CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI
di Andrea Cammelli
Indice
- INTRODUZIONE
- TENDENZE DI FONDO A LIVELLO NAZIONALE
- CARATTERISTICHE DELL'OCCUPAZIONE NELL'INDAGINE 2003
- APPROFONDIMENTI
- NOTE METODOLOGICHE
L'indagine1 sulla condizione occupazionale dei laureati delle Università aderenti al Consorzio AlmaLaurea2 è giunta al sesto appuntamento.
Il Programma di Ricerca, avviato già da diversi anni, ha l'obiettivo di indagare i percorsi lavorativi e di formazione intrapresi dopo il conseguimento del titolo universitario. L'indagine 2003 ha riguardato per la prima volta i laureati a cinque anni dalla laurea3. La rilevazione, svoltasi dal 15 settembre alla prima metà di novembre 2003, ha coinvolto i dottori degli anni 2002, 2000 e 19984.
L'estensione dell'indagine a 5 anni dalla conclusione degli studi è motivata da evidenze empiriche emerse nelle rilevazioni precedenti, che hanno suggerito di andare oltre la soglia del triennio post laurea. È emerso, infatti, che un'indagine circoscritta ai tre anni successivi alla conclusione degli studi, per quanto approfondita, accentua gli elementi di omogeneità che caratterizzano i primi approcci al mondo del lavoro piuttosto che evidenziarne le differenze. L'allargamento dell'intervallo temporale di osservazione ha consentito così di ampliare la portata del valore aggiunto della formazione post laurea nell'accesso alle posizioni lavorative più ambite dal laureato e più richieste dai settori avanzati del sistema economico del Paese, oltre che restituire un'immagine più nitida dell'efficacia esterna dei differenti percorsi formativi.
L'indagine è stata estesa quest'anno a 24 università (comprendendo per la prima volta anche Bari e Catanzaro5). Grazie all'intesa fra gli atenei (che hanno anche sostenuto parte dei costi) ed al contributo del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, in complesso l'indagine ha coinvolto oltre 45mila laureati: 21.012 ad un anno dalla conclusione degli studi, 14.549 a tre anni e 9.489 a cinque anni. Un'indagine di particolare ampiezza che consente di restituire a ciascuno degli atenei partecipanti una documentazione articolata anche per facoltà.
Su base annua quelli coinvolti nell'indagine rappresentano un terzo dei laureati italiani; una popolazione che assicura un significativo quadro di riferimento dell'intero sistema universitario. La popolazione coinvolta nell'indagine presenta una composizione per gruppi di corsi di laurea e per genere pressoché identica a quella del complesso dei laureati italiani. Diversa è invece la configurazione per aree geografiche che vede sovrarappresentato il Nord (nonostante l'assenza delle università lombarde), e più ridotta la presenza di quanti hanno concluso gli studi in atenei del Centro e del Mezzogiorno.
Ciononostante i principali indicatori dell'occupazione non sono significativamente diversi da quelli rilevati dalle statistiche nazionali. Si tenga conto infatti che il tasso di occupazione accertato dall'Istat nel 2001 su un campione rappresentativo di laureati del 1998 (intervistati a tre anni dal conseguimento del titolo) si discosta solo di 1,8 punti percentuali da quello rilevato da AlmaLaurea nel medesimo periodo e sullo stesso collettivo6.
L'interesse che l'indagine ha riscosso tra i laureati e la cura con cui la stessa è stata condotta dal Consorzio AlmaLaurea sono testimoniati dalle elevatissime percentuali di rispondenti: 86 laureati su cento ad un anno dalla conclusione degli studi; 81 su cento dopo tre anni; 76 su cento a cinque anni dall'acquisizione del titolo. Risultati, dunque, di particolarissimo rilievo che rendono estremamente affidabili i risultati di seguito presentati.
Non sono compresi in questa indagine, invece, a causa della molteplicità e della diversità dei percorsi che li hanno contraddistinti, gli studenti che hanno concluso gli studi con una laurea triennale: si tratta di 2.158 laureati della sessione estiva del 2002, pari al 9 per cento del complesso dei laureati, diversamente distribuiti negli atenei. I laureati triennali rappresentavano, infatti, nella sessione indagata, quasi la metà del complesso dei laureati (47 per cento) a Venezia-IUAV e risultavano ancora assenti nelle Università di Catania e Catanzaro 7.
Stime rappresentative dei laureati italiani
I laureati coinvolti nelle indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale, pur facendo parte di un nutrito numero di atenei italiani, non ne rappresentano la totalità. Inoltre l'indagine, per il numero - crescente di anno in anno- di atenei coinvolti, mentre restituisce a ciascuno di essi la rappresentazione fedele della propria situazione, incontra problemi di comparabilità nel tempo a livello dell'intero sistema universitario. Per ottenere stime rappresentative del complesso dei laureati italiani i risultati delle ultime quattro indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale (quelle del 2003, 2002, 2001 e 2000) sono stati interessati da una particolare procedura statistica di “riproporzionamento”8.
Il rallentamento della capacità attrattiva del mercato del lavoro, già segnalata nel Rapporto relativo all'indagine 2002, trova conferma in un quadro più generale contraddistinto a livello nazionale ed internazionale da una fase economica decisamente poco favorevole. Pur tenendo conto dei valori complessivamente elevati raggiunti dal tasso di occupazione negli ultimi anni, l'ingresso dei giovani neo laureati nel mercato del lavoro si contrae e si attesta, fra i laureati del 2002, sul valore del 54,9 per cento; 2 punti percentuali meno di quello rilevato nella precedente indagine. Una diminuzione sopraggiunta dopo un periodo di sostanziale stabilità del tasso di occupazione ad un anno (56,8 per cento per i laureati del 1999, 57,5 per cento per quelli del 2000).
Si tenga conto che fra i laureati che risultano occupati ad un anno dall'acquisizione del titolo, in realtà 25 su cento proseguono l'attività intrapresa prima della laurea9. Ciò avviene soprattutto per i laureati dei gruppi insegnamento, giuridico, politico-sociale e letterario, dove la quota di quanti proseguono si eleva fino a superare il 35 per cento. Molto verosimilmente si tratta di un'area alimentata da studenti non più giovanissimi, dipendenti prevalentemente del settore pubblico che, con l'acquisizione del titolo, puntano non solo a migliorare la propria preparazione professionale ma ad ottenere anche avanzamenti di carriera.
Andamento dell'occupazione per gruppi di corsi di laurea. Ad un anno dall’acquisizione del titolo l'occupazione è molto diversificata. Se si tralasciano i percorsi di studio ad alta formazione post laurea in cui l'ingresso nel mercato del lavoro è ovviamente ritardato (medico, giuridico e scientifico, soprattutto), il massimo di occupazione si registra fra i laureati in ingegneria (79,6 per cento). In tutti i percorsi di studio le difficoltà occupazionali risultano accresciute in misura più o meno rilevante rispetto all'anno passato (la contrazione varia fra 1 e 8 punti percentuali), con la sola eccezione significativa dei laureati del gruppo letterario (+4 punti), che vantavano, non si dimentichi, un tasso occupazionale fra i meno elevati.
L'occupazione secondo l'indagine Istat sulle Forze di lavoro. L'indagine AlmaLaurea, analogamente a quella Istat sulla condizione occupazionale dei laureati, non considera occupati coloro che sono impegnati in attività di formazione post-laurea, anche se retribuita (di fatto, specializzandi, tirocinanti, dottorandi). Categorie che sono invece considerate occupate adottando la definizione che l'Istat stesso utilizza nelle indagini sulle Forze di Lavoro. Secondo questa definizione meno restrittiva di “occupato”, il tasso di occupazione si dilata di quasi 14 punti percentuali (68,6 anziché 54,9 per cento)10.
Piu' istruzione = maggiore occupazione. Anche nelle fasi di minore dinamismo - se non di vera e propria difficoltà - del mercato del lavoro, la occupabilità dei laureati risulta costantemente più favorita. Nel periodo 1996-2003, fra i giovani italiani della classe di età 25-34 anni, il tasso di occupazione è cresciuto complessivamente del 7,1 per cento; ma fra i laureati l'occupazione è lievitata dell'8,1 per cento (fra i diplomati di scuola media superiore l'aumento è stato del 5,1 per cento)11.
In termini occupazionali si riduce quindi il vantaggio dei laureati rispetto ai diplomati di scuola secondaria superiore; vantaggio che era pari a 7,4 punti percentuali nel 2002 ed è sceso a 5,5 nel 2003. La fase economica decisamente poco favorevole che caratterizza il panorama nazionale ed internazionale sembra dunque, per ora, avere riguardato prevalentemente il prodotto finito del sistema di istruzione universitaria.
In concomitanza con il calo del tasso di occupazione si è rilevato un aumento consistente della quota di laureati in cerca di un impiego: dal 20,1 del 2002 al 24 per cento del 2003 (+3,9 punti percentuali).
La portata reale della disoccupazione. D'altra parte l'ammontare di quanti sono in cerca di occupazione non si identifica tout court con la disoccupazione che, per essere tale, secondo l'indagine Istat sulle Forze di lavoro, presuppone almeno un'azione di ricerca attiva del lavoro nelle 4 settimane precedenti l'intervista e la disponibilità ad iniziare l'attività lavorativa nelle due settimane successive12. Così definito, il tasso di disoccupazione fra i laureati del 2002 raggiunge il 18,6 per cento, risulta in crescita nelle ultime rilevazioni (+0,2 punti dal 2000 al 2001, +1,2 dal 2001 al 2002, +1,5 dal 2002 al 2003), e conferma i segnali di difficoltà del mercato del lavoro già emersi quando l'occupazione era - se non in crescita - per lo meno stabile nel tempo.
La disoccupazione si riduce in cinque anni. Nella generazione dei laureati 1998 il tasso di disoccupazione subisce un deciso ridimensionamento, passando dal 19,2 per cento a un anno ad un “fisiologico” 4,3 per cento a cinque anni dalla conclusione degli studi.
