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Home > Università> Occupazione> V Indagine (2003) > Presentazione

V INDAGINE ALMALAUREA SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI

di Andrea Cammelli

CARATTERISTICHE DELL'INDAGINE

1. V INDAGINE NAZIONALE

L'indagine sulla condizione occupazionale dei laureati delle Università aderenti al Consorzio AlmaLaurea1 è giunta al quinto appuntamento.

Il Progetto di Ricerca, avviato già da alcuni anni (l'intera documentazione, anche nella disaggregazione per ateneo e per facoltà, è consultabile su questo sito), ha l'obiettivo di indagare i percorsi lavorativi e di formazione intrapresi dopo il conseguimento del titolo, nei primi tre anni dalla laurea: la rilevazione 2002 ha perciò coinvolto i dottori degli anni 2001, 2000 e 1999.

2. QUARANTACINQUEMILA LAUREATI INDAGATI: UN SIGNIFICATIVO QUADRO DI RIFERIMENTO

L'indagine è stata estesa quest'anno a 22 università (comprendendo per la prima volta anche Padova e Sassari) e, come nelle indagini precedenti, per garantire che la ricerca dell'occupazione sia avvenuta per tutti in intervalli temporali di uguale durata, ha riguardato tutti i laureati delle sessioni estive degli anni suindicati. Grazie all'intesa fra gli atenei (che hanno anche sostenuto parte dei costi) ed al contributo del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, in complesso l'indagine ha coinvolto quasi 45mila laureati (erano 36mila l'anno precedente): 17.235 ad un anno dalla conclusione degli studi, 14.549 a due anni e 13.141 a tre anni. Un'indagine di particolare ampiezza che consente di restituire a ciascuno degli Atenei partecipanti una documentazione disaggregata anche per facoltà.

Su base annua quelli coinvolti nell'indagine rappresentano un terzo dei laureati italiani; una popolazione che assicura un significativo quadro di riferimento dell'intero sistema universitario.

La popolazione coinvolta nell'indagine presenta una composizione per gruppi di corsi di laurea e per genere pressoché identica a quella del complesso dei laureati italiani. Diversa è invece la configurazione per aree geografiche che vede sovrarappresentato il Nord (nonostante l'assenza della Lombardia), e più ridotta la presenza di quanti hanno concluso gli studi in atenei del Centro e del Mezzogiorno. Ciononostante i principali indicatori dell'occupazionale non si discostano significativamente da quelli rilevati dalle statistiche nazionali. Si tenga conto infatti che il tasso di occupazione accertato dall'Istat nel 2001 su un campione rappresentativo di laureati del 1998 (intervistati a tre anni dal conseguimento del titolo) è inferiore di un solo punto percentuale a quello rilevato da Almalaurea nel medesimo periodo e sullo stesso collettivo.

3. LE PRIME LAUREE TRIENNALI

Nel 2001 nell'intero sistema universitario nazionale hanno concluso gli studi con una laurea triennale poco meno di 1.300 studenti. Si è trattato, quasi ovunque, di passaggi dai tradizionali corsi di laurea (o di diploma universitario) ai nuovi percorsi previsti dalla riforma. L'esiguità e la caratterizzazione del collettivo hanno suggerito di non comprenderlo nell'indagine di quest'anno.

4. ECCEZIONALE TASSO DI RISPOSTA: 84 PER CENTO

L'interesse che l'indagine ha riscosso tra i laureati, la completezza e l'affidabilità della documentazione raccolta con apposito questionario al momento della laurea e la cura con cui la rilevazione telefonica (con sistema CATI) è stata condotta, sono testimoniati dalle elevatissime percentuali di rispondenti: 87 laureati su cento ad un anno dalla conclusione degli studi; 84 su cento dopo due anni; 81 su cento a tre anni dall'acquisizione del titolo. Un risultato, dunque, di particolarissimo rilievo che rende estremamente attendibili i risultati presentati.

PRINCIPALI RISULTATI

5. SEGNALI DI RALLENTAMENTO DELL'OCCUPAZIONE AD UN ANNO DALLA LAUREA: 61 PER CENTO (+0,4 RISPETTO AL 2001)

Il rallentamento della capacità attrattiva del mercato del lavoro sul terreno del capitale umano più qualificato (laureati), già segnalata nel precedente Rapporto, trova conferma anche nell'indagine AlmaLaurea di quest'anno. Pur tenendo conto dei valori complessivamente elevati raggiunti dal tasso di occupazione negli ultimi anni, l'ingresso dei giovani neo laureati nel mercato del lavoro rallenta e si attesta, fra i laureati del 2001, sul valore del 61,1 per cento; l'anno precedente era di poco inferiore (60,7 per cento).

Si consideri che il tasso di occupazione, ad un anno dalla laurea, era cresciuto sensibilmente fra il 1997 e il 1999 (dal 52 per cento al 56 per cento del 1998, al 60 per cento del 1999), diminuendo d'intensità, invece, come si è detto, fra i laureati del 2000 e del 2001 (60,7 per cento).

Rallentamento che trova un'ulteriore verifica nei dati sull'occupazione a livello nazionale recentemente diffusi2. Documentazione che evidenzia l'incremento del tasso di occupazione di 1,3 punti percentuali fra il 2001 ed il 2002 per l'intera classe di età 25-34 anni, ma che nello stesso tempo mostra come per i laureati della stessa classe di età l'incremento si riduca a 0,5 punti percentuali.

La fase economica decisamente poco favorevole che caratterizza il panorama nazionale ed internazionale sembra dunque, per ora, avere riguardato prevalentemente il prodotto finito del sistema di istruzione universitaria.

Resta pur sempre vero che, anche nelle fasi di minore dinamismo -se non di vera e propria difficoltà- del mercato del lavoro, la occupabilità dei laureati risulta costantemente più favorita. Se è vero che per 46 italiani su cento la disoccupazione rappresenta il problema più grave da affrontare3, per i laureati, nonostante il persistere del forte squilibrio nord-sud, la questione si pone in termini non comparabili. Infatti nel periodo 1995-2002, fra i giovani italiani della classe di età 25-34 anni, il tasso di occupazione è cresciuto complessivamente del 6,6 per cento; ma fra i laureati l'occupazione è lievitata del 12,2 per cento (fra i diplomati di scuola media superiore l'aumento è stato del 3,7 per cento).

L'occupazione secondo l'indagine Istat sulle Forze di lavoro. L'indagine AlmaLaurea mostra risultati, è bene sottolineare, che rappresentano il limite inferiore dell'occupazione dei laureati, sottostimata in ragione della definizione adottata. Infatti l'indagine, avendo assunto fin dall'inizio la stessa definizione di occupato adottata dall'Istat nell'indagine sull'Inserimento professionale dei laureati (per garantirne la comparabilità), ha adottato una definizione restrittiva perché esclude i laureati che hanno dichiarato di essere impegnati in attività di formazione retribuite, quali tirocini, praticantati, specializzazioni, dottorati di ricerca, borse di studio. Né si tratta di mere questioni definitorie. Paradigmatica al riguardo la situazione nel nostro Paese degli specializzandi di Medicina e Chirurgia, da tempo unici in Europa a non vedersi riconosciuto un regolare rapporto di lavoro e dunque confinati, alla luce della definizione adottata, nell'area della “non occupazione”, benché supporto indispensabile dell'intero sistema sanitario nazionale. Ma situazioni analoghe si riscontrano in tutte quelle aree disciplinari, corsi di laurea e facoltà, in cui il proseguimento degli studi, piuttosto che l'alternativa temporanea ad un lavoro atteso, rappresenta una vera e propria prima attività lavorativa nel proprio settore di formazione.

