Lavoro

"La sfida del futuro si gioca sul capitale umano"

19 Aprile 2011

"AlmaLaurea è un sistema molto utile che può illuminare la strada non solo a accademici, professionisti, politici o economisti, ma anche agli studenti e, soprattutto, ai loro genitori, spesso chiamati a orientare i figli sulle scelte future senza avere gli strumenti corretti per farlo". 
Il dottore Piero Gnudi, Presidente dell'Enel, intervenendo alla Conferenza Internazionale, Capitale umano e occupazione nell'area europea e mediterranea, promossa da AlmaLaurea e AlmaMater, il 10 e l'11 marzo a Bologna, entra nel vivo dei rapporti tra mondo della formazione e esigenze delle imprese riconoscendo l'importanza del lavoro svolto dal Consorzio.  "In Italia spendiamo poco in formazione e abbiamo laureati che non rispondono alle esigenze del mercato produttivo. Vuol dire che spetta alle imprese poi preparare direttamente in loco le persone. E' un dispendio di energie inutile e che danneggia tutti". Per Gnudi, questo mancato dialogo, "è una questione importante su cui tutti dovremmo fermarci a riflettere perché, se resta irrisolta, penalizza il paese intero". "La sfida oggi- avverte infatti il Presidente- si gioca sul capitale umano. Il paese che avrà risorse meglio preparate sarà quello che riuscirà a tirare le fila del futuro".

Lo sviluppo del settore energetico è oggi una leva economica molto importante, un'ancora di salvezza per il nostro paese. In questo quadro, come giudica gli investimenti in energie rinnovabili che molti paesi dell'area Euro mediterranea stanno cercando di portare avanti?
"Tutti i paesi del mondo stanno cercando di usare la linea delle energie rinnovabili come volano per lo sviluppo economico. In realtà, il posto ideale per implementarle è proprio la sponda del sud del Mediterraneo. Esiste un progetto, Desertec, per la costruzione di una rete di centrali e infrastrutture per la trasmissione di energia elettrica a lunga distanza finalizzate alla distribuzione in Europa dell'energia prodotta da fonti rinnovabili, in particolare il solare raccolto nei deserti del Sahara e del Medio Oriente tramite la tecnologia del solare termodinamico e l'energia eolica prodotta sulle coste atlantiche. Una joint venture, capitanata dalla Fondazione Desertec, a cui partecipano diverse imprese del settore di Spagna, Francia e Marocco, e cui da marzo 2010 ha aderito anche Enel Green Power. Il punto è promuovere attraverso questa iniziativa gli investimenti, 400miliardi di euro, in energie rinnovabili proprio nei paesi dell'Africa. L'operazione, ha un doppio vantaggio: da un lato, aiuta i paesi europei a raggiungere i limiti del 2020 stabiliti dal protocollo di Kyoto, dall'altro, crea un canale per lo sviluppo e la crescita occupazionale di questi territori".

Una risposta concreata alle necessità avvertite con sempre maggior urgenza nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo?
"Il punto è proprio questo fare investimenti concreti soprattutto in queste aree. A dire il vero, la cosiddetta Primavera araba si poteva prevedere perché in questi paesi, mentre cresceva il livello di istruzione e si amplificava il senso di libertà, di contro non aumentavano i posti di lavoro e non miglioravano le condizioni di vita delle popolazioni. E la colpa è dell'Europa che in questi anni ha fatto pochi investimenti, il che è andato poi a nostro svantaggio. Lo stiamo vendendo, sono popolazioni che hanno un estremo bisogno di capitali e know how, di iniezioni di risorse capaci di creare benessere economico e sociale, migliorando le loro condizioni di vita. Se questo non avverrà in tempi brevi, interessando la maggior parte delle popolazioni che abitano in queste aree, ci ritroveremo come paesi dell'Unione Europea a dover affrontare delle situazioni di forte emergenza. Un assaggio lo stiamo avendo proprio con i recenti flussi migratori".

