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Home > Università> Occupazione> VII Indagine (2005) > Presentazione

CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI

di Andrea Cammelli

Indice

  1. INTRODUZIONE
  2. TENDENZE E CARATTERISTICHE DELL’OCCUPAZIONE DEI LAUREATI
  3. APPROFONDIMENTI
  4. NOTE METODOLOGICHE

1. INTRODUZIONE

1.1 VII INDAGINE NAZIONALE
1.2 CINQUANTASEIMILA I LAUREATI INDAGATI
1.3 LAUREATI TRIENNALI
1.4 ELEVATO TASSO DI RISPOSTA: 82 PER CENTO

Torna all'indice del capitolo1.1 VII INDAGINE NAZIONALE

L’indagine sulla condizione occupazionale dei laureati delle Università aderenti al Consorzio AlmaLaurea 1 è giunta al settimo appuntamento.

L’indagine ha l’obiettivo di indagare i percorsi lavorativi e di formazione intrapresi dai laureati nel primo quinquennio successivo al conseguimento del titolo (l’intera documentazione, anche per i precedenti rapporti e nella disaggregazione per ateneo e per facoltà, è consultabile su Internet: www.almalaurea.it). La rilevazione, svoltasi tra settembre e novembre 2004, ha coinvolto i laureati delle sessioni estive degli anni 2003, 2001 e 1999 2.

Torna all'indice del capitolo1.2 CINQUANTASEIMILA I LAUREATI INDAGATI

L’indagine è stata estesa quest’anno a 27 università (comprendendo per la prima volta anche Basilicata, Milano-IULM e Salerno)3. Grazie all’intesa fra gli atenei (che hanno anche sostenuto parte dei costi) ed al contributo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in complesso l’indagine ha coinvolto quasi 56mila laureati: 23.459 ad un anno dalla conclusione degli studi, 18.074 a tre anni e 14.391 a cinque anni. Un’indagine di particolare ampiezza che consente di restituire a ciascuno degli atenei partecipanti una ricca documentazione articolata anche per facoltà.

Su base annua, quelli coinvolti nell’indagine rappresentano un terzo di tutti i laureati italiani; una popolazione che assicura un significativo quadro di riferimento dell’intero sistema universitario4. La popolazione coinvolta nell’indagine presenta una composizione per gruppi di corsi di laurea e per genere pressoché identica a quella del complesso dei laureati italiani. Invece la configurazione per aree geografiche vede sovrarappresentato il Nord e più ridotta la presenza di quanti hanno concluso gli studi in atenei del Centro e del Mezzogiorno.

Ciononostante i principali indicatori dell’occupazione rilevati da AlmaLaurea non sono significativamente diversi da quelli rilevati dalle statistiche nazionali. Si tenga conto infatti che il tasso di occupazione accertato dall’ISTAT nel 2001 su un campione rappresentativo di laureati del 1998 (intervistati a tre anni dal conseguimento del titolo) è inferiore di soli 1,8 punti percentuali rispetto a quello rilevato da AlmaLaurea nel medesimo periodo e sullo stesso collettivo 5.

Atenei coinvolti nell'indagine 2004 [Fig. Atenei coinvolti nell'indagine 2004]

Torna all'indice del capitolo1.3 LAUREATI TRIENNALI

La fase di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento che i primissimi laureati post-riforma del 2003 hanno attraversato e l’eterogeneità della loro formazione di provenienza e dei percorsi di studio compiuti, così come hanno suggerito di esaminarne con particolare cautela i caratteri distintivi 6, richiedono analoga prudenza nell’analisi dei percorsi di studio-lavoro intrapresi nel periodo successivo al conseguimento del titolo.

Per questi motivi non sono compresi, in questa indagine, i laureati che hanno concluso gli studi con una laurea triennale (3.733 per la sessione estiva del 2003). È in corso, tuttavia, una specifica indagine via web volta ad analizzare il percorso di studio-lavoro affrontato nel primo anno dalla conclusione degli studi dai soli 645 laureati, che abbiamo definito “regolari-under23”, giunti in corso e in età canonica alla laurea (non gravati quindi da operazioni di passaggio dal vecchio ordinamento o da altre trasformazioni di precedenti percorsi formativi). Si ricorda che, già in sede di analisi dei percorsi di studio compiuti, era emerso come, sostenuta dagli ottimi risultati di studio conseguiti, fosse elevatissima fra questi laureati la percentuale di aspiranti a proseguire gli studi (84 per cento).

Resta pur sempre vero che in alcuni atenei vi sono facoltà (appositamente segnalate nelle tavole sintetiche per Ateneo e Facoltà) in cui il numero di laureati di primo livello (i cosiddetti triennali) è già più consistente di quello dei laureati del vecchio ordinamento: è naturale che in questo caso si suggerisce più di una cautela nell’interpretazione dei risultati qui presentati che, come noto, riguardano i laureati del vecchio ordinamento.

Torna all'indice del capitolo1.4 ELEVATO TASSO DI RISPOSTA: 82 PER CENTO

L’interesse che l’indagine riscuote tra i laureati sin dal suo avvio, la cura con cui la stessa è stata condotta 7, unitamente al costante aggiornamento della banca-dati 8, sono testimoniati dalle elevatissime percentuali di rispondenti: 86 laureati su cento ad un anno dalla conclusione degli studi; 81 su cento dopo tre anni; 76 su cento a cinque anni dall’acquisizione del titolo. Risultati, dunque, di particolarissimo rilievo che rendono estremamente attendibile la documentazione presentata.

Stime rappresentative dei laureati italiani. I laureati coinvolti nelle indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale, pur provenendo da un sempre più nutrito numero di atenei italiani, non sono ancora – come si è già detto - in grado di rappresentarne la totalità. Inoltre, poiché di anno in anno cresce il numero di atenei coinvolti nella rilevazione, si incontrano problemi di comparabilità nel tempo fra i collettivi AlmaLaurea. Per ovviare a questi due problemi e ottenere stime rappresentative del complesso dei laureati italiani i risultati delle ultime cinque indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale sono stati interessati da una particolare procedura statistica di “riproporzionamento” 9.

Torna all'indice generale 2. TENDENZE E CARATTERISTICHE DELL’OCCUPAZIONE DEI LAUREATI

2.1 ULTERIORE CONTRAZIONE DELL’OCCUPAZIONE AD UN ANNO DALLA LAUREA: 54,2 PER CENTO (ERA IL 54,9 PER I LAUREATI DEL 2002)
2.2 AUMENTANO I LAUREATI IN CERCA DI OCCUPAZIONE (1,8 PUNTI PERCENTUALI IN PIÙ RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE)
2.3 FORMAZIONE POST-LAUREA PER DUE TERZI DEI LAUREATI (67,4 PER CENTO; -0,6 PUNTI PERCENTUALI RISPETTO AI LAUREATI DEL 2002)
2.4 SI CONTRAE IL NUMERO DI OCCUPATI A TRE ANNI DALLA LAUREA: SONO 73 SU CENTO (-2,1 PUNTI PERCENTUALI RISPETTO ALL’INDAGINE DELL’ANNO PRECEDENTE)
2.5 A 5 ANNI DALLA LAUREA L’OCCUPAZIONE RIGUARDA 86 LAUREATI SU CENTO (ED ALTRI 6 RESTANO IN FORMAZIONE)
2.6 DIFFERENZE DI GENERE
2.7 DIFFERENZE TERRITORIALI
2.8 OCCUPAZIONE NEI CORSI DI LAUREA SOSTENUTI DAL MIUR
2.9 MODALITÀ E TEMPI DI INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO
2.10 AD UN ANNO DALLA LAUREA SONO STABILI 41 LAUREATI SU CENTO
2.11 A CINQUE ANNI DALLA LAUREA SONO STABILI 74 LAUREATI SU CENTO
2.12 POSIZIONE PROFESSIONALE DEI LAUREATI
2.13 DOVE LAVORANO I LAUREATI
2.14 GUADAGNO MENSILE NETTO DEI LAUREATI: AD UN ANNO 986 EURO, A TRE ANNI 1.142, A CINQUE 1.281
2.15 EFFICACIA DELLA LAUREA NELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA
2.16 QUALITÀ DELL’OCCUPAZIONE
2.17 BUONA LA SODDISFAZIONE PER IL LAVORO SVOLTO, CHE AUMENTA TRA UNO E CINQUE ANNI

Torna all'indice del capitolo 2.1 ULTERIORE CONTRAZIONE DELL’OCCUPAZIONE AD UN ANNO DALLA LAUREA: 54,2 PER CENTO (ERA IL 54,9 PER I LAUREATI DEL 2002)

Il rallentamento della capacità attrattiva del mercato del lavoro, già segnalato nei precedenti Rapporti, trova conferma in un quadro più generale contraddistinto a livello nazionale ed internazionale da una fase economica decisamente poco favorevole. L’ingresso dei giovani neo-laureati nel mercato del lavoro risulta più difficoltoso: il tasso di occupazione si contrae lievemente infatti e si attesta, fra i laureati del 2003, sul valore del 54,2 per cento; 0,7 punti percentuali meno di quello rilevato nella precedente indagine (2,7 punti percentuali in meno di due anni prima). Un’ulteriore, sia pure modesta, diminuzione sopraggiunta dopo un periodo di sostanziale stabilità del tasso di occupazione ad un anno (56,8 per cento per i laureati del 1999, 57,5 per cento per quelli del 2000, 56,9 per i laureati del 2001). I segnali di rallentamento dell’occupazione sono riscontrabili anche nelle analisi, più approfondite, condotte tenendo nella debita considerazione l’influenza della diversa composizione per ateneo delle generazioni di laureati indagate10.

Andamento dell’occupazione nei diversi atenei. Un’analisi completa non può prescindere dal diverso dinamismo dei mercati regionali e dalla diversa composizione della popolazione laureata per ateneo e residenza. In termini occupazionali il risultato complessivo delle singole università è funzione della loro diversa composizione per facoltà, del differente peso relativo di ciascuna di esse e della diversa dinamica occupazionale dei singoli percorsi di studio. La complessiva contrazione dell’occupazione ad un anno dall’acquisizione del titolo, seppure meno marcata rispetto all’anno precedente, resta estesa a 14 atenei dei 24 indagati anche l’anno precedente. Una contrazione diffusa, quindi, ed estesa ben al di là del mezzogiorno dove pure si presenta di particolare consistenza, tanto più visto il modesto tasso di occupazione rilevato nella maggior parte degli atenei meridionali11.

Proseguono il lavoro iniziato prima della laurea 27 laureati su cento. Fra i laureati che risultano occupati ad un anno dall’acquisizione del titolo, in realtà 27 su cento proseguono l’attività intrapresa prima della laurea12. Ciò avviene soprattutto per i laureati dei gruppi giuridico (43 per cento), psicologico (42), letterario (37), insegnamento (37) e politico-sociale (35). Si tratta di un’area alimentata prevalentemente da studenti non più giovanissimi, dipendenti soprattutto del settore pubblico che, con l’acquisizione del titolo, puntano non solo a migliorare la propria preparazione professionale ma ad ottenere anche avanzamenti di carriera e miglioramenti nella propria attività lavorativa (miglioramenti che si registrano infatti per il 40 per cento del collettivo esaminato)13.

Andamento dell’occupazione per gruppi di corsi di laurea. Ad un anno dall’acquisizione del titolo l’occupazione varia molto in funzione del gruppo disciplinare. Se si tralasciano i percorsi di studio (medico, giuridico e scientifico, soprattutto) in cui l’ingresso nel mercato del lavoro è ritardato per l’ulteriore formazione necessaria all’esercizio della professione, il massimo di occupazione si registra fra i laureati in ingegneria (76,1 per cento). In tutti i percorsi di studio le difficoltà occupazionali risultano accresciute in misura più o meno rilevante rispetto all’anno passato (la contrazione varia fra 1 e 7 punti percentuali, è minimo per il gruppo scientifico e massimo per quello letterario), con la sola eccezione significativa dei laureati del gruppo psicologico (+3,8 punti), che vantavano peraltro un tasso occupazionale fra i meno elevati.

Occupazione secondo la definizione dell’indagine ISTAT sulle Forze di lavoro. L’indagine AlmaLaurea, analogamente a quella ISTAT sulla condizione occupazionale dei laureati, non considera occupati coloro che sono impegnati in attività di formazione post-laurea, anche se retribuite (di fatto, specializzandi, tirocinanti, dottorandi). Categorie che sono invece considerate occupate adottando la definizione che l’ISTAT stesso utilizza nelle indagini sulle Forze di Lavoro14. Secondo questa definizione meno restrittiva di “occupato”, il tasso di occupazione si dilata di oltre 14 punti percentuali (68,5 anziché 54,2 per cento).

Adottando la definizione meno restrittiva, l’occupazione risulta sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente (68,5 per cento contro 68,6). Facendo riferimento a quest’ultima definizione gli occupati fra i neo-medici aumentano di oltre 51 punti percentuali (passando dal 31 all’82 per cento); fra i laureati del gruppo geo-biologico l’aumento è di oltre 27 punti; nell’indirizzo scientifico l’occupazione sale di quasi 23 punti percentuali; fra gli agrari la crescita si attesta sui 19 punti circa. L’utilizzazione di una definizione meno restrittiva determina un consistente incremento degli occupati anche fra i laureati in Giurisprudenza (dal 27 al 46 per cento).

Più elevato il titolo di studio, più elevata l’occupazione. L’occupazione si contrae, ma resta pur sempre vero che, anche nelle fasi di minore dinamismo - se non di vera e propria difficoltà - del mercato del lavoro, la occupabilità dei laureati risulta costantemente più favorita. Nell’intero periodo 1995-2003, fra i giovani italiani della classe di età 25-34 anni, il tasso di occupazione è cresciuto complessivamente del 7,1 per cento; ma fra i laureati l’occupazione è lievitata del 10,3 per cento (fra i diplomati di scuola media superiore l’aumento è stato del 4,6 per cento)15. La fase economica decisamente poco favorevole che caratterizza il panorama nazionale ed internazionale sembra però avere riguardato prevalentemente, negli anni più recenti, il prodotto finito del sistema di istruzione universitaria. La stessa documentazione ISTAT evidenzia infatti l’incremento del tasso di occupazione di 0,3 punti percentuali fra il 2002 ed il 2003 per l’intera classe di età 25-34 anni, ma nello stesso tempo mostra come per i laureati di pari età vi sia stata una riduzione di 1,3 punti percentuali.

In termini occupazionali permane, ma si riduce quindi, il vantaggio dei laureati rispetto ai diplomati di scuola secondaria superiore; vantaggio che era pari a 7,4 punti percentuali nel 2002 ed è sceso a 5,5 nel 2003.

Evoluzione della quota che lavora ad un anno [Fig. Evoluzione della quota che lavora ad un anno]

Evoluzione del tasso di occupazione ad un anno (def. ISTAT-Forze di Lavoro) [Fig. Evoluzione del tasso di occupazione ad un anno (def. ISTAT-Forze di Lavoro)]

Evoluzione del tasso di occupazione della popolazione di 25-34 anni per titolo di studio [Fig. Evoluzione del tasso di occupazione della popolazione di 25-34 anni per titolo di studio]

Condizione occupazionale ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Occupazione a 1 anno per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione a 1 anno per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro]

Prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Torna all'indice del capitolo 2.2 AUMENTANO I LAUREATI IN CERCA DI OCCUPAZIONE (1,8 PUNTI PERCENTUALI IN PIÙ RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE)

In concomitanza con il calo del tasso di occupazione si è rilevato un aumento consistente della quota di laureati in cerca di un impiego: dal 20,1 fra i laureati del 2001, al 24 per cento dell’anno successivo, al 25,8 per cento fra i laureati del 2003.

Portata reale della disoccupazione. D’altra parte l’ammontare di quanti sono in cerca di occupazione non si identifica tout court con la disoccupazione che, per essere tale, secondo l’indagine trimestrale dell’ISTAT sulle Forze di lavoro, presuppone almeno un’azione di ricerca attiva del lavoro nelle quattro settimane precedenti l’intervista e la disponibilità ad iniziare l’attività lavorativa nelle due settimane successive16.