L'adozione della definizione, meno restrittiva, utilizzata dall'Istat per le indagini trimestrali sulle Forze di lavoro, comporterebbe un aumento dell'occupazione complessiva di quasi 12 punti percentuali, raggiungendo così i tre quarti dei laureati (72,9 per cento). Un aumento più accentuato -come si è appena detto- in alcuni settori disciplinari: gli occupati fra i neo medici aumenterebbero di quasi 57 punti percentuali (passando dal 25 per cento all'82); nel gruppo scientifico l'occupazione aumenterebbe di oltre 23 punti percentuali passando dal 58 all'81, mentre nel geo-biologico e nel chimico-farmaceutico l'incremento sarebbe di oltre 17 punti (dal 54 al 72 per cento e dal 67 all'84 per cento, rispettivamente).L'utilizzazione della stessa definizione determinerebbe un consistente incremento dell'occupazione anche fra i laureati in Giurisprudenza (dal 31 al 47 per cento).

I segnali di rallentamento dell'occupazione sono generalmente riscontrabili anche nelle analisi, più approfondite, condotte tenendo nella debita considerazione l'influenza del differente numero di atenei coinvolti per ciascuna delle generazioni di laureati indagate (18 università per i laureati nel 1999; 20 per i laureati nel 2000; 22 per i laureati nel 2001).

L'incremento registrato nell'ultimo anno, come si è visto pari a 0,4 punti percentuali, risulta modesto, tanto più se confrontato con la crescita degli anni precedenti; incremento che risulterebbe totalmente annullato non considerando, nel collettivo indagato, quote di occupati frutto di percorsi formativi del tutto particolari4.

C'è ancora da valutare la portata dell'occupazione determinata direttamente dalla prosecuzione post laurea dell'attività lavorativa iniziata prima del completamento degli studi. Anche in questo caso l'analisi condotta sulle quattro generazioni di laureati 1998-2001 ci restituisce l'immagine di un fenomeno consistente (che coinvolge quasi un quarto degli occupati, naturalmente con diversa concentrazione a seconda della facoltà di provenienza), in lieve crescita.

[ Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Condizione occupazionale]

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Evoluzione della quota che lavora]

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Occupati: confronto con definizione indagine Istat – Forze di lavoro]

6. DIMINUISCONO I LAUREATI IN CERCA DI OCCUPAZIONE

Parallelamente al rallentamento dell'ingresso nel mercato del lavoro, ci si potrebbe attendere l'aumento dei laureati alla ricerca di un'occupazione. Invece la percentuale di giovani in cerca di lavoro è da alcuni anni costantemente in calo: fra i neo laureati del 1998 e quelli del 2001 (indagini AlmaLaurea) risulta ridotta di 8,4 punti percentuali, da 25,1 per cento a 16,7. Una riduzione più consistente dell'aumento dell'occupazione nello stesso arco di tempo (+5,5). D'altra parte l'ammontare di quanti sono in cerca di occupazione non si identifica tout court con la disoccupazione che, per essere tale, secondo l'indagine Istat sulle Forze di lavoro, presuppone almeno un'azione di ricerca attiva del lavoro nelle 4 settimane precedenti l'intervista e la disponibilità ad iniziare l'attività lavorativa nelle due settimane successive. Così il tasso di disoccupazione fra i laureati del 2001 raggiunge il 14,2 per cento.

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Tasso di disoccupazione]

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Evoluzione della quota in cerca di lavoro]

7. AUMENTANO I LAUREATI IN FORMAZIONE POST LAUREA

La contraddizione fra rallentamento dell'occupazione e contemporanea riduzione di quanti sono alla ricerca di un lavoro è solo apparente. Dal 1998 un crescente numero di neo laureati prosegue nelle attività di formazione ritardando l'ingresso nel mercato del lavoro. Erano poco più del 19 per cento nel 1998, sono diventati oltre il 22 per cento nel 20015.

Ciò non sembra avvenire per una mutata composizione per gruppi di corsi di laurea dei laureati intervistati, soprattutto di quelli tradizionalmente ad elevata formazione post laurea (medico, giuridico, scientifico, geo-biologico, chimico-farmaceutico).

L'ipotesi di una accresciuta esigenza di elevata formazione da parte del sistema economico-produttivo nazionale solo parzialmente sembra plausibile. Lo è per i settori più innovativi del sistema, per quelli più competitivi e disponibili ad investire in ricerca ed innovazione. Una parte alquanto ridotta, in un quadro complessivo giudicato generalmente poco competitivo, al punto da perdere terreno nei settori strategici e ad alta tecnologia oltre che in quelli tradizionali, collocato agli ultimi posti in Europa per risorse destinate a ricerca e sviluppo. Significativo al riguardo il caso dei giovani giunti al termine del dottorato di ricerca: in difficoltà a trovare uno sbocco lavorativo lungo i canali ufficialmente deputati alla ricerca, ed aiutati ad inserirsi in azienda grazie soprattutto alle agevolazioni previste da specifici provvedimenti normativi.

Non a caso fino a pochi anni fa, certa mancata corrispondenza fra studi universitari e attività lavorativa svolta, veniva spiegata adombrando l'ipotesi di un eccesso di formazione (overstudying).

La richiesta crescente di formazione post laurea accertata nelle indagini AlmaLaurea, sembrerebbe determinata anche dalle difficoltà del mercato del lavoro, percepite dal laureato come inadeguatezza della propria formazione rispetto alle richieste del mercato stesso; la riproposizione -differita nel tempo- dello studio come area di parcheggio.

D'altra parte è ancora troppo presto per apprezzare gli effetti dell'aumentata offerta di formazione post laurea, in primo luogo dei master, divenuta particolarmente intensa a partire dagli ultimi mesi del 2002. Un'offerta che per ciò che si è detto sarà necessario monitorare con grande attenzione.

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Evoluzione della quota che non cerca lavoro]

8. FAMIGLIA D'ORIGINE, FORMAZIONE POST LAUREA E INGRESSO DIFFERITO NEL MERCATO DEL LAVORO

La conferma dell'importanza dell'ambiente familiare di origine si rileva con evidenza anche nell'approccio al mondo del lavoro.

Come fu messo in evidenza nel Rapporto dello scorso anno, votazione di laurea e tasso di occupazione non procedono sempre secondo una relazione diretta. Ad un anno dalla conclusione degli studi tale relazione è verificata solo fino alla soglia delle votazioni più elevate. Per i neo dottori con votazioni superiori al 105/110 e soprattutto per quelli con lode, l'occupazione si contrae fino a raggiungere i valori minimi. Per questi il successo ottenuto negli studi alimenta aspettative più ambiziose. Aspettative da coltivare e possibilità di attendere le occasioni migliori favorite anche dall'ambiente socioeconomico d'origine. Il tasso di occupazione più modesto infatti, pari al 49 per cento, si registra in corrispondenza dei laureati usciti da famiglie con entrambi i genitori laureati (e sale di qualche punto percentuale fra i laureati di famiglie dove almeno uno dei genitori possiede la laurea). Lavorano proporzionalmente molto di più (fino a 17 punti percentuali di differenza) i laureati provenienti da famiglie meno favorite, soprattutto quelli che, verosimilmente, dovendo contare sulle sole loro forze, stavano già lavorando alla laurea oppure si sono impegnati a trovare rapidamente un'occupazione.