Nel Rapporto dell'anno passato il rallentamento dell'occupazione e la contemporanea riduzione di coloro che erano in cerca di un lavoro era stata spiegata con la funzione di compensazione dovuta al crescente numero di neo laureati impegnati in attività di formazione post laurea, le quali possono comportare un ritardato ingresso nel mercato del lavoro. Nell'indagine appena conclusa tale funzione di compensazione risulta evidentemente insufficiente nonostante il generale ulteriore incremento della prosecuzione degli studi. Incremento che ha riguardato più gli occupati, ma fra i non occupati il ricorso alla formazione post laurea rimane, anche nell'indagine 2003, su livelli elevatissimi (85 per cento).
Le componenti principali che caratterizzano questa domanda formativa sono costituite dal tirocinio finalizzato all'iscrizione ad un albo professionale (30 per cento), dallo stage in azienda (17 per cento) e dal master (17 per cento), universitario e non, una componente quest'ultima in continua crescita negli ultimi quattro anni, più consistente anche della scuola di specializzazione (11 per cento), con una prevalenza di corsi proposti da enti diversi dalle università (10 a 7) e frequentati in misura più consistente da laureati non occupati.
Il dilatarsi dei tempi di ingresso nel mercato del lavoro ha riguardato, come si è visto, i neo laureati. Non solo; riguarda anche i laureati del 2000 coinvolti nell'indagine a tre anni dalla laurea. Se è vero che l'occupazione aumenta raggiungendo 75 intervistati su cento (oltre 17 punti percentuali in più di quanto rilevato quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo), è altrettanto vero che si è registrato un calo di 2 punti percentuali rispetto all'analoga rilevazione del 2002. Fra gli occupati a tre anni dalla laurea della generazione precedente, infatti, il tasso di occupazione era pari al 77 per cento. Il confronto con l'unica indagine nazionale disponibile (quella Istat condotta nel 2001 su un campione di laureati del 1998) evidenzia che il tasso di occupazione è in linea con quello accertato dall'indagine AlmaLaurea nel medesimo anno di rilevazione.
Anche in questo caso la definizione di occupato adottata (con le sottolineature già evidenziate illustrando i risultati dell'occupazione ad un anno dalla laurea) ha un rilievo non trascurabile. Infatti, ad esclusione dei laureati delle facoltà ad alta formazione post laurea, tutti gli altri percorsi di studio vedono l'occupazione su valori decisamente superiori alla media, alcuni (Architettura e Ingegneria soprattutto) prossimi alla piena occupazione.
2.5 A 5 ANNI DALLA LAUREA L'OCCUPAZIONE RIGUARDA 87 LAUREATI SU CENTO (ED ALTRI 7 RESTANO IN FORMAZIONE)
Il Rapporto di quest'anno mette in luce, per la prima volta, le caratteristiche dell'occupazione a cinque anni dalla conclusione degli studi. Un'occupazione che si è estesa complessivamente a quasi 87 laureati su cento, con un incremento rispetto all'indagine ad un anno dal conseguimento del titolo di ben 31 punti percentuali.
Tale incremento ha coinvolto i laureati in misura differente e risulta particolarmente apprezzabile per i gruppi giuridico (il numero di occupati è salito di oltre 55 punti, passando dal 32 all'87 per cento), psicologico (+37 punti percentuali, dal 53 al 90 per cento) e geo-biologico (+37 punti percentuali, dal 40 al 77 per cento).
Per i laureati dei gruppi architettura (occupati al 95,8 per cento), ingegneria (95,5), economico-statistico (93,7) ed agrario (93,2), a 5 anni si può parlare di piena occupazione.
Si è già detto come l'estensione dell'indagine a 5 anni avesse lo scopo di esplorare un segmento dell'esperienza lavorativa e professionale dei laureati di particolare interesse e nello stesso tempo trascurata dalle ricerche. Al di là di ogni altra valutazione sulla qualità dell'attività svolta, che il gruppo di lavoro perfezionerà per il rapporto finale di ricerca che verrà pubblicato presso la casa editrice Il Mulino, l'estensione dell'indagine a 5 anni ha consentito di esplorare due pianeti rimasti largamente semisconosciuti: quello dei laureati del gruppo giuridico, che fra il terzo ed il quinto anno vedono passare la loro quota di occupati dal 60,2 all'87,5 per cento e soprattutto quelli del gruppo medico per i quali, nello stesso intervallo di tempo, l'occupazione cresce dal 17,6 a 55,8 per cento.
Assai elevata rimane ancora la quota di laureati del gruppo medico che, a 5 anni, prosegue la formazione post laurea: 31 per cento. Ciò dipende soprattutto dalla lunga durata delle specializzazioni e dalla non immediata consequenzialità fra conseguimento della laurea ed ammissione alla specializzazione.
Ad un anno dalla laurea, le differenze in termini occupazionali fra uomini e donne risultano già significative (oltre 8 punti in termini percentuali: lavorano 51 donne e 60 uomini su cento) e tendono ad accentuarsi negli ultimi anni (per i laureati del 1999 il differenziale ad un anno dalla laurea era pari a 2,7 punti percentuali).
Ma le differenze di genere in termini occupazionali si ampliano ulteriormente negli anni: fra i laureati del 1998 a tre anni dal titolo, il differenziale uomo-donna ha raggiunto i 6,6 punti percentuali; a cinque anni il differenziale tocca i 7,8 punti.
Le differenze di genere, a vantaggio della componente maschile, sono confermate nella quasi totalità dei percorsi di studio per ogni generazione considerata.
L'analisi sulle differenze territoriali è stata effettuata riclassificando la popolazione universitaria intervistata per provincia di residenza, indipendentemente dalla sede di studio.
In termini occupazionali le differenze territoriali sono rimaste sostanzialmente immutate negli ultimi anni e comunque sempre superiori ai 21 punti percentuali: tra i laureati del 2002 si rileva che lavora il 64 per cento dei residenti al Nord e il 42 per cento di quelli al Sud.
Corrispondentemente sono molto elevate le differenze territoriali fra quanti sono alla ricerca di un lavoro. Una realtà che tende, seppure lievemente, a ridursi (da 22 a 19 punti percentuali fra il 1999 ed il 2002) ma che continua a riguardare quasi un terzo dei laureati che risiedono al Sud.
Ad un anno dalla conclusione degli studi, la stabilità del lavoro13, lievita di quasi 5 punti percentuali tra la generazione del 1999 e quella del 2000, si contrae leggermente nell'anno successivo (-1,3 punti), per poi diminuire significativamente nell'ultimo anno (-6 punti percentuali: da 44 a 38 laureati occupati su cento). Quest'ultimo decremento risulta tanto più significativo in quanto ottenuto esclusivamente per effetto del contrarsi dei contratti a tempo indeterminato (da 32 a 26 laureati occupati su cento).
Aumentano corrispondentemente i cosiddetti lavori atipici (erano 40 su cento nel 2002, sono diventati 44 nell'ultima indagine). Il 24,3 per cento dei laureati occupati ha un contratto di collaborazione, il 16,2 un contratto a tempo determinato, il 3,1 svolge altri lavori atipici.
In ripresa anche i contratti di formazione lavoro e di apprendistato che, dopo la contrazione progressiva degli ultimi anni coinvolgono nell'ultimo anno considerato, il 12 per cento dei laureati impegnati in un'attività lavorativa.
La stabilità riguarda in misura assai più consistente gli uomini (43,7 per cento degli occupati) che le loro colleghe (33,2 per cento), ma il differenziale è pressoché interamente imputabile alla diversa presenza del lavoro autonomo nella componente maschile ed in quella femminile. Mentre infatti il contratto a tempo indeterminato riguarda, nell'uno e nell'altro caso, poco più di un quarto degli occupati, il lavoro autonomo riguarda, rispettivamente, 17 uomini occupati su cento e quasi 8 donne.
La situazione è pressoché identica per quanto riguarda i contratti di formazione lavoro e di apprendistato (16,5 per cento per i maschi, 7,6 per le femmine).
La variegata tipologia dei lavori atipici riguarda oltre metà delle donne impegnate in attività lavorative e 35 uomini su cento.
Tra i laureati del 1998 coinvolti nell'indagine a cinque anni dalla laurea risultano stabili 75 occupati su cento; 37 punti percentuali in più rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo. Il grande balzo in avanti è dovuto in particolar modo all'aumento consistente dei contratti a tempo indeterminato che sono lievitati di 23 punti percentuali, raggiungendo il 48 per cento degli occupati a cinque anni. Il lavoro autonomo è passato dal 13 al 27 per cento (guadagnando così 14 punti percentuali). Ovviamente nel quinquennio si riducono corrispondentemente le quote di lavoro atipico (dal 41 al 22 per cento), i contratti di formazione lavoro (che di fatto scompaiono, scendendo dal 14 all'1 per cento) e l'attività lavorativa senza contratto (dal 5 all'1 per cento).
A 5 anni dal conseguimento del titolo il differenziale in termini di stabilità fra maschi e femmine risulta ulteriormente ampliato e pari a circa 15 punti percentuali e, anche in questo caso, quasi completamente a carico del lavoro autonomo diversamente diffuso fra maschi e femmine.
A cinque anni dal titolo, i laureati dei gruppi ingegneria, architettura, economico-statistico, giuridico ed agrario hanno i livelli più elevati di stabilità, oltre la soglia dell'80 per cento degli occupati. Ancora da realizzare invece la stabilità per i laureati dei gruppi insegnamento, psicologico, linguistico, geo-biologico e, soprattutto, letterario con tassi di stabilità che variano, nell'ordine, fra il 63 ed il 51 per cento.
Interessanti elementi di riflessione emergono esaminando l'evoluzione del tipo di lavoro svolto nell'intervallo fra 1 e 5 anni dal conseguimento del titolo. Di seguito vengono tratteggiati la direzione e la consistenza dei principali flussi.
