Lavoro

“L’università mi ha reso uomo”

07 Novembre 2011

La storia di Aman Yihdego inizia ad Asmara trentasei anni fa. Laggiù è rimasto solo due anni, poi, rincorso dalla guerra, è andato a Addis Abeba, il Cairo, Alessandria d’Egitto. Il suo viaggio in Italia è cominciato a Bergamo, quindi Livorno, in un istituto gestito dalle suore, e infine Roma, dove dai nove ai diciotto anni è cresciuto e si è fatto uomo alla Città dei ragazzi, un centro d’accoglienza per giovani italiani e stranieri in difficoltà, creato nel 1953 dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing e caratterizzato da un sistema innovativo di educazione, quello dell’autogoverno, cioè della partecipazione attiva di ogni ospite alla vita pubblica e decisionale della comunità. Alla Città dei ragazzi Aman, energia e simpatia da vendere, ha fatto il “sindaco” e “l’assessore alla finanza”, ha preso il diploma da programmatore, mentre oggi ci lavora come docente e tecnico presso la Scuola di tecnologie informatiche. Ma a dare una vera e propria svolta a una vita che sembra un film con l’happy end (“Sono stato anche campione italiano di salsa – racconta – ho aperto una mia scuola di danza, ma ho avuto anche momenti parecchio difficili”) è stata l’università, che per lui ha rappresentato un momento di vera crescita, l’occasione per rivivere il suo passato e dare un senso alla vita: “È  stata quasi come una psicoterapia, mi ha aiutato a capire che non sono solo”. Nel 2010 Aman si è laureato presso la Libera Università degli studi Maria Santissima Assunta (Lumsa) di Roma alla triennale di Scienze dell’educazione e della formazione nel corso per educatori professionali e ora sta per finire gli ultimi esami della specialistica in Programmazione e gestione dei servizi educativi e formativi. Progetti per il futuro? “Mi piacerebbe gestire una casa-comunità e, perché no?, magari prendermi anche la laurea in Informatica”.

Non è facile riassumere in poche righe una vita come la tua. Partiamo dall’università: come mai a 31 anni hai deciso di iscriverti a Scienze dell’educazione?
“Ho  iniziato il mio percorso di studio perché sentivo un bisogno formativo. Il mio sogno era quello di diventare ingegnere informatico, forse solo perché l’informatica era il campo nel quale meglio mi muovevo dopo tutte le ore passate nel laboratorio multimediale alla Città dei ragazzi. Ma ingegneria non si conciliava con la necessità di lavorare per sopravvivere, dal momento che è richiesta la frequenza obbligatoria. Così, quando grazie a una convenzione con la Città si è aperta la possibilità per noi educatori di frequentare il corso alla Lumsa, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione. Ma non è detto che in futuro non faccia anche Informatica…”.

Intanto stai per concludere anche la specializzazione, conciliando studio e lavoro. Come fai?
“Mi mancano gli ultimi sei esami più due laboratori e sto già preparando la tesi, che dovrei discutere a luglio. Per me è un orgoglio, sono l’unico degli amici con cui sono cresciuto a essermi laureato e ho pure una casa mia, anche se per ora non ci vivo perché non posso permettermela e l’ho affittata per pagare il mutuo. Dove trovo il tempo di studiare? Per fortuna ho una memoria fotografica, studio la sera o nei weekend. E considera che oltre al lavoro alla Città dei ragazzi il lunedì, il mercoledì e il venerdì, il martedì e il giovedì sviluppo siti internet e faccio assistenza tecnica, mentre spesso di sera con la mia compagna do lezioni private di salsa. Ma studiare mi risulta facile, anche perché ritrovo molte cose che faccio per lavoro o che ho vissuto personalmente”.

L’hai scritto anche nella tesi: grazie allo studio la tua vita ha iniziato a riempirsi di nuovi significati. Cioè?
“Prima dell’università ero molto arrabbiato, superficiale, scontroso e non riuscivo veramente a stare con gli altri. Anche se allora mi sentivo il ‘meglio del meglio’, in realtà ero uno ‘sfigato’ e avevo quella che Kierkegaard definisce una ‘vita estetica’: se c’era da fare il ‘piacione’ con le ragazze lo facevo, se c’era da lavorare facevo le mie ore e me ne andavo. In realtà vagavo nel buio senza una meta e correvo il rischio di cadere nel vuoto. Grazie all’università e alle materie studiate, ho ripercorso la mia vita e le ho dato un senso, ho capito il valore dell’essere umano, ho capito che l’importante non è avere soldi e che senza consapevolezza un disagio non si può superare. Per me l’università è stata come andare dallo psicoterapeuta e ogni volta che preparo un esame rinasco”.

Dopo esserci cresciuto, oggi alla Città dei ragazzi ci lavori: come ti trovi a essere “dall’altra parte”, nel ruolo dell’educatore?
“Oggi mi occupo dei corsi di informatica. Faccio lezione a 36 ragazzi, ma in un modo tutto mio, peer-to-peer. Io do le basi, sull’hardware, il sistema operativo, il funzionamento dei vari programmi da Website a Photoshop, ma poi voglio che i ragazzi utilizzino il computer per raccontare la loro storia e confrontarla con quella degli altri. Io credo che l’educatore debba esserci e non esserci, essere presente ma non assillante, perché il suo compito principale, come diceva la filosofa e pedagogista Edda Ducci, è di aiutare l’educando a scoprire il senso del suo essere uomo, lasciandolo libero di scegliere. È quello che provo a fare anche in estate, quando faccio il coordinatore nelle vacanze-studio organizzate da Meridiano per i figli dei dipendenti pubblici. Attraverso giochi, cacce al tesoro, film, invito i ragazzi a conoscere il posto e a conoscersi tra di loro. Sai che cosa ho scoperto? Che questi giovani sono di una sensibilità, un’intraprendenza e una cultura che non mi aspettavo”.

Progetti per il futuro?
“Io sono felice di quel poco che ho, perché questo poco è tanto per dare un senso alla mia vita. Ma con la laurea alla magistrale diventerò responsabile di comunità. La mia idea sarebbe aprire una Città dei ragazzi in piccolo, basata sempre sull’autogestione ma in un ambito più ristretto. Vorrei aiutare chi vive nel disagio a studiare non solo fino alle superiori, ma dando ai più meritevoli borse di studio per l’università. Ma servono finanziamenti…”.

L’ultima domanda è di rito: conosci AlmaLaurea?
“Aspettavo che me lo chiedessi, perché di AlmaLaurea sono un vero appassionato. Vado spesso sul sito e leggo le interviste che fate, perché mi sono utili per confrontarmi con le esperienze degli altri”.