Così definito il tasso di disoccupazione ad un anno raggiunge il 19,1 per cento fra i laureati del 2003 e risulta in crescita nelle ultime rilevazioni (+0,2 punti dal 1999 al 2000, +1,2 dal 2000 al 2001, +1,5 dal 2001 al 2002, +0,5 dal 2002 al 2003), e conferma i segnali di difficoltà del mercato del lavoro già emersi quando l’occupazione era - se non in crescita - per lo meno stabile nel tempo.

Tendenza analoga, ovviamente su valori decisamente più contenuti, si riscontra anche a tre anni dalla conclusione degli studi; i laureati del 2001 risultano infatti disoccupati nella misura del 9,2 per cento (contro il 7,9 per cento dei laureati del 2000 e il 6,2 dei loro colleghi laureatisi nel 1999).

L’analisi longitudinale compiuta sulla generazione dei laureati 1999 mostra come il tasso di disoccupazione subisca un deciso ridimensionamento, passando dal 15,7 per cento a un anno ad un più “fisiologico” 4,8 per cento a cinque anni dalla conclusione degli studi.

Evoluzione della quota in cerca di lavoro ad un anno [Fig. Evoluzione della quota in cerca di lavoro ad un anno]

Tasso di disoccupazione a confronto (def. ISTAT-Forze di Lavoro) [Fig. Tasso di disoccupazione a confronto (def. ISTAT-Forze di Lavoro)]

Torna all'indice del capitolo 2.3 FORMAZIONE POST-LAUREA PER DUE TERZI DEI LAUREATI (67,4 PER CENTO; -0,6 PUNTI PERCENTUALI RISPETTO AI LAUREATI DEL 2002)

In corrispondenza della diminuzione del tasso di occupazione cresce la quota di laureati in cerca di un impiego ad un anno dal conseguimento del titolo e diminuisce, seppur non in maniera significativa, la quota di laureati che prosegue la formazione. Ma la formazione rimane comunque su livelli elevati in quanto interessa il 67 per cento dei laureati occupati e fra i non occupati il ricorso alla formazione post-laurea si attesta su livelli ancora più consistenti (85 per cento).

Le componenti principali che caratterizzano questa domanda formativa sono costituite dal tirocinio finalizzato all’iscrizione ad un albo professionale (28 per cento), dallo stage in azienda (17 per cento) e dal master (17 per cento), universitario e non, una componente quest’ultima più consistente anche della formazione presso scuole di specializzazione (10 per cento).

Evoluzione della quota in formazione ad un anno [Fig. Evoluzione della quota in formazione ad un anno]

Torna all'indice del capitolo 2.4 SI CONTRAE IL NUMERO DI OCCUPATI A TRE ANNI DALLA LAUREA: SONO 73 SU CENTO (-2,1 PUNTI PERCENTUALI RISPETTO ALL’INDAGINE DELL’ANNO PRECEDENTE)

Il dilatarsi dei tempi di ingresso nel mercato del lavoro ha riguardato, come si è visto, i neo-laureati. Ma riguarda anche i laureati del 2001 coinvolti nell’indagine a tre anni dalla laurea. Se è vero che per questi ultimi l’occupazione aumenta raggiungendo 73 intervistati su cento (16 punti percentuali in più di quanto rilevato quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo), è altrettanto vero che si è registrato un calo di 2,1 punti percentuali rispetto all’analoga rilevazione del 2003, contrazione che si aggiunge a quella di identica consistenza registratasi fra il 2002 e il 2003. Ciò non toglie che, ad esclusione dei laureati delle facoltà ad alta formazione post-laurea, tutti gli altri percorsi di studio vedano l’occupazione su valori decisamente superiori alla media (seppure generalmente in calo rispetto alla rilevazione dell’anno passato), alcuni (architettura e ingegneria soprattutto) addirittura prossimi alla piena occupazione.

Definizione di occupato dell’indagine sulle Forze di lavoro. Anche in questo caso la definizione di “occupato” adottata (con le sottolineature già evidenziate illustrando i risultati dell’occupazione ad un anno dalla laurea) ha un rilievo non trascurabile. Se si considerano occupati anche quanti sono impegnati in attività di formazione retribuita il tasso di occupazione lievita di altri dieci punti percentuali raggiungendo complessivamente il valore di 82,7. Beneficiano di questo incremento soprattutto i laureati di alcuni gruppi di corsi di laurea ad alta formazione post-laurea: in particolare i gruppi medico (che vede il tasso di occupazione lievitare da 29,5 a 91,9), scientifico (da 60,8 a 87,3), geo-biologico (da 65,2 a 85). I laureati del gruppo giuridico, nonostante l’incremento di circa 6 punti percentuali, restano in assoluto quelli con il tasso di occupazione, a tre anni dalla laurea, più basso: 61,2 per cento. Concorrono a questo risultato più circostanze, tra cui certamente la conclusione del periodo di tirocinio e praticantato, verosimilmente appena avvenuta.

Condizione occupazionale a confronto [Fig. Condizione occupazionale a confronto]

Condizione occupazionale a tre anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale a tre anni per gruppi di corsi di laurea]

Occupazione a tre anni per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione a tre anni per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro]

Torna all'indice del capitolo 2.5 A 5 ANNI DALLA LAUREA L’OCCUPAZIONE RIGUARDA 86 LAUREATI SU CENTO (ED ALTRI 6 RESTANO IN FORMAZIONE)

L’occupazione, a cinque anni dal conseguimento del titolo, si è estesa complessivamente a 86 laureati su cento, con un incremento rispetto all’indagine ad un anno dal conseguimento del titolo di ben 30 punti percentuali. Tale incremento ha coinvolto i laureati in misura differente e risulta particolarmente apprezzabile per i gruppi giuridico (il numero di occupati è salito di 56 punti, passando dal 30 all’86 per cento), medico (quasi 34 punti percentuali in più, dal 22 al 55 per cento), psicologico (+32 punti percentuali, dal 55 all’87 per cento) e geo-biologico (+33 punti percentuali, dal 42 al 75 per cento). Per i laureati dei gruppi ingegneria (occupati al 96,2 per cento), architettura (94,4) ed economico-statistico (91,8), a 5 anni si può parlare di piena occupazione.

Estensione dell’indagine a cinque anni dalla laurea. Le evidenze empiriche emerse nelle precedenti indagini di AlmaLaurea hanno suggerito di estendere la rilevazione oltre la soglia del triennio post-laurea. È chiaro, infatti, che un’indagine circoscritta ai tre anni successivi alla conclusione degli studi, per quanto approfondita, accentua gli elementi di omogeneità che caratterizzano i primi approcci al mondo del lavoro piuttosto che evidenziarne le differenze. L’ampliamento dell’intervallo temporale di osservazione consente, invece, di analizzare la reale portata del valore aggiunto formazione post-laurea nell’accesso alle posizioni lavorative più ambite dal laureato e più richieste dai settori avanzati del sistema economico del Paese, oltre che restituire un’immagine più nitida dell’efficacia esterna dei differenti percorsi formativi17.

L’estensione dell’indagine a 5 anni (realizzata per la prima volta l’anno scorso) ha consentito inoltre di continuare ad esplorare due pianeti rimasti a lungo semisconosciuti: quello dei laureati del gruppo giuridico, che fra il terzo ed il quinto anno vedono passare la loro quota di occupati dal 58,1 all’86,2 per cento e quello del gruppo medico per il quale, nello stesso intervallo di tempo, l’occupazione cresce dal 24,5 a 55,2 per cento. Fra questi ultimi rimane ancora assai elevata la quota che, a 5 anni, prosegue la formazione post-laurea: 31,9 per cento. Ciò dipende soprattutto dalla lunga durata delle scuole di specializzazione ma anche dal tempo occorrente per esservi ammessi.

L’adozione della definizione di occupato dell’indagine Forze di Lavoro fa lievitare complessivamente la quota di occupati da 86 a 90 laureati su cento e la quota di medici che lavorano al 92 per cento (+37 punti percentuali).

Confrontando i dati AlmaLaurea con quelli rilevati nel 2000, fra i laureati del periodo 1995-2000, dall’indagine europea sulle Forze di Lavoro18, in una fase economica di crescita, emerge come in alcuni Paesi europei (tra cui Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna) i tassi di occupazione risultino su valori stabilmente elevati (del 95 per cento circa).

Condizione occupazionale ad un anno dei laureati 1999 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno dei laureati 1999 per gruppi di corsi di laurea]

Condizione occupazionale a tre anni dei laureati 1999 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale a tre anni dei laureati 1999 per gruppi di corsi di laurea]

Condizione occupazionale a cinque anni dei laureati 1999 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale a cinque anni dei laureati 1999 per gruppi di corsi di laurea]

Torna all'indice del capitolo 2.6 DIFFERENZE DI GENERE

Ad un anno dalla laurea, le differenze in termini occupazionali fra uomini e donne risultano già significative (oltre 8 punti in termini percentuali: lavorano 51 donne e 59 uomini su cento) e tendono ad accentuarsi negli ultimi anni (per i laureati del 1999 il differenziale ad un anno dalla laurea era pari a 2,7 punti percentuali), a conferma che nelle fasi di espansione dell’occupazione il differenziale uomo-donna tende a ridursi, mentre l’affacciarsi di difficoltà occupazionali è a carico, prima di tutto, della componente femminile.

Ma le differenze di genere in termini occupazionali si accentuano comunque nel medio-lungo periodo: analizzando la generazione dei laureati del 1999, quella che aveva evidenziato il differenziale minimo, si rileva che a tre anni dal titolo la distanza fra uomo e donna è lievitata fino a 7,5 punti percentuali e rimane superiore a 7 punti percentuali anche a cinque anni di distanza.

I vantaggi della componente maschile sono confermati nella quasi totalità dei percorsi di studio e per ogni generazione considerata. A cinque anni dalla laurea gli uomini vantano un maggior tasso di occupazione in tutti i gruppi disciplinari, ad eccezione del medico, dove peraltro -come si è visto- l’inserimento nel mondo del lavoro deve ancora in gran parte realizzarsi.

La situazione italiana accomuna anche il mercato del lavoro di molti Paesi europei, tra i quali certamente Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Ungheria. Le donne, infatti, costituiscono frequentemente il gruppo più svantaggiato, rispetto ai colleghi maschi trovano lavoro più tardi e sono rappresentate in quote minime ai livelli alti e nelle gerarchie aziendali e amministrative. Percepiscono retribuzioni minori rispetto ai maschi e questo avviene a parità di posizione nella professione e di titolo di studio conseguito19.

Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per genere [Fig. Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per genere]

Condizione occupazionale a confronto dei laureati 1999 per genere [Fig. Condizione occupazionale a confronto dei laureati 1999 per genere]

Quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea]


Evoluzione della quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Evoluzione della quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea]


CQuota che lavora a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Quota che lavora a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea]

Torna all'indice del capitolo 2.7 DIFFERENZE TERRITORIALI

In termini occupazionali le differenze Nord-Sud20 sono rimaste sostanzialmente immutate negli ultimi anni, apparentemente senza aver tratto vantaggi nemmeno nelle fasi di crescita economica. Ad un anno dal conseguimento del titolo si confermano infatti sempre superiori ai 21 punti percentuali: tra i laureati del 2003 si rileva, ad esempio, che lavora il 65 per cento dei residenti al Nord e il 41 per cento di quelli al Sud con un differenziale in aumento (24 punti percentuali).

Ne consegue che sono molto elevate le differenze territoriali fra quanti sono alla ricerca di un lavoro. Una realtà che tende a rimanere stabile nel corso degli anni e che continua a riguardare, per la generazione del 2003, più di un terzo dei laureati che risiedono al Sud (e solo 16 laureati su cento residenti al Nord).

Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per residenza alla laurea [Fig. Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per residenza alla laurea]

Torna all'indice del capitolo 2.8 OCCUPAZIONE NEI CORSI DI LAUREA SOSTENUTI DAL MIUR

L’indagine condotta consente di approfondire i risultati e le valutazioni dei laureati di alcuni percorsi che, recentemente, sono stati oggetto di un provvedimento legislativo volto ad incoraggiarne le immatricolazioni21. La particolare natura dei corsi analizzati (ad eccezione di statistica), che prevede la prosecuzione della formazione oltre la laurea per quote rilevanti dei laureati, ha suggerito l’adozione della definizione di occupato utilizzata dall’ISTAT nelle indagini sulle Forze di Lavoro, comprendendovi così, come già visto, anche coloro che sono impegnati in attività di formazione post-laurea retribuita. Applicando tale definizione si rileva che i laureati dei quattro corsi di laurea denotano una buona condizione occupazionale, fin dal primo anno successivo al conseguimento del titolo. Per il complesso dei corsi considerati il tasso di occupazione ad un anno risulta perfino più elevato di quello corrispondente al complesso dei laureati (71,1 per cento contro 68,5 per cento). A cinque anni dalla conclusione degli studi il tasso di occupazione lievita fino a raggiungere il 91,2 per cento, contro il 90,5 per cento per il complesso dei laureati.

Occupazione dei corsi di laurea sostenuti dal MIUR: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione dei corsi di laurea sostenuti dal MIUR: confronto con def. Forze di Lavoro]

Tasso di disoccupazione a confronto per i corsi di laurea sostenuti dal MIUR [Fig. Tasso di disoccupazione a confronto per i corsi di laurea sostenuti dal MIUR]



Torna all'indice del capitolo 2.9 MODALITÀ E TEMPI DI INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO

Modalità di ingresso. L’indagine ha consentito di approfondire i meccanismi d’ingresso nel mercato del lavoro di cinque successive generazioni di laureati comprese nell’intervallo di tempo 1999-2003. 22

Un approfondimento che riguarda le iniziative, coronate da successo, intraprese (entro un anno dalla conclusione degli studi) dai laureati che hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo la laurea.

L’iniziativa personale risulta per tutto l’intervallo considerato la modalità più diffusa, e tendenzialmente crescente, per trovare il lavoro: la utilizzano 38 laureati su cento del 2003 (ben 44 laureati su cento tra i laureati del chimico-farmaceutico e “solo” 31 su cento tra quelli del medico e del politico-sociale).

In ripresa nell’ultimo biennio il ricorso all’intermediazione di familiari e di conoscenti per la segnalazione di opportunità lavorative, che ha permesso a 16 neo-laureati su cento di trovare un impiego (canale risultato proficuo a 22 architetti su cento, meno ai laureati dei gruppi economico-statistico e insegnamento: 11 su cento).

Nell’intervallo di tempo considerato ha assunto un ruolo sempre maggiore la prosecuzione di stage in azienda (compiuti sia prima che dopo la laurea): tale modalità è passata nell’intervallo considerato dal 6,2 al 10,7 per cento, e -prescindendo dai laureati in psicologia e medicina per ovvi motivi- risulta attualmente molto più diffusa tra i laureati del politico-sociale e dell’agrario (16 e 15 per cento, rispettivamente).

La chiamata da azienda e la risposta ad inserzioni nel corso del periodo considerato tendono a diminuire; attualmente interessano rispettivamente 7 e 6 laureati su cento (rispetto a 10 e 8 della coorte del 1999).

Le agenzie di lavoro interinale stanno assumendo invece un’importanza crescente (seppure complessivamente modesta); al momento coinvolgono 4 laureati su cento (da 3 dei laureati del 1999), percentuale che sale fino al 13 per cento tra i laureati del gruppo linguistico.

La partecipazione a concorsi pubblici risulta comprensibilmente poco agevole nei primi dodici mesi successivi alla laurea; unitamente alla scarsità di opportunità occupazionali nel pubblico impiego fa sì che il peso di questa modalità di accesso sia modesto e sia diminuito fra il 1999 ed il 2003 (da 4,5 a 3,4 per cento).

A cinque anni dalla laurea le assunzioni tramite concorso pubblico assumono invece un particolare rilievo e coinvolgono nel complesso 10 occupati su cento. Tale canale è privilegiato dai laureati di alcuni gruppi di corsi (insegnamento, medico, letterario, giuridico e scientifico) e, conseguentemente, dalle donne più che dagli uomini (13 contro 7 per cento). Anche a cinque anni l’iniziativa personale resta comunque la modalità maggiormente utilizzata ed è stata utile, a cinque anni dalla laurea, per 30 occupati su cento.

