Università

Vittadini: “Tutte le Università in AlmaLaurea”

19 Aprile 2011

In un recente articolo apparso sul Times Higher Education viene presentato il sistema AlmaLaurea come best practice: una “bella figura”, titola l’autorevole rivista, del nostro paese. Ma come far sviluppare al meglio questo modello?
“Due passaggi: l’uno dal basso, l’altro dall’alto. Che le altre università che ancora non vi aderiscono lo facciano: ci metterebbero molto di più e spenderebbero molte più risorse se tentassero di perfezionare altri sistemi invece di aderire e integrarsi in AlmaLaurea. Secondariamente  il Miur deve dare attuazione a quanto ha deliberato il ministro Moratti: costruire intorno ad AlmaLaurea l’anagrafe dei laureati del sistema universitario italiano”.

Importante, lei sostiene, che il sistema AlmaLaurea rimanga “sussidiario”, ovvero sia governato e amministrato dalle università che hanno dato prova di aver saputo offrire in Italia e in Europa un modello efficace al servizio di laureati, mondo delle imprese e di chi ha responsabilità di governo.
“Si critica tanto il sistema universitario italiano e laddove le università mostrano una capacità di aggregarsi dal basso e di dar vita a un servizio, un’infrastruttura invidiata all’estero, si pensa che il ministero possa sostituirla. Mi sembra semplicemente assurdo anche perché il ministero o i ministeri hanno mille altre incombenze e non avrebbero le risorse umane e materiali per continuare tale servizio in modo efficiente ed efficace”.

Sempre più diffusa è la consapevolezza che l’informazione gioca un ruolo fondamentale nel favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e di competenze. Con questa motivazione la recente assegnazione del premio Nobel a Peter A. Diamond, Dale T. Mortensen, Christopher A. Pissarides è una conferma della rilevanza di banche dati come AlmaLaurea che possono rendere meno vischioso il processo di ricerca del lavoro e di collegamento tra laureati e posti di lavoro: è d’accordo?
“Sono un allievo di Marco Martini, professore di statistica economica precocemente mancato, che fu un precursore delle Banche dati per la ricerca del lavoro ideando, ad esempio, la Banca dati Excelsior per le previsione della domanda di lavoro. Ritengo perciò che l’informazione giochi  e debba giocare sempre più un ruolo fondamentale per far si che il  mercato del lavoro sia popolato da soggetti che sanno dove cercare lavoro e da aziende che sanno chi occupare”.

AlmaLaurea mette a disposizione dal 1994 la sua esperienza e il suo modello, già ampiamente collaudato per collaborare con altre iniziative pubbliche a livello nazionale, ma anche sovranazionale. E’ la strada giusta?
“Certamente è la strada giusta. L’uso di canali formali di selezione e la documentazione restituita ogni anno dai Rapporti AlmaLaurea sono fondamentali per innovare e valutare politiche e servizi. Gli utenti interessati  - istituzioni universitarie,  studenti e laureati, aziende - concordano sull’utilità sociale di questi strumenti; è ovvio che nessuno specula su questa iniziativa che si auto sostiene con il solo apporto delle università, del Ministero e delle imprese, assicurando agli studenti e ai laureati un servizio gratuito ed efficiente”.

Partiamo da alcuni luoghi comuni, persistenti ma smentiti dai numeri: è vero che sono pochi i laureati in Italia?
“Grazie al 3+2, come dimostrano proprio i dati più recenti, nell’intervallo 2004 – 2009  la quota di laureati (di età 30-34 anni) è cresciuta di 3,3 punti percentuali, partendo da un valore inferiore al 16%. La riforma ha aumentato i laureati, anche per effetto della duplicazione dei titoli. Tuttavia è vero che abbiamo ancora pochi laureati: sono in calo dal 2008 e il livello attuale è ancora molto lontano da quello, pari al 40%, che la Commissione Europea ha individuato come obiettivo strategico da raggiungere entro il 2020”.

Ed è vero il mismatch tra qualificazione dei laureati e caratteristiche delle imprese che ancora non riescono a valorizzare il capitale umano meglio formato?
“L’indagine Eurobarometro segnala che il disallineamento delle competenze dei laureati italiani non è maggiore di quello di altri Paesi europei: in particolare, per l’89% dei responsabili delle risorse umane (e l’85% degli italiani) i laureati assunti nel corso degli ultimi 3-5 anni possedevano le competenze richieste per svolgere i lavori previsti”.

Come risolvere il problema della disoccupazione giovanile dovuto a politiche non adeguate, a un sistema delle imprese incapace di creare occupazione per i giovani e un mondo dell’istruzione sganciato dal mercato?
“Occorre ridurre gli oneri contributivi per i giovani assunti; favorire l'utilizzo dei contratti di apprendistato, integrare l'acquisizione di competenze formali con l’esperienza;  e, ancora, avviare percorsi di collaborazione tra il mondo delle imprese e l’università”.

Che valore ha la laurea?
“Altissimo se si pensa che, secondo Istat e Oecd,  il tasso di occupazione dei laureati è oltre 11 punti percentuali maggiore  rispetto a quello dei diplomati  della scuola secondaria superiore e che la retribuzione è più elevata del 55% rispetto ai diplomati stessi. Inoltre secondo i dati AlmaLaurea dopo i primi tre anni dopo la laurea il 75% dei laureati ha un lavoro e il 62% ha contratto stabile”.

Puntare su persone capaci di apprendere o sulla iper-specializzazione?
“Quando l’obsolescenza delle tecnologie è scesa da 40 a cinque  anni creare persone iperspecializzate  e non capaci di apprendere significa creare dei potenziali disadattati nel  mercato del lavoro. Occorre, al contrario, insegnare un metodo che permetta ai laureati di potere continuamente apprendere”.