I contratti a tempo indeterminato rimangono tali nell'81,9 per cento dei casi, mentre per un altro 7 per cento si realizza un passaggio al lavoro autonomo.
L'attività autonoma rimane tale nel 68 per cento dei casi, mentre in 18 casi su cento diventa un'attività dipendente a tempo indeterminato.
I contratti a tempo determinato continuano a riguardare anche a 5 anni il 16,4 per cento dei casi, mentre si trasformano a tempo indeterminato per due terzi delle posizioni iniziali (65,6).
I contratti di formazione lavoro e apprendistato si sono quasi totalmente trasformati in contratti a tempo indeterminato (85,3 per cento dei casi) e parzialmente sono diventati lavoro autonomo (6 per cento).
Più lontano dalla conclusione appare invece il percorso verso la stabilità dei contratti di collaborazione comunque definiti, che sono rimasti tali nel 16 per cento dei casi, ma che si sono trasformati in contratti a tempo indeterminato per 35 collaboratori su cento e in attività autonome per un altro terzo.
Nell'intervallo quinquennale alla stabilità sono giunti anche quasi i due terzi dei laureati che risultavano privi di un'occupazione ad un anno dal completamento degli studi: 34 su cento hanno ottenuto un contratto a tempo indeterminato, 30 su cento hanno iniziato un'attività autonoma.
Gli uomini ottengono, più frequentemente delle donne e fin dal primo anno successivo al conseguimento del titolo, un contratto a tempo indeterminato, che conservano anche a cinque anni (84 contro 80 per cento); più elevata anche la quota che a cinque anni è assunta a tempo indeterminato pur non lavorando ad un anno dalla laurea (39 contro 31 per cento). Per le donne è invece più elevata la quota che non lavora né a uno né a cinque anni dalla laurea (7 contro 13 per cento). Tali andamenti risultano confermati, in generale, all'interno dei gruppi di corsi di laurea.
Per ciò che riguarda le differenze territoriali si rileva, in particolare, la maggiore difficoltà dei laureati residenti al sud e nelle isole di trovare un qualunque impiego sia ad uno che a cinque anni dalla laurea (15 per cento contro 7 per cento circa dei residenti al Centro-Nord).
Nelle regioni del Centro e del Nord è consistente la quota di laureati che raggiunge nel quinquennio la stabilità contrattuale (69 per cento per i residenti al Nord, 65 per quelli al Centro, 53 per quelli al Sud).
2.11 IL REDDITO MENSILE NETTO DEI LAUREATI AD UN ANNO È DI 970 EURO, A TRE ANNI È UGUALE A 1.160, A CINQUE 1.250
Ben il 90 per cento degli occupati, nonostante la delicatezza dell'argomento trattato, ha risposto ai quesiti relativi al reddito percepito col proprio lavoro; una quota consistente, che rende particolarmente attendibile anche questo capitolo di grande interesse.
A 12 mesi dalla laurea il reddito netto non supera i €1.000: rispetto alla rilevazione dello scorso anno si rileva una diminuzione del 4,5 per cento (il reddito mensile medio è sceso da 1.015 a 969 euro).
A tre anni dalla laurea, invece, i valori sono rimasti sostanzialmente inalterati nelle ultime due rilevazioni (€1.167 nell'indagine 2002, €1.161 in quella del 2003).
A cinque anni dal conseguimento del titolo il reddito mensile si attesta attorno ai €1.250.
Differenze di genere. Gli uomini guadagnano ad un anno mediamente il 26 per cento in più delle loro colleghe (1.089 contro 864 euro).
A tre anni dalla conclusione degli studi il differenziale raggiunge il 27 per cento (1.311 contro 1.030 euro) e resta tale anche a cinque anni dalla laurea (1.417 contro 1.115 euro).
Differenze di genere contraddistinguono ciascuno dei gruppi di corsi di laurea: l'analisi condotta a cinque anni dall'acquisizione del titolo (e con riferimento ai soli laureati che hanno iniziato l'attuale lavoro dopo la laurea e lavorano a tempo pieno) mette in luce come gli uomini risultino essere costantemente i più favoriti, con le sole eccezioni dei gruppi Agrario e Medico.
Redditi più elevati sono percepiti dai laureati dei gruppi ingegneristico, chimico-farmaceutico ed economico-statistico; all'estremo opposto, con retribuzioni inferiori fino al 38 per cento, si trovano i laureati dei gruppi linguistico, insegnamento, letterario e, soprattutto, psicologico.
Gli uomini risultano avvantaggiati rispetto alle colleghe anche nell'analisi compiuta tenendo in considerazione la professione svolta (a tempo pieno) dai laureati che hanno iniziato l'attuale attività lavorativa dopo la laurea: a parità di posizione, infatti, le donne guadagnano costantemente meno, con percentuali che oscillano dal 7 per cento per gli imprenditori al 30 per cento fra coloro che lavorano senza contratto.
Differenze di genere si riscontrano anche nell'ambito dell'insegnamento circoscritto alla scuola pubblica, dove peraltro il differenziale sembra almeno in parte riconducibile alla maggiore presenza di insegnanti femmine di nell'istruzione prescolastica e primaria nel collettivo indagato da AlmaLaurea.
Gli stipendi netti nel settore privato sono superiori a 5 anni del 10 per cento a quelli del pubblico (€1.281 contro €1.165). Tra i due settori le differenze retributive si dilatano a favore della componente maschile: i laureati che lavorano nel settore privato guadagnano infatti l'11 per cento in più dei loro colleghi del pubblico impiego. Le retribuzioni delle laureate risultano invece appiattite su livelli assai più bassi, e divergono soltanto del 2 per cento.
Differenze territoriali. Consistentemente più elevati, a cinque anni dal titolo, i guadagni mensili netti dei laureati (senza distinzione di genere) che lavorano al Nord (€1.292) rispetto ai loro colleghi impegnati nelle regioni centrali (€1.236) e soprattutto nel Mezzogiorno (€1.074).
Reddito e settori di attività. I settori di attività che a cinque anni dalla laurea offrono le migliori retribuzioni in termini economici sono: la metalmeccanica (€1.448), l'elettronica (€1.441), la chimica (€1.440), il credito (€1.428), la comunicazione (€1.418) e l'informatica (€1.410).
Con l'efficacia del titolo acquisito vengono sintetizzati due aspetti importanti relativi all'utilità e alla spendibilità del titolo universitario nel mercato del lavoro. Questo indicatore è il risultato della combinazione delle domande relative alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto e del livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi [Note metodologiche]. L'efficacia risulta già ad un anno dalla laurea complessivamente buona (è almeno abbastanza efficace per 84 laureati del 2002 su cento); dopo alcuni anni di sostanziale invarianza dei valori dell'indice, quest'anno l'efficacia è diminuita di 2 punti percentuali rispetto alle rilevazioni precedenti.
Soprattutto e fin dall'inizio, l'efficacia è particolarmente accentuata per i laureati dei corsi di laurea più specialistici: chimico-farmaceutico (97,3), medico (97,3), ingegneria (95,3) e architettura (94,3).
Negli anni successivi al completamento degli studi l'efficacia, pur se significativamente elevata già dopo il primo anno, tende ad aumentare di qualche punto percentuale, e ciò avviene soprattutto per effetto del migliore apprezzamento dato dai laureati dei gruppi di corsi che assicurano una formazione polivalente, meno specialistica14. Per i laureati del 1998, infatti, i valori di efficacia aumentano di oltre 7 punti percentuali tra il primo e il quinto anno: il titolo risultava almeno abbastanza efficace per 83 laureati su cento ad un anno dal conseguimento del titolo, sfiora ben 91 laureati su cento a cinque anni.
La valutazione della qualità del lavoro svolto è ottenuta combinando tra loro diversi elementi: oltre alle due componenti dell'indice di efficacia - il grado di necessità del titolo acquisito e il livello di utilizzazione delle competenze apprese con gli studi universitari – si fa uso anche del contratto di lavoro e della soddisfazione per il proprio lavoro (Note metodologiche). Per ora l'analisi è stata circoscritta ai valori dell'indice al di sopra dei quali si colloca il 25 per cento dei laureati che hanno espresso le valutazioni più positive. Valutazioni sulle condizioni lavorative che, già ad un anno dal conseguimento del titolo, sono particolarmente buone. La qualità, già su valori elevati, si è mantenuta costante negli ultimi quattro anni di rilevazione e pari a 81-82 punti nella scala 0-100. La qualità del lavoro migliora inoltre col passare del tempo (da 80 ad un anno a 92 a tre e cinque anni per la generazione del 1998).
Il percorso formativo intrapreso risulta determinante per svolgere un lavoro di qualità, e le differenze tra i diversi gruppi di corsi di laurea tendono ad accentuarsi col passare del tempo, a favore delle lauree più specialistiche: medico, ingegneria, giuridico e agrario (96 per tutti i gruppi).
Un'analisi rigorosa del differenziale occupazionale non può prescindere dal diverso dinamismo dei mercati del lavoro regionali e dalla diversa composizione della popolazione laureata per ateneo e residenza. In termini occupazionali il risultato complessivo delle singole università è funzione della loro diversa composizione per facoltà, del differente peso relativo di ciascuna di esse, e della diversa dinamica occupazionale dei singoli percorsi di studio. A titolo esemplificativo, si tenga presente che il risultato dei laureati all'Ateneo di Catanzaro sconta la particolare situazione occupazionale dei neo-dottori in medicina e chirurgia e giurisprudenza (che rappresentano il 94 per cento del complesso dei laureati di quell'ateneo) che ad un anno dalla laurea risultano in gran parte ancora impegnati in ulteriori attività di formazione.