A cinque anni dalla laurea, con riferimento all’area di lavoro, si accentuano le differenze territoriali nel modo di trovare un impiego. In particolare, le maggiori difficoltà economiche del Mezzogiorno si traducono nel frequente ricorso ad attività autonome (25,3 per cento per il Sud e 11 per il Nord) e, seppur in misura meno consistente, a concorsi pubblici (11,4 per cento per il Sud e 9,9 per il Nord).

Tempi di ingresso. L’analisi dei tempi di ingresso nel mondo del lavoro23 è stata effettuata sul collettivo intervistato a cinque anni dal conseguimento del titolo ed è circoscritta ai soli laureati che non erano occupati alla laurea. Si è utilizzato un apposito modello (Cox) che consente di stimare le curve di ingresso nel mercato occupazionale tenendo sotto controllo l’effetto esercitato da un insieme di variabili esplicative24. Attraverso il modello si è infatti appurato che diversi sono gli elementi che influenzano i tempi di ingresso nel mercato del lavoro: la posizione nei confronti degli obblighi di leva, il percorso di studio, l’area di residenza, le esperienze di lavoro compiute durante gli studi e il tipo di lavoro cercato al momento della laurea (pubblico/privato)25.

Il servizio di leva distoglie temporaneamente dal mercato del lavoro gli uomini che al conseguimento del titolo non lo avevano ancora assolto: essi impiegano infatti mediamente 10 mesi per trovare un impiego. Escludendo l’effetto leva, si nota che uomini e donne si inseriscono nel mercato del lavoro in modo del tutto simile, e ciò è confermato anche dai relativi tempi di ingresso (6 mesi).

Interessanti spunti di riflessione si traggono anche dall’analisi dei percorsi di ingresso per tipo di studio intrapreso: a medici, giuristi e geo-biologi corrispondono curve di ingresso nel mondo del lavoro nettamente più alte della media (cui corrispondono tempi di inserimento più lunghi), ovviamente a causa degli impegni formativi post-laurea (tirocini, specializzazioni, ecc.). I primi non entreranno nel mercato del lavoro prima di 2 anni dalla laurea (ma comunque entro il primo mese dall’inizio della ricerca di un lavoro), gli altri dovranno attendere invece “solo” un anno. All’estremo opposto, particolarmente rapidi nell’inserirsi nel mercato del lavoro, sono architetti, ingegneri e laureati del gruppo linguistico, con curve di sopravvivenza che scendono rapidamente verso la piena occupazione.

Le maggiori difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro dei laureati residenti al Sud e nelle Isole sono chiaramente identificabili attraverso la corrispondente curva di ingresso, che si mantiene nettamente al di sopra di quella dei residenti al Nord: i tempi di ingresso nel mercato del lavoro, di conseguenza, sono pari a 6 mesi per i laureati del Nord e a 10 mesi per quelli del Sud e delle Isole.

Meno apprezzabili, ma comunque significative e probabilmente correlate ad una diversa strategia di approccio al mercato del lavoro, sono le differenze se si considera il settore di lavoro auspicato alla laurea: infatti, i tempi di inserimento di coloro che alla laurea intendevano indirizzarsi verso il settore pubblico (prescindendo dall’effettiva realizzazione di tale aspirazione) sono lievemente superiori rispetto a chi predilige il privato o non ha preferenze (7 mesi contro 6, rispettivamente).

Evoluzione del canale di ingresso ad un anno [Fig. Evoluzione del canale di ingresso ad un anno]

Tempi di ingresso nel mondo del lavoro  a cinque anni per genere e leva [Fig. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per genere e leva]

Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]

Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per residenza alla laurea [Fig. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per residenza alla laurea]

Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per settore preferito alla laurea [Fig. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per settore preferito alla laurea]

Tempi mediani di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Tempi mediani di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]

Torna all'indice del capitolo 2.10 AD UN ANNO DALLA LAUREA SONO STABILI 41 LAUREATI SU CENTO

Parte dei laureati intervistati per questa settima indagine, soprattutto coloro che per la prima volta si sono affacciati sul mercato del lavoro, sono stati interessati dalle modifiche introdotte nel mercato del lavoro dalla cosiddetta Riforma Biagi26. Infatti, benché la legge sia entrata in vigore nell’ottobre 2003, i tempi tecnici della sua attuazione hanno determinato una fase di transizione particolarmente complessa, dove assieme alle difficoltà di adottare il nuovo, non ancora completamente definito, si aggiungeva l’impossibilità di riferirsi a figure contrattuali precedenti, oramai escluse dalla normativa.

L’analisi della documentazione ad un anno dalla laurea sembra confermare la complessità di tale transizione ed offre anche qualche spunto interpretativo. Per la prima volta nell’ultimo quinquennio, infatti, il tradizionale contrapposto andamento lavoro stabile-lavoro atipico27, che vedeva il crescere dell’uno al contrarsi dell’altro e viceversa, viene a cessare. L’inutizzabilità, fino all’estate 2004, dei contratti di inserimento (sostitutivi dei precedenti contratti di formazione lavoro) ha finito per dimezzarne la loro consistenza relativa (dall’11,8 per cento fra i laureati del 2002 al 6,5 fra quelli del 2003) contribuendo all’incremento dei lavori stabili e contemporaneamente anche a quelli atipici. Ciò per effetto dell’aumento dei contratti a tempo indeterminato tra le posizioni stabili e dell’aumento dei contratti a tempo determinato (dipendenti) tra le posizioni atipiche.

La stabilità riguarda in misura assai più consistente gli uomini (48,4 per cento degli occupati) che le loro colleghe (35,5 per cento), ma il differenziale è pressoché interamente imputabile alla diversa presenza del lavoro autonomo nelle componenti maschile e femminile. Mentre infatti il contratto a tempo indeterminato riguarda il 31 per cento circa degli uomini e il 28 per cento delle donne, il lavoro autonomo riguarda, rispettivamente, 17 uomini occupati su cento e quasi 8 donne. La situazione è pressoché identica per quanto riguarda i contratti di formazione lavoro e di apprendistato (9,1 per cento per i maschi, 4,2 per le femmine). Il complesso variegato dei lavori atipici riguarda oltre metà delle donne impegnate in attività lavorative e 37,4 uomini su cento.

Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno]

Evoluzione della tipologia dell’attività lavorativa ad un anno [Fig. Evoluzione della tipologia dell’attività lavorativa ad un anno]

Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per genere [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per genere]

Torna all'indice del capitolo 2.11 A CINQUE ANNI DALLA LAUREA SONO STABILI 74 LAUREATI SU CENTO

Tra i laureati del 1999 coinvolti nell’indagine longitudinale a cinque anni dalla laurea risultano stabili 74 occupati su cento; 33 punti percentuali in più rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo28. Il grande balzo in avanti è dovuto in particolar modo all’aumento consistente dei contratti a tempo indeterminato che sono lievitati di 20 punti percentuali, raggiungendo il 49 per cento degli occupati a cinque anni. Il lavoro autonomo è passato dal 12 al 25 per cento (guadagnando così 13 punti percentuali). Nel quinquennio si riducono corrispondentemente le quote di lavoro atipico (dal 38,2 al 23,5 per cento), i contratti di formazione lavoro (contratti di inserimento nella legge Biagi) che di fatto scompaiono, scendendo dal 15 all’1 per cento, e l’attività lavorativa senza contratto (dal 5 all’1 per cento).

A 5 anni dal conseguimento del titolo il differenziale in termini di stabilità fra maschi e femmine risulta ulteriormente ampliato e pari a circa 15 punti percentuali e, anche in questo caso, quasi completamente a carico del lavoro autonomo, più diffuso fra i maschi.

A cinque anni dal titolo, i laureati dei gruppi ingegneria, economico-statistico, architettura e giuridico, hanno i livelli più elevati di stabilità, che raggiungono o superano la soglia dell’80 per cento degli occupati. Ancora da realizzare invece la stabilità per i laureati dei gruppi geo-biologico, insegnamento, e, soprattutto, letterario con tassi di stabilità che variano, nell’ordine, fra il 62 ed il 44 per cento.

Dalla instabilità alla stabilità. Interessanti elementi di riflessione emergono dall’esame dell’evoluzione della stabilità nell’intervallo fra 1 e 5 anni dal conseguimento del titolo. Di seguito vengono tratteggiati la direzione e la consistenza dei principali flussi.

Considerando la generazione di laureati del 1999, coloro che ad un anno dalla laurea avevano già raggiunto la stabilità, dopo cinque anni continuano a lavorare stabilmente nell’85 per cento dei casi.

I contratti atipici continuano a riguardare -anche a cinque anni dalla laurea- il 28,3 per cento dei casi e diventano invece contratti stabili per il 60,5 per cento degli occupati. Tuttavia ci sono 9 laureati su cento che dopo cinque anni dal contratto atipico passano ad una situazione di non lavoro.

I contratti di formazione lavoro/inserimento e apprendistato si sono quasi totalmente trasformati in contratti stabili (92,3 per cento dei casi) e parzialmente sono diventati atipici (5 per cento).

Poco più della metà di coloro che ad un anno dalla laurea non lavoravano sono riusciti nell’arco del quinquennio a raggiungere la stabilità (50,3 per cento), ma permangono ancora 24 laureati su cento che entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti atipici e 22 su cento che anche dopo cinque anni continuano a non lavorare (più che di disoccupati in senso stretto questo collettivo sembra rappresentato da laureati ancora in formazione, soprattutto medici).

Anche coloro che ad un anno dalla laurea avevano dichiarato di lavorare senza un contratto, nel quinquennio in parte riescono ad avere contratti stabili e in parte giungono a contratti atipici (rispettivamente 46,4 e 31,3 per cento)29.

Differenze territoriali. Sia ad uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo risultano più diffuse al Sud le attività autonome, sviluppatesi come possibile risposta alle note difficoltà occupazionali. Ad un anno dalla laurea svolgono un lavoro in proprio, infatti, 10 occupati su cento che lavorano al Nord e 14 occupati al Sud. A cinque anni tali quote crescono ulteriormente fino ad assestarsi a 21 e 33 per cento, rispettivamente. Proprio per questo, complessivamente, a cinque anni dalla laurea le differenze territoriali, in termini di stabilità del lavoro svolto, sono meno accentuate di quanto si potesse immaginare: svolge un lavoro stabile il 76 per cento degli occupati al Nord e il 70 per cento di quelli che lavorano al Sud. Anche il lavoro atipico coinvolge in misura simile gli occupati al Nord e quelli al Sud (21 e 25 per cento, rispettivamente).

Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per area di lavoro [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per area di lavoro]

Tipologia dell’attività lavorativa a confronto dei laureati 1999 [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a confronto dei laureati 1999]

Laureati 1999 intervistati ad uno e a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità contrattuale [Fig. Laureati 1999 intervistati ad uno e a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità contrattuale]

Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per genere [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per genere]

Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per area di lavoro [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per area di lavoro]

Torna all'indice del capitolo 2.12 POSIZIONE PROFESSIONALE DEI LAUREATI

È evidente che ad un anno dalla laurea l’analisi sulla posizione nella professione deve indurre a più di una cautela, tanto più che oltre il 27 per cento degli occupati lavora proseguendo l’attività iniziata prima della laurea. L’estensione dell’analisi ad un intervallo di tempo più ampio è tanto più indispensabile tenuto conto che gli anni immediatamente successivi all’acquisizione della laurea, oltre alle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro che condizionano le scelte lavorative dei neo-laureati, sono sempre più utilizzati da un consistente numero di giovani per sperimentare l’approccio al mondo del lavoro, come si è già visto, ai più quasi del tutto estraneo.

Ad un anno sono impiegati di alta e media qualificazione 35 occupati su cento, altri 8 sono occupati come impiegati esecutivi (secondo le definizioni ISTAT), mentre gli insegnanti (esclusi i docenti universitari) rappresentano il 7,6 per cento del collettivo, dato quest’ultimo in aumento di 1 punto rispetto ai laureati del 2002. Tutte queste professioni, unitamente ai dirigenti/direttivi (che riguardano il 2,5 per cento degli occupati) e ad altre posizioni di minore diffusione, definiscono sostanzialmente l’area del lavoro dipendente, pari al 57,4 per cento degli occupati, in aumento rispetto alla rilevazione dello scorso anno (56,3 per cento).

Sull’altro versante, caratterizzato dal lavoro autonomo, i liberi professionisti sono il 5,8 per cento, i lavoratori in proprio costituiscono il 4,6 per cento e gli imprenditori l’1,4; nel complesso, il 13,1 per cento dei laureati ha trovato un’occupazione autonoma, quota questa rimasta invariata se consideriamo i laureati del 2002 intervistati ad un anno dalla laurea.

Oltre a queste due aree di più consolidata definizione, quella dei collaboratori “atipici” riguarda il 23 per cento circa degli occupati.

Gli uomini, già ad un anno dal conseguimento del titolo, occupano posizioni di più alto livello rispetto alle donne: sono infatti più rappresentati tra i liberi professionisti (9,2 contro 3 per cento tra le donne), i lavoratori in proprio (5,9 contro 3,5) e tra i dirigenti/direttivi (3,5 per cento contro 1,8). Le donne, corrispondentemente, sono più numerose tra i collaboratori (26,6 per cento contro 18,9), gli impiegati esecutivi (9,2 contro 7,3), gli insegnanti (11,7 contro 2,7) e i lavoratori senza contratto (6,6 contro 4,2).

Nel quinquennio aumenta in misura consistente l’area del lavoro autonomo, che coinvolge così oltre il 25 per cento degli occupati; ciò è dovuto quasi esclusivamente all’incremento dei liberi professionisti che rappresentano poco meno di un quinto degli occupati (18 per cento). Si riduce nello stesso tempo la percentuale dei collaboratori, che finisce per riguardare poco più di 10 occupati su cento.

Nel lavoro dipendente non si rilevano particolari variazioni per posizione nella professione: aumentano gli insegnanti (9,3 per cento) e i dirigenti/direttivi (9 per cento), contemporaneamente diminuiscono gli impiegati esecutivi (5,8 per cento).

Nel quinquennio le differenze di genere si sono accentuate a favore della componente maschile soprattutto fra i dirigenti/direttivi e gli imprenditori. Particolare, sebbene non inattesa, la situazione degli insegnanti che vede dilatarsi ulteriormente la sovrarappresentazione femminile.

Evoluzione della posizione nella professione ad un anno [Fig. Evoluzione della posizione nella professione ad un anno]

Posizione nella professione ad un anno per genere [Fig. Posizione nella professione ad un anno per genere]

Posizione nella professione a confronto dei laureati 1999 [Fig. Posizione nella professione a confronto dei laureati 1999]

Posizione nella professione a cinque anni per genere [Fig. Posizione nella professione a cinque anni per genere]

Torna all'indice del capitolo 2.13 DOVE LAVORANO I LAUREATI

L’estensione dell’indagine a 5 anni, come più volte evidenziato, ha consentito di apprezzare meglio i percorsi della transizione studi universitari/lavoro, mettendo in luce la tendenza nel tempo ad una maggiore coerenza fra studi compiuti e attività lavorativa.

La prima evidenza empirica che emerge è che tre occupati su quattro lavorano, a cinque anni dalla laurea, nel settore dei Servizi, poco meno di un quarto nell’Industria e solo l’1,4 per cento nell’Agricoltura.

Un ulteriore approfondimento è stato condotto prendendo in esame i settori di attività economica che vedono la presenza di almeno il 70 per cento dei laureati occupati, a cinque anni dalla conclusione degli studi, di ogni gruppo di corsi di laurea.

A cinque anni dalla laurea si verifica una contrazione nel numero di rami dove lavora il 70 per cento degli occupati nei gruppi geo-biologico, letterario, scientifico, e, in misura più consistente, nel giuridico e nel linguistico; ciò evidenzia la tendenziale convergenza verso una migliore corrispondenza tra titolo conseguito e sbocco professionale. Tale contrazione non riguarda, invece, i laureati dei gruppi insegnamento, medico ed architettura, per i quali si realizza però un’elevatissima coerenza fin dal primo anno.

Il ventaglio delle opportunità occupazionali risulta, al contrario, notevolmente più ampio fin dal primo anno e permane tale anche a cinque anni, per i laureati del gruppo agrario, economico-statistico, politico-sociale psicologico e ingegneria.

L’esistenza di due diversi modi di porsi della formazione universitaria, quella specialistica e quella polivalente, rende complesso stabilire se e in che misura, e per quanto tempo, ciò alimenti maggiori opportunità di lavoro oppure costringa a cercare comunque un’occupazione quale che sia il settore di attività economica.