 La dipendenza energetica del nostro paese è un fardello che pesa, soprattutto oggi, viste le rivolte che stanno interessando i paesi della sponda sud del Mediterraneo, facendo schizzare alle stelle il prezzo delle materie prime. In questo senso, lei lo ha detto in più occasioni, si dovrebbe spingere su due fronti: lo sviluppo delle energie rinnovabili, ma anche il nucleare. La crescita di questi due mercati potrebbe portare, a suo avviso, anche a un aumento delle possibilità occupazionali offerte dal nostro sistema paese ai laureati italiani? E come valutare tutto questo alla luce di quanto è accaduto in Giappone?
"Certamente. Rinnovabili e nucleare sono per l'Italia due ambiti molto importanti di crescita economica. Di conseguenza, sono anche un volano per l'occupazione dei giovani laureati. La nascita di questi mercati chiede per forza di cose nuovi professionisti, laureati preparati, capaci di lavorare in contesti internazionali estremamente competitivi. Non a caso in tutto il mondo stanno lavorando sì sul fronte delle rinnovabili, ma anche sul nucleare. In Italia la situazione è più complessa: noi avevamo le centrali e all'epoca eravamo all'avanguardia. Poi, per 20 anni, a seguito dell'incidente di Cernobyl, ma soprattutto perché il prezzo della benzina era molto basso, abbiamo detto stop al nucleare. Ma gli eventi che hanno colpito il sud del Mediterraneo, ci mettono difronte alla necessità di poter avere una minore dipendenza dal petrolio e dal gas, quindi il ritorno al nucleare, penso per il futuro, sia una strada obbligata, un nucleare sicuro che sappia adottare tutti gli strumenti di sicurezza che consentano di evitare incidenti come quelli verificatisi in Giappone. In Italia possiamo cercare già di ricostruire quella filiera di know how che avevamo e che purtroppo abbiamo perso. Ma sono fiducioso, credo che in Italia ci siano le condizioni per ricostruirla e anche rapidamente grazie all'ottima formazione offerta dalle nostre università e puntando su giovani e imprese".

La distanza tra mondo del lavoro e università in Italia è ancora molto presente. Lo conferma il fatto che, come dimostrano i dati di AlmaLaurea, sono sempre di più i laureati che dopo gli studi scelgono di andare a lavorare all'estero.  Insomma, un dialogo mancato: c'è un colpevole secondo lei?
"Credo che lo sbaglio non sia mai solo da una parte. Università e mondo delle imprese nel corso del tempo si sono chiuse sempre di più nel loro guscio e l'autoreferenzialità, si sa, non fa mai bene. Il problema è sicuramente importante e non coinvolge solo il nostro paese, anche se in Italia la questione è un po' più grave. I laureati se ne vanno all'estero perché non trovano un'occupazione e una retribuzione adeguata al loro titolo di studio. Ma dobbiamo pensare anche al tipo di struttura industriale che abbiamo, ovvero fatta in larga misura da medie, piccole e perfino micro imprese che faticano certamente di più a rapportarsi con il mondo dell'università. Per contro, abbiamo un ambiente accademico molto curioso, che di per se è un bene, ma con una governance non ottimale, tant'è che spesso resta imbrigliato in rigide strutture burocratiche. Tutto questo non agevola certo il dialogo tra università e imprese. E il risultato è sempre dannoso per tutte le parti coinvolte".

In Italia il 41% dei dirigenti ha solo la scuola dell'obbligo, contro il 18% della media europea. Vuol dire che chi prende le decisioni nel settore privato e pubblico sull'allocazione delle risorse nel nostro paese ha un livello di istruzione molto basso. Secondo lei, questo rende più problematica la comprensione del valore aggiunto che un titolo di laurea è in grado di offrire al sistema paese?
"Il punto è sempre quello: le nostre sono aziende di prima generazione. A capo delle imprese in gran parte ci sono ex operai o ex dipendenti che nel tempo e lavorando sodo sono riusciti a costruirsi un futuro diverso dai loro genitori. Se oggi l'Italia è una delle economie più industrializzate del mondo è grazie ai loro sforzi e impegni, sacrifici che ora molti giovani non sarebbero in grado di rifare. Ma oggi questo non è più sufficiente. Il mondo è cambiato, la globalizzazione ha aperto un mercato internazionale sempre più competitivo. Le imprese che vogliono stare al passo devono per forza di cosa impiegare profili professionali sempre più specializzati e di alto livello. Vuol dire che i nostri futuri imprenditori dovranno avere percorsi formativi diversi dal passato, che prevedano studio universitario, stage, conoscenza delle lingue e esperienze all'estero".

In questo scenario il lavoro svolto da AlmaLaurea, secondo lei, è strategico per lo sviluppo del nostro sistema paese e dell'area Euro Mediterranea?
"Certo è un esempio da fa conoscere e che potrebbe risultare molto utile, anche se venisse applicato nei paesi del Mediterraneo. Questo perché ci permette di avere un sistema di informazioni esaustivo e attendibile che fotografa le evoluzioni del sistema formativo e le performance ottenute dai nostri laureati una volta usciti dall'università. Grazie  a AlmaLaurea chiunque può sapere se quel titolo permetterà o meno di trovare lavoro. Sono dati importanti che vanno letti e interpretati con attenzione: è uno strumento che illumina la via non solo quella dei laureati, degli accademici o degli uomini politici, ma anche e soprattutto dei genitori che spesso sono chiamati a orientare i loro figli sulle scelte future, ma non hanno gli strumenti corretti per farlo".