L'analisi della consistenza e delle caratteristiche di coloro che, anche nell'anno immediatamente successivo all'acquisizione della laurea, proseguono in una qualche attività di studio e formazione, conferma le considerazioni precedenti. Si tratta in ogni caso di una quota rilevantissima di laureati, oltre il 64 per cento del complesso; il che pone interrogativi complessi all'intero sistema di formazione universitario, tanto più ove si ricordi l'elevatissima età media alla laurea dei dottori italiani, pari a 28 anni! Ma resta il fatto che a proseguire gli studi sono in misura maggiore i giovani (!) usciti da famiglie culturalmente e socialmente più favorite, e quelli che hanno realizzato le performances migliori. Prosegue il 76 per cento di coloro che hanno ambedue i genitori laureati, e il 56 per cento di chi ha familiari privi di qualsiasi titolo di studio; il 72 per cento di coloro che hanno coronato i loro studi con la lode, e il 61 per cento di quanti si sono dovuti accontentare di votazioni inferiori a 90/110.

Il complesso delle considerazioni fatte conferma uno scenario caratterizzato da un indubbio processo espansivo dell'accesso all'istruzione universitaria (che ha consentito tra l'altro l'acquisizione della laurea ad una quota crescente di giovani provenienti da ambienti sociali meno favoriti: nell'anno 2001, 75 laureati su cento hanno introdotto la laurea in famiglie che mai avevano potuto acquisirla), ma anche da un'ulteriore dilatazione dei tempi di formazione per raggiungere le mète e gli obiettivi formativi più ambìti e più concorrenziali che restano così, prevalentemente, alla portata di quanti possono permetterselo.

A considerazioni analoghe conduce la riflessione estesa al triennio successivo alla conclusione degli studi. Si accentua il ruolo assunto dal complesso di attività formative post laurea e ciò si traduce nel ritardato ingresso nel mercato del lavoro. Pure tenendo nella debita considerazione la componente rappresentata dai laureati in medicina e chirurgia (il 79 per cento ancora impegnati nella specializzazione, e con voti di laurea mediamente fra i più elevati), a tre anni dalla laurea ancora un quarto dei dottori è coinvolto in attività di formazione; il 43 per cento di quelli che hanno concluso gli studi con le votazioni più alte; dunque quasi sempre i più brillanti laureati di tutti i percorsi di studio.

Estendere l'indagine oltre il triennio post laurea. Le evidenze empiriche emerse suggeriscono di estendere le indagini che AlmaLaurea compie da ormai 6 anni oltre la soglia del triennio post laurea; anticipandone la realizzazione prima di quanto fosse stato programmato. È chiaro, infatti, che un'indagine circoscritta ai tre anni successivi alla conclusione degli studi, per quanto approfondita, accentua gli elementi di omogeneità che caratterizzano i primi approcci al mondo del lavoro piuttosto che evidenziarne le differenze. L'ampliamento dell'intervallo temporale di osservazione consentirà, invece, di analizzare la reale portata del valore aggiunto formazione post laurea nell'accesso alle posizioni lavorative più ambite dal laureato e più richieste dai settori avanzati del sistema economico del Paese, oltre che restituire un'immagine più nitida dell'efficacia esterna dei differenti percorsi formativi.

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Condizione occupazionale per titolo di studio dei genitori]

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Partecipazione ad attività formative per titolo di studio dei genitori]

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Condizione occupazionale per voto di laurea]

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Partecipazione ad attività formative per voto di laurea]

9. OCCUPAZIONE: IL VALORE AGGIUNTO DEGLI STAGE

Significativamente più elevata risulta l'occupazione fra coloro che hanno concluso stage/tirocini formativi in azienda prima o dopo il conseguimento del titolo. Ciò risulta sostanzialmente verificato anche nell'analisi per facoltà. Nel primo caso il vantaggio per chi ha maturato l'esperienza di stage è maggiore di 10 punti percentuali rispetto a chi ne è privo (lavorano 69 laureati su cento rispetto a 59).

Fra i laureati che, dopo la laurea, hanno concluso uno stage in azienda 75 su cento lavorano; fra i loro colleghi che, dopo la laurea, non hanno intrapreso la stessa esperienza la percentuale di occupati supera di poco il 60 per cento (15 punti percentuali più bassa).

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Condizione occupazionale e partecipazione a stage prima della laurea]

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Condizione occupazionale e partecipazione a stage post laurea

10. DISEGUAGLIANZE FRA ATENEI

Un'analisi completa non può prescindere dal diverso dinamismo dei mercati regionali e dalla diversa composizione della popolazione laureata per ateneo e residenza.

L'esame della documentazione allegata evidenzia che:

11. AUMENTA IL NUMERO DI OCCUPATI NEL LUNGO PERIODO: DAL 60 PER CENTO DOPO UN ANNO AL 79 PER CENTO DOPO TRE ANNI

Il differimento del tempo di ingresso nel mercato del lavoro ha effetto, come si è visto, fra i neo laureati. Ma tra i laureati del 1999 coinvolti nell'indagine a tre anni dalla laurea l'occupazione si dilata raggiungendo 79 intervistati su cento, 4 punti percentuali più di quanto registrato fra gli occupati a tre anni dalla laurea della generazione precedente (19 di più di quanto rilevato quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo). Il confronto con l'unica indagine nazionale disponibile (quella Istat condotta nel 2001 su un campione di laureati del 19986), evidenzia, come già si è detto, che il tasso di occupazione è in linea con quello accertato dall'indagine AlmaLaurea nel medesimo anno di rilevazione, e inferiore di cinque punti percentuali rispetto al dato AlmaLaurea più recente. Il risultato della nostra indagine si rafforza ulteriormente se si considera che solo 7 intervistati su cento sono alla ricerca di un impiego; i restanti sono ancora prevalentemente impegnati in formazione.

Anche in questo caso, naturalmente, la scelta della definizione di occupato, già analizzata illustrando i risultati ad un anno dalla laurea, si fa sentire. Infatti, ad esclusione dei laureati delle facoltà ad alta formazione post laurea, tutti gli altri percorsi di studio vedono l'occupazione su valori decisamente superiori alla media, alcuni (Architettura e Ingegneria soprattutto) prossimi alla piena occupazione.

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Laureati 1999: condizione occupazionale ad un anno]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Laureati 1999: condizione occupazionale a due anni]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Laureati 1999: condizione occupazionale a tre anni]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Condizione occupazionale a confronto]

12. L'OCCUPAZIONE PER GRUPPI DI CORSI DI LAUREA E PER FACOLTÀ

Ad un anno dall'acquisizione del titolo l'occupazione è molto diversificata per gruppi di corsi di laurea. Considerazioni a parte vanno fatte, come si è visto, per i percorsi ad alta formazione post laurea in cui l'ingresso nel mercato del lavoro è ovviamente ritardato: soprattutto nel campo medico, giuridico e delle scienze (gruppi scientifico, chimico-farmaceutico, geo-biologico) vista l'alta percentuale di quanti restano in formazione per tirocinio, praticantato, specializzazione, ecc.

Nell'interpretazione dei risultati dell'indagine non si dimentichi che il tasso di occupazione è funzione anche della componente lavoratori-studenti e di quella dovuta al ritorno in formazione di diplomati universitari già occupati (per acquisire il titolo superiore seguendo percorsi formativi ad hoc); componenti la cui consistenza come si è visto risulta rilevante in alcune facoltà (per esempio a Scienze politiche e a Scienze della Formazione) ed in particolari anni. Anche per questo percorsi di studio tradizionalmente ritenuti “deboli” sul fronte del mercato del lavoro da tempo mostrano, al contrario, una consistente vitalità.

Ad un anno dalla laurea il massimo di occupazione si registra fra i laureati del gruppo ingegneria (cresciuta nell'ultima rilevazione dall'80 all'83 per cento). Ma l'occupazione risulta in crescita anche fra i laureati dei percorsi geo-biologico, insegnamento e architettura. In tutti gli altri casi le difficoltà occupazionali risultano accresciute in misura più o meno rilevante rispetto all'anno passato.