Ramo di attività economica prevalente ad un anno [Fig. Ramo di attività economica prevalente ad un anno]

Ramo di attività economica ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Ramo di attività economica ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Ramo di attività economica prevalente a cinque anni [Fig. Ramo di attività economica prevalente a cinque anni]

Ramo di attività economica a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Ramo di attività economica a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]

Torna all'indice del capitolo 2.14 GUADAGNO MENSILE NETTO DEI LAUREATI: AD UN ANNO 986 EURO, A TRE ANNI 1.142, A CINQUE 1.281

Anche sotto l’aspetto retributivo la situazione dei laureati italiani pare tutt’altro che rosea, in un contesto europeo ed internazionale che invece, in quest’ambito, ha mostrato segni di vivacità. Tra il 2000 e il 2002 l’Italia è risultata infatti al 23° posto nella classifica per tasso di crescita delle retribuzioni orarie in termini reali: un aumento praticamente inconsistente, pari allo 0,1 per cento, tanto più se confrontato con quello della Francia (+2,5 per cento), Gran Bretagna (+2,3)30.

A 12 mesi dalla laurea il guadagno mensile netto dei laureati non raggiunge i 1.000 euro: rispetto alla rilevazione dello scorso anno si rileva un lieve miglioramento (il guadagno mensile medio è salito da 969 a 986 euro, +1,7 per cento) che non è tuttavia in grado di recuperare la forte contrazione del guadagno registrata l’anno precedente (-4,5 per cento)31.

A tre anni dalla laurea il guadagno raggiunge quota 1.142 euro, ma rispetto agli anni precedenti tende a ridursi, sia pure lievemente (da 1.167 euro nell’indagine 2002 a 1.161 in quella del 2003).

I laureati del 1999 vedono le proprie retribuzioni aumentare consistentemente, del 10 per cento circa, fra i tre e i cinque anni dalla laurea (da 1.167 e 1.281 euro). Una retribuzione che, a cinque anni dalla laurea, li vedrebbe meglio piazzati anche dei loro colleghi del 1998 (1.249 euro)32.

Guadagni più elevati sono percepiti, a cinque anni dal conseguimento del titolo, dai laureati dei gruppi medico ed ingegneria; all’estremo opposto, si trovano i laureati dei gruppi linguistico, letterario e, soprattutto, insegnamento.

Differenze di genere. Ad un anno dalla laurea gli uomini continuano a guadagnare più delle loro colleghe. Un differenziale che, nelle ultime due rilevazioni risulta attorno al 25 per cento (1.108 euro contro 883 nella rilevazione più recente; 1.089 euro contro 864 nel 2003).

Tali differenze si confermano, anzi si accentuano, a tre anni dalla conclusione degli studi (il differenziale raggiunge il 27 per cento; 1.294 euro contro 1.015) mentre diminuiscono leggermente a cinque anni dal titolo (1.443 contro 1.143 euro).

Differenze di genere contraddistinguono ciascuno dei gruppi di corsi di laurea: l’analisi condotta a cinque anni dall’acquisizione del titolo (e con riferimento ai soli laureati che hanno iniziato l’attuale lavoro dopo la laurea e lavorano a tempo pieno) mette in luce come gli uomini risultino essere costantemente i più favoriti.

A cinque anni dalla laurea, a parità di condizioni, gli uomini risultano avvantaggiati rispetto alle colleghe, anche rispetto alla professione svolta33: a identica posizione lavorativa, infatti, le donne guadagnano meno, con percentuali che oscillano dal 9 per cento fra gli insegnanti al 19 per cento fra i liberi professionisti. L’unica eccezione è rappresentata dalle donne che lavorano senza contratto, le quali guadagnano di più dei loro colleghi uomini (791 contro 735 euro).

Differenze di genere si riscontrano anche nell’ambito dell’insegnamento circoscritto alla scuola pubblica, dove peraltro il differenziale sembra almeno in parte riconducibile alla maggiore presenza, nel collettivo indagato da AlmaLaurea, di insegnanti femmine nell’istruzione prescolastica e primaria.

Differenze territoriali. Consistentemente più elevati, a cinque anni dal titolo, i guadagni mensili netti dei laureati (senza distinzione di genere) che lavorano al Nord (1.330 euro) rispetto ai loro colleghi impegnati nelle regioni centrali (1.271 euro) e soprattutto nel Mezzogiorno (1.132 euro).

Anche analizzando l’area di lavoro le donne guadagnano costantemente meno dei loro colleghi uomini soprattutto al Sud con un differenziale del 28 per cento circa.

Lavorare all’estero. Un capitolo a parte meriterebbe la componente dei laureati che lavorano all’estero, che rappresentano almeno il 2,5 per cento degli occupati. Una popolazione poco agevole da analizzare vista la più difficile reperibilità di coloro che lavorano lontano dall’Italia, soprattutto della componente laureatasi in Italia ma con cittadinanza estera. Un capitolo che affrontiamo periodicamente ma che quest’anno ci limitiamo a tratteggiare per alcuni particolari aspetti. A cinque anni dalla laurea le retribuzioni all’estero risultano più elevate, di oltre il 40 per cento, di quelle nazionali (1.808 euro contro 1.281), e al di là del diverso costo della vita, vedono anche un maggiore equilibrio nelle retribuzioni di maschi e femmine: il divario, infatti, non va oltre l’8,6 per cento (un terzo di quello registrato in Italia). Per quanto la modesta consistenza del collettivo indagato suggerisca il massimo di cautela, è interessante evidenziare come, tra i più folti gruppi di laureati che lavorano all’estero, gli ingegneri guadagnino il 30 per cento in più (1.992 contro 1.540), i laureati del gruppo politico-sociale il 28 per cento in più (1.707 contro 1.334), i laureati del gruppo economico-statistico oltre il 50 per cento in più (2.078 contro 1.372).

Retribuzioni nei settori pubblico e privato. Gli stipendi netti nel settore privato sono generalmente superiori a quelli percepiti nel pubblico impiego (unica eccezione il dato ad un anno, pari a 983 contro 997 euro, verosimilmente influenzato dalla consistente quota di laureati occupati nel pubblico che proseguono l’attività iniziata prima della laurea) e, a cinque anni dalla laurea, risultano superiori del 7 per cento (1.304 contro 1.216 euro). Una differenza che pare in diminuzione (di tre punti) rispetto alla rilevazione 2003.

Pubblico e privato, mentre apprezzano in misura diversa il lavoro maschile, meglio retribuito nel secondo, come noto (+7 per cento; 1.364 contro 1.461 euro), sembrano avere un atteggiamento sorprendentemente identico nei confronti del lavoro femminile (confermato anche nella precedente rilevazione) che in ambedue i settori non va oltre i 1.143 euro di guadagno mensile netto. Su questo risultato influisce certamente la diffusione del part-time: le laureate occupate a tempo parziale sono meglio retribuite nel pubblico impiego (816 euro contro 749 del privato), mentre quelle che lavorano a tempo pieno percepiscono una retribuzione maggiore nel privato (1.237 euro, contro 1.207 del pubblico). Da verificare, invece, il peso che sulla diversità di retribuzioni pubblico-privato potrebbero giocare il differente orario di lavoro e il diverso ricorso al lavoro straordinario.

Il settore privato, generalmente più “generoso” in termini di retribuzioni, sembra offrire guadagni meno consistenti per gli occupati del Sud, che percepiscono (a cinque anni) in media 1.115 euro, contro i 1.172 degli occupati del pubblico impiego.

Guadagno e ramo di attività. I settori di attività che a cinque anni dalla laurea offrono le migliori retribuzioni in termini economici sono: la chimica (1.505 euro), la metalmeccanica (1.493 euro), la sanità (1.481 euro), l’elettronica (1.479 euro), il credito (1.434 euro), la manifattura varia34 (1.426 euro) e l’informatica (1.408 euro).

Elementi che integrano il guadagno. I livelli di retribuzione messi in luce in questo Rapporto rappresentano il limite inferiore dei guadagni percepiti dai laureati: a cinque anni dalla laurea, sei occupati su dieci dichiarano di percepire la tredicesima (e in qualche caso anche la quattordicesima), 4 su dieci usufruiscono di buoni pasto oppure del servizio mensa a tariffa agevolata, altrettanti di un premio di produttività; 28 occupati su cento hanno a disposizione un’assicurazione o assistenza sanitaria integrativa; ancora 20 occupati su cento ricevono un rimborso (parziale o totale) delle spese di trasporto sostenute per recarsi al lavoro. Poco meno di 20 occupati hanno a disposizione un portatile aziendale e altrettanti un cellulare aziendale. Meno diffusa la disponibilità di un’auto aziendale o di un alloggio. Nel complesso, tre occupati su quattro dichiarano di percepire almeno un benefit.

Gli uomini percepiscono mediamente più benefit delle donne (hanno almeno cinque benefit ben 23 uomini e solo 12 donne su cento), con conseguente incremento delle entrate complessive. Più benefit si percepiscono anche in aziende operanti nel settore terziario, meglio ancora se del Nord.

Interessanti spunti di riflessione, talvolta forse scontati, si deducono dall’analisi dei benefit percepiti per tipo di attività lavorativa: si hanno a disposizione maggiori integrazioni al proprio guadagno se si ha un rapporto di lavoro alle dipendenze, meglio se a tempo indeterminato o con un contratto di formazione lavoro (o di inserimento). Minori benefit si percepiscono, escludendo per ovvi motivi le attività non regolamentate oppure i lavori autonomi effettivi, se si lavora con un contratto di collaborazione o un altro contratto atipico.

Evoluzione del guadagno mensile netto ad un anno per genere [Fig. Evoluzione del guadagno mensile netto ad un anno per genere]

Guadagno mensile netto ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea]

Guadagno mensile netto a tre anni per genere [Fig. Guadagno mensile netto a tre anni per genere]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere]

Guadagno mensile netto a confronto dei laureati 1999 per genere [Fig. Guadagno mensile netto a confronto dei laureati 1999 per genere]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e posizione nella professione [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e posizione nella professione]

Guadagno mensile netto a cinque anni per area di lavoro [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per area di lavoro]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e area di lavoro [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e area di lavoro]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e settore [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e settore]

Guadagno mensile netto a cinque anni per settore e area di lavoro [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per settore e area di lavoro]

Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo di attività economica [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo di attività economica]

Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni [Fig. Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni]

Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni per genere [Fig. Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni per genere]

Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni per tipologia dell’attività lavorativa [Fig. Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni per tipologia dell’attività lavorativa]

Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni per settore [Fig. Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni per settore]

Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni per area di lavoro [Fig. Elementi (benefit) che integrano il guadagno a cinque anni per area di lavoro]

Torna all'indice del capitolo 2.15 EFFICACIA DELLA LAUREA NELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA

Con l’efficacia del titolo acquisito vengono sintetizzati due aspetti importanti relativi all’utilità e alla spendibilità del titolo universitario nel mercato del lavoro. Questo indicatore è il risultato della combinazione delle risposte alle domande relative alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto e del livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi (note metodologiche). L’efficacia risulta già ad un anno dalla laurea complessivamente buona (è almeno abbastanza efficace per 84 laureati del 2003 su cento); dopo alcuni anni di sostanziale invarianza dei valori dell’indice, l’efficacia è diminuita di 2 punti percentuali rispetto alle rilevazioni precedenti per i laureati del 2002, rimanendo poi sugli stessi livelli per i laureati del 2003.

Soprattutto, e fin dall’inizio, l’efficacia è particolarmente accentuata per i laureati dei corsi di laurea chimico-farmaceutico (96,3), medico (97,6), ingegneria (95,6) e architettura (94,1).

Negli anni successivi al completamento degli studi l’efficacia, pur se significativamente elevata già dopo il primo anno, tende ad aumentare di qualche punto percentuale, e ciò avviene soprattutto per effetto del migliore apprezzamento dato dai laureati dei gruppi di corsi che assicurano una formazione polivalente, meno specialistica35. Per i laureati del 1999, infatti, i valori di efficacia aumentano di 6 punti percentuali tra il primo e il quinto anno: il titolo risultava almeno abbastanza efficace per 85 laureati su cento ad un anno dal conseguimento del titolo e raggiunge ben 91 laureati su cento a cinque anni.

Efficacia della laurea a confronto [Fig. Efficacia della laurea a confronto]

Efficacia ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Efficacia ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Efficacia a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Efficacia a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]

Torna all'indice del capitolo 2.16 QUALITÀ DELL’OCCUPAZIONE

La valutazione della qualità del lavoro svolto è ottenuta combinando tra loro diversi elementi: oltre alle due componenti dell’indice di efficacia - il grado di necessità del titolo acquisito e il livello di utilizzazione delle competenze apprese con gli studi universitari – sono stati considerati anche la natura del contratto di lavoro e la soddisfazione per l’attività lavorativa svolta (note metodologiche). Le valutazioni sulle condizioni lavorative già ad un anno dal conseguimento del titolo, sono particolarmente buone. La qualità, già su valori elevati, si è mantenuta costante negli ultimi cinque anni di rilevazione tra il valore mediano 69 e 72 nella scala 0-100. La qualità del lavoro migliora inoltre col passare del tempo (da 70 ad un anno a 81 a cinque anni per la generazione del 1999).

Il percorso formativo intrapreso risulta determinante per svolgere un lavoro di qualità, e le differenze tra i diversi gruppi di corsi di laurea tendono ad accentuarsi col passare del tempo, a favore delle lauree più specialistiche: medico, psicologico, ingegneria, giuridico, chimico-farmaceutico, architettura e agrario (92 per il medico e 85 per gli altri gruppi).

Qualità del lavoro a confronto [Fig. Qualità del lavoro a confronto]

Qualità ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Qualità ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Qualità a confronto dei laureati 1999 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Qualità a confronto dei laureati 1999 per gruppi di corsi di laurea]

Torna all'indice del capitolo 2.17 BUONA LA SODDISFAZIONE PER IL LAVORO SVOLTO, CHE AUMENTA TRA UNO E CINQUE ANNI

La soddisfazione per il proprio lavoro, già dal primo anno successivo al conseguimento del titolo, risulta discreta (in media 7,1 nella scala 1-10) e cresce nel quinquennio fino a superare il “sette e mezzo”.

Per tutti i numerosi aspetti dell’attività lavorativa analizzati si raggiunge, in media, la piena sufficienza già ad un anno dalla laurea; sono particolarmente soddisfacenti i rapporti con i colleghi, la sede di lavoro, l’indipendenza/autonomia, l’acquisizione di professionalità e il coinvolgimento nei processi decisionali. La stabilità/sicurezza del lavoro, la coerenza con gli studi fatti, le prospettive di carriera e di guadagno e, soprattutto, la disponibilità di tempo libero sono gli aspetti del lavoro svolto per i quali si registrano il grado di soddisfazione minore.

A cinque anni dalla laurea tutti gli aspetti del lavoro trovano un ulteriore apprezzamento con le uniche eccezioni del rapporto con i colleghi di lavoro e il luogo di lavoro, che sono fin dal primo anno ai vertici della soddisfazione, e della disponibilità di tempo libero che continua ad essere l’aspetto meno gradito.

In generale le donne risultano meno soddisfatte del proprio lavoro, e in particolare, sia a uno che a cinque anni dalla laurea, sono nettamente meno gratificate dalle prospettive di guadagno e da quelle di carriera. Gli unici aspetti che fanno eccezione, e che denotano una maggiore soddisfazione della componente femminile, sono l’utilità sociale del lavoro e il tempo libero.

Lavorare nel settore pubblico significa essere in generale lievemente più soddisfatti del proprio lavoro (in media 7,4 contro 7,1 del privato a un anno, 7,7 e 7,6, rispettivamente, a cinque anni). Gli aspetti che pesano maggiormente nel giudizio positivo espresso per il pubblico impiego, sia a uno che a cinque anni dalla laurea, sono l’utilità sociale del lavoro, il tempo libero, la rispondenza ai propri interessi culturali, la coerenza con gli studi fatti. Al contrario nel privato danno maggiore soddisfazione le prospettive di guadagno e di carriera e, a cinque anni dalla laurea, la stabilità del lavoro. Per gli altri aspetti del lavoro le differenze tra i due settori non sono apprezzabili.

Non si rilevano particolari differenze, in termini di soddisfazione, tra coloro che lavorano al Nord e quelli occupati al Sud: se è vero che nel corso del primo anno successivo al conseguimento del titolo sono lievemente più appagati i primi (7,3 contro 7), nel corso del quinquennio i giudizi si assestano sul livello del “sette e mezzo”. Inoltre, le differenze tra i vari aspetti non sono apprezzabili; in particolare, a cinque anni dalla laurea, coloro che lavorano al Nord sono più soddisfatti della stabilità/sicurezza sul lavoro; mentre l’utilità sociale e la flessibilità dell’orario di lavoro sono gli aspetti che rendono più soddisfatti i laureati che lavorano al Sud.

Una soddisfazione maggiore la si registra tra coloro che lavorano a tempo pieno (in media 7,4 contro 6,5 tra gli occupati part-time ad un anno, 7,7 contro 7 a cinque anni). Il tempo parziale vede penalizzati soprattutto gli aspetti legati alle prospettive di guadagno o di carriera, alla stabilità/sicurezza, al prestigio del lavoro e al coinvolgimento nei processi decisionali, mentre si trae maggiore soddisfazione (sempre rispetto a coloro che lavorano a tempo pieno) dal tempo libero, dalla flessibilità dell’orario e dall’utilità sociale del proprio lavoro.

Soddisfazione per il lavoro svolto a confronto [Fig. Soddisfazione per il lavoro svolto a confronto]

Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto ad uno e cinque anni [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto ad uno e cinque anni]

Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per genere [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per genere]

Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per settore di attività [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per settore di attività]

Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per tempo pieno/parziale [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per tempo pieno/parziale]

Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a  cinque anni per area di lavoro [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per area di lavoro]

Torna all'indice del capitolo 3. APPROFONDIMENTI

3.1 FAMIGLIA D’ORIGINE, FORMAZIONE POST-LAUREA E INGRESSO DIFFERITO NEL MERCATO DEL LAVORO
3.2 STABILE QUEST'ANNO LA PARTECIPAZIONE A MASTER
3.3 OCCUPAZIONE: IL VALORE AGGIUNTO DEGLI STAGE
3.4 ESPERIENZE DI STUDIO ALL’ESTERO
3.5 CONOSCENZE INFORMATICHE E OCCUPAZIONE
3.6 LAVORO NEL SETTORE PUBBLICO ED IN QUELLO PRIVATO
3.7 MOBILITÀ TERRITORIALE PER MOTIVI DI STUDIO E DI LAVORO
3.8 PERCEZIONI DI DISCRIMINAZIONI DI GENERE SUL MERCATO DEL LAVORO

Torna all'indice del capitolo 3.1 FAMIGLIA D’ORIGINE, FORMAZIONE POST-LAUREA E INGRESSO DIFFERITO NEL MERCATO DEL LAVORO

La conferma dell’importanza dell’ambiente familiare di origine si rileva con evidenza anche nell’approccio al mondo del lavoro. Come è stato messo in evidenza nei Rapporti precedenti, votazione di laurea e tasso di occupazione non procedono sempre secondo una relazione diretta. Ad un anno dalla conclusione degli studi tale relazione è accertata fino alla soglia delle votazioni più elevate. Per i neo-dottori con votazione 110 e lode, l’occupazione si riduce fino a raggiungere i valori minimi. Per questi il successo ottenuto negli studi alimenta aspettative più ambiziose. Aspettative da coltivare e possibilità di attendere le occasioni migliori favorite anche dall’ambiente socioeconomico d’origine. Il tasso di occupazione più modesto infatti, pari al 44 per cento, si registra in corrispondenza dei laureati usciti da famiglie con entrambi i genitori laureati (e sale di qualche punto percentuale fra i laureati di famiglie dove uno solo dei genitori possiede la laurea). Lavorano proporzionalmente molto di più (fino a 11 punti percentuali di differenza) i laureati provenienti da famiglie meno favorite, soprattutto quelli che, verosimilmente, dovendo contare solo sulle proprie forze, stavano già lavorando alla laurea oppure si sono impegnati a trovare rapidamente un’occupazione.

L’analisi della consistenza e delle caratteristiche di coloro che, anche nell’anno immediatamente successivo all’acquisizione della laurea, proseguono in una qualche attività di studio e formazione conferma le considerazioni precedenti. Si tratta in ogni caso di una quota rilevantissima di laureati, oltre il 67 per cento del complesso; il che pone interrogativi complessi all’intero sistema di formazione universitario, tanto più ove si ricordi l’elevatissima età media alla laurea dei dottori italiani, pari a circa 28 anni! Ma resta il fatto che a proseguire gli studi sono in misura maggiore i giovani (!) usciti da famiglie culturalmente e socialmente più favorite, e quelli che hanno realizzato le performances migliori. Prosegue il 79 per cento di coloro che hanno ambedue i genitori laureati (la stessa percentuale dell’anno passato), e il 69,5 per cento di chi ha familiari privi di qualsiasi titolo di studio (l’anno passato erano il 63 per cento)36; il 74 per cento di coloro che hanno coronato i loro studi con la lode, e il 67 per cento di quanti si sono dovuti accontentare di votazioni inferiori a 90/110.

Il complesso delle considerazioni fatte conferma uno scenario caratterizzato da un indubbio processo espansivo dell’accesso all’istruzione universitaria (che ha consentito tra l’altro l’acquisizione della laurea ad una quota crescente di giovani provenienti da ambienti sociali meno favoriti: nell’anno 2003, quasi tre quarti dei laureati vengono da famiglie in cui il titolo di studio universitario entra per la prima volta), ma anche da un’ulteriore dilatazione dei tempi di formazione per raggiungere le mete e gli obiettivi formativi più ambìti e più concorrenziali che restano così, prevalentemente, alla portata di quanti possono permetterselo 37.

Condizione occupazionale ad un anno per titolo di studio dei genitori [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per titolo di studio dei genitori]

Partecipazione ad attività formative ad un anno per titolo di studio dei genitori [Fig. Partecipazione ad attività formative ad un anno per titolo di studio dei genitori]

Condizione occupazionale ad un anno per voto di laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per voto di laurea]

Partecipazione ad attività formative ad un anno per voto di laurea [Fig. Partecipazione ad attività formative ad un anno per voto di laurea]

Percorso compiuto dalla laurea ad oggi dai laureati 1999 per voto di laurea [Fig. Percorso compiuto dalla laurea ad oggi dai laureati 1999 per voto di laurea]

Torna all'indice del capitolo 3.2 STABILE QUEST'ANNO LA PARTECIPAZIONE A MASTER

Ad un anno dalla conclusione degli studi la partecipazione a master - universitari e di altro tipo – riguarda poco meno del 17 per cento dei laureati, una quota rimasta stabile dopo la consistente crescita manifestatasi nelle rilevazioni precedenti. I corsi proposti o realizzati da enti diversi dalle università risultano anche quest’anno prevalenti (li hanno conclusi o li stanno frequentando al momento dell’intervista 10 laureati su cento, contro il 7 per cento dei laureati che hanno scelto un master universitario) e frequentati in misura più consistente da laureati non occupati.

La partecipazione a master coinvolge in analoga misura i laureati di tutti i gruppi di corsi di laurea, dal momento che le quote di partecipazione oscillano dal 25 per cento circa tra i laureati dei gruppi psicologico e politico-sociale, al 10 per cento tra i laureati dei gruppi scientifico e chimico-farmaceutico. Un’esperienza formativa, tra l’altro, che complessivamente coinvolge uomini e donne in egual misura (con diversa rappresentazione nei differenti percorsi di studio), ed alla quale accedono in misura più consistente i laureati provenienti da famiglie più favorite rispetto ai giovani di famiglie operaie (19,7 per cento contro 12,8) (note metodologiche).

La capacità dei master di favorire l’accesso al mercato del lavoro, ovviamente inesistente nel primo anno dopo la laurea, risulta complessivamente molto limitata anche nel periodo successivo, ed esigerebbe approfondimenti in grado di valutare la diversa portata qualitativa dell’offerta formativa.

Master universitari e non. L’analisi ha riguardato i laureati, intervistati a cinque anni dalla laurea, che hanno concluso uno o più master. Si tratta di 806 laureati (pari al 7,4 per cento degli intervistati) che hanno seguito master universitari e di 1.742 laureati (pari al 16,1) che hanno seguito altri master (compresi corsi di perfezionamento). Altri 201 laureati (perfettamente distribuiti fra master universitari e non) al momento dell’intervista hanno dichiarato di avere ancora un’attività di master in corso.

A cinque anni dalla laurea, la maggiore partecipazione a master universitari si registra tra i laureati dei gruppi politico-sociale (12,9 per cento) ed economico–statistico (9,5 per cento); minore partecipazione invece si rileva tra i laureati dei gruppi chimico-farmaceutico (3,2 per cento) e medico (2,4 per cento).

La partecipazione ai master non universitari interessa soprattutto i gruppi psicologico (29,2 per cento) e agrario (21,7 per cento); appare invece poco diffusa tra i gruppi chimico-farmaceutico (10,4 per cento) e scientifico (7,4 per cento).

Sotto il profilo occupazionale l’approfondimento compiuto non evidenzia differenze significative: lavora l’87,9 per cento dei laureati che hanno portato a termine un master universitario, l’87,7 di coloro che vantano una diversa esperienza di master, ma ambedue i collettivi hanno un tasso di occupazione superiore di solo un punto e mezzo rispetto ai laureati privi di queste esperienze formative.

La stabilità del lavoro risulta più ridotta per ambedue i collettivi di laureati esaminati (62,7 e 69 per cento, rispettivamente, per i master universitari e non) rispetto a quella raggiunta dai laureati privi di tale esperienza: 74,5.

Il guadagno mensile netto, invece, almeno fra quanti hanno frequentato un master universitario, risulta più consistente (+7 per cento, ovvero 93 euro in più rispetto a chi non l’ha fatto); fra quanti hanno frequentato un altro tipo di master il guadagno risulta superiore di soli 24 euro (+2 per cento).

Evoluzione della quota che partecipa a master ad un anno [Fig. Evoluzione della quota che partecipa a master ad un anno]

Partecipazione a master ad un anno per gruppi di corsi di laurea e genere [Fig. Partecipazione a master ad un anno per gruppi di corsi di laurea e genere]

Partecipazione a master ad un anno per classe sociale di provenienza [Fig. Partecipazione a master ad un anno per classe sociale di provenienza]

Condizione occupazionale dei laureati 1999 per partecipazione a master [Fig. Condizione occupazionale dei laureati 1999 per partecipazione a master]

Torna all'indice del capitolo 3.3 OCCUPAZIONE: IL VALORE AGGIUNTO DEGLI STAGE

Tirocini e stage nel corso degli studi sono attività che toccano una percentuale ancora contenuta, eppure crescente, di laureati del vecchio ordinamento: fanno parte del bagaglio formativo realizzato durante gli studi di 16 dottori su cento38. Si tratta di esperienze che hanno coinvolto prevalentemente i laureati del gruppo insegnamento (68 per cento) e del gruppo agrario (63 per cento)39.

L’esperienza di stage maturata durante gli studi si associa, già nei 12 mesi successivi al conseguimento della laurea, a un significativo vantaggio in termini occupazionali rispetto a chi non vanta un’analoga esperienza (+11 punti percentuali), vantaggio che risulta rafforzato rispetto alla precedente rilevazione (era di quasi 6 punti).

Tale vantaggio si presenta nella stessa misura (e confermato generalmente anche all’interno dei gruppi di corsi di laurea) anche per quel 13 per cento di laureati che realizzano un’esperienza di stage/tirocinio formativo dopo l’acquisizione del titolo. Il differenziale si mantiene sugli 11 punti percentuali e il tasso di occupazione passa infatti dal 65,8 per cento di chi ha concluso in azienda questo tipo di esperienza formativa al 54,3 per cento di coloro che non l’hanno svolta. Anche in questo caso occorre non dimenticare che questo tipo di attività formativa può essere facilitato da una pluralità di elementi (tipo di studi condotti, reti di conoscenze; dinamismo differenziale dei diversi settori del mercato del lavoro, ecc.).

L’esperienza di stage post-laurea risulta particolarmente diffusa fra i neo-dottori dei corsi politico-sociale ed economico-statistico (23 e 19 per cento, rispettivamente), e assai meno fra psicologi, giuristi (6 per cento per entrambi) ed architetti (8 per cento); leggermente più utilizzata fra le donne rispetto agli uomini (13,5 per cento per le prime e 12,3 per i secondi) e soprattutto fra i laureati residenti al Nord (16,4 per cento) rispetto a quelli del Mezzogiorno (10 per cento).

L’utilità dello stage quale primo strumento usato dalle aziende per la selezione del personale è confermata dall’elevata quota di laureati che ha ottenuto l’impiego proseguendo tale tirocinio (27 per cento).

Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage prima della laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage prima della laurea]

Partecipazione a stage post-laurea ad un anno [Fig. Partecipazione a stage post-laurea ad un anno ]

Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage post-laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage post-laurea]

Canale di ingresso ad un anno per partecipazione a stage post-laurea [Fig. Canale di ingresso ad un anno per partecipazione a stage post-laurea]

Torna all'indice del capitolo 3.4 ESPERIENZE DI STUDIO ALL’ESTERO

Le esperienze di studio all’estero compiute durante gli studi coinvolgono 15 laureati su cento. Esperienze che riguardano prevalentemente i laureati del gruppo linguistico (55 su cento), ma anche quelli del politico-sociale (26) e di architettura (15). Le donne, indipendentemente dal corso di laurea, sono più propense a compiere soggiorni all’estero per studiare: tale esperienza coinvolge infatti il 16,2 per cento di esse e il 13,6 per cento degli uomini.Ad un anno dal conseguimento del titolo, in generale, l’esperienza di studio all’estero si traduce in un differenziale in termini di occupazione, sia pure di modesta entità (rispetto a coloro che non vantano analoghe esperienze formative): infatti, lavora il 54,7 per cento di chi ha studiato all’estero e il 53,4 per cento di chi non è mai andato oltralpe per studiare. Tuttavia la maggiore occupabilità di coloro che hanno partecipato a studi all’estero non sempre è confermata dall’analisi per corsi di laurea: nei gruppi agrario, architettura, educazione fisica, ingegneria, medico, politico-sociale, psicologico e scientifico, infatti, sono coloro che non hanno avuto queste esperienze ad avere un tasso di occupazione più elevato. Sorprende il fatto che le chance occupazionali per i laureati del gruppo linguistico che hanno studiato all’estero, molto elevate l’anno precedente (62 contro 52 per cento di quelli che non vantano tale esperienza) si contraggano quest’anno in misura molto rilevante (60 contro 58 per cento, rispettivamente). Può essere che su questo risultato influiscano anche le difficoltà del sistema produttivo italiano a competere sugli scenari internazionali. Ipotesi che sembra confermata anche dagli andamenti dell’occupazione che caratterizzano i laureati che hanno studiato all’estero nel periodo 3-5 anni e che fa sorgere dubbi sulla capacità del sistema Paese di apprezzare in misura adeguata il valore aggiunto conferito da questo tipo di esperienza. In ogni caso studiare all’estero favorisce la percezione del mercato del lavoro come un mercato internazionale e facilita la mobilità territoriale per motivi di lavoro: ha infatti trovato un impiego all’estero il 7 per cento di chi vanta tale esperienza nel proprio bagaglio formativo, contro l’1,4 di chi invece non l’ha compiuta.

Torna all'indice del capitolo 3.5 CONOSCENZE INFORMATICHE E OCCUPAZIONE

Conoscono bene almeno uno strumento informatico 72 laureati su cento; particolarmente diffusa la capacità di navigare in Internet (che accomuna 67 laureati su cento40) e l’utilizzo di programmi di video-scrittura (58 per cento dei laureati). La capacità di realizzare siti web e gestire reti di trasmissione dati, al contrario, è limitata e coinvolge solo 8 intervistati su cento.

Un laureato su quattro conosce bene almeno 5 strumenti informatici, ma 14 su cento non ne conoscono bene neanche uno; 14 su cento conoscono 2 strumenti e 12 su cento 3 strumenti.