L'esame della documentazione evidenzia che:
la complessiva contrazione dell'occupazione ad un anno dall'acquisizione del titolo è estesa, in misura più o meno accentuata, a 18 atenei sui 22 indagati anche l'anno precedente16; prescindendo quindi dalla situazione occupazionale dei laureati negli atenei di Bari e Catanzaro entrati nell'indagine quest'anno per la prima volta. Si tratta di una contrazione diffusa, quindi, ed estesa ben al di là del Mezzogiorno dove pure si presenta di particolare consistenza;
il rallentamento dell'occupazione si associa all'incremento pressoché generalizzato della quota di coloro che cercano un impiego.
La conferma dell'importanza dell'ambiente familiare di origine si rileva con evidenza anche nell'approccio al mondo del lavoro.
Come è stato messo in evidenza nei Rapporti precedenti, votazione di laurea e tasso di occupazione non procedono sempre secondo una relazione diretta. Ad un anno dalla conclusione degli studi tale relazione è verificata solo fino alla soglia delle votazioni più elevate. Per i neo dottori con votazioni superiori al 105/110 e soprattutto per quelli con lode, l'occupazione si contrae fino a raggiungere i valori minimi. Per questi il successo ottenuto negli studi alimenta aspettative più ambiziose. Aspettative da coltivare e possibilità di attendere le occasioni migliori favorite anche dall'ambiente socioeconomico d'origine. Il tasso di occupazione più modesto infatti, pari al 45 per cento, si registra in corrispondenza dei laureati usciti da famiglie con entrambi i genitori laureati (e sale di qualche punto percentuale fra i laureati di famiglie dove almeno uno dei genitori possiede la laurea). Lavorano proporzionalmente molto di più (fino a 15 punti percentuali di differenza) i laureati provenienti da famiglie meno favorite, soprattutto quelli che, verosimilmente, dovendo contare solo sulle proprie forze, stavano già lavorando alla laurea oppure si sono impegnati a trovare rapidamente un'occupazione.
L'analisi della consistenza e delle caratteristiche di coloro che, anche nell'anno immediatamente successivo all'acquisizione della laurea, proseguono in una qualche attività di studio e formazione, conferma le considerazioni precedenti. Si tratta in ogni caso di una quota rilevantissima di laureati, oltre il 68 per cento del complesso; il che pone interrogativi complessi all'intero sistema di formazione universitario, tanto più ove si ricordi l'elevatissima età media alla laurea dei dottori italiani, pari a 28 anni! Ma resta il fatto che a proseguire gli studi sono in misura maggiore i giovani (!) usciti da famiglie culturalmente e socialmente più favorite, e quelli che hanno realizzato le performances migliori. Prosegue il 78 per cento di coloro che hanno ambedue i genitori laureati, e il 63 per cento di chi ha familiari privi di qualsiasi titolo di studio; il 77 per cento di coloro che hanno coronato i loro studi con la lode, e il 67 per cento di quanti si sono dovuti accontentare di votazioni inferiori a 90/110. Si tenga presente, inoltre, che tali valori sono in aumento rispetto alla precedente rilevazione (nel complesso +4 punti percentuali, che salgono in alcuni casi fino a +7 punti).
Il complesso delle considerazioni fatte conferma uno scenario caratterizzato da un indubbio processo espansivo dell'accesso all'istruzione universitaria (che ha consentito tra l'altro l'acquisizione della laurea ad una quota crescente di giovani provenienti da ambienti sociali meno favoriti: nell'anno 2002, tre quarti dei laureati vengono da famiglie in cui il titolo di studio universitario entra per la prima volta), ma anche da un'ulteriore dilatazione dei tempi di formazione per raggiungere le mète e gli obiettivi formativi più ambìti e più concorrenziali che restano così, prevalentemente, alla portata di quanti possono permetterselo.
Ad un anno dall'acquisizione del titolo 38 occupati su cento sono impiegati di alta e media qualificazione, altri 9 sono occupati come impiegati esecutivi (secondo le definizioni Istat), mentre gli insegnanti (esclusi i docenti universitari) rappresentano il 6 per cento del collettivo. Tutte queste professioni, unitamente ai dirigenti/direttivi (che riguardano il 3 per cento degli occupati) e ad altre posizioni di minore diffusione, definiscono sostanzialmente l'area del lavoro dipendente, pari al 58,4 per cento degli occupati.
Sull'altro versante, caratterizzato dal lavoro autonomo, i liberi professionisti sono il 5,2 per cento, i lavoratori in proprio costituiscono il 4,4 per cento e gli imprenditori l'1,1; nel complesso, il 12,4 per cento dei laureati ha trovato un'occupazione autonoma.
Oltre a queste due aree di più consolidata definizione, quella dei collaboratori “atipici” riguarda il 24 per cento circa degli occupati.
Gli uomini, già ad un anno dal conseguimento del titolo, occupano posizioni di più alto livello rispetto alle donne: sono infatti più rappresentati tra i liberi professionisti (8,4 contro 2,8), i lavoratori in proprio (5,5 contro 3,6), i dirigenti/direttivi (3,6 per cento contro 1,8) e tra gli imprenditori (1,7 contro 0,6). Le donne, corrispondentemente, sono più numerose tra i collaboratori (28 per cento contro 18,4), gli impiegati esecutivi (10,3 contro 6,6), gli insegnanti (9,5 contro 2,3) e i lavoratori senza contratto (5,8 contro 3,9).
Nel quinquennio aumenta in misura consistente l'area del lavoro autonomo, che coinvolge così oltre il 28 per cento degli occupati; ciò è dovuto quasi esclusivamente all'incremento dei liberi professionisti che rappresentano oltre un quinto degli occupati.
Si riduce nello stesso tempo la percentuale dei collaboratori, che finisce per riguardare meno di 10 occupati su cento.
Nel lavoro dipendente non si rilevano particolari variazioni per posizione nella professione: aumentano gli insegnanti (10,3 per cento) e i dirigenti/direttivi (6,2 per cento), contemporaneamente diminuiscono gli impiegati esecutivi (5,9 per cento).
Nel quinquennio le differenze di genere si sono accentuate a favore della componente maschile per tutte le posizioni relative ai livelli più elevati, eccezion fatta per gli imprenditori. Particolare, sebbene non inattesa, la situazione degli insegnanti che vede dilatarsi ulteriormente la sovrarappresentazione femminile. Nelle altre posizioni (collaboratori, impiegati esecutivi) le differenze di genere sono andate significativamente riducendosi.
La prima evidenza empirica che emerge è che tre occupati su quattro lavorano, a cinque anni dalla laurea, nel settore dei Servizi, poco meno di un quarto nell'Industria e solo l'1,5 per cento nell'Agricoltura.
L'estensione dell'indagine a 5 anni ha consentito di meglio apprezzare i percorsi della transizione studi universitari/lavoro, mettendo in luce la tendenza nel tempo ad una maggiore coerenza fra studi compiuti e attività lavorativa. L'esigenza di estendere l'indagine ad un intervallo di tempo più ampio è tanto più indispensabile tenuto conto che gli anni immediatamente successivi all'acquisizione della laurea, oltre alle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro che condizionano le scelte lavorative dei neo-laureati, sono sempre più utilizzati da un consistente numero di giovani per sperimentare un mondo, quello del lavoro, ai più quasi del tutto estraneo; e del tutto inesplorato se si considera che quasi 41 laureati su cento giungono alla conclusione degli studi universitari privi di qualunque esperienza lavorativa, neppure saltuaria.
L'approfondimento è stato condotto prendendo in esame i settori di attività economica che vedono la presenza di almeno il 70 per cento dei laureati occupati di ogni gruppo di corsi di laurea, ad uno ed a cinque anni dalla conclusione degli studi.
A cinque anni dalla laurea l'accresciuta concentrazione degli occupati in un minor numero di attività (verificata per oltre metà dei gruppi di corsi) evidenzia la tendenziale convergenza verso una migliore corrispondenza tra titolo conseguito e sbocco professionale. Ciò vale, in misura più consistente, per i laureati del gruppo giuridico e per quelli del gruppo letterario; non riguarda, invece, i laureati dei gruppi insegnamento, medico ed architettura, per i quali un'elevatissima coerenza si realizza fin dal primo anno.
Il ventaglio delle opportunità occupazionali risulta, al contrario, notevolmente più ampio fin dal primo anno e permane tale anche a cinque anni, per i laureati del gruppo ingegneristico e, soprattutto, di quello politico-sociale.
L'esistenza di due diversi modi di porsi della formazione universitaria, quella specialistica e quella polivalente, rende complesso stabilire se e in che misura, e per quanto tempo, ciò alimenti maggiori opportunità di lavoro oppure costringa a cercare comunque un'occupazione quale che sia il settore di attività economica.
La partecipazione a master - universitari e di altro tipo – riguarda una quota crescente di laureati (16 per cento ad un anno dalla laurea) e, come già visto, risulta tra le attività di formazione più seguite. Coinvolge in analoga misura i laureati di tutti i gruppi di corsi di laurea, dal momento che le quote di partecipazione oscillano dal 20 per cento circa tra i laureati del politico-sociale (23) e dello psicologico (20), al 10 per cento degli ingegneri e dei laureati del chimico-farmaceutico. Un'esperienza formativa, tra l'altro, che complessivamente coinvolge uomini e donne in egual misura (con diversa rappresentazione nei differenti percorsi di studio), ed alla quale accedono in misura più consistente i laureati della classe borghese (18,4 per cento contro 13,1 della classe operaia) [Note metodologiche] .
La capacità dei master di favorire l'accesso al mercato del lavoro si apprezza soprattutto nel medio periodo: se ad un anno dalla laurea lavora il 59 per cento dei laureati che ha concluso un master e il 56 di quelli che non vantano tale esperienza, a tre anni dalla laurea i tassi di occupazione lievitano fino all'80 e al 75 per cento, rispettivamente, mentre a cinque anni dal conseguimento del titolo le differenze in termini occupazionali si riducono (88 e 86 per cento).
