Lavoro

Stati Uniti, la terra delle opportunità

27 Agosto 2012

Gli Stati Uniti sono ancora la terra promessa? Forse non è più così, o, almeno, non lo è come ai primi del Novecento. Ma sono ancora la “land of opportunity”, che sa premiare chi ha talento, a prescindere dal passaporto e anche dall’età. Lo dimostra la storia di Valeria Pugliese, 25 anni e un 110 e lode alla magistrale in Economia aziendale presso l’Università della Calabria. Nel settembre del 2010, grazie a un programma di scambio interuniversitario, Valeria da Cosenza è partita alla volta del Wisconsis. Alla University di Parkside avrebbe dovuto rimanere solo un semestre, ma poi è scattata la scintilla: altri sei mesi di corsi, un internship presso un’azienda leader nella produzione di sistemi termici, quindi un lavoro di prestigio, che le ha consentito anche di iscriversi a un master in Business administration. “In Italia a 25 anni credono che sei ancora una ragazzina e che devi aspettare il tuo turno – racconta via Skype –, mentre negli Stati Uniti ti premiano per il merito e per il talento, dandoti posizioni di responsabilità”. Da giugno scorso, dopo aver conseguito l'MBA, Valeria  ha iniziato a lavorare per CNH - Case New Holland - la divisione di mezzi agricoli ed edili della FIAT. L'azienda e' situata in Racine. "Mi occupo di marketing del prodotto nel Nord America e nel Canada".

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Come mai durante la specialistica in Economia aziendale hai scelto di trasferirti negli Usa?
“Gli Stati Uniti sono sempre stati il mio sogno personale. Quando all’Università della Calabria si è aperta la possibilità di partecipare al bando Fairmont Most, io mi sono iscritta. Grazie al merito ho vinto una borsa di studio e nel settembre del 2010 sono partita. La mia intenzione era di fare un solo trimestre e di tornare. Però dopo mi sono affezionata a questa realtà, mi è piaciuta l’università, ho visto che c’erano un sacco di opportunità anche per me e così ho deciso di rimanere anche il secondo semestre”.

E dopo che cosa è successo?
“Mi sono iscritta a un Mba, che terminerò il prossimo maggio, e ho iniziato a lavorare. Dopo un anno di residenza, gli Stati Uniti danno infatti agli studenti internazionali la possibilità di lavorare. Io ho avuto l’autorizzazione lo scorso settembre. Ho fatto un colloquio presso un’azienda italiana, la Seda Group, che ha aperto uno stabilimento proprio qui vicino a Kenosha. La Seda, intravedendo in me un potenziale elemento su cui investire, dato anche dal fatto che frequento il master e conosco più lingue (italiano, inglese e spagnolo), mi ha assunta. È una bella azienda, la sede centrale è a Napoli, ma ha stabilimenti in tutta Europa e ora anche negli Stati Uniti”.

In che settore è l’azienda? E qual è la tua mansione?
“L’azienda si occupa di packaging, qui negli Stati Uniti per ora lavora per McDonald’s.  Io sono nel settore delle risorse umane e sono coinvolta nella pianificazione aziendale. Mi occupo dell’organizzazione e della formazione del personale, delle buste paga, delle interview e della selezione”.

Dopo il master pensi di tornare in Italia o vuoi rimanere negli Stati Uniti?

“Francamente non so se rimarrò a lavorare alla Seda negli Stati Uniti o nelle filiali europee. Io, comunque, mi sento competitiva e sono disposta ad andare dove mi offriranno le migliori opportunità. Sicuramente sono orgogliosa di lavorare per un’azienda italiana perché è come se dessi un contributo al mio paese. Se negli Stati Uniti mi proporranno qualcosa che compensi il fatto di vivere in un Paese straniero, allora rimarrò. Ovviamente preferirei dare il mio contributo all’Europa e all’Italia…”.

Gli Stati Uniti ti stanno dando molto anche dal punto di vista personale. Per esempio, sei stata eletta presidente del club internazionale degli studenti della University of Wisconsis Parkside. Che cosa comporta?
“Questa è un’esperienza bellissima, ma anche molto impegnativa. Comporta l’organizzazione di eventi culturali a carattere internazionale. C’è da gestire un budget di 20-30mila dollari, quindi non si scherza. Adesso dobbiamo curare un festival che dura una settimana e si conclude con una cena per 300 invitati. Io sono a capo dell’organizzazione, devo gestire persone, fondi, contatti con i fornitori. A livello sociale devo però dire che preferisco i rapporti che si instaurano in Italia, che sono più informali. Per come sono abituata io, in Italia basta uscire per incontrarsi con gli amici, qui bisogna pianificare tutto, non esiste la spontaneità e le persone sono un po’ più rigide. Ma ci sono pro e contro: i vantaggi sono che nessuno si impiccia negli affari tuoi, i contro che a volte ti manca un po’ di affetto, di calore”.

E dal punto di vista universitario, quali differenze hai notato tra Italia e Stati Uniti?
“Partiamo dal fatto che io seguo corsi con 20-25 studenti per classe, quindi c’è un rapporto stretto con i professori, che ti seguono anche oltre le ore di lezione. Ora sto seguendo un corso che è tenuto dall’ex-amministratore delegato della Johnson Bank. Nelle sue lezioni parla di leadership, di come diventare eccellenti manager, dei reali problemi che si incontrano nel gestire un’azienda, con un punto di vista molto pragmatico. I professori tendono molto a cercare il confronto con gli studenti, stimolano la discussione e ci invitano a trovare soluzioni su casi concreti”.

Conosci AlmaLaurea? C’è negli Usa un servizio che fa da ponte tra laureati e mondo del lavoro?
“AlmaLaurea è sicuramente un servizio utilissimo e conosco persone che hanno trovato lavoro proprio attraverso AlmaLaurea. Qui però funziona in maniera diversa, perché in ogni università ci sono dei ‘career center’ che si occupano di mettere in contatto i laureati con il mondo del lavoro: aiutano a compilare il curriculum, preparano ad affrontare i colloqui e danno specifiche informazioni sul ciò che le aziende offrono e cercano”.