribuiscono a disincentivare l'arrivo di ricercatori stranieri. Si sente spesso dire che il sistema di ricerca italiano  è aperto in uscita e chiuso in entrata. Questo è generalmente vero, e non è solo un problema di fondi, ma anche di volontà politica. Ad esempio, i bandi indetti dai nostri atenei  per l'assegnazione  di posizioni di ricerca di qualsiasi livello sono spesso scritti solo in lingua italiana, e raramente vengono pubblicati sui principali circuiti internazionali di job advertisement, risultando così accessibili solo ad un ambito "locale". Tutto questo contribuisce ad isolare il nostro sistema accademico e a renderlo meno appetibile per i ricercatori stranieri, nonostante il generale  apprezzamento di cui ricercatori e docenti italiani godono all'estero. In Italia si fa molta buona ricerca, con diverse punte di eccellenza, nonostante tutte queste difficoltà. È però indubbio che questo non basti per sostenere la competizione con paesi in cui le condizioni di lavoro per i ricercatori sono molto più favorevoli. Anche nel campo della cosmologia, per restare al settore che conosco più da vicino, ci sono in Italia diversi centri molto validi che per mancanza di fondi faticano ad andare avanti e a sfruttare pienamente il potenziale costituito dai loro tanti validi ricercatori. Un altro punto che vorrei sottolineare è quello della responsabilità individuale nella gestione dei fondi. All'estero, per quanto ho potuto vedere, i fondi vengono assegnati direttamente ai research group leaders che decidono in piena autonomia come usarli. Anche il reclutamento di personale scientifico viene spesso deciso unilateralmente, in base alle proprie esigenze e ai propri criteri, dal responsabile di un determinato progetto o settore di ricerca, che se ne assume la responsabilità personale, e del cui esito sarà tenuto a rispondere in  occasione di periodiche valutazioni della produzione scientifica. In Italia tutto passa invece attraverso complicate procedure di selezione tramite la valutazione di apposite commissioni che rendono il processo di reclutamento molto più oscuro e soprattutto consentono di evitare qualsiasi assunzione individuale di responsabilità per scelte che si rivelassero sbagliate ".

Torneresti in Italia?
"L'idea di tornare in Italia l'ho sempre presa in considerazione, cercando di trovare una sintesi tra aspirazioni professionali e desideri personali. In fondo mi sento ancora molto legato al mio paese e non sono mai riuscito, o forse non ho mai voluto, chiudere la porta alle mie spalle. Diciamo che sto valutando questa possibilità più per motivi di ordine personale, viste le incertezze in cui versa la ricerca in Italia in questo momento, anche se non nascondo l'ambizione di provare a mettere a disposizione l'esperienza maturata in questi anni all'estero per contribuire alla competitività della ricerca nel mio paese. Detto questo, in Germania mi trovo bene, lavoro a stretto contatto con studiosi internazionali e faccio ricerca in un settore che mi appassiona. Il macrotema è sempre la cosmologia, nello specifico sono impegnato nello studio dell'energia oscura, una forma di energia che determina l'accelerazione dell'espansione dell'universo e sulla cui natura non abbiamo ancora alcuna certezza. Si tratta di un problema aperto su cui stanno investendo moltissimi centri di ricerca di tutto il mondo, e che certamente richiederà molto lavoro nei prossimi anni".

Cosa pensi di AlmaLaurea? Può servire come ponte tra il mondo delle università e il mercato del lavoro?
"Credo che AlmaLaurea possa avere un grosso potenziale. Rappresenta un link molto utile tra le competenze che l'università genera e le esigenze espresse dalle imprese. In questo senso, credo svolga una funzione importante che non appartiene, come spesso si crede, all'università, e che è bene rimanga distinta dall'università stessa. Gli atenei infatti non sono scuole professionali che formano persone per il mondo del lavoro. L'università non può e non deve essere asservita alle esigenze delle imprese e del mercato del lavoro, altrimenti perde il suo valore aggiunto principale, ovvero essere promotrice di cultura, strumento di educazione e di formazione delle menti di domani. Lo scopo dell'università pubblica deve rimanere quello di veicolare cultura e conoscenze, di preparare i giovani, renderli flessibili, colti, aperti al confronto e capaci di inserirsi in realtà lavorative differenti. Credo insomma che l'Università italiana dovrebbe continuare a formare cittadini colti e critici piuttosto che specifiche figure professionali, lasciando ad altri il compito di trovare ai nuovi laureati una adeguata collocazione professionale".