I corsi che forniscono maggiori cognizioni informatiche (almeno 6 strumenti informatici conosciuti molto bene) sono quelli ingegneristico, scientifico, architettura ed economico-statistico. Gli uomini hanno conoscenze informatiche più ampie delle donne, e tali differenze sono generalmente confermate all’interno dei gruppi di corsi di laurea.

La percentuale degli occupati aumenta all’aumentare del numero di strumenti informatici conosciuti (dal 46 per cento tra chi non conosce bene nemmeno uno strumento, al 62 per cento tra chi conosce bene almeno 6 strumenti). Questa tendenza è generalmente confermata all’interno dei gruppi di corsi di laurea. Inoltre, a buone conoscenze informatiche si associano generalmente (e risultano confermate in molti percorsi di studio) maggiore efficacia della laurea e guadagni più elevati.

Se si concentra l’attenzione su coloro che hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo la laurea, si rileva che la padronanza degli strumenti informatici riguarda prevalentemente - tra le posizioni alle dipendenze - impiegati ad alta/media qualificazione e dirigenti/direttivi (conosce bene almeno sei strumenti informatici il 22 per cento dei primi ed il 23 per cento dei secondi); liberi professionisti e lavoratori in proprio tra gli autonomi (27 e 19 per cento, rispettivamente).

Analogamente alla precedente rilevazione, sono numerosi gli insegnanti totalmente privi di conoscenze informatiche, anche se distribuiti in modo differente per grado di insegnamento e genere Un valore complessivamente così modesto delle conoscenze informatiche è in gran parte dovuto ai docenti, prevalentemente donne, delle scuole elementari e materne.

Conoscenza degli strumenti informatici ad un anno [Fig. Conoscenza degli strumenti informatici ad un anno]

Condizione occupazionale ad un anno per strumenti informatici conosciuti [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per strumenti informatici conosciuti]

Strumenti informatici conosciuti ad un anno per posizione nella professione [Fig. Strumenti informatici conosciuti ad un anno per posizione nella professione]

Torna all'indice del capitolo 3.6 LAVORO NEL SETTORE PUBBLICO ED IN QUELLO PRIVATO

Più di un quarto dei laureati che lavorano ad un anno dalla laurea prosegue l’attività svolta durante gli studi universitari (a cinque anni risultano ancora l’11 per cento). Questa continuità è particolarmente accentuata nel pubblico impiego, dove riguarda il 41 per cento dei laureati occupati ad un anno (il 20 per cento a cinque anni). Nel settore privato proseguono la medesima attività, ad un anno dall’alloro, 23 occupati su cento (ancora 8 su cento dopo cinque anni).

Un’analisi più puntuale della diversa capacità attrattiva dei settori pubblico e privato, con l’esclusione quindi dei lavoratori autonomi, deve pertanto focalizzarsi sulla componente che inizia la propria attività lavorativa solo dopo l’acquisizione della laurea. Ma l’analisi non può dimenticare nemmeno le modifiche intervenute quest’anno, come già si è ricordato, in seguito all’avvio della Riforma Biagi; una riforma che ha riguardato in misura differente il settore pubblico e settore privato, abolendo solo in quest’ultimo i contratti di collaborazione coordinata e continuativa.

Ad un anno dalla laurea poco meno di un quinto di quanti hanno iniziato l’attività lavorativa dopo aver acquisito il titolo è impegnato nel settore pubblico; in quello privato operano, così, oltre 80 laureati su cento. A cinque anni dal conseguimento del titolo le percentuali sono rispettivamente 28 e 72 per cento.

I contratti di lavoro sono fortemente differenziati fra i due settori. Il contratto di formazione lavoro o di inserimento, più largamente diffuso nel settore privato dove è adottato da lungo tempo, riguarda ad un anno 11 laureati occupati su cento (contro 3 su cento nel pubblico).

Il contratto a tempo determinato caratterizza invece il pubblico impiego: riguarda infatti ad un anno 40 laureati occupati su cento (25 su cento nel privato).

Anche il contratto di collaborazione41, ampiamente presente in ambedue i settori, prevale nettamente nel pubblico dove costituisce la forma contrattuale per 42 laureati occupati su cento (25 su cento nel privato).

A cinque anni dalla laurea nel settore pubblico triplica il lavoro stabile, ovvero il contratto a tempo indeterminato, che passa dal 10 al 32 per cento; diminuiscono i contratti di collaborazione di circa 24 punti percentuali, ma nello stesso periodo un maggior numero di laureati che lavora in questo settore ha un contratto a tempo determinato (dal 40 per cento ad un anno dalla laurea al 45 dopo cinque anni). Nel privato il lavoro stabile coinvolge a cinque anni una quota più rilevante di laureati (76 contro 30 per cento ad un anno); si riducono conseguentemente tutte le altre forme contrattuali.

Verso la stabilità contrattuale. Una particolare attenzione è stata posta per accertare i tempi e la consistenza della transizione verso la stabilità; un’analisi longitudinale che ha riguardato coloro che lavorano sia a uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo.

Nell’intervallo osservato il settore privato è riuscito a rendere stabili l’81 per cento dei contratti a tempo determinato. Nel pubblico dove, oltre agli effetti del blocco delle assunzioni, il posto fisso si raggiunge attraverso più lunghi itinerari concorsuali (riguardando, come si è visto, 32 laureati occupati a cinque anni), il passaggio alla stabilità - nel medesimo intervallo di tempo - riguarda solo circa la metà dei contratti a tempo determinato.

Il tipo di contratto contrassegnato da una maggiore permanenza dell’instabilità, con intensità maggiore nel pubblico impiego per effetto del blocco delle assunzioni, è il contratto di collaborazione: nell’intero arco di tempo esaminato restano instabili, infatti, 7 occupati nel pubblico su dieci (con questo specifico rapporto di lavoro) e 4 su dieci nel privato.

Aspirazioni alla laurea e realizzazioni dopo cinque anni. Alla vigilia della laurea si riscontrano, già nelle aspirazioni dei laureati, significative differenze a livello territoriale da ricondurre probabilmente, oltre ad alcuni fattori di natura socio-culturale, alle diverse opportunità occupazionali: se è vero che due laureati su tre non esprimono alcuna preferenza al riguardo, è altrettanto vero che i residenti al Sud prediligono il lavoro alle dipendenze nel settore pubblico (12,8 contro 8,4 per cento di quelli del Nord) o quello in conto proprio (11,1 contro 8,8 per cento).

Il confronto tra le preferenze espresse alla laurea e le realizzazioni dopo cinque anni restituisce un quadro positivo, anche se con alcune significative differenze, certamente legate alle differenti propensioni: ha trovato un impiego nel pubblico impiego, infatti, il 51 per cento dei residenti al Sud (e il 46 per cento di quelli del Nord) che aspiravano a questo tipo di lavoro; è riuscito a realizzare la propria aspirazione, ovvero ad avviare un’attività in conto proprio, il 58 per cento dei residenti al Sud ed il 52 per cento di quelli del Nord42. Infine, l’aspirazione di lavorare alle dipendenze nel settore privato, trova una realizzazione più ampia tra i residenti al Nord (74 per cento contro 64 dei residenti al Sud).

Settore di attività ad uno e cinque anni [Fig. Settore di attività ad uno e cinque anni]

Settore di attività a cinque anni per area di lavoro [Fig. Settore di attività a cinque anni per area di lavoro]

Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per settore di attività [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per settore di attività]

Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per settore di attività [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per settore di attività]

Laureati 1999 che lavorano sia ad uno che a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità contrattuale [Fig. Laureati 1999 che lavorano sia ad uno che a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità contrattuale]

Settore preferito dai laureati 1999 per residenza alla laurea [Fig. Settore preferito dai laureati 1999 per residenza alla laurea]

Dalle aspirazioni alle realizzazioni dopo cinque anni per residenza alla laurea [Fig. Dalle aspirazioni alle realizzazioni dopo cinque anni per residenza alla laurea]

Torna all'indice del capitolo 3.7 MOBILITÀ TERRITORIALE PER MOTIVI DI STUDIO E DI LAVORO 43.

La già ricordata configurazione per aree geografiche dei laureati negli Atenei presenti in AlmaLaurea, seppure offra uno spaccato parzialmente incompleto della mobilità per motivi di studio, consente interessanti spunti di riflessione.

Mobilità per studio. La mobilità territoriale per motivi di studio riguarda un quarto dei laureati; la restante parte ha invece studiato in un ateneo della propria regione. Tale mobilità, per ovvi motivi più contenuta per i laureati delle Isole (quasi il 90 per cento ha studiato nella propria regione), diviene assai più elevata fra i laureati residenti al Sud che, nel 41 per cento dei casi, studiano in un ateneo situato in una regione diversa dalla propria. I laureati del Nord-ovest sono meno mobili di quelli del Nord-est, dal momento che il 60 per cento ha studiato nella propria provincia di residenza (contro il 39 per cento di quelli del Nord-est). Questi ultimi percorrono mediamente 64 chilometri per raggiungere la sede degli studi, 16 in più dei colleghi del Nord-ovest.

Decisamente di breve raggio, e strettamente correlati alla composizione del collettivo analizzato, sono gli spostamenti dei laureati del Centro (59 sono i chilometri che li separano dalla sede universitaria) mentre, com’era prevedibile, all’estremo opposto si collocano i laureati del Sud e delle Isole che rispettivamente percorrono, per raggiungere la sede degli studi, 190 e 144 km.

Mobilità per lavoro. L’analisi è stata compiuta considerando congiuntamente la residenza, la sede di laurea e l’area di lavoro. I laureati che possiamo definire “stanziali”, ovvero coloro che hanno studiato e sono rimasti a lavorare nella propria area di residenza, rappresentano infatti l’84 per cento degli occupati. Anche in questo ambito la mobilità riguarda in misura differente le aree geografiche: al Nord i laureati stanziali superano addirittura il 94 per cento, al Centro rappresentano l’86 per cento, al Sud si riducono al 65 per cento.

I laureati residenti al Nord che si spostano per motivi di lavoro (e lo fanno davvero in pochi!), si indirizzano quasi esclusivamente verso l’estero (2 per cento degli occupati): si tratta spesso di persone che hanno trascorso periodi di studio all’estero durante l’università (ampiamente rappresentato il percorso linguistico) che attualmente lavorano con un contratto a tempo indeterminato in aziende di grandi dimensioni, nel settore dei servizi. Il guadagno, come si è già visto, è superiore alla media, così come, per ovvi motivi, le conoscenze linguistiche.

Come si è visto, l’86 per cento degli occupati residenti al Centro è stanziale: per la restante quota, i principali flussi di mobilità sono rappresentati da coloro che vanno a studiare in un ateneo del Nord ma poi tornano a lavorare nella propria area (5,1 per cento), dai laureati che si spostano al Nord dopo aver conseguito il titolo nella propria area (3,6 per cento) e da quelli che si spostano al Nord per motivi di studio e poi vi rimangono a lavorare (2 per cento).

Fra i laureati del Sud, infine, il 15 per cento si è recato al Nord per motivi di studio e/o di lavoro: per metà di questi il trasferimento in un ateneo settentrionale ha probabilmente facilitato la scelta di fermarsi a lavorare, per gli altri la decisione di emigrare è maturata soltanto dopo la laurea conseguita al Sud. Significativa, e pari al 9 per cento, risulta inoltre la quota di laureati che, trasferitasi per motivi di studio al Nord o al Centro, ha deciso di rientrare a casa, trovando un impiego nella propria area di residenza. Tra questi, il flusso verso il Nord è alimentato in larga parte da studenti abruzzesi e pugliesi che hanno scelto Bologna quale sede dei propri studi; benché concludano gli studi in età più avanzata della media generale, svolgono attualmente un’attività lavorativa di qualità elevata (73 sulla scala 0-100), con un contratto frequentemente a tempo indeterminato. Il flusso verso il Centro è invece caratterizzato prevalentemente da studenti campani che hanno scelto l’ateneo senese per i propri studi: per questi l’inserimento nel mercato del lavoro è risultato, almeno ad un anno dalla laurea, caratterizzato da qualche difficoltà. I tempi di ingresso nel mercato sono infatti generalmente superiori alla media, e le attività senza contratto sono più diffuse (si rileva comunque una quota non trascurabile di laureati che hanno deciso di avviare un’attività autonoma).

La maggiore mobilità dei laureati meridionali è confermata dall’analisi delle distanze tra provincia di residenza e provincia di lavoro: i laureati del Nord lavorano in media a quasi 34 km da casa (34 quelli del Nord-ovest, 33 quelli del Nord-est), quelli del Centro a 43 km, quelli del Sud a 214 km.

Residenza alla laurea rispetto alla sede degli studi dei laureati 2003 [Fig. Residenza alla laurea rispetto alla sede degli studi dei laureati 2003]

Mobilità per motivi di studio ad un anno [Fig. Mobilità per motivi di studio ad un anno]

Mobilità per motivi di lavoro ad un anno [Fig. Mobilità per motivi di lavoro ad un anno]

Mobilità per studio e lavoro ad un anno dei laureati residenti al Nord [Fig. Mobilità per studio e lavoro ad un anno dei laureati residenti al Nord]

Mobilità per studio e lavoro ad un anno dei laureati residenti al Centro [Fig. Mobilità per studio e lavoro ad un anno dei laureati residenti al Centro]

Mobilità per studio e lavoro ad un anno dei laureati del Sud [Fig. Mobilità per studio e lavoro ad un anno dei laureati del Sud]

Torna all'indice del capitolo 3.8 PERCEZIONI DI DISCRIMINAZIONI DI GENERE SUL MERCATO DEL LAVORO

Oltre a rilevare la presenza e l’entità delle differenze esistenti per i vari aspetti occupazionali indagati, sono state inserite nel questionario della rilevazione 2004 alcuni quesiti per conoscere l’opinione dei laureati circa la parità, nel mercato del lavoro, tra uomini e donne laureati.

L’opinione degli intervistati, maschi e femmine, su questo tema peggiora significativamente col passare del tempo: ad un anno dalla laurea, infatti, già 41 laureati su cento ritengono che non vi sia parità tra uomini e donne nel mercato del lavoro italiano, ma a cinque anni la visione del mercato del lavoro diviene ancora più critica e raggiunge la metà della popolazione indagata (+9 punti percentuali). L’esperienza lavorativa si rivela essere un importante “cartina di tornasole” delle discriminazioni di genere: fra i laureati occupati, in tutti e tre i collettivi indagati (uno, tre e cinque anni), è maggiore la quota di intervistati che ritengono non esserci pari opportunità (43,7 per cento ad un anno dalla laurea, 50,6 a cinque anni); ciò sembra indicare che chi ha avuto esperienze lavorative ha potuto constatare l’eventuale disparità tra i sessi, cosa che invece non è possibile a coloro che non hanno ancora fatto il proprio ingresso nel mondo del lavoro.

Gli uomini percepiscono l’esistenza di “disparità di opportunità” in misura molto inferiore rispetto alle donne: ad un anno dalla laurea “solo” il 31 per cento degli uomini ritiene non vi sia parità, contro il 48 per cento delle donne; ma col tempo la consapevolezza di questo fenomeno aumenta sia per gli uomini che per le donne. Coinvolge 36 uomini e 54 donne dopo tre anni dalla laurea e 38 e 59, rispettivamente, a cinque anni.

La sensazione di una disparità donne-uomini è maggiore tra i residenti in regioni del Nord (46,6 per cento ad un anno e 55,2 a cinque), diminuisce al Centro (41,6 e 48,7, rispettivamente) ed ancor più al Sud (34,9 e 43,9); ciò è valido per i giudizi espressi da entrambi i generi ed indipendentemente dalla condizione occupazionale.

Tra i laureati dei vari gruppi di corsi di laurea, le differenze di giudizio sono notevoli, e considerevoli sono anche le differenze di percezione tra uomini e donne provenienti da ciascun gruppo: la percezione di disparità è complessivamente inferiore tra i laureati del gruppo medico (ma nel valutare tale risultato occorre tenere conto dell’esiguità del numero di laureati che hanno già avuto esperienze lavorative), anche se sono notevoli le differenze di giudizio tra uomini e donne (a cinque anni dalla laurea ritiene che vi sia parità il 73,3 per cento degli uomini di questo gruppo, ma solo il 44 per cento delle donne). I gruppi in cui si rileva un minore divario di giudizio tra i sessi sono quelli in cui è nettamente prevalente la componente femminile (letterario, insegnamento, linguistico); al contrario, gli unici tre gruppi in cui gli uomini prevalgono, in termini di numero di laureati, sulle donne (ingegneria, agrario ed economico-statistico) sono tra quelli in cui le donne sentono maggiormente la presenza di “discriminazioni” ed in cui il divario di opinione con gli uomini è più elevato.

L’esistenza di una disparità è avvertita maggiormente da chi lavora nel settore privato: a cinque anni dalla laurea, afferma che non vi è parità il 63,2 per cento delle donne occupate in tale settore, contro il 54,3 delle donne occupate nel pubblico; tale divario di giudizio è confermato, seppure in misura più attenuata, tra gli uomini.

All’aumentare del guadagno, ed in entrambi i sessi, si nota una maggiore percezione di disparità donne-uomini; ciò avviene in tutti i 3 collettivi oggetto di rilevazione. In particolare, a cinque anni dalla laurea, ritiene non vi sia parità il 57,4 per cento delle donne con un guadagno basso ed il 65,6 per cento di quelle con un guadagno alto, mentre tra gli uomini tali percentuali ammontano a 24,7 e 40,4, rispettivamente.

L’aspetto del lavoro nel quale le donne dichiarano di avere subito (in base alla propria esperienza personale) maggiormente discriminazioni è la possibilità di fare carriera: il 18,5 per cento delle laureate da cinque anni, occupate o che hanno avuto esperienze di lavoro dopo la laurea, ha affermato di avere avuto problemi in tal senso. Il 16,8 per cento ha invece avvertito discriminazioni nel modo in cui è stata considerata da colleghi, il 15,7 al momento dell’assunzione o dell’avvio di un attività, il 13 per cento nei livelli retributivi; l’11,5 per cento, infine, dichiara di avere subito discriminazioni di altro tipo.

A cinque anni dalla laurea, tra i rami di attività economica, la pubblica amministrazione è quello in cui vi è una maggiore percezione di parità. Tale percezione è invece molto scarsa tra le donne che lavorano in aziende metalmeccaniche e meccaniche di precisione e nelle industrie manifatturiere, tipicamente maschili.

Opinioni a confronto sulla parità nel mercato del lavoro per genere [Fig. Opinioni a confronto sulla parità nel mercato del lavoro per genere]

Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per residenza alla laurea [Fig. Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per residenza alla laurea]

Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per genere e gruppi di corsi di laurea]

Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per genere e condizione occupazionale [Fig. Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per genere e condizione occupazionale]

Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per genere e settore [Fig. Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per genere e settore]

Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per genere e guadagno [Fig. Opinioni a cinque anni sulla parità nel mercato del lavoro per genere e guadagno]

Donne che a cinque anni lavorano o hanno lavorato. Discriminazioni subite sul luogo di lavoro [Fig. Donne che a cinque anni lavorano o hanno lavorato. Discriminazioni subite sul luogo di lavoro]

Torna all'indice generale 4. NOTE METODOLOGICHE

4.1 TASSO DI OCCUPAZIONE
4.2 TASSO DI DISOCCUPAZIONE
4.3 INDICE DI EFFICACIA DELLA LAUREA
4.4 INDICE DI QUALITÀ DEL LAVORO
4.5 CLASSE SOCIALE
4.6 STIMA DEI TEMPI DI INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO (MODELLO DI COX)
4.7 CLASSIFICAZIONE ISTAT DEI CORSI DI LAUREA IN GRUPPI

Torna all'indice del capitolo 4.1 TASSO DI OCCUPAZIONE

Analogamente all’indagine ISTAT sull’inserimento professionale dei laureati, nella maggior parte delle tavole predisposte sono considerati “occupati” i laureati che dichiarano di svolgere un’attività lavorativa retribuita, purché non si tratti di un’attività di formazione (tirocinio, praticantato, dottorato, specializzazione): dalla definizione si deduce pertanto che il percepimento di un reddito è condizione necessaria ma non sufficiente per definire un laureato occupato.

Solo in alcune tavole è invece riportato il “tasso di occupazione” utilizzato dall’ISTAT nell’indagine sulle Forze di Lavoro (in tal caso è presente una specifica nota che sottolinea la differente definizione adottata): secondo questa impostazione (“meno restrittiva”) sono considerati occupati tutti coloro che dichiarano di svolgere un’attività, anche di formazione o non in regola, purché retribuita44.

Torna all'indice del capitolo 4.2 TASSO DI DISOCCUPAZIONE

Il tasso di disoccupazione è stato calcolato seguendo l’impostazione utilizzata dall’ISTAT nell’ambito della rilevazione trimestrale sulle Forze di Lavoro; la definizione utilizzata, valida fino alla rilevazione ISTAT 2003, è stata recentemente modificata, per adeguarsi a quanto stabilito dal Regolamento n. 577/98 del Consiglio dell’Unione Europea. Nell’indagine AlmaLaurea è stata presa a riferimento la definizione applicata dall’ISTAT fino alla rilevazione 2003.

Il tasso di disoccupazione è ottenuto dal rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro; le persone in cerca di occupazione (o disoccupati) sono tutti i non occupati che dichiarano di essere alla ricerca di un lavoro, di aver effettuato almeno un’azione di ricerca di lavoro “attiva” nelle quattro settimane precedenti l’intervista e di essere immediatamente disponibili (entro due settimane) ad accettare un lavoro, qualora venga loro offerto. A questi devono essere aggiunti coloro che dichiarano di aver già trovato un lavoro, che inizieranno però in futuro.

Torna all'indice del capitolo 4.3 INDICE DI EFFICACIA DELLA LAUREA

L’efficacia del titolo universitario, che ha il pregio di sintetizzare due aspetti importanti relativi all’utilità e alla spendibilità del titolo universitario nel mercato del lavoro, deriva dalla combinazione delle domande relative al livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi e alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto.

Nelle tavole si sono individuati cinque livelli di efficacia:

- molto efficace, per gli occupati la cui laurea è richiesta per legge o di fatto necessaria, e che utilizzano le competenze universitarie acquisite in misura elevata;

- efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge ma è comunque utile e che utilizzano le competenze acquisite in misura elevata, oppure il cui titolo è richiesto per legge e che utilizzano le competenze in misura ridotta;

- abbastanza efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge, ma di fatto è necessaria oppure utile, e che utilizzano le competenze acquisite in misura ridotta;

- poco efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso e che utilizzano in misura ridotta le competenze acquisite, oppure il cui titolo non è richiesto ma utile e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite;

- per nulla efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso, e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite.

Le classi sono mutuamente esclusive ma non esaustive, non comprendendo le mancate risposte e gli intervistati che non rientrano nelle categorie definite.

Torna all'indice del capitolo 4.4 INDICE DI QUALITÀ DEL LAVORO

L’indice di qualità del lavoro svolto è calcolato sul complesso degli occupati ed è ottenuto combinando quattro variabili relative a differenti aspetti dell’attività lavorativa svolta: il contratto di lavoro, il livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi, la necessità formale e sostanziale del titolo acquisito (questi ultimi due elementi compongono anche l’indice di efficacia) e la soddisfazione per diversi aspetti dell’attività (prospettive di guadagno, prospettive di carriera, acquisizione di professionalità, indipendenza o autonomia sul lavoro, tempo libero).

Vista la diversa natura degli elementi considerati, taluni oggettivi e inconfutabili, come il contratto di lavoro, altri soggettivi e legati alla percezione individuale del laureato, come la soddisfazione, si sono attribuiti alle quattro variabili “pesi” differenti, la cui attendibilità e correttezza sono state valutate con l’ausilio di adeguati strumenti statistici. Peso massimo - pari a 4 - è attribuito al contratto di lavoro, cui seguono l’utilizzazione delle competenze acquisite e la richiesta del titolo - peso 3 - e la soddisfazione per il lavoro svolto - peso 2. Il valore dell’indice varia nella scala 0-100.

Torna all'indice del capitolo 4.5 CLASSE SOCIALE

Per la classe sociale dei laureati si è adottato lo schema proposto da A. Cobalti e A. Schizzerotto45. La classe sociale, definita sulla base del confronto fra la posizione socio–economica del padre e quella della madre del laureato, si identifica con la posizione di livello più elevato fra le due (principio di “dominanza”). Infatti la posizione socio–economica può assumere le modalità borghesia, classe media impiegatizia, piccola borghesia e classe operaia; la borghesia domina le altre tre, la classe operaia occupa il livello più basso, mentre la classe media impiegatizia e la piccola borghesia si trovano in sostanziale equilibrio (nessuna delle due domina l’altra; entrambe dominano la classe operaia e sono dominate dalla borghesia). La classe sociale dei laureati con genitori l’uno dalla posizione piccolo–borghese, l’altro dalla posizione classe media impiegatizia corrisponde alla posizione socio–economica del padre (in questa situazione non sarebbe possibile scegliere fra la classe media impiegatizia e la piccola borghesia sulla base del principio di dominanza).

La posizione socio–economica di ciascun genitore è funzione dell’ultima professione e del titolo di studio:

gli imprenditori, i liberi professionisti e i dirigenti appartengono alla borghesia;

gli impiegati o intermedi con titolo di studio superiore a quello della scuola dell’obbligo sono nella classe media impiegatizia;

i lavoratori in proprio, i soci di cooperative e i coadiuvanti appartengono alla piccola borghesia;

gli impiegati con titolo di studio pari al più a quello della scuola dell’obbligo, gli operai e i lavoratori a domicilio sono nella classe operaia.

La classe sociale dei laureati con madre casalinga corrisponde alla posizione del padre.

Torna all'indice del capitolo 4.6 STIMA DEI TEMPI DI INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO (MODELLO DI COX)

Il modello di regressione di Cox, anche conosciuto come proportional hazard regression analysis, segue l’approccio dei modelli sull’analisi dei dati di sopravvivenza, attraverso i quali si cerca di esplorare simultaneamente l’effetto di alcune variabili sul tempo di sopravvivenza atteso e di confrontare distribuzioni di sopravvivenza fra diverse sub-popolazioni.

Nella nostra analisi il modello di regressione di Cox è stato utilizzato per la misura in cui la funzione di sopravvivenza nella condizione di non occupazione che caratterizza ciascun segmento i, Si(t), è influenzata da un certo numero di variabili esplicative.

Formalmente il modello è espresso attraverso la funzione:

dove Si(t) indica la funzione di sopravvivenza che caratterizza il segmento i, ovvero la probabilità di non essere ancora occupato dopo t mesi dal conseguimento del titolo; xij indica il valore assunto dalla variabile Xj in corrispondenza del segmento i; βj indica il parametro che esprime l’effetto esercitato dalla variabile Xj sulla funzione di sopravvivenza; e S0(t) indica la funzione di sopravvivenza di base, cioè quella relativa al segmento in corrispondenza del quale xij=0 per ogni j=1,…,J.

Il modello è stato applicato al collettivo di laureati del 1999 che non lavorava al momento della laurea. Le variabili potenzialmente rilevanti nel determinare differenti modalità di ingresso nel mercato del lavoro, e quindi considerate nel modello, sono il gruppo di corsi di laurea, il genere (e per gli uomini la posizione nei confronti degli obblighi di leva), la classe sociale dei genitori, l’area geografica di residenza alla laurea, eventuali attività lavorative svolte durante gli studi, il tipo di lavoro desiderato alla laurea. Di queste, solo la classe sociale dei genitori non è risultata significativa, e non è pertanto entrata nel modello.


Tab. 1 - Modello di Cox per la stima dei tempi di ingresso nel mercato del lavoro

 

B

p-value di signific.

Posizione leva (Donne=0)

0,000

Leva prima della laurea

0,072

0,008

Leva dopo la laurea

-0,289

0,000

Non risponde

0,161

0,781

Gruppo (Scientifico=0)

0,000

Agrario

-0,117

0,274

Architettura

0,361

0,000

Chimico-farmaceutico

-0,180

0,019

Economico-statistico

0,130

0,039

Geo-biologico

-0,579

0,000

Giuridico

-0,549

0,000

Ingegneria

0,355

0,000

Insegnamento

0,212

0,039

Letterario

-0,090

0,191

Linguistico

0,233

0,003

Medico

-1,138

0,000

Politico-sociale

0,082

0,253

Psicologico

-0,368

0,000

Residenza alla laurea (Nord=0)

0,000

Centro

-0,050

0,172

Sud e Isole

-0,388

0,000

Estero

-0,042

0,840

Non disponibile

0,314

0,754

Lavoro durante gli studi

(Nessun lavoro=0)

0,000

Ha lavorato

0,187

0,000

Non risponde

-0,108

0,036

Settore preferito alla laurea (Nessuna preferenza=0)

0,001

Dipend. nel pubblico

-0,103

0,015

Dipend. nel privato

0,096

0,003

In conto proprio

0,027

0,529

Non risponde

0,022

0,611

I parametri B stimati dal modello (Tab. 1) rappresentano l’effetto esercitato dalla singola modalità considerata rispetto alla classe di riferimento della variabile esplicativa (o livello di riferimento, indicato in grassetto nella tabella). In genere si è soliti valutare le sole modalità in corrispondenza delle quali il livello di significatività riportato nella terza colonna della tabella è inferiore a 0,05. Se il parametro B stimato assume un valore positivo significa che in corrispondenza di quella modalità diminuisce, rispetto alla classe di riferimento, la probabilità di rimanere nella condizione di non occupazione; al contrario, se un parametro assume un valore negativo, allora aumenta la probabilità di rimanere nella condizione di non occupazione.

È importante sottolineare che il modello qui presentato è stato applicato solo ed esclusivamente a fini descrittivi, senza ipotizzare e testare specificazioni complesse della relazione esplicativa della durata di non-occupazione.

Torna all'indice del capitolo 4.7 CLASSIFICAZIONE ISTAT DEI CORSI DI LAUREA IN GRUPPI

Di seguito è riportata la classificazione adottata dall’ISTAT per la definizione dei gruppi di corsi di laurea.

Agrario: Agricoltura tropicale e subtropicale; Medicina veterinaria; Scienze agrarie; Scienze agrarie tropicali e sub-tropicali; Scienze della produzione animale; Scienze delle preparazioni alimentari; Scienze e tecnologie agrarie; Scienze e tecnologie alimentari; Scienze e tecnologie delle produzioni animali; Scienze forestali; Scienze forestali ed ambientali.

Architettura: Architettura; Pianificazione territoriale ed urbanistica; Pianificazione territoriale, urbanistica ed ambientale; Storia e conservazione dei beni architettonici ed ambientali.

Chimico-farmaceutico: Chimica; Chimica e tecnologia farmaceutiche; Chimica industriale; Farmacia; Biotecnologie.

Economico-statistico: Discipline economiche e sociali; Economia ambientale; Economia aziendale; Economia bancaria; Economia bancaria, finanziaria e assicurativa; Economia del commercio internazionale e dei mercati valutari; Economia del turismo; Economia delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali; Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari; Economia e commercio; Economia e finanza; Economia marittima e dei trasporti; Economia politica; Marketing; Scienze bancarie e assicurative; Scienze economiche; Scienze economiche e bancarie; Scienze economiche e sociali; Scienze statistiche, demografiche e sociali; Scienze statistiche e demografiche; Scienze statistiche ed attuariali; Scienze statistiche ed economiche; Statistica e informatica per l’azienda; Scienze turistiche.

Educazione fisica: Scienze motorie.

Geo-biologico: Biotecnologie; Biotecnologie mediche; Scienze ambientali; Scienze biologiche; Scienze geologiche; Scienze naturali.

Giuridico: Giurisprudenza; Scienze dell’amministrazione.

Ingegneria: Ing. aerospaziale; Ing. astronautica; Ing. biomedica; Ing. chimica; Ing. civile; Ing. civile per la difesa del suolo e pianificazione territoriale; Ing. dei materiali;
Ing. delle tecnologie industriali; Ing. delle telecomunicazioni; Ing. edile; Ing. elettrica; Ing. elettronica;
Ing. elettrotecnica; Ing. forestale; Ing. gestionale; Ing. informatica;
Ing. meccanica; Ing. mineraria;
Ing. navale; Ing. navale e meccanica; Ing. nucleare; Ing. per l’ambiente e il territorio; Ing. civile dei trasporti.

Insegnamento: Pedagogia; Scienze dell’educazione; Scienze della formazione primaria.

Letterario: Conservazione dei beni culturali; Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo; Filosofia; Geografia; Lettere; Materie letterarie; Storia; Scienze della cultura.

Linguistico: Interprete; Lingue e culture europee; Lingue e letterature straniere; Lingue e letterature straniere europee; Lingue e letterature straniere moderne; Traduttore; Traduzione ed interpretazione; Scienze e tecniche della interculturalità.

Medico: Medicina e chirurgia; Odontoiatria e protesi dentaria; Scienze della programmazione sanitaria.

Politico-sociale: Relazioni pubbliche; Scienze della comunicazione; Scienze internazionali e diplomatiche; Scienze politiche; Servizio sociale; Sociologia; Politica del territorio.

Psicologico: Psicologia.

Scientifico: Astronomia; Fisica; Informatica; Matematica; Scienza dei materiali; Scienze dell’informazione.


Note

1 A febbraio 2005 aderiscono al Consorzio AlmaLaurea le Università di Bari, Basilicata, Bologna, Bolzano, Cagliari, Calabria, Camerino, Cassino, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, Lecce, Messina, Milano-IULM, Modena e Reggio Emilia, Molise, Padova, Parma, Perugia, Università per Stranieri di Perugia, Piemonte Orientale, Reggio Calabria, Roma La Sapienza, Roma-LUMSA, Roma Tre, Salerno, Sassari, Siena, Torino, Torino Politecnico, Trento, Trieste, Udine, Venezia Ca’ Foscari, IUAV di Venezia, Verona.

2 Focalizzarsi sulla sola sessione estiva riduce, da un lato, il collettivo in esame, ma dall’altro garantisce la sostanziale identità dell’intervallo di tempo trascorso tra laurea e intervista. Specifici approfondimenti hanno consentito di verificare la sostanziale rappresentatività dei laureati delle sessioni estive rispetto al complesso della popolazione dell’anno solare in relazione alle variabili più fortemente associate con la condizione occupazionale dei laureati (area geografica di residenza, ateneo, gruppo disciplinare, genere, regolarità negli studi ed età alla laurea, voto di laurea, esperienze di lavoro durante gli studi, intenzione alla laurea di proseguire gli studi).

3 Gli atenei aderenti al Consorzio sono complessivamente 40 ma, come è evidente, solo quelli entrati nel Consorzio da almeno un anno sono stati coinvolti nell’indagine.

4 Il Consiglio di Amministrazione del Consorzio AlmaLaurea, nella riunione del dicembre 2004, ha approvato all’unanimità la proposta di estendere l’indagine sulla condizione occupazionale dei laureati all’intero anno solare, almeno per tutti i laureati del nuovo ordinamento; ciò al fine di rispondere adeguatamente alle esigenze di un attento monitoraggio ed alle richieste ministeriali (cfr. Circolare del Ministro Moratti inviata il 3 luglio 2003 ai Rettori delle università italiane).

5 ISTAT, I laureati e il mercato del lavoro. Inserimento professionale dei laureati – Indagine 2001, Roma 2003.

6 A. Cammelli, La qualità del capitale umano dell’università. Caratteristiche e performances dei laureati 2003, in AlmaLaurea, Profilo dei laureati 2003, Bologna, 2004, consultabile anche su Internet all’indirizzo: www.almalaurea.it/universita/profilo

7 Coordinata dal Consorzio AlmaLaurea, la rilevazione telefonica, utilizzando metodo CATI, è stata realizzata da SWG di Trieste, vincitrice di un’apposita gara d’appalto europea.

8 La molteplicità dei servizi che da anni AlmaLaurea rende disponibili ai laureati (tra gli altri, controllo della documentazione ufficiale dei curricula e aggiornamento degli stessi, servizio di consultazione e di risposta alle offerte di lavoro, servizio di alert per le offerte di lavoro, bacheca dell’offerta formativa post-laurea, certificazione delle performances del laureato a fini concorsuali e/o borsa di studio all’estero) costituisce un elemento nevralgico del crescente processo di “fidelizzazione” dei laureati e un fattore insostituibile per l’aggiornamento continuo della banca-dati.

9 Il riproporzionamento è operato attraverso una procedura iterativa che attribuisce ad ogni laureato intervistato un “peso”, in modo tale che le distribuzioni relative alle variabili oggetto del riproporzionamento siano - il più possibile - simili a quelle osservate nell’insieme dei laureati italiani: se un laureato possiede caratteristiche sociografiche (genere, facoltà, gruppo di corso di laurea, ateneo, area di residenza alla laurea) molto diffuse nella popolazione, ma non nel campione AlmaLaurea, ad esso sarà attribuito un peso proporzionalmente più elevato; contrariamente, ad un laureato con caratteristiche diffuse nel campione AlmaLaurea ma non nel complesso della popolazione verrà attribuito un peso proporzionalmente minore. Per ottenere stime ancora più fedeli, si sono considerate le interazioni tra il genere e le altre variabili. Cfr. CISIA-CERESTA, Manuale di SPAD. Versione 4.5, Parigi, 2001.

10 Le analisi condotte sui primi nove atenei aderenti ad AlmaLaurea (Bologna, Catania, Ferrara, Firenze, Messina, Modena e Reggio Emilia, Parma, Trieste, Udine) hanno evidenziato un’occupazione complessivamente in calo per le ultime due coorti di laureati, sopraggiunta dopo una crescita nell’intero intervallo 1997- 2001.

11 Si tenga però presente che il risultato dei laureati all’Ateneo di Catanzaro sconta la particolare situazione occupazionale dei neo-dottori in medicina e chirurgia e giurisprudenza (l’85 per cento del complesso dei laureati di questa sede) che ad un anno dalla laurea risultano in gran parte ancora impegnati in attività di formazione.

12 Un ulteriore 17 per cento lavorava al momento della laurea, ma ha dichiarato di avere cambiato lavoro dopo la conclusione degli studi. Fra tutti i laureati di AlmaLaurea del 2003, il 7,7 per cento (l’anno precedente era l’8,4) è rappresentato da lavoratori-studenti, cioè da laureati che hanno dichiarato di avere svolto attività lavorative stabili o con contratto di formazione lavoro durante gli studi universitari senza poter frequentare le lezioni. Il 52,4 per cento (51,2 l’anno precedente) è costituito da studenti-lavoratori con esperienze di lavoro occasionali o a tempo determinato (oltre ai lavoratori stabili che hanno potuto frequentare). Dunque gli studenti giunti alla laurea nel 2003 senza alcuna esperienza lavorativa, nemmeno saltuaria, rappresentano il 35,1 per cento (erano il 37 per cento l’anno precedente).

13 Si vedano anche alcune considerazioni contenute nel § Lavoro nel settore pubblico ed in quello privato.

14 La stessa definizione è stata adottata nelle più recenti indagini sulla condizione occupazionale dei laureati in Europa: si tratta delle ricerche CHEERS e REFLEX, quest’ultima prossima all’avvio con la partnership – per l’Italia - Istituto IARD Franco Brambilla-AlmaLaurea.

15 ISTAT, Forze di lavoro; media 2003, Roma, 2004.

16 Secondo la più recente documentazione ufficiale il tasso di disoccupazione complessivo è sceso ai livelli più bassi degli ultimi anni (dal 10,1 nel 2000, all’8,4 nel 2003, all’8 del terzo trimestre 2004). In questo contesto, come si vedrà, la situazione dei laureati parrebbe in controtendenza. Si ricorda che la definizione di disoccupato sottostima la consistenza del fenomeno escludendo i soggetti sfiduciati nella ricerca dai reiterati tentativi falliti; ma è altrettanto vero che non pare essere questa la situazione per i laureati intervistati ad un solo anno dal conseguimento del titolo di studio. Cfr. ISTAT, Rilevazione sulle forze di lavoro. III trimestre 2004, Roma, 2004.

17 Valutazioni analoghe hanno portato ad adottare il medesimo intervallo temporale anche nelle già citate indagini a livello europeo CHEERS e REFLEX.

18 Occorre sottolineare che i tassi di occupazione e disoccupazione, rilevati nel 2000, fanno riferimento a 6 differenti coorti di laureati usciti dal sistema di istruzione (nel periodo 1995-2000). Cfr. I. Kogan, La transizione dall’istruzione superiore al mercato del lavoro in Europa, in A. Cammelli (a cura di), La transizione dall’università al lavoro in Europa e in Italia, Il Mulino, Bologna, 2005.

19 Per approfondimenti, si vedano le relazioni di H. Schomburg (Germania); J. Brennan (Regno Unito); P. Dubois, K. Thockler, V. Lepaux (Francia); J. G. Mora, A. Garcìa-Aracil (Spagna); R. van der Velden, R. de Vries (Paesi Bassi); E. Giermanowska (Polonia); P. Ròbert (Ungheria), in A. Cammelli (a cura di), op. cit.

20 L’analisi sulle differenze territoriali è stata effettuata considerando la provincia di residenza dei laureati, indipendentemente dalla sede di studio.

21 Si tratta del D.M. 23 ottobre 2003, Fondo per il sostegno dei giovani e per favorire la mobilità degli studenti, che prevede, fra l’altro, il rimborso delle tasse e dei contributi dovuti dagli studenti immatricolati ai corsi di laurea afferenti alle classi: Scienze matematiche, Scienze e tecnologie fisiche, Scienze e tecnologie chimiche, Scienze statistiche. Nelle nostre analisi si sono considerati i corsi pre-riforma corrispondenti alle quattro classi citate. Al riguardo Cfr. A. Cammelli, A. di Francia, Sono soddisfatti i laureati degli studi compiuti?, Il Mulino, Bologna, n.1, 2005.

22 Per un confronto con le modalità di reperimento del lavoro della popolazione giovanile nel suo complesso, si veda C. Buzzi, A. Cavalli, A. de Lillo, Giovani del nuovo secolo. Quinto Rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Mulino, Bologna, 2002.

23 Intesi come tempo intercorso tra la laurea e il reperimento del primo lavoro (di qualunque natura esso sia) iniziato dopo la laurea.

24 È questo l’aspetto che arricchisce l’analisi, differenziando il modello di Cox dal metodo di Kaplan-Meier adottato nei precedenti Rapporti. Per approfondimenti sul modello di Cox, cfr. Note metodologiche.

25 Per un’analisi dell’ingresso nel mondo del lavoro a livello europeo, secondo un criterio di analisi che fa riferimento al primo impiego “significativo” (ovvero al primo posto di lavoro mantenuto almeno sei mesi e che preveda un orario lavorativo di almeno 20 ore settimanali), si veda I. Kogan, op. cit.

26 Cfr. decreto legislativo n. 276 del 2003.

27 Il lavoro stabile è individuato dalle posizioni lavorative dipendenti a tempo indeterminato e da quelle autonome propriamente dette (imprenditori, liberi professionisti e lavoratori in proprio). Il lavoro che abbiamo definito atipico (temporaneo o precario, secondo altre impostazioni) racchiude il contratto dipendente a tempo determinato, il contratto di collaborazione (comprendente la collaborazione coordinata e continuativa; quella occasionale e il contratto a progetto), il lavoro interinale e il contratto di associazione in partecipazione. Abbiamo compreso in questa categoria anche i lavori socialmente utili, di pubblica utilità ed il piano di inserimento professionale, che pure non prevedono l’instaurarsi di un vero e proprio rapporto lavorativo. Ai fini del presente approfondimento è stato deciso di tenere distinti i contratti di inserimento/formazione lavoro e quelli di apprendistato, che pure in un’accezione più ampia avremmo potuto comprendere tra i lavori atipici, verificata, sicuramente nel caso dei laureati esaminati, la loro natura di anticamera del lavoro stabile (cfr. § Dall’instabilità alla stabilità).

28 Anche a livello europeo, con il trascorrere del tempo dalla laurea, la percentuale di laureati con un impiego precario non volontario tende a diminuire. Cfr. I. Kogan, op. cit.

29 Un’ulteriore, piccola quota, numericamente limitata e pari al 15 per cento (40 persone in tutto), dopo cinque anni passa da una situazione di senza contratto ad una di non lavoro. Approfondimenti specifici hanno consentito di rilevare che si tratta prevalentemente di donne, residenti al Sud.

30 Fonte OCSE, citato sul sito internet di Kataweb-Lavoro del 4/2/2005.

31 Ben il 95 per cento degli occupati (5 punti percentuali più della precedente rilevazione), nonostante la delicatezza dell’argomento trattato, ha risposto ai quesiti relativi al guadagno percepito col proprio lavoro; una quota consistente, che rende particolarmente attendibile anche questo capitolo.

32 L’incremento è da valutarsi con cautela vista l’impossibilità, per la rilevazione 2003, di procedere al necessario riproporzionamento per il ridotto numero di atenei coinvolti nell’indagine fin dal 1998.

33 Il confronto è stato effettuato isolando i laureati che hanno iniziato l’attività lavorativa oggetto di rilevazione dopo la laurea e lavorano a tempo pieno.

34 Ai fini della nostra indagine in questa categoria sono comprese le attività collegate alla produzione di oggetti o piccole attrezzature, come ad esempio i settori alimentari, tabacchi, tessile, abbigliamento, cuoio, calzature, legno-arredamento, carta, gomma, plastiche.

35 Per un approfondimento delle tematiche relative alla spendibilità dei titoli universitari nel mercato del lavoro ed un esame critico dei risultati raggiunti da altre indagini, su questi argomenti, in ambito europeo e nazionale Cfr. A. Cammelli, A. di Francia, La laurea serve a qualcosa? Alla ricerca dell’“efficacia esterna”, Il Mulino, Bologna, n.3, 2004.

36 In questa rilevazione emerge che fra i laureati che provengono da famiglie prive di qualunque titolo di studio, è considerevolmente più elevata la partecipazione ad attività di formazione post-laurea; più elevata anche di quanto non avvenga fra laureati che provengono da famiglie con maggiori tradizioni di studio (quanto contano, su questo risultato, le accresciute difficoltà del mercato del lavoro?). Tuttavia, ciò non sembra ancora mettere in discussione le relazioni di fondo fin qui verificate.

37 Sul medesimo tema, analizzato a livello europeo, si veda anche L. Gallino, La transizione università-lavoro in Europa. Il quadro di riferimento, in A. Cammelli, op. cit., 2005.

38 Si ricorda che l’analisi è compiuta sui laureati pre-riforma; le esperienze di stage risultano invece molto più diffuse (62 per cento) fra i primi laureati triennali. Per un quadro completo delle caratteristiche di questi laureati cfr. Profilo dei laureati 2003, Bologna, 2004.

39 Grazie ad un’indagine ad hoc, condotta da AlmaLaurea via web, sono stati approfonditi alcuni aspetti relativi all’esperienza di stage compiuta durante l’università. Interesse rafforzatosi in seguito all’avvio della riforma universitaria che ne ha sottolineato l'importanza ai fini dell'orientamento verso il mercato del lavoro. Cfr. la presentazione di A. Cammelli al Convegno di Torino “La qualità del capitale umano dell’università in Europa e in Italia” del giugno 2004 (www.almalaurea.it/info/convegni/torino2004/acquisto.shtml).

40 Si tratta dei laureati che hanno una conoscenza “buona” o “ottima” di almeno uno dei dieci strumenti informatici considerati. La restante parte comprende coloro che non hanno alcuna conoscenza informatica, che hanno conoscenze limitate o discrete oppure che non hanno compilato il questionario.

41 Si ricorda che la collaborazione comprende il contratto di collaborazione coordinata e continuativa, quello occasionale ed il contratto a progetto.

42 Per altri approfondimenti, cfr. C. Girotti, S. Grandi, Sul lavoro e verso il lavoro: propensioni, aspettative e realtà, in A. Cammelli, M. La Rosa (a cura di), I laureati in Italia. Le indagini di AlmaLaurea su scelte formative, orientamento al lavoro e occupabilità, Franco Angeli, Milano, 2004.

43 La distanza tra residenza (accertata alla laurea), sede degli studi e luogo di lavoro, è stata calcolata in chilometri facendo riferimento ai corrispondenti capoluoghi di provincia.

44 Per dettagli, cfr. ISTAT, Forze di lavoro – Media 2003, Roma, 2004.

45 Cfr. A. Cobalti e A. Schizzerotto, La mobilità sociale in Italia, Il Mulino, Bologna, 1994.