La stessa diversificazione si conferma nell'esame per facoltà. La situazione migliore è fatta registrare (degli ingegneri si è già detto) dai laureati di Scienze della Formazione (83 occupati su cento, che scendono a 79 escludendo i laureati del corso in Servizio sociale di Trieste), della Scuola superiore di Lingue moderne, che risultano occupati nell'80 per cento dei casi, dai laureati di Architettura (77 per cento), Farmacia (75 per cento) e Sociologia (73 per cento).

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Condizione occupazionale per gruppi di corsi di laurea]

13. LA DISOCCUPAZIONE SI RIDUCE IN TRE ANNI:DAL 14 AD UN ANNO AL 5 PER CENTO A TRE ANNI

Come si è detto, ad un anno dall'acquisizione del titolo 61 laureati su cento sono occupati. Gli altri 39 sono dunque disoccupati? Il 57 per cento di loro sicuramente no; si è già visto infatti che questi il lavoro non lo cercano nemmeno in quanto impegnati in ulteriori attività di formazione (pressoché obbligatorie), in attesa di iniziare un lavoro già acquisito oppure nel servizio di leva.

Ma anche fra i non occupati che dichiarano di cercare lavoro (complessivamente il 17 per cento; l'anno precedente era il 18), la percentuale di disoccupati in senso stretto è sensibilmente più contenuta. Così è se si assume la definizione Istat utilizzata per l'indagine sulle Forze di lavoro. Ad un anno dalla laurea risultano disoccupati 14 laureati su cento (erano 13 lo scorso anno), che diventano 9 a due anni e 5 a tre anni dalla conclusione degli studi.

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Tasso di disoccupazione]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Tassi di disoccupazione a confronto]

LA QUALITÀ DELL'OCCUPAZIONE

14. INVARIATA LA STABILITÀ DEL LAVORO AD UN ANNO DALLA LAUREA

L'espansione economica degli ultimi anni ha contribuito a determinare una maggiore stabilizzazione dell'occupazione (particolarmente di quella alle dipendenze), ma un minor dinamismo si registra nell'ultimo anno. Infatti fra i laureati che lavorano già dopo un anno dalla conclusione degli studi:

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Tipologia dell'attività lavorativa]

15. CRESCE SENSIBILMENTE LA STABILITÀ DEL LAVORO NEL TEMPO: DAL 39 PER CENTO DOPO UN ANNO AL 64 PER CENTO DOPO TRE ANNI

Tra i laureati del 1999 coinvolti nell'indagine a tre anni dalla laurea risultano stabili 64 occupati su cento; rispetto alla rilevazione ad un anno dal conseguimento del titolo la stabilità è cresciuta quindi di 25 punti percentuali. Mentre il lavoro autonomo è passato dall'11 al 18 per cento (guadagnando così 7 punti percentuali), i contratti a tempo indeterminato sono aumentati molto più consistentemente: 18 punti percentuali, raggiungendo il 46 per cento degli occupati a tre anni.

Ovviamente nell'intervallo triennale si riducono corrispondentemente le quote di lavoro atipico (dal 40 al 29 per cento), i contratti di formazione lavoro (dal 15 al 5 per cento) e l'attività lavorativa senza contratto (dal 4 al 2 per cento).

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Tipologia dell'attività lavorativa]

16. DOVE LAVORANO I LAUREATI: IN UN SOLO RAMO DI ATTIVITÀ ECONOMICA PER I LAUREATI DEL GRUPPO MEDICO E DI ARCHITETTURA, IN SETTE PER QUELLI DEL POLITICO-SOCIALE E DELL'ECONOMICO-STATISTICO

Sono stati presi in esame i settori di attività economica che vedono la presenza di almeno il 70 per cento dei laureati occupati di ogni gruppo di corsi di laurea, ad un anno dalla conclusione degli studi. A parte i laureati del gruppo medico e di architettura, concentrati in un solo settore di attività (93 laureati in medicina su cento nel settore sanitario, 74 laureati in architettura su cento nel settore edilizia, costruzione ed installazione di fabbricati ed impianti), tutte le altre lauree offrono un ventaglio più o meno ampio di opportunità. Più limitato per i laureati dell'insegnamento (42 su cento impegnati nell'istruzione, 25 su cento nei servizi sociali/personali); appena più ampio per i neo dottori dei corsi di laurea Scientifico (37 per cento informatica, 27 per cento istruzione, 8 per cento metalmeccanica e meccanica di precisione), e Chimico-farmaceutico (30 per cento chimica, 27 per cento sanità, 26 per cento commercio), che si distribuiscono in tre differenti rami di attività.

All'estremo opposto il ventaglio si amplia fino a comprendere sette rami di attività in corrispondenza delle lauree dei gruppi economico-statistico e politico-sociale. Nel primo caso il 72 per cento dei laureati si distribuisce nei rami credito e assicurazioni (23 per cento); commercio (14); consulenza legale, amministrativa e contabile (12); manifattura varia (7); metalmeccanica e meccanica di precisione (6); istruzione, informatica e, con la medesima percentuale, pubblica amministrazione, forze armate (5). Nel caso del politico-sociale il 70 per cento degli occupati si distribuisce nei rami pubblica amministrazione, forze armate (12); commercio (11); istruzione e servizi sociali/personali (10); sanità e credito e assicurazioni (9); comunicazioni e telecomunicazioni (5).

L'esistenza di due diversi modi di porsi della formazione universitaria, quella specialistica e quella polivalente, rende complesso stabilire se e in che misura, e per quanto tempo, ciò alimenti maggiori opportunità di lavoro oppure costringa a cercare comunque un'occupazione quale che sia il settore di attività economica.

Oltre il 70 per cento degli occupati lavora nel settore dei Servizi, un quarto nell'Industria e meno del 2 per cento nell'Agricoltura. Come già osservato negli anni scorsi, l'analisi per gruppi di corsi di laurea evidenzia un legame tra laurea e settore di occupazione, quindi tra preparazione universitaria e sbocchi occupazionali: infatti, in Agricoltura risultano occupati, più di altri, i laureati del gruppo agrario (36 occupati su cento), mentre è nulla la presenza di laureati dei gruppi insegnamento e scientifico; particolarmente elevata è l'occupazione nell'Industria tra i laureati di Architettura (78 per cento degli occupati) e Ingegneria (61 per cento degli occupati), mentre è minima per il gruppo medico; infine, il settore dei Servizi riguarda la quasi totalità degli occupati dei gruppi medico e insegnamento e “solo” il 21 per cento degli occupati di architettura.

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Ramo di attività economica prevalente]

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Ramo di attività economica per gruppi di corsi di laurea]

17. LA PROFESSIONE DEI LAUREATI A TRE ANNI DALLA CONCLUSIONE DEGLI STUDI: 14 SU CENTO SONO IMPRENDITORI, LIBERI PROFESSIONISTI, DIRIGENTI E QUADRI DIRETTIVI

A tre anni dall'acquisizione del titolo 43 occupati su cento sono impiegati di alta e media qualificazione, altri 5 sono occupati come impiegati esecutivi (secondo le definizioni Istat), mentre gli insegnanti (esclusi i docenti universitari) rappresentano il 9 per cento del collettivo. Tutte queste professioni, unitamente ai direttivi/quadri (che riguardano il 3 per cento degli occupati) definiscono sostanzialmente l'area del lavoro dipendente, pari a poco meno dei due terzi degli occupati.