Tirocini e stage nel corso degli studi sono attività che toccano una percentuale ancora contenuta, eppure crescente, di laureati e che fanno parte del bagaglio formativo realizzato durante gli studi di 16 dottori su cento18. Si tratta di esperienze che hanno coinvolto prevalentemente i laureati in agraria (68 per cento) e quelli dell'insegnamento (61 per cento).
Senza dimenticare che lo stage nel corso degli studi universitari, fino all'avvio della riforma universitaria era pratica diversamente diffusa nei diversi corsi di laurea, l'esperienza di stage maturata durante gli studi si associa, già nei 12 mesi successivi al conseguimento della laurea, a un significativo vantaggio in termini occupazionali - di 8 punti percentuali - rispetto a chi non vanta un'analoga esperienza.
Tale vantaggio si presenta ben più consistente (e confermato generalmente anche all'interno dei gruppi di corsi di laurea) per quel 13 per cento di laureati che realizzano un'esperienza di stage/tirocinio formativo dopo l'acquisizione del titolo. Il differenziale si dilata fino a 13 punti percentuali: dal 56 per cento di occupati fra coloro che non hanno partecipato al 69 per cento di chi ha concluso in azienda questo tipo di esperienza formativa. Anche in questo caso occorre non dimenticare che questo tipo di attività formativa può essere facilitato da una pluralità di elementi (tipo di studi condotti, reti di conoscenze; dinamismo differenziale dei diversi settori del mercato del lavoro, ecc.).
L'esperienza di stage post laurea risulta particolarmente diffusa fra i neodottori dei corsi politico-sociale ed economico-statistico (23 e 20 per cento, rispettivamente), e assai meno fra gli psicologi ed i giuristi (5 e 6 per cento rispettivamente); più utilizzata fra le donne rispetto agli uomini (13,5 per le prime e 11,8 per cento per i secondi) e soprattutto fra i laureati residenti al Nord (14 per cento) rispetto a quelli del Mezzogiorno (10 per cento).
L'utilità dello stage quale primo strumento usato dalle aziende per la selezione del personale è confermata dall'elevata quota di laureati che ha ottenuto l'impiego proseguendo tale tirocinio (24 per cento) e dalla diversa distribuzione dei contratti di formazione lavoro (20 contro 15 per cento di chi non ha fatto lo stage). Il tirocinio formativo in azienda costituirebbe perciò l'anticamera per l'assunzione attraverso un contratto di formazione lavoro, primo passaggio di un inserimento aziendale protratto nel tempo.
Le esperienze di studio all'estero compiute durante gli studi coinvolgono 14 laureati su cento. Esperienze che riguardano prevalentemente i laureati del gruppo linguistico (56 su cento), ma anche quelli del politico-sociale (22) e del letterario (14). Le donne, indipendentemente dal corso di laurea, sono più propense a compiere viaggi all'estero per studiare: tale esperienza coinvolge infatti il 15,5 per cento di esse e il 12,8 per cento degli uomini.
In generale, l'esperienza di studio all'estero – ancor più se compiuta attraverso un programma dell'Unione Europea – si traduce in un differenziale in termini di occupazione, sia pure non particolarmente elevato (rispetto a coloro che non vantano analoghe esperienze formative): ad un anno dal conseguimento del titolo, infatti, lavora il 60 per cento di chi ha studiato all'estero con un Programma dell'Unione Europea e il 55 per cento di chi non è mai andato oltralpe per studiare. Tuttavia la maggiore occupabilità di coloro che hanno partecipato a studi all'estero non sempre è confermata dall'analisi per corsi di laurea: nei gruppi agrario, chimico-farmaceutico, geo-biologico, ingegneria, medico, politico-sociale e psicologico, infatti, sono coloro che non hanno avuto queste esperienze ad avere un tasso di occupazione più elevato; in tali corsi è però più alta la quota di laureati che ad un anno non cerca perché ancora in formazione. Solo per i laureati del gruppo linguistico studiare all'estero fa bene in termini di chance occupazionali: il differenziale tra chi vanta questo tipo di esperienza e chi ne è privo sale fino a sfiorare gli 11 punti percentuali (66 contro 55,4 per cento, rispettivamente).
Il fatto, tra l'altro, che tale tendenza si confermi anche a tre e cinque anni dalla laurea fa sorgere il dubbio sulla capacità del mondo del lavoro nazionale di apprezzare in misura adeguata il valore aggiunto dato da questo tipo di esperienza.
Studiare all'estero favorisce la percezione del mercato del lavoro come un mercato internazionale e facilita la mobilità territoriale per motivi di lavoro: ha infatti trovato un impiego oltralpe il 6,4 per cento, contro lo 0,8 di chi non ha mai compiuto questo tipo di esperienza.
Conoscono bene almeno uno strumento informatico 68 laureati su cento19; particolarmente diffusa la capacità di navigare in Internet (che accomuna 60 laureati su cento) e l'utilizzo di programmi di video-scrittura (54 per cento dei laureati). La capacità di realizzare siti web e gestire reti di trasmissione dati, al contrario, è limitata e coinvolge solo 7 intervistati su cento.
Quasi il 20 per cento dei laureati conosce bene almeno 5 strumenti informatici, ma 15 su cento non conoscono bene neanche uno strumento informatico; 14 su cento conoscono 2 strumenti e il 13 su cento 3 strumenti.
I corsi che forniscono maggiori cognizioni informatiche (almeno 5 strumenti informatici conosciuti molto bene) sono quelli ingegneristico, architettura, economico-statistico e scientifico. Gli uomini hanno conoscenze informatiche più ampie delle donne, e tali differenze sono generalmente confermate all'interno dei gruppi di corsi di laurea.
Conoscenze informatiche e occupazione. La percentuale degli occupati aumenta all'aumentare del numero di strumenti informatici conosciuti (dal 48 per cento tra chi non conosce bene nemmeno uno strumento, al 66 per cento tra chi conosce bene più di 5 strumenti). Questa tendenza è generalmente confermata all'interno dei gruppi di corsi di laurea; in particolare, i gruppi scientifico, architettura, economico-statistico, ingegneria, giuridico, insegnamento, agrario e politico-sociale presentano percentuali alte di occupati tra chi conosce quattro o più strumenti.
A buone conoscenze informatiche si associano maggiore efficacia della laurea e reddito più elevato. Indipendentemente dal percorso di studi intrapreso il reddito mensile netto, ad esempio, tende a crescere all'aumentare del numero di strumenti conosciuti.
Se si concentra l'attenzione su coloro che hanno iniziato l'attuale attività lavorativa dopo la laurea, si rileva che la padronanza degli strumenti informatici riguarda prevalentemente - tra le posizioni alle dipendenze - impiegati ad alta/meda qualificazione e dirigenti/direttivi (conosce almeno cinque strumenti informatici il 29 per cento dei primi ed il 26 per cento dei secondi); liberi professionisti e imprenditori tra le figure in conto proprio (32 e 28 per cento, rispettivamente).
Numerosi gli insegnanti totalmente privi di conoscenze informatiche.
L'indagine ha consentito di approfondire i meccanismi d'ingresso nel mercato del lavoro di sei successive generazioni di laureati comprese nell'intervallo di tempo 1997-2002. Un approfondimento che riguarda le iniziative, coronate da successo, intraprese (entro un anno dalla conclusione degli studi) dai laureati che hanno iniziato un'attività lavorativa dopo la laurea.
L'iniziativa personale risulta per tutto l'intervallo considerato la modalità più diffusa, e tendenzialmente crescente, per trovare il lavoro: la utilizzano 39 laureati su cento del 2002.
Diminuisce parallelamente il ruolo dell'intervento familiare nel segnalare le opportunità lavorative: riguarda 15 su cento di quelli nell'ultima rilevazione.
Nell'intervallo di tempo considerato ha assunto un ruolo sempre maggiore la prosecuzione di stage in azienda (compiuti sia prima che dopo la laurea), tale modalità è praticamente raddoppiata diventando 10,6 per cento per l'ultima generazione.
Anche le agenzie di lavoro interinale stanno assumendo un'importanza crescente; al momento coinvolgano 5 laureati su cento.
La partecipazione ai concorsi pubblici risulta comprensibilmente poco agevole nei primi dodici mesi successivi alla laurea. Unitamente alla scarsità di opportunità occupazionali nel pubblico impiego fa sì che il peso di questa modalità di accesso sia modesto e si sia dimezzato fra il 1997 ed il 2002.
A cinque anni dalla laurea le assunzioni tramite concorso pubblico assumono particolare rilievo e coinvolgono nel complesso 13 occupati su cento. Tale canale è privilegiato dai laureati di alcuni gruppi di corsi (letterario, insegnamento, scientifico, medico e linguistico) e, conseguentemente, dalle donne (16,4 contro 9 per cento tra gli uomini).
Il contatto diretto resta comunque la modalità maggiormente utilizzata.
A cinque anni dalla laurea si accentuano le differenze territoriali nel modo di trovare lavoro. In particolare, le maggiori difficoltà economiche del Mezzogiorno si traducono nel ricorso a concorsi pubblici o all'avvio di un'iniziativa autonoma in misura molto più consistente di quanto non avvenga nel Nord.
I tempi di ingresso nel mercato del lavoro. L'analisi dei tempi di ingresso nel mondo del lavoro è stata effettuata sul collettivo intervistato a cinque anni dal conseguimento del titolo, attraverso il modello di Kaplan Meier, che permette di valutare con semplicità e con chiara rappresentazione grafica le curve di ingresso nel mercato occupazionale: per ogni mese trascorso dalla laurea all'intervista, infatti, è calcolata la probabilità di rimanere nella condizione iniziale di “non occupato” [Note metodologiche]. Uomini e donne hanno curve di ingresso nel mercato del lavoro molto simili, seppure su livelli diversi: le donne, infatti, si trovano costantemente al di sopra della curva maschile. Ciò è segno inequivocabile di una – seppure contenuta – maggiore difficoltà di inserimento (o quanto meno della necessità di tempi più lunghi) che risulta confermata anche dai tempi mediani di ingresso (7 mesi per le donne, 6 per gli uomini). Inoltre, se si disaggrega la componente maschile a seconda che abbia assolto gli obblighi di leva prima o dopo il conseguimento del titolo, si rileva che le ridotte differenze di genere sono la risultante di andamenti alquanto diversificati: gli uomini che hanno assolto gli obblighi di leva prima della laurea, infatti, sono nettamente avvantaggiati sia rispetto alle donne sia, ancor più, rispetto ai colleghi che svolgono il servizio di leva dopo l'alloro. Nel momento in cui “l'effetto leva” perde rilievo (ciò avviene indicativamente attorno ai 15 mesi dal conseguimento del titolo) la curva relativa a coloro che hanno assolto gli obblighi dopo la laurea scende al di sotto di quella femminile e si sovrappone, di fatto, a quella dei colleghi militassolti da prima della laurea: i tempi mediani di ingresso (pari a 5 mesi per chi li ha assolti prima e a 12 mesi per chi li ha assolti dopo) confermano tali tendenze.
Le maggiori difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro dei laureati residenti al sud e nelle isole sono chiaramente identificabili attraverso la corrispondente curva di ingresso, che si mantiene nettamente al di sopra di quelle dei residenti al centro e al nord (le quali, tra l'altro, sono invece sul medesimo livello): i tempi mediani di ingresso nel mercato del lavoro, infatti, sono pari a 6 mesi per i laureati del centro e del nord e a 12 mesi per quelli del sud e delle isole.
Interessanti spunti di riflessione si deducono anche dall'analisi dei percorsi di ingresso per tipo di studio intrapreso: medici, giuristi e geo-biologi hanno curve di ingresso nel mondo del lavoro nettamente più alte della media, ovviamente a causa degli impegni formativi post-laurea (tirocini, specializzazioni, ecc.). I primi non entreranno nel mercato del lavoro prima di 4 anni dalla laurea (ma comunque entro il primo mese dall'inizio della ricerca di un lavoro), gli altri dovranno attendere invece “solo” un anno.
All'estremo opposto, particolarmente rapidi nell'inserirsi nel mercato del lavoro, sono architetti, ingegneri e laureati del gruppo scientifico, con curve di sopravvivenza che scendono rapidamente – soprattutto per i primi due gruppi - verso la piena occupazione.
La soddisfazione per il proprio lavoro è, già dal primo anno successivo al conseguimento del titolo, discreta (in media 7,2 nella scala 1-10) e cresce nel quinquennio fino a superare il “sette e mezzo”. I laureati complessivamente più soddisfatti sono quelli del gruppo medico, sia ad uno che a cinque anni. Le contrazioni registrate fra uno e cinque anni per i gruppi medico e chimico-farmaceutico sono talmente lievi da non modificare il giudizio complessivo.
Ad un anno dalla laurea tutti gli aspetti del lavoro considerati raggiungono la piena sufficienza; sono particolarmente soddisfacenti i rapporti coi colleghi, la sede di lavoro, l'indipendenza/autonomia e l'acquisizione di professionalità. Le prospettive di guadagno e quelle di carriera e, soprattutto, la disponibilità di tempo libero sono gli aspetti del lavoro svolto che registrano il grado di soddisfazione minore.
A cinque anni dalla laurea tutti questi aspetti del lavoro trovano un ulteriore apprezzamento con le uniche eccezioni dei rapporti coi colleghi, che restano comunque ai vertici della soddisfazione, e della disponibilità di tempo libero che continua ad essere l'aspetto meno gradito.
In generale le donne risultano meno soddisfatte del proprio lavoro, anche se la differenza si attenua nel tempo. In particolare, le donne sono nettamente meno gratificate dalle prospettive di guadagno e di carriera. Vi sono però gruppi di corsi in cui le donne si dichiarano più soddisfatte degli uomini (in particolare, chimico-farmaceutico, geo-biologico e letterario).
La soddisfazione complessiva per il proprio lavoro è ovviamente maggiore per coloro che hanno una posizione nella professione ritenuta più adeguata al titolo di studio. I giudizi migliori vengono pertanto espressi da imprenditori, dai lavoratori in proprio e dai liberi professionisti. Ma anche dagli insegnanti, il cui grado di soddisfazione risulta addirittura di poco superiore a quello di dirigenti/direttivi. Nonostante i giudizi assai critici da loro espressi per le prospettive di guadagno e carriera, gli insegnanti intervistati (che, si ricorda, rappresentano oltre il 10 per cento degli occupati a cinque anni) risultano mediamente più soddisfatti per la coerenza del lavoro svolto con i propri interessi culturali e con gli studi realizzati e, soprattutto, per la disponibilità di tempo libero.
Un quarto dei laureati che lavorano ad un anno dalla laurea prosegue l'attività svolta durante gli studi universitari (a cinque anni risultano ancora il 10 per cento). Questa continuità è particolarmente accentuata nel pubblico impiego, dove riguarda il 39 per cento dei laureati occupati ad un anno (il 14 per cento a cinque anni). Nel settore privato proseguono la medesima attività, ad un anno dall'alloro, 22 occupati su cento (ancora 9 su cento dopo cinque anni).
Un'analisi più puntuale della diversa capacità attrattiva dei settori pubblico e privato deve pertanto focalizzarsi sulla componente che inizia la propria attività lavorativa solo dopo l'acquisizione della laurea.
Ad un anno dalla laurea quasi un quinto di quanti hanno iniziato l'attività lavorativa una volta acquisito il titolo sono impegnati nel settore pubblico; in quello privato operano, così, oltre 80 laureati su cento. A cinque anni dal conseguimento del titolo le percentuali sono rispettivamente 32 e 68 per cento.
I contratti di lavoro (esaminando solamente l'area del lavoro dipendente), sono fortemente differenziati fra i due settori. Il contratto di formazione lavoro, più largamente diffuso nel settore privato dove è adottato da lungo tempo, riguarda ad un anno 21 laureati occupati su cento (4 su cento nel pubblico) e costituisce verosimilmente il primo approccio dell'inserimento lavorativo.
Il contratto a tempo determinato caratterizza invece il pubblico impiego: riguarda infatti ad un anno 35 laureati occupati su cento (18 su cento nel privato).
Anche il contratto di collaborazione, ampiamente presente in ambedue i settori, prevale nettamente nel pubblico dove costituisce la forma contrattuale per 40 laureati occupati su cento (27 su cento nel privato).
Verso la stabilità contrattuale. Il settore privato, ad un anno dalla laurea (sempre limitatamente all'area del lavoro dipendente), assicura un lavoro stabile ad un quarto dei propri occupati; molto di più di quanto avviene nel pubblico impiego (12 per cento degli occupati).
Una particolare attenzione è stata posta per accertare i tempi e la consistenza della transizione verso la stabilità. Un accertamento che ha riguardato coloro che lavorano sia a uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo.
Nell'intervallo osservato il settore privato è riuscito a rendere stabili l'85 per cento dei contratti a tempo determinato; nel complesso la stabilità, nel privato e a cinque anni, riguarda 75 occupati su cento.
Nel pubblico, dove il posto fisso si raggiunge attraverso più lunghi itinerari concorsuali (riguardando 44 laureati occupati a cinque anni), a parte la sparuta presenza dei contratti di formazione lavoro, il passaggio alla stabilità - nel medesimo intervallo di tempo - riguarda soltanto la metà dei contratti a tempo determinato.
Il tipo di contratto contrassegnato da una maggiore permanenza dell'instabilità, con intensità tutto sommato simile in entrambi i settori, è la collaborazione; nell'intero arco di tempo esaminato restano instabili, infatti, 6 occupati nel pubblico su dieci (con questo specifico rapporto di lavoro) e 4 su dieci nel privato.
La riforma universitaria. Le opinioni dei laureati sulla validità della riforma universitaria risentono in ampia misura delle esperienze che hanno caratterizzato la transizione studio-lavoro. Esperienze queste maturate in una fase di sviluppo del mercato del lavoro contrassegnata – per la prima volta dopo cinque anni di crescita – dalla contrazione dell'occupazione, sia a un anno dalla laurea che in intervalli più ampi. Il fatto che la redditività dell'investimento in istruzione sia meno attraente rispetto al recente passato è probabilmente la chiave interpretativa dell'atteggiamento dei laureati verso il “loro” vecchio ordinamento20.
Mentre i laureati più recenti evidenziano un perfetto equilibrio nell'apprezzamento di vecchio e nuovo sistema (ciascuno raccoglie circa il 40% dei consensi), i loro colleghi del 1998 risultano assai più critici nei confronti dell'ordinamento che hanno conosciuto (solo il 28% lo giudica migliore) e propendono decisamente per il “3+2” (43% di valutazioni positive). In ambedue le coorti, le laureate, rispetto ai loro colleghi maschi, risultano più critiche verso il sistema che hanno sperimentato e più fiduciose nei confronti dell'università riformata; la differenza di genere si accentua fra i laureati del 1998.
La fiducia/speranza dei neolaureati nel “3+2” varia notevolmente secondo il gruppo disciplinare in cui hanno conseguito il titolo.
Inoltre, mano a mano che ci si sposta da Nord verso Sud, aumentano i giudizi favorevoli verso il nuovo ordinamento, e ciò vale a prescindere dalla condizione occupazionale del laureato. Ne consegue che i disoccupati meridionali vedono particolarmente di buon occhio la riforma.
Valutazione sull'esperienza universitaria. Solo 6 laureati del 1998 su 10 (intervistati a cinque anni dal conseguimento del titolo), potendo tornare indietro, si iscriverebbero allo stesso corso e nello stesso ateneo in cui hanno ottenuto la laurea. Il 5 per cento non si iscriverebbe più, mentre un laureato su quattro cambierebbe corso ed il 14 per cento cambierebbe sede. Analoghi giudizi si deducono anche dalle opinioni espresse ad uno e a tre anni dalla laurea.
I laureati più convinti della propria scelta (relativa al percorso di studio), sono quelli del gruppo medico (82 su cento si riscriverebbero); all'estremo opposto quelli del gruppo geo-biologico (48 per cento).
Le donne sono meno “convinte” degli uomini della scelta fatta: mentre la quota di chi non si iscriverebbe affatto all'università è pressoché uguale, il 35 per cento delle donne (contro il 29 per cento degli uomini) cambierebbe almeno uno dei due elementi (ateneo e/o corso); in particolare, il 28 per cento delle donne sceglierebbe un altro corso di laurea (rispetto al 20 degli uomini). Tale differenza di giudizio non è tra l'altro dovuta ad una diversa composizione per genere dei gruppi di corsi.
Un laureato su quattro (in prevalenza uomini), fra quelli che cambierebbero ateneo, preferirebbe studiare in un'università straniera piuttosto che in Italia.
L'efficacia del titolo universitario, che ha il pregio di sintetizzare due aspetti importanti relativi all'utilità e alla spendibilità del titolo universitario nel mercato del lavoro, deriva dalla combinazione delle domande relative al livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi e alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto.
Nelle tavole si sono individuati cinque livelli di efficacia:
molto efficace, per gli occupati la cui laurea è richiesta per legge o di fatto necessaria, e che utilizzano le competenze universitarie acquisite in misura elevata;
efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge ma è comunque utile e che utilizzano le competenze acquisite in misura elevata, oppure il cui titolo è richiesto per legge e che utilizzano le competenze in misura ridotta;
abbastanza efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge, ma di fatto è necessaria oppure utile, e che utilizzano le competenze acquisite in misura ridotta;
poco efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso e che utilizzano in misura ridotta le competenze acquisite, oppure il cui titolo non è richiesto ma utile e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite;
per nulla efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso, e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite.
Le classi sono mutuamente esclusive ma non esaustive, non comprendendo le mancate risposte e gli intervistati che non rientrano nelle categorie definite.
L'indice di qualità del lavoro svolto è calcolato sul complesso degli occupati ed è ottenuto combinando quattro variabili relative a differenti aspetti dell'attività lavorativa svolta: il contratto di lavoro, il livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi, la necessità formale e sostanziale del titolo acquisito (questi ultimi due elementi compongono anche l'indice di efficacia) e la soddisfazione per diversi aspetti dell'attività (prospettive di guadagno, prospettive di carriera, acquisizione di professionalità, indipendenza o autonomia sul lavoro, tempo libero).
Vista la diversa natura degli elementi considerati, taluni oggettivi e inconfutabili, come il contratto di lavoro, altri soggettivi e legati alla percezione individuale del laureato, come la soddisfazione, si sono attribuiti alle quattro variabili “pesi” differenti, la cui attendibilità e correttezza sono state valutate con l'ausilio di adeguati strumenti statistici. Peso massimo - pari a 4 - è attribuito al contratto di lavoro, cui seguono l'utilizzazione delle competenze acquisite e la richiesta del titolo - peso 3 - e la soddisfazione per il lavoro svolto - peso 2. Il valore dell'indice varia nella scala 0-100.
Per valutare adeguatamente la soglia di “alta qualità” si è deciso di considerare il valore relativo all'ultimo quartile (si tratta di un indice di posizione, analogo alla mediana, frequentemente utilizzato in statistica): si immagini di ordinare in modo crescente ciascun laureato secondo il proprio valore di qualità, e di isolare quel gruppo privilegiato che presenta i livelli di qualità più alti, corrispondente ad un quarto dell'intero collettivo (quartile, ovvero 25 per cento della popolazione). Il valore di qualità più basso all'interno di questo quartile identifica la soglia di “alta qualità”: tutti i valori riportati nelle presenti pagine e riferiti alla qualità del lavoro svolto sono relativi a questa soglia convenzionale.
Per la classe sociale dei laureati si è adottato lo schema proposto da A. Cobalti e A. Schizzerotto21. La classe sociale, definita sulla base del confronto fra la posizione socio–economica del padre e quella della madre del laureato, si identifica con la posizione di livello più elevato fra le due (principio di “dominanza”). Infatti la posizione socio–economica può assumere le modalità borghesia, classe media impiegatizia, piccola borghesia e classe operaia; la borghesia domina le altre tre, la classe operaia occupa il livello più basso, mentre la classe media impiegatizia e la piccola borghesia si trovano in sostanziale equilibrio (nessuna delle due domina l'altra; entrambe dominano la classe operaia e sono dominate dalla borghesia). La classe sociale dei laureati con genitori l'uno dalla posizione piccolo–borghese, l'altro dalla posizione classe media impiegatizia corrisponde alla posizione socio–economica del padre (in questa situazione non sarebbe possibile scegliere fra la classe media impiegatizia e la piccola borghesia sulla base del principio di dominanza).
La posizione socio–economica di ciascun genitore è funzione dell'ultima professione e del titolo di studio:
– gli imprenditori, i liberi professionisti e i dirigenti appartengono alla borghesia;
– gli impiegati o intermedi con titolo di studio superiore a quello della scuola dell'obbligo sono nella classe media impiegatizia;
– i lavoratori in proprio, i soci di cooperative e i coadiuvanti appartengono alla piccola borghesia;
– gli impiegati con titolo di studio pari al più a quello della scuola dell'obbligo, gli operai e i lavoratori a domicilio sono nella classe operaia.
La classe sociale dei laureati con madre casalinga corrisponde alla posizione del padre.
La procedura di Kaplan-Meier rappresenta un metodo per la stima di funzioni di sopravvivenza che permette di rappresentare la probabilità che ogni individuo ha di rimanere nella condizione di origine (nel caso in esame nella condizione di “non occupazione”) dopo t unità di tempo dall'inizio del “periodo a rischio”22. È un metodo di stima non parametrico: non occorre formulare alcuna ipotesi in merito alla distribuzione della variabile oggetto di studio. Tale modello può perciò essere considerato un caso particolare di tavola di sopravvivenza, nel quale ogni intervallo di tempo contiene una sola osservazione.
La permanenza nella condizione di “non occupazione” è calcolata per tutti gli intervistati che non lavoravano al momento della laurea, ed è espressa in mesi: per i laureati che hanno avuto almeno un'esperienza di lavoro dopo il conseguimento del titolo, l'intervallo t è definito come numero di mesi trascorsi dalla laurea all'ottenimento del primo impiego (non necessariamente coincidente con l'attuale). Per chi, invece, ha dichiarato di non aver mai lavorato dopo la laurea, l'intervallo è definito come numero di mesi dal conseguimento del titolo all'intervista (fissata per tutti al mese di ottobre 2003): i casi di questo tipo sono definiti right-censored (il periodo di osservazione si è concluso prima che l'evento oggetto di interesse si manifestasse).
La funzione di sopravvivenza S(t) misura la probabilità che il laureato ha di non essere ancora occupato dopo t mesi dal conseguimento del titolo. Se p1 indica la probabilità di non essere occupati dopo il primo mese dalla laurea, p2 indica la probabilità condizionata di non essere occupati dopo il secondo mese dalla fine degli studi dato che non si è riusciti a trovare un impiego nel corso del primo mese e pk, in generale, indica la probabilità condizionata di non essere occupati dopo k mesi dalla fine degli studi dato che non si è riusciti a trovare un impiego nel corso dei primi k-1 mesi, allora si definisce
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Le
differenze tra i collettivi sono individuabili anche dall'analisi
dei tempi mediani di sopravvivenza nella condizione di origine (in
questo caso di “non occupazione”); tale tempo medio
corrisponde all'area sottesa alla curva di sopravvivenza S(t):
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Di seguito è riportata la classificazione adottata dall'Istat per la definizione dei gruppi di corsi di laurea.
Agrario: Agricoltura tropicale e subtropicale; Medicina veterinaria; Scienze agrarie; Scienze agrarie tropicali e sub-tropicali; Scienze della produzione animale; Scienze delle preparazioni alimentari; Scienze e tecnologie agrarie; Scienze e tecnologie alimentari; Scienze e tecnologie delle produzioni animali; Scienze forestali; Scienze forestali ed ambientali.
Architettura: Architettura; Pianificazione territoriale ed urbanistica; Pianificazione territoriale, urbanistica ed ambientale; Storia e conservazione dei beni architettonici ed ambientali.
Chimico-farmaceutico: Chimica; Chimica e tecnologia farmaceutiche; Chimica industriale; Farmacia.
Economico-statistico: Discipline economiche e sociali; Economia ambientale; Economia aziendale; Economia bancaria; Economia bancaria, finanziaria e assicurativa; Economia del commercio internazionale e dei mercati valutari; Economia del turismo; Economia delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali; Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari; Economia e commercio; Economia e finanza; Economia marittima e dei trasporti; Economia politica; Marketing; Scienze bancarie e assicurative; Scienze economiche; Scienze economiche e bancarie; Scienze economiche e sociali; Scienze statistiche, demografiche e sociali; Scienze statistiche e demografiche; Scienze statistiche ed attuariali; Scienze statistiche ed economiche; Statistica e informatica per l'azienda.
Educazione fisica: Scienze motorie.
Geo-biologico: Biotecnologie; Scienze ambientali; Scienze biologiche; Scienze geologiche; Scienze naturali.
Giuridico: Giurisprudenza; Scienze dell'amministrazione.
Ingegneria: Ing. aerospaziale; Ing. astronautica; Ing. biomedica; Ing. chimica; Ing. civile; Ing. civile per la difesa del suolo e pianificazione territoriale; Ing. dei materiali; Ing. delle tecnologie industriali; Ing. delle telecomunicazioni; Ing. edile; Ing. elettrica; Ing. elettronica; Ing. elettrotecnica; Ing. forestale; Ing. gestionale; Ing. informatica; Ing. meccanica; Ing. mineraria; Ing. navale; Ing. navale e meccanica; Ing. nucleare; Ing. per l'ambiente e il territorio.
Insegnamento: Pedagogia; Scienze dell'educazione; Scienze della formazione primaria.
Letterario: Conservazione dei beni culturali; Discipline dell'arte, della musica e dello spettacolo; Filosofia; Geografia; Lettere; Materie letterarie; Storia.
Linguistico: Interprete; Lingue e culture europee; Lingue e letterature straniere; Lingue e letterature straniere moderne; Traduttore; Traduzione ed interpretazione.
Medico: Medicina e chirurgia; Odontoiatria e protesi dentaria.
Politico-sociale: Relazioni pubbliche; Scienze della comunicazione; Scienze internazionali e diplomatiche; Scienze politiche; Servizio sociale; Sociologia.
Psicologico: Psicologia.
Scientifico: Astronomia; Fisica; Informatica; Matematica; Scienza dei materiali; Scienze dell'informazione.
Il differente numero di atenei coinvolti quest'anno in ciascuna delle tre rilevazioni (24 università ad un anno, 20 a tre anni e 13 a cinque anni) spiega la diversa articolazione della documentazione presentata.
La prima tavola (comune a tutti gli atenei) riporta la condizione occupazionale ad un anno dal conseguimento del titolo; ove possibile è proposto un confronto tra diverse coorti (quella dei laureati 2002 indagati quest'anno e quelle del 2001 e del 2000, coinvolte nelle precedenti rilevazioni), in un'efficace sintesi dell'evoluzione delle condizioni del mercato del lavoro locale.
La seconda tavola è riferita alla situazione a tre anni dalla laurea, e prevede un confronto di tipo longitudinale: per il collettivo del 2000 è infatti evidenziata la condizione occupazionale e la relativa evoluzione tra uno e tre anni dalla laurea.
Nella terza tavola, analogamente alla seconda, è riportata la situazione a cinque anni dal conseguimento del titolo (relativa ai laureati del 1998), nella quale si opera un confronto longitudinale attraverso l'analisi della condizione occupazionale a uno, tre e cinque anni (rilevazioni del 1999, 2001 e 2003).
Infine, nell'ultima tavola è contenuta una sintesi dei risultati ottenuti negli anni di rilevazione (compreso, se disponibili, anche i dati relativi ai laureati del 1997).
La somma delle percentuali per riga non sempre è pari a 100 a causa degli arrotondamenti.
La lettura della documentazione deve essere effettuata prestando molta attenzione alle differenti realtà territoriali e agli ordinamenti attivati nei singoli atenei. A Trieste, ad esempio, i risultati del 2003, 2002 e del 2001 della facoltà di Scienze della Formazione, e quindi quelli più generali dell'ateneo, risentono sensibilmente dell'elevato tasso di occupazione rilevato tra i laureati del corso di laurea in Servizio sociale (afferente alla facoltà di Scienze della Formazione). Larga parte di questi, già diplomati universitari (in Servizi sociali, Operatore dei Servizi sociali, ecc.) ha acquisito la laurea attraverso un ulteriore percorso formativo, ma risulta frequentemente già impegnato in attività lavorative.
Per completezza, inoltre, sono sempre riportati i dati occupazionali relativi a tutti i percorsi di studio attivati dagli atenei, anche se talvolta la ridotta numerosità dei laureati indagati rende l'informazione poco significativa (si veda, a titolo esplicativo, la situazione di Scienze motorie nelle tavole di Bologna e del complesso degli atenei indagati).
Note
1 L'indagine è stata curata da Angelo di Francia, Matteo Gallerani, Silvia Ghiselli, Annamaria Lilli, Andrea Saccenti, Lara Tampellini.
2 A febbraio 2004 aderiscono al Consorzio AlmaLaurea le Università di Bari, Basilicata, Bologna, Bolzano, Calabria, Cassino, Catania, Catanzaro, Chieti, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, Lecce, Messina, Milano-IULM, Modena e Reggio Emilia, Molise, Padova, Parma, Perugia, Piemonte Orientale, Reggio Calabria, Roma Tre, Roma-LUMSA, Salerno, Sassari, Siena, Torino, Torino Politecnico, Trento, Trieste, Udine, Venezia Ca' Foscari, Venezia - IUAV, Verona.
3 Le rilevazioni precedenti erano incentrate sui laureati a uno, due e tre anni dal conseguimento del titolo.
4 Per ciascuna delle popolazioni indagate, l'analisi è circoscritta ad una sola sessione di laurea (quella estiva: maggio-agosto); in questo modo si riduce, da un lato, il collettivo in esame, ma dall'altro si garantisce che l'intervallo di tempo trascorso tra la laurea e l'intervista sia uniforme.
5 Gli atenei aderenti al Consorzio sono complessivamente 36 ma, come è evidente, solo quelli entrati nel Consorzio da almeno un anno sono interessati dall'indagine.
6 Istat, I laureati e il mercato del lavoro. Inserimento professionale dei laureati – Indagine 2001, Roma 2003.
7 Si consideri, inoltre, che è verosimile che una parte non trascurabile di questo gruppo di laureati sia costituita da studenti che sono “transitati” a corsi di studio del nuovo ordinamento dopo aver svolto la prima parte della loro carriera in un corso di vecchio ordinamento.
8 Il riproporzionamento è operato attraverso una procedura interattiva che attribuisce ad ogni laureato intervistato un “peso”, in modo tale che le distribuzioni relative alle variabili oggetto del riproporzionamento siano - il più possibile - simili a quelle osservate nell'insieme dei laureati italiani: se un laureato possiede caratteristiche sociografiche (genere, facoltà, gruppo di corso di laurea, ateneo, area di residenza alla laurea) molto diffuse nella popolazione, ma non nel campione AlmaLaurea, ad esso sarà attribuito un peso elevato; contrariamente, ad un laureato con caratteristiche diffuse nel campione AlmaLaurea ma non nel complesso della popolazione verrà attribuito un peso minore. Per ottenere stime ancora più fedeli, si sono considerate le interazioni tra il genere e le altre variabili.
9 Fra tutti i laureati di AlmaLaurea del 2002, l'8,4 per cento è rappresentato da lavoratori-studenti, cioè da laureati che hanno dichiarato di avere svolto attività lavorative stabili o con contratto di formazione lavoro durante gli studi universitari senza poter frequentare le lezioni. Il 51,2 per cento è costituito da studenti-lavoratori con esperienze di lavoro occasionali o a tempo determinato (oltre ai lavoratori stabili che hanno potuto frequentare).
10 L'incremento risulta più accentuato in alcuni settori disciplinari. Fra i neo medici è di oltre 55 punti percentuali; fra i chimico-farmaceutici è pari a 16 punti; fra i laureati dell'indirizzo scientifico l'aumento è di oltre 24 punti; fra i laureati del gruppo geo-biologico l'aumento risulta di 26 punti percentuali. L'utilizzazione di una definizione meno restrittiva determina un consistente incremento degli occupati anche fra i laureati in giurisprudenza: + 16 punti percentuali.
11 Istat, Forze di lavoro; media 2003, Roma 2004.
12 È ben noto che tale definizione finisce per sottostimare la consistenza del fenomeno escludendo i disoccupati sfiduciati nella ricerca dai reiterati tentativi falliti; ma è altrettanto vero che non pare essere questa la situazione presente per i laureati intervistati ad un solo anno dal conseguimento del titolo di studio.
13 Il lavoro stabile è individuato dalle posizioni lavorative dipendenti a tempo indeterminato e da quelle autonome (imprenditori, liberi professionisti e lavoratori in proprio).
14 Secondo l'indagine Eurostat sulla transizione studio-lavoro dei giovani europei (Le passage de l'école à la vie professionnelle chez les jeunes Européens – Partie II, in Statistiques en bref, Theme 3 – 5/2003), un'attività lavorativa non coerente con gli studi compiuti riguarderebbe il 50 per cento dei diplomati di scuola secondaria superiore e il 37 per cento dei laureati in Italia; raggiungendo così i valori più critici fra i 12 paesi esaminati.
Senza entrare nel merito della metodologia utilizzata e delle definizioni adottate per l'indagine, particolarmente quella per l'individuazione della coerenza fra percorso di studio e impiego nel mercato del lavoro, si sottolinea come i risultati dell'indagine AlmaLaurea, che riflettono il parere dei diretti interessati, giungano a conclusioni assai diverse e più positive. Su questo argomento, in particolare, AlmaLaurea ha proposto un approfondimento nell'ambito del Convegno “La transizione dall'università al lavoro in Europa e in Italia”.
15 Le elaborazioni che seguono fanno riferimento alla documentazione riguardante gli atenei aderenti al Consorzio AlmaLaurea: possono divergere quindi da quelle, “riproporzionate”, presentate nei capitoli precedenti.
16 Nelle quattro realtà in cui si sono registrati aumenti dell'occupazione, questi risultano su valori contenuti fra 0,6 e 6,4 punti percentuali.
17 Le elaborazioni presentate in questa sezione sono relative al complesso dei laureati AlmaLaurea (calcolate quindi senza alcun riproporzionamento); d'altronde le differenze sono risultate minime (nell'ordine di 0,2 punti percentuali).
18 Per un quadro completo delle caratteristiche dei laureati Cfr. Il profilo dei laureati
19 Si tratta dei laureati che hanno una conoscenza “buona” o “ottima” di almeno uno dei nove strumenti informatici considerati. La restante parte comprende coloro che non hanno alcuna conoscenza informatica, che hanno conoscenze limitate o discrete oppure che non hanno compilato il questionario.
20 A. Cammelli, A. di Francia, G. Gasperoni, Professori e laureati di fronte alla riforma universitaria, Il Mulino, 1/2004.
21 Cfr. A. Cobalti e A. Schizzerotto, La mobilità sociale in Italia, Bologna, il Mulino, 1994.
22 H.P. Blossfeld, A. Hamerle, K.U. Mayer, Event history analysis. Statistical theory and application in the social sciences, 1989.