Sull'altro versante, caratterizzato dal lavoro autonomo, i liberi professionisti sono il 9 per cento, i lavoratori in proprio costituiscono il 7 per cento e gli imprenditori l'1,3; complessivamente 17 laureati su cento hanno trovato un'occupazione autonoma.

Oltre a queste due aree di più consolidata definizione, quella dei collaboratori riguarda il 15 per cento degli occupati.

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Posizione nella professione]

18. EFFICACIA DELLA LAUREA NEL LAVORO SVOLTO PER GRUPPI DI CORSI DI LAUREA: AD UN ANNO PIÙ ELEVATA PER I GRUPPI SPECIALISTICI

L'efficacia del titolo acquisito (frutto della combinazione tra valutazione dell'occupato circa il grado di necessità del titolo acquisito ed il livello di utilizzazione delle competenze apprese con gli studi universitari)7 risulta già ad un anno dalla laurea complessivamente buona (è almeno abbastanza efficace per 86 laureati del 2001 su cento), soprattutto e fin dall'inizio, per i laureati dei corsi di laurea più specialistici: medico (97,2), ingegneria (96,1), chimico-farmaceutico (95,8) e architettura (94,1). Nei tre anni successivi al completamento degli studi l'efficacia tende ad aumentare di qualche punto percentuale e ciò avviene soprattutto per effetto del migliore apprezzamento dato dai laureati dei gruppi di corsi che assicurano una formazione polivalente, meno specialistica8.

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Efficacia della laurea]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Laureati 1999: efficacia del titolo ad un anno]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Laureati 1999: efficacia del titolo a due anni]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Laureati 1999: efficacia del titolo a tre anni]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Efficacia a confronto]

19. LA QUALITÀ DELL'OCCUPAZIONE: INCREMENTO TRA UNO E TRE ANNI DALLA LAUREA

Attraverso la valutazione dell'indice di qualità del lavoro svolto (ottenuto combinando tra loro diversi elementi: oltre alle due componenti dell'indice di efficacia -il grado di necessità del titolo acquisito e il livello di utilizzazione delle competenze apprese con gli studi universitari- il contratto di lavoro e la soddisfazione per il proprio lavoro)9 si è in grado di apprezzare il generale miglioramento delle condizioni lavorative del mercato del lavoro: la qualità, già ad un anno dal conseguimento del titolo, è infatti aumentata negli ultimi quattro anni di rilevazione, passando da 80 (nella scala 0-100) per la generazione del 1998 a 82 per quelle più recenti del 2000 e 2001. La qualità del lavoro migliora inoltre col passare del tempo (da 81 ad un anno a 85 a tre anni per la generazione del 1999).

Il percorso formativo intrapreso risulta determinante per svolgere un lavoro di qualità, e le differenze tra i diversi gruppi di corsi di laurea tendono ad accentuarsi col passare del tempo, a favore delle lauree più specialistiche: medico (94), ingegneria, chimico-farmaceutico, architettura e giuridico (92).

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Indice di qualità del lavoro svolto]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Indice di qualità per gruppi di corsi di laurea]

ALCUNE RIFLESSIONI

20. DIFFERENZE DI GENERE

Ad un anno dalla laurea, le differenze in termini occupazionali fra uomini e donne risultano già significative (oltre 6 punti in termini percentuali: lavorano 59 donne su cento e 65 uomini su cento) e tendono a crescere nel tempo. A due anni dall'acquisizione del titolo lavorano 69,6 donne su cento ed il 75 per cento degli uomini. A tre anni dalla laurea lavora il 76 per cento delle donne e l'82,9 per cento degli uomini; il differenziale si è attestato sui 6,9 punti percentuali.

L'analisi dei tempi d'ingresso nel mondo del lavoro evidenzia un sostanziale equilibrio tra uomini e donne: i primi impiegano mediamente 10 mesi per trovare il primo lavoro iniziato dopo la laurea (tale periodo è calcolato dal momento della laurea), le seconde impiegano 11 mesi. Ma disaggregando il collettivo maschile fra coloro che hanno assolto gli obblighi di leva prima e dopo l'acquisizione della laurea, si rileva che in realtà il maggiore equilibrio è dovuto alla forzata, minore occupabilità dei giovani tenuti ad assolvere il servizio di leva.

Infatti, gli uomini che hanno assolto gli obblighi di leva prima della laurea impiegano mediamente 10 mesi per trovare il primo lavoro, coloro che li hanno assolti solo dopo il conseguimento del titolo, invece, ne impiegano 13.


Fra i laureati del 2001, ad un anno dalla conclusione degli studi, il lavoro stabile riguarda 49 laureati maschi su cento e poco meno di 40 laureate; esattamente il contrario di quanto avviene nel lavoro atipico che, invece, riguarda 46 laureate su cento e 34 laureati. Ma la differente stabilità è dovuta per intero alla diversa consistenza del lavoro autonomo, che risulta doppia fra i neo laureati di sesso maschile (17 per cento contro 8), mentre i contratti a tempo indeterminato riguardano circa un terzo degli occupati su ambedue i versanti. Queste considerazioni si rafforzano ulteriormente considerando che la diversa propensione per il lavoro autonomo non risulta determinata dalla composizione per gruppi di corsi di laurea.

La stabilità, come si è già visto, si dilata visibilmente a tre anni dall'acquisizione del titolo. Fra i laureati del 1999 occupati, il lavoro stabile si estende a quasi il 72 per cento degli uomini e al 58 per cento delle donne. La differenza, che ad un anno dalla laurea pesava per quasi 10 punti percentuali, si è dilata fino a raggiungere i 13 punti. Anche in questo caso la gran parte della differenza è dovuta alla diversa diffusione del lavoro autonomo, passato dal 17 al 23 per cento degli occupati fra gli uomini, e dall'8 al 14 per cento fra le donne.

Notevolmente ridotta la diffusione, come si è già visto, dei contratti di formazione lavoro, scesi dal 9 al 4 per cento in tre anni fra le occupate, e dal 13 al 5 per cento, nello stesso arco di tempo, fra gli occupati.

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Condizione occupazionale per genere]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Condizione occupazionale per genere]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro per genere]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro per genere e leva]

[Fig. Analisi a tre anni dalla laurea. Tipologia dell'attività lavorativa per genere]

21. DIFFERENZE TERRITORIALI. ANCORA ELEVATO IL DIVARIO NORD SUD: 24 PUNTI PERCENTUALI AD UN ANNO; 16 PUNTI A TRE ANNI

L'analisi sulle differenze territoriali è stata effettuata riclassificando la popolazione universitaria intervistata per provincia di residenza o di lavoro, a seconda degli aspetti considerati, indipendentemente dalla sede di studio.

L'occupazione ad un anno dalla conclusione degli studi si è dilatata in ciascuna delle tre ripartizioni geografiche fra i laureati del 1998 e quelli del 2001: più 4,3 punti percentuali nel Nord; più 0,4 nel Centro; più 3,9 nel Mezzogiorno. Ma la forbice fra Nord e Sud tende ad aumentare, analogamente a quanto rilevato dall'Istat. È vero che i dati oscillano mostrando un andamento altalenante tra un anno e l'altro, ma considerando l'intero quadriennio si osserva che tale divario è aumentato di 0,4 punti percentuali: era pari a 23,4 punti fra i laureati del 1998 ad un anno dalla laurea (lavoravano il 62,7 per cento dei laureati residenti al Nord, contro il 39,3 per cento dei loro colleghi residenti al Sud); si era ridotto fra i laureati del 2000; fra i laureati del 2001 il divario Nord Sud, ad un anno dalla laurea, è salito di nuovo a quasi 24 punti percentuali (lavorano il 67 per cento dei laureati residenti al Nord, contro il 43,2 per cento dei laureati residenti al Sud).

A tre anni dalla laurea l'occupazione riguarda l'84 per cento dei laureati residenti al Nord (lievemente inferiore il tasso di occupazionale per i loro colleghi residenti nell'Italia centrale, 80 per cento) e poco più del 67 per cento dei laureati del Sud. Il differenziale si è ridotto a 16 punti; troppo pochi e troppo lentamente.


Fra i laureati occupati ad un anno dalla laurea hanno un lavoro stabile il 44 per cento degli occupati al Nord e il 47 per cento degli occupati al Sud. La differenza è dovuta quasi esclusivamente al diverso peso del lavoro autonomo che riguarda quasi 11 occupati su cento al Nord e oltre 16 occupati al Sud. L'altra componente del lavoro stabile mostra differenze meno marcate: il contratto a tempo indeterminato riguarda già ad un anno dalla laurea 33 laureati su cento al Nord e 31 neo dottori al Sud.

A tre anni dalla laurea la forbice si è lievemente dilatata: si inverte la distribuzione del lavoro stabile, più diffuso al Nord (66 per cento degli occupati) rispetto al Sud (62 per cento), il Sud vede incrementarsi il peso del lavoro autonomo (25 per cento contro il 16 al Nord), aumenta il divario riguardante la consistenza del lavoro a tempo indeterminato (50 per cento al Nord, 36 per cento al Sud).

[Fig. Differenze territoriali. Laureati 2001 ad un anno: condizione occupazionale]

[Fig. Differenze territoriali. Laureati 1999 a tre anni: condizione occupazionale]

[Fig. Differenze territoriali. Laureati 2001 ad un anno: tipologia dell'attività lavorativa]

[Fig. Differenze territoriali. Laureati 1999 a tre anni: tipologia dell'attività lavorativa]

APPROFONDIMENTI

22. IL REDDITO DEI LAUREATI

L'Indagine 2002 estende l'analisi al reddito netto da lavoro percepito dai laureati ad uno ed a tre anni dalla conclusione degli studi.

Un argomento al quale, nonostante la delicatezza, hanno risposto oltre l'84 per cento degli occupati (ma solo i due terzi dei lavoratori autonomi); una quota di particolare consistenza che rende anche questo nuovo capitolo di grande interesse.

A 12 mesi dalla laurea il guadagno (netto) di quanti lavorano supera di poco i 1.000€ che, a 36 mesi, diventano 1.170 con un incremento del 15 per cento.

In questo intervallo di tempo raggiungono livelli retributivi più elevati i laureati che proseguono l'attività iniziata prima del conseguimento del titolo (questi ultimi, dopo tre anni, rappresentano ancora il 12 per cento degli occupati): 1.275€ rispetto ai 1.150€ di quanti iniziano a lavorare dopo essersi laureati. Il confronto con la rilevazione 1998 condotta dall'Istat sul reddito dei laureati, a parità di ogni altra condizione, accerta valori sostanzialmente in linea e di poco inferiori a quelli dell'indagine AlmaLaurea.


Gli uomini guadagnano mediamente il 22 per cento in più delle loro colleghe ad un anno (1.132€ contro 928); a tre anni il differenziale è salito di un punto percentuale (rispettivamente 1.306 e 1.058).

Differenze di genere contraddistinguono ciascuno dei gruppi di corsi di laurea. L'analisi condotta su quest'ultimo versante a tre anni dall'acquisizione del titolo e con riferimento ai soli occupati che hanno iniziato l'attività lavorativa da laureati, mette in luce come i redditi più elevati vengano ottenuti dagli ingegneri (1.401€ per gli uomini; 1.290 per le donne) e dai laureati del gruppo medico (1.468€ per gli uomini, 1.130 per le donne); in quest'ultimo caso grazie al contributo determinante dei laureati in odontoiatria (un terzo dei medici che lavorano a tre anni dalla laurea).

I laureati dei gruppi insegnamento, letterario e psicologia si collocano su valori di reddito inferiori; retribuzioni che giungono fino al 35 per cento in meno di quelli percepiti da medici ed ingegneri (895, 941, e 947€ rispettivamente).

Gli stipendi netti nel settore pubblico, accertati per la componente che ha iniziato l'attività successivamente alla laurea, sono inferiori dell'11 per cento rispetto a quelli registrati nel privato. Tra i due settori le differenze retributive si dilatano per la componente maschile: i laureati che lavorano nel settore privato guadagnano infatti il 17 per cento in più dei loro colleghi del pubblico impiego. Le retribuzioni delle laureate risultano invece appiattite su livelli assai più bassi, e divergono soltanto del 4 per cento.

Consistentemente più elevati, a tre anni dal titolo, i guadagni mensili netti dei laureati (senza distinzione di genere) che lavorano al Nord (1.179€) rispetto ai loro colleghi impegnati nelle regioni centrali (1.105€) e soprattutto nel Mezzogiorno (979€). Anche le differenze di genere si accentuano nel passaggio dal Nord al Sud: rispetto a quello maschile il reddito percepito dalle donne differisce del 17 per cento nelle regioni settentrionali, del 19 al Centro, e del 23 per cento nel meridione.

Una sintesi volta a cogliere le caratteristiche peculiari del laureato che ha raggiunto un livello di reddito mediamente più elevato (di quello nazionale) nel triennio successivo alla conclusione degli studi, restituisce il profilo di un uomo residente ed occupato in una regione del nord Italia, con posizione professionale medio alta (direttivo/quadro, tecnico, libero professionista o lavoratore in proprio); laureato in Ingegneria, Economia ma anche Scienze politiche, con esperienza di studio all'estero (Erasmus) nel proprio curriculum, con alle spalle una famiglia di discreta formazione scolastica (media superiore).

Redditi inferiori alla media (nazionale) risultano invece percepiti da donne residenti nel Mezzogiorno, occupate -in regioni del Sud o del Centro- a tempo parziale nel pubblico impiego, come insegnanti, impiegate e collaboratrici; laureate in Lettere, Scienze della Formazione, Psicologia e Giurisprudenza; provenienti da famiglia con basso livello di scolarizzazione (al massimo licenza elementare).

[Fig. Analisi sul reddito. Reddito mensile netto per genere ad uno e tre anni]

[Fig. Analisi sul reddito. Reddito mensile netto per gruppi di corsi di laurea a tre anni]

[Fig. Analisi sul reddito. Reddito mensile netto per genere e settore a tre anni]

[Fig. Analisi sul reddito. Reddito mensile netto per area di lavoro a tre anni]

23. IL LAVORO NEL SETTORE PUBBLICO ED IN QUELLO PRIVATO

Quasi un quarto (24,7 per cento) dei laureati che lavorano ad un anno dalla laurea, prosegue l'attività svolta durante gli studi universitari (a tre anni, come si è detto, risultano ancora il 12 per cento). Questa continuità è particolarmente accentuata nel pubblico impiego settore nel quale riguarda il 41per cento dei laureati occupati ad un anno (il 23 per cento a tre anni). Nel settore privato proseguono la medesima attività, ad un anno dall'alloro, 17 laureati occupati su cento (ancora 7 su cento dopo tre anni).

Un'analisi puntuale della diversa capacità attrattiva dei settori pubblico e privato sulla risorsa laureati, conseguentemente, si focalizza sulla componente che inizia la propria attività lavorativa solo all'indomani dell'acquisizione della laurea.

A livello nazionale a tre anni dalla laurea oltre un quinto (21,8 per cento) di quanti hanno iniziato l'attività lavorativa una volta acquisito il titolo sono impegnati nel settore pubblico; in quello privato operano, così, quasi 80 laureati su cento (78,2). L'area del pubblico impiego (osservata alla luce del luogo di lavoro) si dilata passando dalle regioni settentrionali al Mezzogiorno (dal 20,3 al 26,9 per cento), e quasi raddoppia nella disaggregazione per genere: riguarda il 14,8 per cento dell'occupazione maschile (13,9 al Nord e 18,9 al Sud) contro il 27,4 di quella femminile (25,7 al Nord al 32 per cento al Sud).


Tipologia contrattuale. La tipologia dei contratti di lavoro (escludendo dall'analisi comparativa l'area del lavoro autonomo), è fortemente differenziata fra i due settori. Il contratto di formazione lavoro, più largamente diffuso nel settore privato dove è adottato da lungo tempo, riguarda ad un anno 19 laureati occupati su cento (4 su cento nel pubblico) e costituisce verosimilmente il primo approccio dell'inserimento lavorativo.

Il contratto a tempo determinato caratterizza invece il pubblico impiego: riguarda infatti ad un anno 36 laureati occupati su cento (16 su cento nel privato).

Anche il contratto di collaborazione, ampiamente presente in ambedue i settori, prevale nettamente nel pubblico dove costituisce la forma contrattuale per 41 laureati occupati su cento (26 su cento nel privato).


Verso la stabilità contrattuale. Il settore privato, ad un anno dalla laurea (escludendo l'area del lavoro autonomo), assicura un lavoro stabile ad un terzo dei propri occupati (31,7); molto di più di quanto avviene nel pubblico impiego che tale livello raggiunge più lentamente, dopo tre anni (la quota di lavoro stabile, ad un anno, è del 13,4).

Una particolare attenzione è stata posta per accertare i tempi e la consistenza della transizione verso la stabilità. Un accertamento che ha riguardato naturalmente solo coloro che a tre anni dal conseguimento del titolo di studio continuano a svolgere la stessa attività lavorativa dichiarata ad un anno.

Nell'intervallo osservato il settore privato è riuscito a rendere stabili il 95 per cento dei contratti di formazione lavoro e il 74 per cento di quelli a tempo determinato. Complessivamente la stabilità, nel privato, a tre anni, riguarda 62 laureati occupati su cento.

Nel pubblico, dove il posto fisso si raggiunge attraverso più lunghi itinerari concorsuali (riguardando, come si è già detto, meno di un terzo dell'intera forza lavoro laureata occupata a tre anni), a parte la sparuta presenza dei contratti di formazione lavoro, il passaggio alla stabilità -nel medesimo intervallo di tempo- riguarda soltanto un terzo dei contratti a tempo determinato.

La tipologia contrattuale contrassegnata dalla permanenza dell'instabilità, con uguale intensità in entrambi i settori, è quella delle collaborazioni; nell'intero arco di tempo esaminato restano non stabili quasi i tre quarti dei laureati occupati con questo specifico rapporto di lavoro.


La soddisfazione per il lavoro svolto e l'efficacia della laurea. Come si è visto il cammino verso la stabilità del rapporto di lavoro procede lungo percorsi distinti nei due settori esaminati: più lento e con risultati meno consistenti in quello pubblico, più rapido e con esiti più favorevoli nel settore privato. Tutto ciò si riverbera ed è al centro delle valutazioni espresse dai laureati intervistati sugli aspetti critici e su quelli positivi del lavoro svolto.

Così mentre tra i laureati impegnati nel settore pubblico risulta elevata la soddisfazione prima di tutto per il tempo libero disponibile, poi per la rispondenza del lavoro svolto ai propri interessi culturali, successivamente per la coerenza con gli studi compiuti, gli aspetti critici sono rappresentati dalle prospettive di carriera, dalla stabilità dell'occupazione, dall'acquisizione di professionalità.

Quasi speculari le valutazioni dei laureati impegnati nel settore privato: molto soddisfatti per la stabilità e la professionalità acquisite, via via più scontenti invece sul terreno della coerenza fra lavoro svolto, studi compiuti e interessi culturali, e su quello della disponibilità di tempo libero.


A tre anni dalla conclusione degli studi, la valutazione circa l'efficacia della laurea espressa da coloro che hanno iniziato l'attività lavorativa una volta acquisito il titolo di dottore risulta complessivamente elevata in entrambi i settori di impiego. Meno del 10 per cento dei laureati sostiene l'inefficacia del titolo.

Ma è fra i laureati occupati nel pubblico impiego che la laurea raccoglie le valutazioni più favorevoli; non solo per la spendibilità del titolo (richiesto o meno per legge ai fini del lavoro svolto) ma anche per l'elevata utilizzazione delle competenze acquisite con gli studi. Per questi motivi ritengono la laurea molto efficace o efficace quasi 3 laureati su 4. Una valutazione che riguarda invece poco più del 50 per cento dei laureati impegnati nel settore privato.

[Fig. Differenze tra pubblico e privato. Tipologia dell'attività lavorativa per settore ad un anno]

[Fig. Differenze tra pubblico e privato. Tipologia dell'attività lavorativa per settore a tre anni]

[Fig. Differenze tra pubblico e privato. Dall'instabilità alla stabilità contrattuale]

[Fig. Differenze tra pubblico e privato. Efficacia della laurea per settore a tre anni]

[Fig. Differenze tra pubblico e privato. Soddisfazione per il lavoro svolto a tre anni]

24. I LAUREATI CHE LAVORANO ALL'ESTERO

Anche questo è un capitolo nuovo nell'indagine sui laureati AlmaLaurea; sperimentato più in termini di prospettiva di studio che non per la sua reale portata conoscitiva. Il numero di casi esaminati (161 occupati a tre anni dal conseguimento del titolo), infatti, non consente di spingerci oltre, almeno in questo Rapporto. Pur tuttavia, l'interesse di alcuni dei risultati a cui è stato possibile pervenire meritano di essere riportati.

Lavorano all'estero soprattutto i laureati del gruppo linguistico (5,9 per cento), ingegneria (2,8), politico-sociale (2,4) e psicologico (2,3). Per il gruppo politico-sociale possono aver influito i Piani di cooperazione e sviluppo, che offrono opportunità di stage e lavoro ai laureati in vari Paesi.

Si trasferiscono all'estero per motivi di lavoro i laureati migliori, ovvero coloro che hanno conseguito il titolo con i voti più alti, nel minor tempo e conseguentemente in età più giovane. Tale tendenza è confermata anche nell'analisi per facoltà.

Ha trovato un lavoro oltralpe il 10 per cento dei laureati che hanno compiuto un'esperienza di studio Erasmus nel corso degli studi, il 5 per cento di coloro che hanno avuto un'altra esperienza di studio, solo l'1 per cento di quelli che non hanno mai avuto esperienze di studio all'estero.

Chi decide di spostarsi oltralpe ricopre posizioni di livello più elevato rispetto a chi rimane in Italia, e comunque sempre alle dipendenze: si tratta di dirigenti (2,6 per cento contro 1,1 per cento del complesso degli occupati), direttivi/quadri (11,9 contro 3,2) ma anche impiegati di media/alta qualificazione (50,3 contro 43,6).

Pur tuttavia, i laureati che lavorano all'estero non rilevano, nel proprio lavoro, un'efficacia del titolo significativamente più elevata rispetto ai colleghi che si sono fermati nel nostro Paese. Analoghe considerazioni possono essere avanzate per ciò che riguarda il livello di utilizzazione delle competenze acquisite nel corso degli studi e la richiesta del titolo per l'assunzione.

Sono invece chiaramente più gratificati dall'attività lavorativa svolta: infatti, 68 su cento si dichiarano moltissimo o molto soddisfatti (10 punti percentuali più dei loro colleghi). Maggiore soddisfazione che riguarda: prospettive di guadagno e di carriera, coerenza con gli studi intrapresi, acquisizione di professionalità, rispondenza ai propri interessi culturali, indipendenza o autonomia sul lavoro, tempo libero e luogo di lavoro.

Le donne che lavorano all'estero sono più soddisfatte del lavoro che svolgono rispetto alle laureate che sono rimaste in Italia, anche se sono comunque meno gratificate dei colleghi uomini. Analoghe considerazioni valgono per la posizione nella professione: le donne che lavorano all'estero ricoprono posizioni più elevate (dirigenti, direttivi/quadri, impiegati ad alta e media qualificazione) delle colleghe che lavorano nel nostro Paese, ma non degli uomini.

Indipendentemente dalle differenze di genere, nonostante siano più soddisfatti dell'attività lavorativa svolta, sono comunque alla ricerca di un nuovo impiego, in misura più consistente di quanto non avvenga fra coloro che lavorano in Italia. Si dimostrano tra l'altro più dinamici e disponibili a spostarsi anche in Paesi extra-europei.

Il reddito mensile netto è significativamente più elevato per gli occupati all'estero: in media 1.700€ contro 1.170€ del complesso degli occupati. Anche se il dato andrebbe contestualizzato al Paese in cui i laureati lavorano, è interessante rilevare come i laureati ritengano che il reddito sia adeguato al titolo di studio e alla posizione ricoperta.

[Fig. I laureati che lavorano all'estero a tre anni]

[Fig. Le esperienze di studio all'estero e la mobilità per lavoro]

[Fig. Reddito mensile netto dei laureati che lavorano all'estero]

NOTE METODOLOGICHE

EFFICACIA DELLA LAUREA NEL LAVORO SVOLTO

L'efficacia del titolo universitario, che ha il pregio di sintetizzare due aspetti importanti relativi all'utilità e alla spendibilità del titolo universitario nel mercato del lavoro, deriva dalla combinazione delle domande relative al livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi e alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto.

Nelle tavole si sono individuati cinque livelli di efficacia:

  • molto efficace, per gli occupati la cui laurea è richiesta per legge o di fatto necessaria, e che utilizzano le competenze universitarie acquisite in misura elevata;

  • efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge ma è comunque utile e che utilizzano le competenze acquisite in misura elevata, oppure il cui titolo è richiesto per legge e che utilizzano le competenze in misura ridotta;

  • abbastanza efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge, ma di fatto è necessaria oppure utile, e che utilizzano le competenze acquisite in misura ridotta;

  • poco efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso e che utilizzano in misura ridotta le competenze acquisite, oppure il cui titolonon è richiesto ma utile e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite;

  • per nulla efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso, e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite.

Le classi sono mutuamente esclusive ma non esaustive, non comprendendo le mancate risposte e gli intervistati che non rientrano nelle categorie definite.

INDICE DI QUALITÀ DEL LAVORO SVOLTO

L'indice di qualità del lavoro svolto è calcolato sul complesso degli occupati ed è ottenuto combinando quattro variabili relative a differenti aspetti dell'attività lavorativa svolta: il contratto di lavoro, il livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi, la necessità formale e sostanziale del titolo acquisito (questi ultimi due elementi compongono anche l'indice di efficacia) e la soddisfazione per diversi aspetti dell'attività (prospettive di guadagno, prospettive di carriera, acquisizione di professionalità, indipendenza o autonomia sul lavoro, tempo libero).

Vista la diversa natura degli elementi considerati, taluni oggettivi e inconfutabili, come il contratto di lavoro, altri soggettivi e legati alla percezione individuale del laureato, come la soddisfazione, si sono attribuiti alle quattro variabili “pesi” differenti, la cui attendibilità e correttezza sono state valutate con l'ausilio di adeguati strumenti statistici. Peso massimo - pari a 4 - è attribuito al contratto di lavoro, cui seguono l'utilizzazione delle competenze acquisite e la richiesta del titolo - peso 3 - e la soddisfazione per il lavoro svolto - peso 2. Il valore dell'indice varia nella scala 0-100.

Per valutare adeguatamente la soglia di “alta qualità” si è deciso di considerare il valore relativo all'ultimo quartile (si tratta di un indice di posizione, analogo alla mediana, frequentemente utilizzato in statistica): si immagini di ordinare in modo crescente ciascun laureato secondo il proprio valore di qualità, e di isolare quel gruppo privilegiato che presenta i livelli di qualità più alti, corrispondente ad un quarto dell'intero collettivo (quartile, ovvero 25 per cento della popolazione). Il valore di qualità più basso all'interno di questo quartile identifica la soglia di “alta qualità”: tutti i valori riportati nelle presenti pagine e riferiti alla qualità del lavoro svolto sono relativi a questa soglia convenzionale.



NOTE:

1 A marzo 2003 aderiscono al Consorzio AlmaLaurea le Università: Bari, Basilicata, Bologna, Cassino, Catania, Catanzaro, Chieti, Calabria (Cosenza), Ferrara, Firenze, Genova, Messina, Milano-IULM, Modena e Reggio Emilia, Molise, Padova, Parma, Perugia, Piemonte Orientale, Roma-LUMSA, Salerno, Sassari, Siena, Torino, Torino Politecnico, Trento, Trieste, Udine, Venezia Architettura, Verona.

2 Istat, Forze di lavoro. Media 2002, Roma 2003.

3 Rapporto annuale sui cittadini e le istituzioni in Italia, V Edizione, novembre 2002.

4 Si tratta di 220 laureati (219 di Servizio sociale di Trieste e solo 1 di Scienze motorie di Bologna), già in possesso di un diploma universitario e frequentemente già occupati, che hanno conseguito la laurea con un breve percorso formativo integrativo.

5 Oltre un quinto dei laureati non lavora ma non è neppure alla ricerca di un lavoro, perché impegnato in formazione, nel servizio di leva oppure in procinto di iniziare un impiego formalmente già ottenuto, oltre che per motivi personali. In attività di formazione, praticamente indispensabili soprattutto per i medici (che debbono proseguire nella specializzazione) e per i laureati in legge (tenuti ad una attività di tirocinio e praticantato), risulta ancora impegnato l'87 per cento dei laureati che non cercano lavoro (una percentuale in crescita: fra i laureati dell'anno precedente la quota risultava dell'84 per cento).

[Fig. Analisi ad un anno dalla laurea. Motivo della “non ricerca”]

6 Istat, Università e lavoro 2002. Statistiche per orientarsi, Roma 2002.

7 Per dettagli cfr. Note metodologiche.

8“Un giovane su due non farà il lavoro per cui studia” ha titolato recentemente il Corriere della Sera (26.2.2003) commentando i primi risultati dell'indagine Eurostat sulla transizione studio-lavoro dei giovani europei (Le passage de l'école à la vie professionnelle chez les jeunes Européens – Partie II, in Statistiques en bref, Theme 3 – 5/2003). Un'attività lavorativa non coerente con gli studi compiuti, secondo l'indagine stessa, riguarderebbe il 50 per cento dei diplomati di scuola secondaria superiore e il 37 per cento dei laureati in Italia; raggiungendo così i valori più critici fra i 12 paesi esaminati.

Senza entrare nel merito della metodologia utilizzata e delle definizioni adottate per l'indagine, particolarmente quella per l'individuazione della coerenza fra percorso di studio e impiego nel mercato del lavoro, si sottolinea come i risultati dell'indagine AlmaLaurea, che riflettono il parere dei diretti interessati, giungano a conclusioni assai diverse e più positive.

9 Per dettagli cfr. Note metodologiche.

Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea