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Home > Università> Occupazione> VIII Indagine (2006) > Presentazione

CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI

di Andrea Cammelli

Indice

  1. CARATTERISTICHE DELL’INDAGINE
  2. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE E FORMATIVA DEI LAUREATI DI PRIMO LIVELLO
  3. TENDENZE E CARATTERISTICHE DELL’OCCUPAZIONE DEI LAUREATI PRE-RIFORMA
  4. APPROFONDIMENTI
  5. NOTE METODOLOGICHE

1. CARATTERISTICHE DELL’INDAGINE

1.1 VIII INDAGINE NAZIONALE
1.2 SETTANTACINQUEMILA I LAUREATI ANALIZZATI COMPLESSIVAMENTE. OLTRE DIECIMILA I LAUREATI POST-RIFORMA COINVOLTI PER LA PRIMA VOLTA
1.3 ELEVATISSIMO TASSO DI RISPOSTA: 83 PER CENTO

Torna all'indice del capitolo1.1 VIII INDAGINE NAZIONALE

L’indagine sulla condizione occupazionale dei laureati delle Università aderenti al Consorzio AlmaLaurea 1 è giunta all’ottavo appuntamento.

Il Progetto di Ricerca, avviato già da diversi anni (l’intera documentazione, anche per i precedenti rapporti e nella disaggregazione per ateneo e per facoltà, è consultabile su Internet: www.almalaurea.it, ha l’obiettivo di indagare i percorsi lavorativi e di formazione intrapresi dai laureati nei primi cinque anni successivi al conseguimento del titolo.

La rilevazione, condotta tra settembre e novembre 2005, ha coinvolto i laureati delle sessioni estive degli anni 2004, 2002 e 20002.I primi risultati, nell’articolazione per ateneo e facoltà, sono stati inviati nel dicembre 2005, a poche settimane dalla conclusione della rilevazione, ai Rettori delle Università coinvolte nell’indagine.

VIII Indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati [Fig. VIII Indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati]


Torna all'indice del capitolo 1.2 SETTANTACINQUEMILA I LAUREATI ANALIZZATI COMPLESSIVAMENTE. OLTRE DIECIMILA I LAUREATI POST-RIFORMA COINVOLTI PER LA PRIMA VOLTA

L’indagine è stata estesa quest’anno a 36 università3 (comprendendo per la prima volta anche Bolzano, Calabria, Foggia, Perugia, Reggio Calabria, Roma La Sapienza4, Roma Tre, Venezia Ca’ Foscari e Verona). Grazie all’intesa fra gli atenei (che hanno anche sostenuto parte dei costi) ed al contributo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in complesso l’indagine ha coinvolto oltre 75mila laureati: 38.899 ad un anno dalla conclusione degli studi (di cui, 28.602 pre-riforma), 21.404 a tre anni e 14.962 a cinque anni.

Un’indagine di particolare ampiezza che consente di restituire a ciascuno degli atenei partecipanti un’analitica documentazione articolata anche per facoltà e classe di laurea, così come avviene anche per il Profilo dei laureati5. La collaborazione fra AlmaLaurea e gli Atenei aderenti prevede infatti che i risultati sui percorsi lavorativi e di studio compiuti dai laureati vengano consegnati a ciascun Ateneo in tre tempi distinti:

Su base annua, quelli coinvolti nell’indagine rappresentano un terzo di tutti i laureati italiani; una popolazione che assicura un significativo quadro di riferimento dell’intero sistema universitario. La popolazione dei laureati pre-riforma coinvolta nell’indagine presenta una composizione per gruppi di corsi di laurea e per genere pressoché identica a quella del complesso dei laureati italiani. Invece la configurazione per aree geografiche vede sovrarappresentato il Nord e più ridotta la presenza di quanti hanno concluso gli studi in atenei del Centro.

Ciononostante i principali indicatori dell’occupazione rilevati da AlmaLaurea non sono significativamente diversi da quelli rilevati dalle statistiche nazionali. Si tenga conto infatti che il tasso di occupazione accertato dall’ISTAT nel 2004 su un campione rappresentativo di laureati pre-riforma del 2001 (intervistati a tre anni dal conseguimento del titolo) è inferiore di un solo punto percentuale rispetto a quello rilevato da AlmaLaurea nel medesimo periodo e sullo stesso collettivo6.

La popolazione di laureati esaminata in questo Rapporto si articola nelle due componenti pre e post-riforma, aumentando inevitabilmente il grado di complessità e di interpretazione delle analisi che verranno compiute. Ciò era risultato chiaro fin dal primo esame del Profilo dei laureati compiuto nel 2004, quando avvertivamo che “la complessità della documentazione offerta e la cautela con cui è necessario interpretarla postulano una conoscenza del sistema universitario in questa fase di evoluzione tale da confinarne l’utilizzabilità quasi esclusivamente agli addetti ai lavori”7.


I laureati pre-riforma8. In questa fase di transizione tra vecchio e nuovo ordinamento9 è fondamentale analizzare attentamente la composizione dei diversi collettivi indagati, al fine di valutarne con precisione gli esiti occupazionali e le tendenze più recenti del mercato del lavoro. Ciò è ancor più vero se si tiene conto che, tendenzialmente, i laureati pre-riforma usciti dal sistema universitario italiano sono gli “ultimi” di un processo formativo già avviato alla piena sostituzione dei corsi con quelli di nuova istituzione, al contrario dei laureati di primo livello, che sono invece i “primi” ad aver sperimentato a pieno la Riforma universitaria. In realtà, approfondimenti specifici compiuti sulle diverse coorti di laureati pre-riforma indagate (tutte appartenenti alla sessione estiva), mettono in luce che la composizione dei collettivi non è, almeno per il momento, variata in misura significativa. Tra i laureati del 1999 e quelli del 2004 la composizione per genere è variata di 3 punti percentuali a favore della componente femminile (passata dal 56 al 59 per cento). Per ciò che riguarda la composizione per corso di studio, l’unica variazione di un certo rilievo riguarda i laureati del gruppo economico-statistico, ridottisi dal 19,5 al 16 per cento. Infine, la composizione per residenza mostra la riduzione nel periodo considerato del peso relativo del Nord (sceso dal 44 al 38 per cento) a favore della componente residente al Sud (passata dal 35 al 40 per cento)10

Gli indicatori relativi alla riuscita negli studi mettono in luce che le performance dei laureati pre-riforma non sono peggiorate nel tempo: è infatti aumentata la regolarità negli studi (i laureati in corso sono passati dal 5 all’8 per cento, quelli entro un anno fuori corso dal 14 al 21 per cento)11, mentre le votazioni medie sono rimaste immutate (attorno al voto medio di 103/110). Infine, l’età media alla laurea si è mantenuta costante nel tempo e ancor oggi oscilla attorno ai 27-28 anni.

È invece importante sottolineare, perché potrebbe influenzarne gli esiti occupazionali, che è aumentata la quota di laureati che dichiara di aver avuto esperienze lavorative nel corso degli studi universitari: trascurando la coorte del 2004 (a causa di una variazione nella formulazione del quesito relativo alle esperienze di lavoro compiute durante gli studi) tale percentuale è passata dal 56 al 64 per cento fra la generazione del 1999 e quella del 20031. In realtà, sembra che questa componente non abbia influenzato l’andamento del tasso di occupazione nel tempo, il cui trend sarà messo in luce nei paragrafi successivi.


I laureati di primo livello. L’indagine sulla condizione occupazionale dei laureati ha compreso per la prima volta i laureati che hanno concluso gli studi con una laurea di primo livello. Il collettivo ammonta a 10.297 laureati post-riforma della sessione estiva del 200413.

È evidente che il tentativo di confronto delle caratteristiche strutturali, delle performance di studio, degli esiti occupazionali e formativi, tra i laureati di primo livello e i laureati pre-riforma risulta, per un verso, solo formalmente proponibile, e per un altro di difficile realizzazione. Particolarmente per tutta la fase di transizione, caratterizzata dalla graduale scomparsa dei tradizionali percorsi di studio e dal progressivo affermarsi del nuovo ordinamento, si pone il problema della compresenza di popolazioni finalizzate ad obiettivi diversi, oltre che con profili spesso assai differenti; profili che in questa fase, come vedremo meglio più avanti, influiscono, almeno in parte, sugli esiti occupazionali e formativi dei due collettivi. Oltretutto nell’ambito della medesima area dei laureati di primo livello la tipologia dei laureati risulta profondamente diversificata. È evidente che i primissimi laureati post-riforma, quelli non gravati da operazioni di passaggio o da trasformazioni di precedenti percorsi formativi (in questo Rapporto definiti regolari in età canonica) non possono che essere i migliori laureati in assoluto rilevati in termini di performance e, come tali, raggiungere spesso livelli di eccellenza.

Con queste cautele, il confronto evidenzia una maggiore incidenza dei laureati di primo livello nei gruppi politico-sociale e ingegneria (17 e 14,3 per cento rispettivamente, contro un 10 per cento tra i laureati del vecchio ordinamento) ma soprattutto una minor diffusione dei laureati di primo livello nel gruppo giuridico, con un differenziale di oltre 12 punti percentuali a favore dei laureati pre-riforma (15,2 per cento contro 2,8).

In entrambi i collettivi la componente femminile è prevalente, anche se tra i laureati di primo livello le differenze sono più contenute: le donne rappresentano infatti quasi il 59 per cento dei laureati pre-riforma e il 54,5 per cento di quelli di primo livello. La differente distribuzione di genere, dunque, si traduce in un differenziale a favore delle donne di oltre 17 punti percentuali tra i laureati del vecchio ordinamento e di quasi 9 tra quelli di primo livello.

Rispetto all’area di residenza i due collettivi mostrano differenze significative. In particolare, oltre il 50 per cento dei laureati di primo livello risiede al Nord (è “solo” il 38 per cento tra quelli pre-riforma), mentre la restante parte si distribuisce equamente tra il Centro e il Sud.

Gli indicatori relativi alla riuscita negli studi mettono in luce che le performance dei laureati triennali sono migliori in termini di regolarità, ma questo è ovviamente dovuto al fatto che si tratta dei primissimi laureati post-riforma, neces-sariamente i più bravi e veloci: infatti, quasi 38 laureati su cento hanno ottenuto il titolo in corso (sono solo 8 tra quelli del vecchio ordinamento). Solo una parte però non risulta gravata da operazioni di passaggio o da trasformazioni di precedenti percorsi formativi, i laureati definiti regolari in età canonica, che rappresentano il 20 per cento del collettivo in esame (2.092 laureati).

Le votazioni medie sono leggermente inferiori a quelle dei colleghi pre-riforma, attorno al voto medio di 102 contro 103, rispettivamente. Infine, l’età media alla laurea non mostra differenze significative e oscilla attorno ai 27 anni, ma ciò è dovuto all’eterogeneità interna al collettivo dei laureati di primo livello. È necessario sottolineare infatti che in questa fase di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento, solo una piccola parte di laureati (come si è appena visto pari al 20 per cento) ha compiuto per intero, nell’età prevista, il percorso predisposto dalla Riforma. I regolari in età canonica hanno ottenuto ottime votazioni (44 su cento si sono laureati con il massimo dei voti), provengono più dei loro colleghi “non regolari” da una classe sociale elevata e da famiglie in cui almeno un genitore ha un titolo universitario. I regolari in età canonica sono significativamente più numerosi nel gruppo geo-biologico (14,2 per cento) e in misura minore nei gruppi psicologico e giuridico. È da sottolineare invece la maggiore presenza di laureati con percorsi formativi non regolari nei gruppi insegnamento e politico-sociale. Inoltre, a conferma dell’articolata fase di profonda modificazione che ha riguardato il complesso degli studi medici e ha portato ad attribuire la laurea di primo livello a gran parte del personale paramedico già in possesso di un diploma universitario, si può sottolineare la totale assenza di regolari in età canonica nel gruppo medico. Di questo si dovrà necessariamente tener conto nell’interpretazione degli esiti occupazionali e formativi dei laureati di primo livello.

Atenei coinvolti nell’indagine 2005 [Fig. Atenei coinvolti nell’indagine 2005]


Torna all'indice del capitolo1.3 ELEVATISSIMO TASSO DI RISPOSTA: 83 PER CENTO

L’interesse che l’indagine riscuote tra i laureati sin dal suo avvio, la cura con cui la stessa è stata condotta14, unitamente al costante aggiornamento della banca-dati15, sono testimoniati dalle elevatissime percentuali di rispondenti: per i laureati pre-riforma, 86 su cento ad un anno dalla conclusione degli studi; 81 su cento a tre anni; 76 su cento a cinque anni. Per i laureati di primo livello il tasso di risposta ad un anno sfiora addirittura l’88 per cento. Risultati, dunque, di particolarissimo rilievo che rendono estremamente attendibile la documentazione presentata.

Stime rappresentative dei laureati italiani. I laureati coinvolti nelle indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale, pur provenendo da un sempre più nutrito numero di atenei italiani, non sono ancora –come si è già detto- in grado di rappresentarne la totalità. Inoltre, poiché di anno in anno cresce il numero di atenei coinvolti nella rilevazione, si incontrano problemi di comparabilità nel tempo fra i collettivi AlmaLaurea. Per ovviare a questi due problemi e ottenere stime rappresentative del complesso dei laureati italiani i risultati (relativi ai laureati pre-riforma) delle ultime sei indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale sono stati sottoposti ad una particolare procedura statistica di “riproporzionamento16.


Torna all'indice del capitolo 2. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE E FORMATIVA DEI LAUREATI DI PRIMO LIVELLO

2.1 CHI LAVORA E CHI CONTINUA A STUDIARE
2.2 PROSECUZIONE DELLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA
2.3 TIPOLOGIA DELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA
2.4 GUADAGNO MENSILE NETTO
2.5 EFFICACIA DELLA LAUREA NELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA
2.6 QUALITÀ DEL LAVORO SVOLTO
2.7 LAUREATI PRE E POST-RIFORMA: L’INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO

Torna all'indice del capitolo2.1 CHI LAVORA E CHI CONTINUA A STUDIARE

Ad un anno dal conseguimento del titolo i laureati di primo livello presentano un tasso di occupazione pari al 54,5 per cento (in linea con la situazione occupazionale dei laureati pre-riforma: 53,7) che, oltre al 36,2 per cento dedita esclusivamente al lavoro, comprende una quota di laureati che si è posto l’obiettivo di coniugare laurea magistrale e lavoro (18,3 per cento). Si dedica esclusivamente alla laurea magistrale, invece, il 36,1 per cento dei laureati; complessivamente, quindi, allo studio sono dediti oltre 54 laureati su cento (54,4).

Solo 6 laureati di primo livello su cento, infine, non lavorando e non essendo iscritti alla laurea specialistica, si dichiarano alla ricerca di un lavoro17.

Del tutto particolare, come era lecito attendersi, la situazione lavorativa degli oltre duemila laureati regolari in età canonica: complessivamente solo un quarto è occupato (in larga parte continuando a studiare) e una quota ancora più modesta (6,6 per cento) si dedica esclusivamente al lavoro, nonostante le performance eccellenti in termini di regolarità negli studi e età alla laurea. La gran parte, come si vedrà meglio in seguito, si dedica esclusivamente allo studio (72 per cento).

La situazione è però molto diversificata considerando i vari percorsi formativi. La quasi totalità dei neolaureati del gruppo medico risulta già occupata ad un anno dalla laurea (87,2 per cento che lavora solamente e 8,3 per cento che lavora e studia): si tratta dei laureati delle classi relative alle professioni sanitarie (infermieristiche, della riabilitazione e della prevenzione) che lavoravano già al momento del conseguimento del titolo e che frequentemente proseguono la medesima attività lavorativa. Per motivi in parte simili risultano molto buone anche le chance occupazionali dei laureati di primo livello del gruppo insegnamento il cui tasso di occupazione ad un anno supera il 72 per cento (tra questi, il 21 per cento lavora ed è iscritto alla specialistica). Infatti, oltre il 43 per cento di questi occupati prosegue il lavoro iniziato prima della laurea mentre quasi un terzo non lavorava quando ha conseguito il titolo. Stesse condizioni si ritrovano anche per il gruppo politico-sociale che mostra un tasso di occupazione superiore alla media (lavorano 63 laureati su cento, di cui oltre la metà prosegue il lavoro iniziato prima della laurea) e un quinto dei suoi laureati lavora ed è iscritto alla specialistica.

I percorsi di studio in corrispondenza dei quali si rileva il maggior numero di laureati iscritti alla laurea specialistica sono quello psicologico (86 su cento, 31 dei quali lavorano anche) e il geo-biologico (83 su cento, 16 dei quali anche occupati).

Infine fra i gruppi nei quali si riesce a conciliare maggiormente laurea specialistica e lavoro (oltre all’insegnamento, psicologico e politico-sociale, già menzionati) si rileva anche il letterario (21 per cento), all’interno del quale 42 occupati su cento proseguono il lavoro iniziato prima del conseguimento del titolo.

La prosecuzione degli studi verso la laurea magistrale coinvolge più consistentemente i giovani che hanno conseguito il titolo di primo livello in uno dei corsi dell’area tecnico-scientifica18 (57,9 per cento) rispetto ai loro colleghi dell’area delle scienze umane e sociali19 (52 per cento). E fra i primi, come è comprensibile, è significativamente più ampia la quota di chi si dedica esclusivamente allo studio (43,3 contro 31,1 per cento) e, conseguentemente, più ridotta la quota di coloro che tentano l’obiettivo di studiare e lavorare contemporaneamente (14,6 contro 20,9 per cento). Analoga invece, nelle due aree, risulta la percentuale di coloro che svolgono esclusivamente un’attività lavorativa (35,3 e 36,8, rispettivamente). Di conseguenza, il tasso di occupazione complessivo registra un differenziale significativo a favore dei laureati dell’area delle scienze umane e sociali (58 e 50 per cento, rispettivamente).

Corsi sostenuti dal MIUR. L’indagine condotta consente di approfondire i risultati e le valutazioni dei laureati di alcuni percorsi che sono oggetto di un apposito progetto volto ad incoraggiarne le immatricolazioni20.

Favoriti da una larga presenza di laureati regolari in età canonica, ad un anno dal conseguimento del titolo la prosecuzione della formazione con laurea di secondo livello coinvolge, in particolare, i laureati delle classi in scienze e tecnologie fisiche e quelli in scienze matematiche (gli iscritti alla laurea magistrale sono, rispettivamente, 85 e 81 su cento). In queste classi, la quota di chi riesce a coniugare studio e lavoro oscilla attorno al 16 per cento. Minore risulta la prosecuzione degli studi tra i laureati in scienze e tecnologie chimiche (69 su cento, di cui 10 impegnati anche in attività lavorative) ma, soprattutto, tra quelli in scienze statistiche (proseguono “solo” 46 laureati per cento).

Corrispondentemente, il tasso di occupazione ad un anno, indipendentemente dalla prosecuzione degli studi, è molto più consistente tra i laureati in scienze statistiche (59 per cento), rispetto a quanto non avvenga tra quelli in scienze e tecnologie chimiche (29 per cento), scienze matematiche (ancora 29 per cento) o scienze e tecnologie fisiche (28 per cento). Tale situazione è anche in questo caso influenzata dalla diversa presenza nelle classi esaminate dei laureati regolari in età canonica.

Differenze di genere. Le scelte concretamente compiute dai laureati maschi e femmine, nella fase di transizione della riforma universitaria che stiamo osservando, appaiono poco differenti sia di fronte all’inserimento nel mercato del lavoro (si dedica esclusivamente al lavoro il 38 per cento dei primi contro il 35 delle seconde), sia di fronte alla prosecuzione degli studi con la laurea specialistica (si dedica esclusivamente allo studio il 37 e il 35, rispettivamente). Piuttosto che dal genere, tali scelte risultano influenzate da specifiche propensioni individuali, dalla complessiva esperienza formativa ed occupazionale precedentemente maturata, nonché delle caratteristiche sociali e di provenienza (percorso formativo di primo livello, innanzitutto, ma anche età al conseguimento del titolo, regolarità negli studi, voto di laurea, titolo di studio dei genitori, area geografica di residenza, esperienze lavorative compiute durante gli studi). In questo contesto l’unica differenza che caratterizza significativamente maschi e femmine è dovuta alla ricerca del lavoro, che, seppure su livelli contenuti, riguarda 4 maschi ma 7 femmine su cento.

Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno [Fig. Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno]

Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno per regolarità negli studi [Fig. Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno per regolarità negli studi]

Laureati di primo livello: occupazione  ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Laureati di primo livello: occupazione ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno per area disciplinare [Fig. Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno per area disciplinare]

Laureati di primo livello: condiz. occupaz. e formativa ad un anno delle classi di laurea sostenute dal MIUR [Fig. Laureati di primo livello: condiz. occupaz. e formativa ad un anno delle classi di laurea sostenute dal MIUR]


Torna all'indice del capitolo2.2 PROSECUZIONE DELLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA

Oltre il 54 per cento dei laureati di primo livello (54,4)21, come già accennato, prosegue la formazione essendosi iscritto ad un corso di laurea specialistica: 36,1 dedicandosi esclusivamente allo studio ed una consistente quota che tenta di coniugare studio e lavoro (18,3 per cento). Altri 41 laureati su cento hanno terminato con la laurea di primo livello la propria formazione universitaria22.

Ma fra i laureati regolari in età canonica, oltre il 90 per cento sceglie di proseguire nella formazione universitaria: 72 su cento impegnati solo sul fronte dello studio, mentre un ulteriore 19 per cento anche in un’attività lavorativa.

Si è già detto delle differenze fra maschi e femmine (cfr. § 2.1- Chi lavora e chi continua a studiare ). Qui vale la pena soltanto ricordare come, nel complesso, risulti iscritto alla specialistica il 55,2 per cento dei maschi e il 53,7 delle femmine.

Precedenti percorsi formativi. La prosecuzione degli studi è fortemente influenzata dal precedente percorso formativo: riguarda infatti oltre 86 laureati su cento del gruppo psicologico, 83 del gruppo geo-biologico, ancora 69 su cento dei gruppi giuridico e ingegneria e raggiunge i valori minimi, pur restando su valori superiori al 32 per cento, fra i laureati dei gruppi insegnamento (32,2), chimico-farmaceutico (36,3 che però sale al 68,8 per cento tra i laureati della classe in Scienze e Tecnologie chimiche e scende al 9,6 tra quelli della classe in Scienze e Tecnologie farmaceutiche) e linguistico (42,9).

Motivazioni per proseguire. Il 72 per cento dei laureati intervistati iscritti alla specialistica è stato spinto a questa scelta dalla volontà di completare e arricchire la propria formazione, mentre quasi un quarto (24,7) dei laureati ha sentito questa come scelta “quasi obbligata” per accedere al mondo del lavoro. La tendenza è confermata all’interno di tutti i gruppi, anche se risulta particolarmente elevato il desiderio di migliorare la propria formazione per i laureati del gruppo medico (82 su cento), scientifico (79,7 su cento) e ingegneria (78,5 su cento). Per i laureati del giuridico e del letterario, pur continuando ad essere spinti prevalentemente dal desiderio di arricchire la propria formazione (50 e 63 su cento, rispettivamente), l’iscrizione alla specialistica rappresenta più di altri una necessità per accedere al mondo del lavoro (47 e 33 su cento, rispettivamente, contro un valore medio di 25 su cento).

Coerenza con gli studi precedenti.Oltre i tre quarti dei laureati (77 per cento) si sono orientati verso corsi di laurea specialistica ritenuti il “naturale” proseguimento del titolo di primo livello conseguito, altri 18 su cento si sono iscritti ad un corso nell’ambito dello stesso settore disciplinare anche se ritengono che questa scelta non rappresenti il proseguimento “naturale” della laurea di primo livello; la restante quota ha scelto invece un diverso settore disciplinare. I laureati dei gruppi scientifico e psicologico mostrano una particolare coerenza nelle scelte compiute (oltre 86 su cento hanno proseguito la formazione universitaria con studi strettamente connessi al corso concluso). Quelli del gruppo insegnamento, invece, presentano orientamenti assai diversificati: solo 58 su cento hanno effettuato una scelta corrispondente agli studi compiuti, un terzo si è rivolto a corsi non strettamente corrispondenti (ma comunque rientranti nello stesso settore disciplinare) e 9 laureati su cento si sono iscritti ad un corso di laurea specialistica appartenente ad un settore disciplinare diverso da quello degli studi appena conclusi.

Discreta la valutazione dei corsi specialistici da parte di chi prosegue. Il giudizio espresso dai laureati sul contenuto e sull’utilità delle materie di studio del corso di laurea specialistica frequentato raggiunge buoni livelli, con un valore medio pari a 7,2 su una scala 1-10, derivante dai minimi di 6,3 e 6,5 dei gruppi educazione fisica ed insegnamento, rispettivamente, e all’estremo opposto, dai valori 7,3 e 7,4 dei gruppi geo-biologico, economico-statistico e ingegneria23.

Oltre la laurea di primo livello: perché non si prosegue. Come si è visto, 41 laureati su cento con la laurea di primo livello hanno terminato la propria formazione universitaria: di questi, oltre l’80 per cento già ad un anno risulta occupato, frequentemente proseguendo l’attività lavorativa iniziata prima della laurea. Solo 8 laureati su cento dichiarano di non essere interessati a proseguire la propria formazione con una laurea specialistica.

Per poco meno della metà (45 per cento) la ragione della non prosecuzione, quale che sia il percorso formativo concluso, è dovuta alla difficoltà di conciliare studio e lavoro. Ciò è tanto più vero per i laureati dei gruppi economico-statistico, ingegneria e scientifico (oltre 50 laureati su cento) e, in misura minore nel gruppo linguistico (25 su cento) dove, invece, per 29 laureati su cento la non prosecuzione degli studi universitari è stata determinata dall’assenza di un corso nell’area disciplinare di interesse o dalla mancata attivazione del corso scelto, mentre altri 16 si sono rivolti ad altre attività di formazione post laurea.

Ragioni queste che valgono anche per il complesso dei laureati dove, seppure su valori diversi, nelle scelte post-laurea incidono l’assenza di un corso nell’area disciplinare di interesse o la mancata attivazione del corso scelto (14,6 per cento), i motivi economici (9,1 per cento) e l’interesse a proseguire la formazione con un’altra attività post-laurea (ancora 9,1 per cento).

Laureati di primo livello: iscrizione alla specialistica  ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Laureati di primo livello: iscrizione alla specialistica ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Laureati di primo livello: motivazioni delle scelte post-laurea [Fig. Laureati di primo livello: motivazioni delle scelte post-laurea]


Torna all'indice del capitolo2.3 TIPOLOGIA DELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA24

Si sono visti precedentemente (cfr. § 2.1-Chi lavora e chi continua a studiare) gli aspetti essenziali caratterizzanti i laureati di primo livello dediti ad attività lavorativa, completata o meno dal proseguimento degli studi. Si tratta di approfondire ora le caratteristiche dell’attività lavorativa svolta.

Nel complesso, ad un anno dalla laurea la stabilità del lavoro riguarda quasi la metà dei laureati di primo livello (48 per cento), soprattutto grazie alla diffusione dei contratti a tempo indeterminato che sfiorano il 40 per cento degli occupati. Un’identica quota è caratterizzata da un contratto atipico, in particolare un quinto degli occupati ha un contratto di collaborazione mentre 17 laureati su cento hanno un contratto a tempo determinato.

Ad un anno dalla laurea, i laureati di primo livello dei gruppi medico e economico-statistico presentano i livelli più elevati di stabilità dell’attività lavorativa. Ciò è dovuto all’elevata quota di laureati che proseguono il lavoro iniziato prima del conseguimento del titolo (rispettivamente pari a 78,4 e 55,7 per cento, contro un valore medio che sfiora il 49 per cento sul totale dei laureati di primo livello), anche se tra i laureati del professioni sanitarie si osserva una stabilità più elevata della media anche tra coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il conseguimento del titolo (63 contro 28 su cento).

Differenze di genere.La stabilità riguarda in misura assai più consistente gli uomini (57 per cento degli occupati) delle loro colleghe (40 per cento), ma il differenziale è pressoché interamente imputabile alla diversa presenza del lavoro a tempo indeterminato nelle componenti maschile e femminile (diversamente da quanto si osserva, come si vedrà meglio in seguito, tra i laureati pre-riforma). Infatti mentre il lavoro autonomo riguarda, rispettivamente, 10 uomini occupati su cento e 7 donne, il contratto a tempo indeterminatoriguarda il 47 per cento degli uomini e circa il 33 per cento delle donne. I contratti di formazione lavoro e di apprendistato riguardano, invece, il 4,9 per cento delle donne e il 3,6 degli uomini. Il lavoro atipico coinvolge oltre il 45 per cento delle donne impegnate in attività lavorative e un terzo degli uomini. Tale differenziale è dovuto in particolare alla diversa diffusione del contratto a tempo determinato che riguarda un quinto delle donne e 12 uomini su cento. Minore, invece, la differenza di genere per il contratto di collaborazione (22 per cento per le donne e 19 per cento tra i loro colleghi).

Tutto ciò tuttavia è il risultato dei diversi comportamenti di quanti lavorano solamente e di coloro che, assieme al lavoro, sono iscritti alla specialistica. La stabilità infatti riguarda in misura assai più consistente i primi (59 laureati su cento) che gli studenti-lavoratori (32,7 per cento), grazie a una maggiore diffusione del contratto a tempo indeterminato (47,4 per cento per gli occupati non impegnati nello studio e il 24,6 per cento degli studenti-lavoratori).

Al contrario, i contratti atipici riguardano soprattutto gli studenti-lavoratori (oltre 47 laureati su cento) e poco più di un terzo di chi lavora solamente. Ciò è dovuto quasi esclusivamente alla diversa diffusione dei contratti di collaborazione che riguardano quasi il 30 per cento di chi è impegnato anche nella formazione e solo il 16 per cento di chi lavora esclusivamente.

Laureati di primo livello: occupazione  ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Laureati di primo livello: occupazione ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Laureati di primo livello: tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per genere [Fig. Laureati di primo livello: tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per genere ]

Laureati di primo livello: tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per iscrizione alla specialistica [Fig. Laureati di primo livello: tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per iscrizione alla specialistica]


Torna all'indice del capitolo2.4 GUADAGNO MENSILE NETTO

Ad un anno dal conseguimento del titolo il guadagno mensile netto dei laureati di primo livello è pari a 1.042 euro, con notevoli differenze tra chi prosegue l’attività lavorativa precedentemente svolta (1.168 euro) e chi l’ha iniziata al termine degli studi di primo livello (907 euro).

La prosecuzione della formazione attraverso la specialistica, oltre a ridurre la stabilità contrattuale, determina anche guadagni mensili netti inferiori a quelli di chi è impegnato solo in attività lavorativa: 821 contro 1.153 euro, rispettivamente. E ciò è stato verificato in tutti i gruppi di corsi di laurea.

Ma differenze retributive si riscontrano, indipendentemente dalla prosecuzione dell’attività formativa, anche all’interno dei vari gruppi di corsi di laurea. In particolare, i laureati dei gruppi medico ed economico-statistico si attestano sui livelli di retribuzione più elevati (rispettivamente 1.277 e 1.224 euro), anche se ciò è dovuto prevalentemente, come si è già più volte ricordato, all’elevata quota di laureati che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea. All’interno del gruppo medico si registra comunque un guadagno mensile più elevato di quello complessivo anche tra coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea (1.285 contro 907 euro).

Livelli di retribuzione nettamente inferiori si riscontrano per i laureati dei gruppi letterario, insegnamento e linguistico, le cui retribuzioni medie sono infatti inferiori ai 900 euro mensili. Nei primi due gruppi, ciò è dovuto anche ad un’elevata percentuale di laureati che studia e lavora.

Le donne risultano svantaggiate rispetto ai loro colleghi anche sotto l’aspetto economico: 898 euro contro 1.211 euro mensili netti per gli uomini. Una differenza, questa, tanto più rilevante se si pensa che risulta confermata sia tra quanti lavorano soltanto (1.322 euro per gli uomini e 1.004 per le donne) sia tra coloro che studiano e lavorano (979 contro 692, rispettivamente). Le differenze di genere sono confermate all’interno di ciascun gruppo, in particolare nell’economico-statistico, dove gli uomini, anche perché più frequentemente proseguono il lavoro iniziato prima della laurea, guadagnano il 60 per cento in più rispetto alle colleghe (1.418 contro 888 euro delle donne).

Laureati di primo livello: guadagno mensile netto ad un anno per genere e iscrizione alla specialistica [Fig. Laureati di primo livello: guadagno mensile netto ad un anno per genere e iscrizione alla specialistica]

Torna all'indice del capitolo2.5 EFFICACIA DELLA LAUREA NELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA

Con l’efficacia del titolo acquisito vengono sintetizzati due aspetti importanti relativi all’utilità e alla spendibilità del titolo universitario nel mercato del lavoro. Questo indicatore è il risultato della combinazione delle risposte alle domande relative alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto e del livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi25. Già a un anno dalla laurea l’efficacia risulta complessivamente buona: è almeno abbastanza efficace per 78 laureati su cento, in particolare tra i laureati del gruppo medico (98 per cento), insegnamento (89,7) e scientifico (81,4).

Come era immaginabile, per i laureati impegnati solo nell’attività lavorativa il titolo acquisito risulta più efficace di quanto risulti ai loro colleghi impegnati in attività di studio e di lavoro. Infatti, per i primi la laurea risulta essere almeno abbastanza efficace per 83 laureati su cento, con ben 17 punti percentuali in più rispetto a coloro che stanno frequentando anche la specialistica.

Non vi sono invece differenze significative dovute alla prosecuzione o meno del lavoro iniziato prima della laurea. Il titolo risulta più efficace per gli uomini che per le loro colleghe (81,5 e 74,3, rispettivamente) e questo si verifica all’interno di ciascun gruppo, ove le numerosità permettano i confronti.

Laureati di primo livello: efficacia della laurea ad un anno per genere e iscrizione alla specialistica [Fig. Laureati di primo livello: efficacia della laurea ad un anno per genere e iscrizione alla specialistica]

Torna all'indice del capitolo2.6 QUALITÀ DEL LAVORO SVOLTO

La valutazione della qualità del lavoro svolto è ottenuta combinando tra loro diversi elementi: oltre alle due componenti dell’indice di efficacia -il grado di necessità del titolo acquisito e il livello di utilizzazione delle competenze apprese con gli studi universitari– sono stati considerati anche la natura del contratto di lavoro e la soddisfazione per l’attività lavorativa svolta26. Come per i laureati pre-riforma, anche per i laureati di primo livello le valutazioni sulla qualità del lavoro svolto (complessivamente 69 su una scala 0-100) dipendono dal percorso formativo compiuto. I laureati dei gruppi medico e insegnamento svolgono attività lavorative che considerano di maggior qualità (85 e 73, rispettivamente) mentre, all’estremo opposto, quelli dei gruppi geo-biologico, letterario e psicologico attribuiscono valori più modesti che oscillano tra 46 e 54 su 100.

Naturalmente la prosecuzione della formazione con la laurea specialistica riduce sensibilmente la qualità del lavoro che viene svolto contemporaneamente. Nella loro valutazione i neo-dottori che svolgono esclusivamente un’attività lavorativa apprezzano il lavoro svolto molto di più di quanto non avvenga fra gli studenti-lavoratori (73 contro 62). Il differenziale è particolarmente accentuato nel gruppo ingegneria (73 e 58, rispettivamente).

Non si riscontrano invece differenze di genere nelle valutazioni sulla qualità del lavoro svolto.

Laureati di primo livello: qualità del lavoro ad un anno per genere e iscrizione alla specialistica [Fig. Laureati di primo livello: qualità del lavoro ad un anno per genere e iscrizione alla specialistica]


Torna all'indice del capitolo2.7 LAUREATI PRE E POST-RIFORMA: L’INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO

L’interesse a valutare il differente apprezzamento dei laureati di vecchio e nuovo ordinamento da parte del mercato del lavoro e i principali aspetti che ne caratterizzano l’accesso, non deve far dimenticare che la comparazione avviene fra due popolazioni di laureati diverse per obiettivi, formazione, durata degli studi, ma anche per la diversa notorietà dei titoli e della loro spendibilità in ambito lavorativo. I riscontri sul mercato del lavoro resi possibili dall’attività di AlmaLaurea confermano un livello diffuso di disorientamento e di scarsa conoscenza anche solo degli aspetti formali dei titoli introdotti dalla Riforma fra gli operatori del mondo del lavoro. Un’analisi puntuale deve comunque essere posta al riparo da ogni possibile elemento di disturbo, soprattutto dalla diversa incidenza della prosecuzione di un’attività lavorativa iniziata prima della laurea. Una preoccupazione non solo teorica se si pensa che, nell’attuale fase di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento di cui più volte si sono precisati i contorni, fra i laureati di primo livello del 2004 occupati ad un anno dalla conclusione degli studi, quasi la metà (49 per cento) prosegue l’attività lavorativa iniziata prima della laurea. Fra i laureati del vecchio ordinamento del medesimo anno il fenomeno invece, seppure consistente, coinvolge il 27 per cento dei laureati occupati. Per questi motivi approfondimenti rigorosi volti a monitorare la risposta del mercato del lavoro dovrebbero guardare alle sole popolazioni che hanno iniziato a lavorare una volta acquisita la laurea, con l’ulteriore delimitazione alle popolazioni impegnate esclusivamente nell’attività lavorativa; non considerando quindi i laureati che pur lavorando proseguono anche gli studi. Si tratta di collettivi di non sempre agevole individuazione e comunque di ben diversa consistenza fra i laureati del vecchio ordinamento e quelli di primo livello.

Il tasso di occupazione, che come si è visto precedentemente risulta sostanzialmente identico per il complesso delle due popolazioni indagate (54 per cento, circa), ricalcolato limitatamente ai laureati che non lavoravano al momento della laurea risulta pari al 44 per cento per i laureati pre-riforma e al 33 per cento per i loro colleghi di primo livello. Parallelamente, la quota di coloro che si dichiarano in cerca di occupazione riguarda, rispettivamente, il 31 e il 18 per cento. La spiegazione di tutto ciò sta, ovviamente, nel diverso tasso di prosecuzione degli studi, di gran lunga più elevato fra i laureati di primo livello che non lavoravano alla laurea (il 55 per cento dei quali risulta iscritto alla specialistica).

Le difficoltà e le cautele che più sopra sono state evidenziate, con i limiti interpretativi connessi, trovano puntuale conferma nei risultati dell’analisi compiuta sul complesso della popolazione che non lavorava al momento della laurea, senza distinguere chi lavora e chi, contemporaneamente, lavora e studia. Per chi lavora soltanto infatti, ovviamente, stabilità, guadagno, qualità del lavoro svolto risultano più favorevoli. Verosimilmente, si tratta delle stesse motivazioni che sono alla base dei migliori risultati riscontrati fra i laureati pre-riforma in termini di stabilità, guadagno, qualità del lavoro nel confronto con i loro colleghi di primo livello.

Condizione occupazionale ad un anno: confronti [Fig. Condizione occupazionale ad un anno: confronti]


Torna all'indice del capitolo 3. TENDENZE E CARATTERISTICHE DELL’OCCUPAZIONE DEI LAUREATI PRE-RIFORMA

3.1 SI CONTRAE L’OCCUPAZIONE DEI LAUREATI PRE-RIFORMA AD UN ANNO: 53,7 PER CENTO (ERA IL 54,2 PER I LAUREATI DEL 2003, 54,9 PER QUELLI DEL 2002)
3.2 LIEVE AUMENTO DEI LAUREATI IN CERCA DI OCCUPAZIONE (0,3 PUNTI PERCENTUALI IN PIÙ RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE)
3.3 FORMAZIONE POST-LAUREA: CONTINUA A RIGUARDARE DUE TERZI DEI LAUREATI (68 PER CENTO)
3.4 AUMENTA IL NUMERO DI OCCUPATI A TRE ANNI DALLA LAUREA: SONO 74 SU CENTO (+0,9 PUNTI PERCENTUALI RISPETTO ALL’INDAGINE DELL’ANNO PRECEDENTE)
3.5 STABILE RISPETTO ALLA PRECEDENTE RILEVAZIONE L’OCCUPAZIONE A 5 ANNI DALLA LAUREA: RIGUARDA 86 LAUREATI SU CENTO
3.6 DIFFERENZE DI GENERE
3.7 DIFFERENZE TERRITORIALI
3.8 LA DISPONIBILITÀ A EFFETTUARE TRASFERTE PREMIA L’OCCUPAZIONE
3.9 MODALITÀ E TEMPI DI INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO
3.10 AD UN ANNO DALLA LAUREA SONO STABILI 39 LAUREATI SU CENTO (-2 PUNTI RISPETTO ALLA PRECEDENTE RILEVAZIONE)
3.11 A CINQUE ANNI DALLA LAUREA SONO STABILI 73 LAUREATI SU CENTO (UN PUNTO PERCENTUALE IN MENO RISPETTO ALLA RILEVAZIONE DEL 2004)
3.12 POSIZIONE PROFESSIONALE DEI LAUREATI
3.13 DOVE LAVORANO I LAUREATI (RAMO DI ATTIVITÀ)
3.14 GUADAGNO MENSILE NETTO DEI LAUREATI: AD UN ANNO 997 EURO, A TRE ANNI 1.151, A CINQUE 1.333
3.15 EFFICACIA DELLA LAUREA NELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA
3.16 QUALITÀ DELL’OCCUPAZIONE
3.17 BUONA LA SODDISFAZIONE PER IL LAVORO SVOLTO, CHE AUMENTA TRA UNO E CINQUE ANNI

Torna all'indice del capitolo 3.1 SI CONTRAE L’OCCUPAZIONE DEI LAUREATI PRE-RIFORMA AD UN ANNO: 53,7 PER CENTO (ERA IL 54,2 PER I LAUREATI DEL 2003, 54,9 PER QUELLI DEL 2002)

Rispetto alle precedenti indagini i principali indicatori utilizzati per l’analisi degli esiti occupazionali dei laureati, dopo una necessaria operazione di riproporzionamento che meglio definisce i primi risultati inviati a metà dicembre ai Rettori delle università aderenti ad AlmaLaurea, sembrano evidenziare il tendenziale esaurirsi del periodo più critico registrato negli ultimi anni dal mercato del lavoro dei laureati. I segnali che si registrano riguardanti l’occupazione e la disoccupazione dei laureati, infatti, anche di segno opposto, non sembrano dovuti soltanto alla diversità delle definizioni adottate. Ciò che in tutti i casi risulta in modo inequivocabile è l’aumento progressivo della quota di laureati che prosegue la formazione.

La percentuale di occupati ad un anno dal conseguimento del titolo, adottando la definizione ISTAT utilizzata nell’indagine sulla condizione occupazionale dei laureati (che esclude fra gli occupati i laureati in formazione anche se retribuita), si riduce nell’ultima rilevazione di 0,5 punti percentuali (dal 54,2 fra i laureati del 2003 al 53,7 fra quelli del 2004), mentre in corrispondenza aumenta di 0,3 punti percentuali la quota di laureati che si dichiarano in cerca di lavoro (dal 25,8 al 26,1 per cento, rispettivamente).

A tre anni dal conseguimento del titolo, secondo la stessa definizione, l’occupazione è aumentata nell’ultima rilevazione di quasi un punto percentuale, passando dal 72,9 fra i laureati del 2001 al 73,8 fra quelli del 2002. A cinque anni dalla laurea, l’occupazione resta sostanzialmente stazionaria (era 86,4 fra i laureati del 1999, è diventata 86,3 fra quelli del 2000).

Adottando invece la definizione ISTAT utilizzata per l’indagine sulle Forze di Lavoro (che comprende fra gli occupati anche coloro che sono in formazione retribuita) si registra la sostanziale stabilità del tasso di occupazione negli ultimi anni, sia ad un anno che a cinque anni dalla conclusione degli studi. Stabilità esclusivamente dovuta alla quota crescente di laureati che resta in formazione retribuita.

Un ulteriore, importante, elemento di riflessione è fornito dall’analisi del tasso di disoccupazione (calcolato sulla base della definizione di disoccupato adottata dall’ISTAT nell’Indagine sulle Forze di lavoro27). Disoccupazione che nell’arco dell’ultimo anno fa registrare una contrazione sia ad uno che a tre anni dalla laurea (-1,5 punti per entrambi) e una sostanziale stazionarietà dopo cinque anni. È certo che tale contrazione non dipende dalla variazione della consistenza delle forze di lavoro tra i laureati ad un anno, che in ogni caso registrano una diminuzione di 1,3 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione (segnale preoccupante alla luce degli obiettivi fissati nel 2000 dalla Strategia di Lisbona!)28.

Anche in questo caso la spiegazione della diminuzione del peso delle forze di lavoro sembra ritrovarsi, almeno in parte, nella quota di laureati che proseguono la propria formazione post-laurea, seppure privi di specifiche forme retributive.

Andamento dell’occupazione nei diversi atenei. Un’analisi completa non può prescindere dal diverso dinamismo dei mercati regionali e dalla diversa composizione della popolazione laureata per ateneo e residenza. In termini occupazionali il risultato complessivo delle singole università è funzione della loro diversa composizione per facoltà, del differente peso relativo di ciascuna di esse e della diversa dinamica occupazionale dei singoli percorsi di studio. La complessiva contrazione dell’occupazione ad un anno dall’acquisizione del titolo, seppure meno marcata rispetto all’anno precedente, coinvolge 13 atenei dei 27 indagati anche l’anno precedente. In 8 atenei, però, tale contrazione supera i 2 punti percentuali. Analoghe considerazioni possono essere avanzate con riferimento agli atenei che mostrano segni di ripresa: questi segnali riguardano 14 atenei, ma in 8 di questi l’aumento del tasso di occupazione supera i 2 punti percentuali. Questa ripresa, talvolta flebile, riguarda tanto gli atenei del Nord quanto quelli del Sud (in 5 atenei meridionali dei 9 considerati si registra qualche cenno di ripresa). Resta pur sempre vero che nella maggior parte degli atenei meridionali si rileva un modesto tasso di occupazione29

Proseguono il lavoro iniziato prima della laurea 27 laureati su cento. Analogamente allo scorso anno, fra i laureati che risultano occupati ad un anno dall’acquisizione del titolo, in realtà 27 su cento proseguono l’attività intrapresa prima della laurea30. Ciò avviene soprattutto per i laureati dei gruppi giuridico (46 per cento), psicologico (44), letterario (40), insegnamento (39) e politico-sociale (32). Si tratta di un’area alimentata prevalentemente da studenti non più giovanissimi, dipendenti soprattutto del settore pubblico che, con l’acquisizione del titolo, puntano non solo a migliorare la propria preparazione professionale ma ad ottenere anche avanzamenti di carriera e miglioramenti nella propria attività lavorativa (miglioramenti che si registrano infatti per il 38 per cento del collettivo esaminato)31.

Andamento dell’occupazione per gruppi di corsi di laurea. Ad un anno dall’acquisizione del titolo l’occupazione varia molto in funzione del gruppo disciplinare. Se si tralasciano i percorsi di studio (medico, giuridico e scientifico, soprattutto) in cui l’ingresso nel mercato del lavoro è ritardato per l’ulteriore formazione necessaria all’esercizio della professione, il massimo di occupazione si registra fra i laureati in ingegneria (76 per cento sostanzialmente stabile rispetto alla precedente rilevazione). In numerosi percorsi di studio le difficoltà occupazionali risultano lievemente accresciute rispetto all’anno passato (la contrazione più consistente, pari a 2 punti percentuali, si registra nel Chimico-farmaceutico); in quattro percorsi di studio si rileva invece qualche segnale di ripresa (Insegnamento +4 per cento; Psicologico +1,8; Letterario +1; Linguistico +0,9).

Occupazione secondo la definizione dell’indagine ISTAT sulle Forze di lavoro. L’indagine AlmaLaurea, analogamente a quella ISTAT sulla condizione occupazionale dei laureati, come si è già detto non considera occupati coloro che sono impegnati in attività di formazione post-laurea, anche se retribuite (di fatto, specializzandi, tirocinanti, dottorandi). Categorie che sono invece considerate occupate adottando la definizione che l’ISTAT stesso utilizza nelle indagini sulle Forze di Lavoro32. Secondo questa definizione meno restrittiva di “occupato”, il tasso di occupazione si dilata di quasi 15 punti percentuali (68,6 anziché 53,7 per cento).

Adottando, opportunamente, la definizione meno restrittiva, soprattutto quando si analizza la situazione di percorsi con alti tassi di prosecuzione degli studi, l’occupazione risulta sostanzialmente stabile negli ultimi tre anni di rilevazione (68,5 e 68,6 per cento per le generazioni del 2003 e 2002, rispettivamente). Facendo riferimento a quest’ultima definizione gli occupati fra i neo-medici aumentano di oltre 51 punti percentuali (passando dal 31 all’82 per cento); nell’indirizzo scientifico l’occupazione sale di quasi 24 punti percentuali; fra i laureati del gruppo geo-biologico l’aumento è di 23 punti. L’utilizzazione di una definizione meno restrittiva determina un consistente incremento degli occupati anche fra i laureati in Giurisprudenza (dal 25 al 47 per cento).

Evoluzione della quota che lavora ad un anno [Fig. Evoluzione della quota che lavora ad un anno]

Evoluzione del tasso di occupazione ad un anno (def. ISTAT-Forze di Lavoro) [Fig. Evoluzione del tasso di occupazione ad un anno (def. ISTAT-Forze di Lavoro)]

Condizione occupazionale ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Occupazione ad un anno per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione ad un anno per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro]

Prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea ad un anno per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.2 LIEVE AUMENTO DEI LAUREATI IN CERCA DI OCCUPAZIONE (0,3 PUNTI PERCENTUALI IN PIÙ RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE)

In concomitanza con il calo del tasso di occupazione si è rilevato negli ultimi anni un aumento consistente della quota di laureati in cerca di un impiego, anche se quest’anno, per la prima volta negli ultimi tre anni, l’aumento risulta contenuto: dal 20,1 fra i laureati del 2001, al 24 per cento dell’anno successivo, al 25,8 per cento fra i laureati del 2003 fino al 26,1 per la generazione più recente.

Portata reale della disoccupazione. D’altra parte l’ammontare di quanti sono in cerca di occupazione non si identifica tout court con la disoccupazione che, per essere tale, secondo l’indagine dell’ISTAT sulle Forze di lavoro, presuppone, tra l’altro, almeno un’azione di ricerca attiva del lavoro nelle quattro settimane precedenti l’intervista e la disponibilità ad iniziare l’attività lavorativa nelle due settimane successive33.

Così definito il tasso di disoccupazione ad un anno raggiunge il 17,3 per cento fra i laureati del 2004 e risulta quest’anno per la prima volta, dopo anni di crescita ininterrotta, in calo rispetto alle precedenti rilevazioni (-1,5 punti percentuali rispetto alla generazione del 2003).

Tendenza analoga si riscontra anche a tre anni dalla conclusione degli studi; i laureati del 2002 risultano infatti disoccupati nella misura del 7,4 per cento (contro l’8,9 per cento dei laureati del 2001).

Naturalmente l’analisi dell’evoluzione compiuta dalla generazione dei laureati 2000 mostra come il tasso di disoccupazione subisca, anno dopo anno, un deciso ridimensionamento, passando dal 15,4 per cento a un anno ad un più “fisiologico” 4,3 per cento a cinque anni dalla conclusione degli studi (in linea con il valore registrato, nel medesimo intervallo di tempo, dalla generazione precedente).

Evoluzione della quota in cerca di lavoro ad un anno [Fig. Evoluzione della quota in cerca di lavoro ad un anno]

Tasso di disoccupazione a confronto (def. ISTAT-Forze di Lavoro) [Fig. Tasso di disoccupazione a confronto (def. ISTAT-Forze di Lavoro)]


Torna all'indice del capitolo 3.3 FORMAZIONE POST-LAUREA: CONTINUA A RIGUARDARE DUE TERZI DEI LAUREATI (68 PER CENTO)

Ad un anno dal conseguimento del titolo aumenta, seppur non in maniera significativa, la quota di laureati che prosegue la formazione (praticamente invariata rispetto a due anni fa). Ma la formazione rimane comunque su livelli elevati in quanto interessa 68 laureati su cento; 54 su cento tra gli occupati e ben 85 su cento tra i non occupati, con un’incidenza diversa a seconda del percorso formativo compiuto.

Le componenti principali che caratterizzano questa domanda formativa sono costituite dal tirocinio finalizzato all’iscrizione ad un albo professionale (29,5 per cento), da corsi di lingua o informatica (20,8 per cento), dallo stage in azienda (17,2 per cento), dalla collaborazione volontaria non retribuita con docenti o professionisti (15,6 per cento).

Evoluzione della quota in formazione ad un anno [Fig. Evoluzione della quota in formazione ad un anno]

Condizione occupazionale ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.4 AUMENTA IL NUMERO DI OCCUPATI A TRE ANNI DALLA LAUREA: SONO 74 SU CENTO (+0,9 PUNTI PERCENTUALI RISPETTO ALL’INDAGINE DELL’ANNO PRECEDENTE)

Se il dilatarsi del tempo di ingresso nel mercato del lavoro ha agito sui laureati pre-riforma del 2004 coinvolti nell’indagine a un anno dalla laurea, a tre anni dal conseguimento del titolo, invece, si registra qualche segnale di ripresa. Si è riscontrato, infatti, un aumento rispetto all’analoga indagine dello scorso anno (da 72,9 a 73,8 per cento). Inoltre, è altrettanto vero che l’occupazione per i laureati del 2002 si è dilatata di circa 19 punti percentuali rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo.

Il confronto con l’unica indagine nazionale disponibile, evidenzia che il tasso di occupazione rilevato dall’ISTAT nel 2004 (su un campione di laureati del 2001) è inferiore di 1 punto rispetto a quello accertato dall’indagine AlmaLaurea nel medesimo anno di rilevazione, e praticamente uguale al dato AlmaLaurea più recente34.

Ad esclusione dei laureati dei percorsi ad alta formazione post-laurea, quasi tutti gli altri percorsi di studio vedono l’occupazione su valori decisamente superiori alla media (e tra l’altro generalmente in aumento rispetto alla rilevazione dell’anno passato), alcuni (architettura e ingegneria soprattutto) addirittura prossimi alla piena occupazione.

L’occupazione a tre anni, secondo la definizione dell’indagine sulle Forze di lavoro, riguarda 84 laureati su cento. Anche in questo caso la definizione di “occupato” adottata (con le sottolineature già evidenziate illustrando i risultati dell’occupazione ad un anno dalla laurea) ha un rilievo non trascurabile. Se si considerano occupati anche quanti sono impegnati in attività di formazione retribuita il tasso di occupazione lievita di altri dieci punti percentuali raggiungendo complessivamente il valore di 83,6 (un punto percentuale in più rispetto alla rilevazione dell’anno precedente). Beneficiano di questo incremento soprattutto i laureati di alcuni gruppi di corsi di laurea ad alta formazione post-laurea: in particolare i gruppi medico (che vede il tasso di occupazione lievitare da 37,7 a 95,6), geo-biologico (da 65,6 a 87,1), scientifico (da 64,9 a 85,9). I laureati del gruppo giuridico, che registrano un incremento di circa 4 punti percentuali, restano in assoluto quelli con il tasso di occupazione, a tre anni dalla laurea, più basso: 60,3 per cento. Concorrono a questo risultato più circostanze, tra cui certamente la conclusione del periodo di tirocinio e praticantato, verosimilmente appena avvenuta.

Condizione occupazionale a confronto [Fig. Condizione occupazionale a confronto]

Condizione occupazionale a tre anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale a tre anni per gruppi di corsi di laurea]

Occupazione a tre anni per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione a tre anni per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro]


Torna all'indice del capitolo 3.5 STABILE RISPETTO ALLA PRECEDENTE RILEVAZIONE L’OCCUPAZIONE A 5 ANNI DALLA LAUREA: RIGUARDA 86 LAUREATI SU CENTO

L’occupazione, a cinque anni dal conseguimento del titolo, si è estesa complessivamente a 86 laureati su cento, con un incremento rispetto all’indagine (sul medesimo collettivo) ad un anno dal conseguimento del titolo di quasi 29 punti percentuali. Tale incremento ha coinvolto i laureati in misura differente e risulta particolarmente apprezzabile per i gruppi giuridico (il numero di occupati è salito di 57 punti, passando dal 26 all’83 per cento), medico (oltre 39 punti percentuali in più, dal 23 al 62 per cento), psicologico (+28 punti percentuali, dal 62 al 91 per cento).

Per i laureati dei gruppi ingegneria (occupati al 96,6 per cento), architettura (94,2), psicologico (90,7) e politico-sociale (90,3) a 5 anni si può parlare di piena occupazione. Rimane comunque assai elevata la quota di laureati in medicina che prosegue la formazione post laurea: 26 per cento. Rispetto alla rilevazione dell’anno precedente, l’occupazione risulta sensibilmente in aumento per i laureati dei gruppi medico (+7,1 punti percentuali) e agrario (+4,7), mentre è in lieve diminuzione nei gruppi giuridico e scientifico (-2,9 e -2,2 punti percentuali, rispettivamente).

Estensione dell’indagine a cinque anni dalla laurea.> Da alcuni anni, le evidenze empiriche emerse nelle indagini di AlmaLaurea hanno suggerito di estendere la rilevazione oltre la soglia del triennio post-laurea. È chiaro, infatti, che un’indagine circoscritta ai tre anni successivi alla conclusione degli studi, per quanto approfondita, accentua gli elementi di omogeneità che caratterizzano i primi approcci al mondo del lavoro piuttosto che evidenziarne le differenze. L’ampliamento dell’intervallo temporale di osservazione consente, invece, di analizzare la reale portata del valore aggiunto formazione post-laurea nell’accesso alle posizioni lavorative più ambite dal laureato e più richieste dai settori avanzati del sistema economico del Paese, oltre che restituire un’immagine più nitida dell’efficacia esterna dei differenti percorsi formativi35.

L’estensione dell’indagine a 5 anni ha consentito inoltre di continuare ad esplorare due pianeti rimasti a lungo semisconosciuti: quello dei laureati del gruppo giuridico, che fra il terzo ed il quinto anno vedono passare, nella generazione del 2000, la loro quota di occupati dal 56,1 all’83,4 per cento e quello del gruppo medico per il quale, nello stesso intervallo di tempo, l’occupazione cresce dal 32 al 62,3 per cento. Fra questi ultimi, come si è visto, rimane ancora assai elevata la quota che, a 5 anni, prosegue la formazione post-laurea: 26,2 per cento. Ciò dipende soprattutto dalla lunga durata delle scuole di specializzazione ma anche dal tempo occorrente per esservi ammessi. L’adozione della definizione di occupato dell’indagine Forze di Lavoro fa lievitare complessivamente la quota di occupati da 86 a 90 laureati su cento e la quota di medici che lavorano al 95 per cento (+33 punti percentuali).

Condizione occupazionale a confronto [Fig. Condizione occupazionale a confronto]

Condizione occupazionale ad un anno dei laureati 2000 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno dei laureati 2000 per gruppi di corsi di laurea]

Condizione occupazionale a tre anni dei laureati 2000 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale a tre anni dei laureati 2000 per gruppi di corsi di laurea ]

Condizione occupazionale a cinque anni dei laureati 2000 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale a cinque anni dei laureati 2000 per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.6 DIFFERENZE DI GENERE

Ad un anno dalla laurea, le differenze in termini occupazionali fra uomini e donne risultano già significative (8 punti in termini percentuali: lavorano 50 donne e 58 uomini su cento) e si sono accentuate dalle prime due generazioni di laureati indagate ad oggi (per i laureati del 1999 il differenziale ad un anno dalla laurea era pari a 2,7 punti percentuali, per quelli del 2000 pari a 5,1 punti), a conferma che nelle fasi di espansione dell’occupazione il differenziale uomo-donna tende a ridursi, mentre l’affacciarsi di difficoltà occupazionali è a carico, prima di tutto, della componente femminile. È però vero che negli ultimi quattro anni di rilevazione il divario di genere si è lievemente contratto, anche se di soli 0,8 punti percentuali. Ma le differenze di genere in termini occupazionali si accentuano comunque nel medio-lungo periodo: analizzando la generazione dei laureati del 2000, si rileva che a tre anni dal titolo la distanza fra uomo e donna è lievitata fino a 7,4 punti percentuali, e sfiora gli 8 punti percentuali a cinque anni di distanza.

I vantaggi della componente maschile sono confermati nella quasi totalità dei percorsi di studio e per ogni generazione considerata. A cinque anni dalla laurea gli uomini vantano un maggior tasso di occupazione in tutti i gruppi disciplinari, ad eccezione dello psicologico, linguistico e scientifico.

La situazione italiana accomuna anche il mercato del lavoro di molti Paesi europei, tra i quali certamente Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Ungheria. Le donne, infatti, costituiscono frequentemente il gruppo più svantaggiato, rispetto ai colleghi maschi trovano lavoro più tardi e sono rappresentate in quote minime ai livelli alti e nelle gerarchie aziendali e amministrative.

Percepiscono retribuzioni minori rispetto ai maschi e questo avviene a parità di posizione nella professione e di titolo di studio conseguito36.

Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per genere [Fig. Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per genere]

Condizione occupazionale a confronto dei laureati 2000 per genere [Fig. Condizione occupazionale a confronto dei laureati 2000 per genere]

Quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea]

Evoluzione della quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Evoluzione della quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea]

Quota che lavora a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Quota che lavora a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.7 DIFFERENZE TERRITORIALI

In termini occupazionali le differenze Nord-Sud37 sono rimaste sostanzialmente immutate negli ultimi anni, apparentemente senza aver tratto vantaggi nemmeno nelle fasi di crescita economica. Ad un anno dal conseguimento del titolo si confermano infatti sempre superiori ai 21 punti percentuali: tra i laureati del 2004, analogamente alla precedente generazione, si rileva che lavora il 65 per cento dei residenti al Nord e il 41 per cento di quelli al Sud con un differenziale in aumento (24 punti percentuali).

Ne consegue che sono molto elevate le differenze territoriali fra quanti sono alla ricerca di un lavoro. Una realtà che tende a rimanere stabile nel corso degli anni e che continua a riguardare, per la generazione del 2004, più di un terzo dei laureati che risiedono al Sud (e solo 16 laureati su cento residenti al Nord).

Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per residenza alla laurea [Fig. Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per residenza alla laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.8 LA DISPONIBILITÀ A EFFETTUARE TRASFERTE PREMIA L’OCCUPAZIONE

Alcuni specifici approfondimenti, compiuti sia sui laureati ad uno che su quelli a cinque anni dal conseguimento del titolo, sfatano alcuni luoghi comuni e confermano che la disponibilità ad effettuare trasferte risulta premiante in termini occupazionali.

Innanzitutto è interessante rilevare che è davvero contenuta la quota di laureati che, alla vigilia della conclusione degli studi, non si dichiara disponibile a spostarsi per motivi di lavoro (la quota oscilla attorno al 3 per cento sia tra i laureati del 2004 che tra quelli del 2000) ed è composta prevalentemente da donne, dai laureati del gruppo insegnamento e dai residenti al Nord. Oltre 6 laureati del 2004 su 10 sono invece disposti ad effettuare trasferte, anche frequenti (sono 5 su 10 tra quelli del 2000); la restante parte è invece composta da laureati dichiaratisi disposti a trasferte, purché in numero limitato.

La disponibilità a spostarsi, forse anche sinonimo di maggiore intraprendenza, è positivamente correlata al tasso di occupazione, sia ad uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo. Isolando coloro che non lavoravano al momento della laurea, risultano occupati, ad un anno, 46 laureati disponibili a frequenti trasferte su cento, e solo 36 laureati non disponibili a spostarsi. A cinque anni le percentuali salgono all’86 e al 72 per cento, rispettivamente, incrementando ulteriormente il differenziale esistente tra i due collettivi (da 10 a 14 punti percentuali).

Tra l’altro, la relazione evidenziata non risente della composizione per gruppi di corsi di laurea e risulta pertanto confermata, soprattutto a cinque anni ed in misura più o meno accentuata, all’interno della maggior parte dei percorsi di studio.

Torna all'indice del capitolo 3.9 MODALITÀ E TEMPI DI INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO

Modalità di ingresso. L’indagine ha consentito di approfondire i meccanismi d’ingresso nel mercato del lavoro di sei successive generazioni di laureati comprese nell’intervallo di tempo 1999-200438.

Un approfondimento che riguarda le iniziative, coronate da successo, intraprese (entro un anno dalla conclusione degli studi) dai laureati che hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo la laurea.

L’iniziativa personale risulta per tutto l’intervallo considerato la modalità più diffusa per trovare il lavoro: la utilizzano 34 laureati su cento del 2004 (ben 41 laureati su cento tra i laureati del chimico-farmaceutico e “solo” 28 su cento tra quelli del politico-sociale).

Significativo il ricorso all’intermediazione di familiari e di conoscenti per la segnalazione di opportunità lavorative, che ha permesso a 13 neo-laureati su cento di trovare un impiego (canale risultato proficuo a 20 psicologi su cento, meno ai laureati del gruppo chimico-farmaceutico: 9 su cento). In netta ripresa rispetto alle precedenti rilevazioni, purtroppo, la richiesta di essere segnalati a datori di lavoro che, rispetto al precedente “canale di ingresso”, prevede un ruolo passivo del laureato: quest’anno vi hanno fatto ricorso 6 neolaureati su cento (erano la metà cinque anni prima)39.

Nell’intervallo di tempo considerato ha assunto un ruolo sempre maggiore la prosecuzione di stage in azienda (compiuti sia prima che dopo la laurea): tale modalità è passata nell’intervallo considerato dal 6,2 all’11 per cento, e -prescindendo dai laureati in psicologia per ovvi motivi- risulta attualmente molto più diffusa tra i laureati del politico-sociale (15 per cento).

La chiamata da azienda e la risposta ad inserzioni nel corso del periodo considerato tendono a diminuire; attualmente interessano rispettivamente 8 e 6 laureati su cento (rispetto a 10 e 8 della coorte del 1999).

Le agenzie di lavoro interinale e l’avvio di un’attività autonoma stanno assumendo invece un’importanza crescente (seppure complessivamente modesta); al momento coinvolgono entrambi 4 laureati su cento (da 3 dei laureati del 1999).

La partecipazione a concorsi pubblici risulta comprensibilmente poco agevole nei primi dodici mesi successivi alla laurea; unitamente alla scarsità di opportunità occupazionali nel pubblico impiego fa sì che il peso di questa modalità di accesso sia modesto e sia diminuito fra il 1999 ed il 2004 (da 4,5 a 3,5 per cento).

A cinque anni dalla laurea le assunzioni tramite concorso pubblico assumono invece un particolare rilievo e coinvolgono nel complesso 10 occupati su cento. Tale canale è privilegiato dai laureati di alcuni gruppi di corsi (medico, insegnamento, scientifico, letterario) e, conseguentemente, dalle donne più che dagli uomini (11 contro 8 per cento). A cinque anni dal conseguimento del titolo anche l’inizio di un’attività autonoma coinvolge una quota consistente di laureati, 12 per cento, quadruplicata rispetto alla rilevazione ad un anno. Anche a cinque anni l’iniziativa personale resta comunque la modalità maggiormente utilizzata ed è stata utile per 28 occupati su cento.

Con riferimento all’area di lavoro si accentuano a cinque anni le differenze territoriali nel modo di trovare un impiego. In particolare, le maggiori difficoltà economiche del Mezzogiorno si traducono nel frequente ricorso ad attività autonome (20,9 per cento per il Sud e 8 per il Nord, entrambe in calo rispetto all’analoga rilevazione dello scorso anno).

Tempi di ingresso. Analogamente alla precedente rilevazione, l’analisi dei tempi di ingresso nel mondo del lavoro40 è stata effettuata sul collettivo intervistato a cinque anni dal conseguimento del titolo ed è circoscritta ai soli laureati che non erano occupati alla laurea. Si è utilizzato un apposito modello (Cox) che consente di stimare le curve di ingresso nel mercato occupazionale tenendo sotto controllo l’effetto esercitato da un insieme di variabili esplicative41. Attraverso il modello si è infatti appurato che diversi sono gli elementi che influenzano i tempi di ingresso nel mercato del lavoro: la posizione nei confronti degli obblighi di leva, il percorso di studio, l’area di residenza, le esperienze di lavoro compiute durante gli studi e il tipo di lavoro cercato al momento della laurea (pubblico/privato)42.

Il servizio di leva distoglie temporaneamente dal mercato del lavoro gli uomini che al conseguimento del titolo non lo avevano ancora assolto: essi impiegano infatti mediamente 9 mesi per trovare un impiego. Escludendo l’effetto leva, si nota che uomini e donne si inseriscono nel mercato del lavoro in modo del tutto simile, e ciò è confermato anche dai relativi tempi di ingresso (6 mesi per entrambi).

Interessanti spunti di riflessione si traggono anche dall’analisi dei percorsi di ingresso per tipo di studio intrapreso: a medici, geo-biologi e giuristi corrispondono curve di ingresso nel mondo del lavoro nettamente più alte della media (cui corrispondono tempi di inserimento più lunghi), ovviamente a causa degli impegni formativi post-laurea (tirocini, specializzazioni, ecc.). I primi non entreranno nel mercato del lavoro prima di un anno e mezzo dalla laurea (ma comunque entro il primo mese dall’inizio della ricerca di un lavoro), gli altri dovranno attendere invece “solo” un anno. All’estremo opposto, particolarmente rapidi nell’inserirsi nel mercato del lavoro, sono architetti, ingegneri e laureati del gruppo linguistico e insegnamento, con curve di sopravvivenza che scendono rapidamente verso la piena occupazione.

Le maggiori difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro dei laureati residenti al Sud e nelle Isole sono chiaramente identificabili attraverso la corrispondente curva di ingresso, che si mantiene nettamente al di sopra di quella dei residenti al Nord o al Centro: i tempi di ingresso nel mercato del lavoro, di conseguenza, sono pari a 5 mesi per i laureati del Nord, 6 per quelli del Centro e a 9 mesi per quelli del Sud e delle Isole.

Poco apprezzabili, ma comunque significative e probabilmente correlate ad una diversa strategia di approccio al mercato del lavoro, sono le differenze se si considerano le esperienze lavorative compiute durante gli studi universitari: coloro che hanno maturato tali esperienze tendono ad inserirsi nel mercato occupazionale più velocemente rispetto a chi non vanta analoga esperienza, anche se i tempi mediani di ingresso non differiscono in misura significativa.

Evoluzione del canale di ingresso ad un anno [Fig. Evoluzione del canale di ingresso ad un anno]

Canale di ingresso a confronto dei laureati 2000 [Fig. Canale di ingresso a confronto dei laureati 2000]

Tempi di ingresso nel mondo del lavoro  a cinque anni per genere e leva [Fig. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per genere e leva]

Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]

Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per residenza alla laurea [Fig. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per residenza alla laurea]

Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per esp. lavorative durante gli studi [Fig. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per esp. lavorative durante gli studi]

Tempi mediani di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Tempi mediani di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.10 AD UN ANNO DALLA LAUREA SONO STABILI 39 LAUREATI SU CENTO (-2 PUNTI RISPETTO ALLA PRECEDENTE RILEVAZIONE)

Anche per questa ottava indagine solo una parte dei laureati intervistati, soprattutto coloro che per la prima volta si sono affacciati sul mercato del lavoro, è stata interessata dalle modifiche introdotte nel mercato del lavoro dalla cosiddetta Riforma Biagi43. Ciò, nonostante la legge sia entrata in vigore nell’ottobre 2003, perché i tempi della sua attuazione hanno comportato una fase di transizione particolarmente complessa e lunga, in cui assieme alle difficoltà di adottare il nuovo, non ancora completamente definito, si aggiungeva l’impossibilità di riferirsi a figure contrattuali precedenti, oramai escluse dalla normativa.

L’analisi della documentazione ad un anno dalla laurea sembra confermare la complessità di tale transizione ed offre anche qualche spunto interpretativo. Negli ultimi anni, infatti, il tradizionale contrapposto andamento lavoro stabile-lavoro atipico44, che vedeva il crescere dell’uno al contrarsi dell’altro e viceversa, è venuto improvvisamente a cessare nella rilevazione del 2004, per poi ripresentarsi nuovamente nella rilevazione del 2005.

Il lavoro stabile è infatti passato dal 40,8 per cento del primo anno considerato (rilevazione del 2000) ad un massimo del 45,7 per cento l’anno successivo per poi ridiscendere nelle due rilevazioni successive ed oscillare attorno al 40 per cento. Nell’area del lavoro stabile, si rileva che in tutto il periodo considerato restano praticamente invariate le attività autonome (12 per cento circa), mentre sono nuovamente in calo, dopo la consistente ripresa dello scorso anno, i contratti a tempo indeterminato (passati dal 29 per cento fra i laureati del 1999, al 34 fra quelli del 2000, al 26 per quelli del 2002, al 29 e al 27 per cento per le due successive generazioni).

Il lavoro atipico è cresciuto nelle sei rilevazioni considerate di oltre 10 punti percentuali: era pari al 38,3 per cento fra i laureati del 1999, raggiunse un minimo l’anno successivo (37,4 per cento), ed è successivamente cresciuto fino al 48,5 per cento fra i laureati del 2004. Nell’area del lavoro atipico, fra i laureati del 1999 e quelli del 2004 sono lievemente aumentati i contratti di collaborazione (passati dal 23 per cento fra i laureati del 1999 al 25 fra quelli del 2004, anche se con un calo di 2 punti nel primo anno) e, in misura ancor più consistente, quelli a tempo determinato (passati dal 12 al 21 per cento). Tra i laureati del 1999 e quelli del 2004 si è inoltre ridotta significativamente la consistenza dei contratti di inserimento/ formazione e lavoro, scesi dal 14,8 al 4,8 per cento (con una contrazione particolarmente accentuata negli ultimi due anni). Tale diminuzione è certamente dovuta all’inutilizzabilità, fino all’estate del 2004, dei contratti di inserimento (introdotti dalla Riforma Biagi e sostitutivi di quelli di formazione e lavoro), ma probabilmente anche alle recenti modificazioni della normativa fiscale correlata a questo tipo di contratto45.

Preoccupante è infine la continua crescita, particolarmente accentuata nell’ultimo anno, dei lavori senza contratto, passati dal 3,7 per cento al 5,5 al 7,1 fra le generazioni di laureati del 2000, 2003 e 200446. Questa tendenza, allarmante soprattutto in quanto riferita ad un collettivo ad elevato livello di istruzione, dovrebbe suggerire una riflessione sull’efficacia delle politiche di emersione del lavoro irregolare.

Quanta parte della situazione occupazionale dai laureati del 2004 sia dovuta alle mutate condizioni del mercato occupazionale e quanto, invece, all’effetto della Riforma del mercato del lavoro ci pare rimanga questione di non facile soluzione. Anche perché, fino a tutto il 2004, l’influenza della Riforma Biagi pare contenuta, visto che prevedeva un periodo di sperimentazione della durata di 18 mesi, terminato nella primavera del 200547.

Differenze di genere. La stabilità riguarda in misura assai più consistente gli uomini (44,8 per cento degli occupati, quasi 4 punti percentuali in meno rispetto alla precedente rilevazione) che le loro colleghe (34,5 per cento, un punto in meno rispetto alla rilevazione del 2004), ma il differenziale è pressoché interamente imputabile alla diversa presenza del lavoro autonomo nelle componenti maschile e femminile. Mentre infatti il contratto a tempo indeterminato riguarda il 28 per cento circa degli uomini e il 26 per cento delle donne, il lavoro autonomo riguarda, rispettivamente, 16 uomini occupati su cento e quasi 8 donne. La situazione è analoga anche per quanto riguarda i contratti di inserimento e di apprendistato (6 per cento per i maschi, 4 per le femmine)48. Il complesso variegato dei lavori atipici riguarda oltre metà delle donne impegnate in attività lavorative e 44 uomini su cento.

Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno]

Evoluzione della tipologia dell’attività lavorativa ad un anno [Fig. Evoluzione della tipologia dell’attività lavorativa ad un anno]

Tipologia dell’attività lavorativa a confronto [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a confronto]

Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per genere [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per genere]

Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per area di lavoro [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per area di lavoro]


Torna all'indice del capitolo 3.11 A CINQUE ANNI DALLA LAUREA SONO STABILI 73 LAUREATI SU CENTO (UN PUNTO PERCENTUALE IN MENO RISPETTO ALLA RILEVAZIONE DEL 2004)

Tra i laureati del 2000 coinvolti nell’indagine longitudinale a cinque anni dalla laurea risultano stabili 73 occupati su cento (con un calo di circa un punto percentuale rispetto alla precedente rilevazione); 27 punti percentuali in più rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo49. Il grande balzo in avanti è dovuto in particolar modo all’aumento dei contratti a tempo indeterminato che sono lievitati di 15 punti percentuali, raggiungendo il 49 per cento degli occupati a cinque anni. Il lavoro autonomo è passato dal 12 al 24 per cento (guadagnando così 12 punti percentuali). Nel quinquennio si riducono corrispondentemente le quote di lavoro atipico (dal 37,4 al 24,9 per cento), i contratti di formazione lavoro (contratti di inserimento nella legge Biagi) che di fatto scompaiono, scendendo dal 12 all’1 per cento, e l’attività lavorativa senza contratto (dal 4 all’1 per cento). Rispetto alla rilevazione del 2004 il lavoro atipico a cinque anni è aumentato di oltre un punto percentuale.

A cinque anni dal conseguimento del titolo il differenziale in termini di stabilità fra maschi e femmine risulta ulteriormente ampliato e pari a circa 13 punti percentuali e, anche in questo caso, quasi completamente a carico del lavoro autonomo, più diffuso fra i maschi.

A cinque anni dal titolo, i laureati dei gruppi ingegneria, chimico-farmaceutico, giuridico ed economico-statistico hanno i livelli più elevati di stabilità, che raggiungono o superano la soglia dell’80 per cento degli occupati. Ancora da realizzare invece la stabilità per i laureati dei gruppi letterario, medico geo-biologico e linguistico, con tassi di stabilità che non raggiungono il 60 per cento degli occupati.

Dalla instabilità alla stabilità. Interessanti elementi di riflessione emergono dall’esame dell’evoluzione della stabilità nell’intervallo fra 1 e 5 anni dal conseguimento del titolo. Di seguito vengono tratteggiati la direzione e la consistenza dei principali flussi.

Considerando la generazione dei laureati del 2000 che ad un anno dalla laurea avevano già raggiunto la stabilità, a cinque anni di distanza permangono nella condizione di lavoro stabile nell’86 per cento dei casi.

I contratti atipici continuano a riguardare -anche a cinque anni dalla laurea- il 33 per cento di coloro che avevano tale contratto ad un anno e diventano invece contratti stabili per il 56 per cento degli occupati. Tuttavia ci sono 10 laureati su cento che dopo cinque anni dal contratto atipico passano ad una situazione di non lavoro.

I contratti di inserimento/formazione lavoro e apprendistato si sono quasi totalmente trasformati in contratti stabili (87 per cento dei casi) e parzialmente sono diventati atipici (9 per cento).

Poco meno della metà di coloro che ad un anno dalla laurea non lavoravano sono riusciti nell’arco del quinquennio a raggiungere la stabilità (47,3 per cento, in calo rispetto alla rilevazione del 2004), ma permangono ancora 27 laureati su cento che entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti atipici e 23 su cento che ancora dopo cinque anni continuano a non lavorare (buona parte alla ricerca attiva di un lavoro, soprattutto tra giuristi e medici).

Anche coloro che ad un anno dalla laurea avevano dichiarato di lavorare senza un contratto, nel quinquennio in parte riescono ad avere contratti stabili e in parte giungono a contratti atipici (rispettivamente 53 e 28 per cento)50.

Differenze territoriali. Sia ad uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo risultano più diffuse al Sud le attività autonome, sviluppatesi come possibile risposta alle note difficoltà occupazionali. Ad un anno dalla laurea svolgono un lavoro in proprio, infatti, 10 occupati su cento che lavorano al Nord e 17 occupati (3 punti percentuali in più rispetto alla rilevazione dell’anno precedente) al Sud. A cinque anni tali quote crescono ulteriormente fino ad assestarsi a 20 e 33 per cento, rispettivamente. Proprio per questo, complessivamente, a cinque anni dalla laurea le differenze territoriali, in termini di stabilità del lavoro svolto, sono meno accentuate di quanto si potesse immaginare: svolge un lavoro stabile il 75 per cento degli occupati al Nord e il 71 per cento di quelli che lavorano al Sud (l’anno precedente le percentuali erano, rispettivamente, 76 e 70 per cento). Anche il lavoro atipico coinvolge in misura simile gli occupati al Nord e quelli al Sud (23 e 26 per cento, rispettivamente).

Tipologia dell’attività lavorativa a confronto [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a confronto]

Tipologia dell’attività lavorativa a confronto dei laureati 2000 [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a confronto dei laureati 2000]

Laureati 2000 intervistati ad uno e a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità contrattuale [Fig. Laureati 2000 intervistati ad uno e a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità contrattuale]

Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per genere [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per genere]

Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per area di lavoro [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per area di lavoro]


Torna all'indice del capitolo 3.12 POSIZIONE PROFESSIONALE DEI LAUREATI

È evidente che ad un anno dalla laurea l’analisi sulla posizione nella professione deve indurre a più di una cautela, tanto più che il 27 per cento degli occupati lavora proseguendo l’attività iniziata prima della laurea. L’estensione dell’analisi ad un intervallo di tempo più ampio è tanto più indispensabile tenuto conto che gli anni immediatamente successivi all’acquisizione della laurea, oltre alle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro che condizionano le scelte lavorative dei neo-laureati, sono sempre più utilizzati da un consistente numero di giovani per sperimentare l’approccio al mondo del lavoro, come si è già visto, ai più quasi del tutto estraneo.

Ad un anno sono impiegati di alta e media qualificazione 30 occupati su cento (5 punti percentuali in meno rispetto all’analoga rilevazione di un anno fa), altri 8 sono occupati come impiegati esecutivi (secondo le definizioni ISTAT), mentre gli insegnanti (esclusi i docenti universitari) rappresentano l’8,4 per cento del collettivo, dato quest’ultimo in aumento di circa 1 punto rispetto ai laureati del 2003 (2 punti percentuali in più rispetto alla generazione del 2002). Tutte queste professioni, unitamente ai dirigenti/direttivi (che riguardano il 3,6 per cento degli occupati, in crescita di un punto percentuale rispetto alla rilevazione del 2004) e ad altre posizioni di minore diffusione, definiscono sostanzialmente l’area del lavoro dipendente, pari al 55 per cento degli occupati, in diminuzione rispetto alla rilevazione dello scorso anno (57,4 per cento).

Sull’altro versante, caratterizzato dal lavoro autonomo, i liberi professionisti sono il 5,7 per cento, i lavoratori in proprio costituiscono il 4,4 per cento e gli imprenditori l’1,3 (tutti valori analoghi a quelli rilevati l’anno precedente); nel complesso, il 12,5 per cento dei laureati ha trovato un’occupazione autonoma, quota questa rimasta sostanzialmente invariata rispetto alle due rilevazioni precedenti.

Oltre a queste due aree di più consolidata definizione, quella dei collaboratori “atipici” riguarda il 25 per cento circa degli occupati.

Gli uomini, già ad un anno dal conseguimento del titolo, occupano posizioni di più alto livello rispetto alle donne: sono infatti più rappresentati tra i liberi professionisti (8,4 contro 3,6 per cento tra le donne), i lavoratori in proprio (5,3 contro 3,7) e tra i dirigenti/direttivi (5,2 per cento contro 2,4). Le donne, corrispondentemente, sono più numerose tra i collaboratori (26,4 per cento contro 23,2), gli insegnanti (13,2 contro 2,4), gli impiegati esecutivi (9,8 contro 6,4) e i lavoratori senza contratto (8,6 contro 5,1).

Nel quinquennio aumenta in misura consistente l’area del lavoro autonomo, che coinvolge così oltre il 24 per cento degli occupati; ciò è dovuto quasi esclusivamente all’incremento dei liberi professionisti che rappresentano poco meno di un quinto degli occupati (17 per cento, un punto percentuale in meno rispetto alla rilevazione dell’anno precedente). Si riduce nello stesso tempo la percentuale dei collaboratori, che finisce per riguardare poco più di 11 occupati su cento.

Nel lavoro dipendente aumentano, tra uno e cinque anni, i dirigenti/direttivi (dal 3 all’11 per cento) e gli insegnanti (dal 6,1 all’8,9 per cento) mentre, contemporaneamente diminuiscono gli impiegati esecutivi (dal 12,2 al 5,3 per cento). Nel quinquennio le differenze di genere si sono accentuate a favore della componente maschile soprattutto fra i dirigenti/direttivi e i liberi professionisti. Particolare, la situazione dei lavoratori senza contratto che vede dilatarsi ulteriormente la sovra-rappresentazione femminile.

Evoluzione della posizione nella professione ad un anno [Fig. Evoluzione della posizione nella professione ad un anno]

Posizione nella professione ad un anno per genere [Fig. Posizione nella professione ad un anno per genere ]

Posizione nella professione a confronto dei laureati 2000 [Fig. Posizione nella professione a confronto dei laureati 2000]

Posizione nella professione a cinque anni per genere [Fig. Posizione nella professione a cinque anni per genere]


Torna all'indice del capitolo 3.13 DOVE LAVORANO I LAUREATI (RAMO DI ATTIVITÀ)

L’estensione dell’indagine a 5 anni, come più volte evidenziato, ha consentito di apprezzare meglio i percorsi della transizione studi universitari/lavoro, mettendo in luce la tendenza nel tempo ad una maggiore coerenza fra studi compiuti e attività lavorativa.

La prima evidenza empirica che emerge è che tre occupati su quattro lavorano, a cinque anni dalla laurea, nel settore dei Servizi, poco meno di un quinto nell’Industria e solo l’1,3 per cento nell’Agricoltura.

Un ulteriore approfondimento è stato condotto prendendo in esame i settori di attività economica che vedono la presenza di almeno il 70 per cento dei laureati occupati, a cinque anni dalla conclusione degli studi, di ogni gruppo di corsi di laurea.

A cinque anni dalla laurea si verifica una contrazione nel numero di rami dove lavora il 70 per cento degli occupati nei gruppi politico-sociale, geo-biologico e agrario e, in misura più consistente, nel letterario, linguistico e nel giuridico; ciò evidenzia la tendenziale convergenza verso una migliore corrispondenza tra titolo conseguito e sbocco professionale. Tale contrazione non riguarda, invece, i laureati dei gruppi chimico-farmaceutico, ingegneria e insegnamento, per i quali si realizza però un’elevatissima coerenza fin dal primo anno (per ingegneria la coerenza tra titolo conseguito e ramo di attività economica è confermata nell’analisi per corso di laurea).

Il ventaglio delle opportunità occupazionali risulta, al contrario, notevolmente più ampio fin dal primo anno e permane tale anche a cinque anni, per i laureati del gruppo politico-sociale, economico-statistico, geo-biologico e agrario.

L’esistenza di due diversi modi di porsi della formazione universitaria, quella specialistica e quella polivalente, rende complesso stabilire se e in che misura, e per quanto tempo, ciò alimenti maggiori opportunità di lavoro oppure costringa a cercare comunque un’occupazione quale che sia il settore di attività economica.

Ramo di attività economica prevalente ad un anno [Fig. Ramo di attività economica prevalente ad un anno]

Ramo di attività economica ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Ramo di attività economica ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Ramo di attività economica prevalente a cinque anni [Fig. Ramo di attività economica prevalente a cinque anni]

Ramo di attività economica a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Ramo di attività economica a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.14 GUADAGNO MENSILE NETTO DEI LAUREATI: AD UN ANNO 997 EURO, A TRE ANNI 1.151, A CINQUE 1.333

A 12 mesi dalla laurea il guadagno mensile netto dei laureati sfiora i 1.000 euro51, e risulta in crescita rispetto alle precedenti rilevazioni (il guadagno mensile medio è salito quest’anno da 986 a 997 euro, pari a +1,1 per cento); tale incremento non è tuttavia in grado di recuperare la forte contrazione del guadagno registrata tra il 2002 e il 2003 (-4,5 per cento).

L’incremento rilevato quest’anno è in linea con quello più generale registrato dall’ISTAT: le retribuzioni nel nostro Paese sono infatti cresciute nel 2005 del 3,1 per cento (rispetto al 2004), un incremento che non si registrava dal 199752. Sempre secondo l’ISTAT, le retribuzioni degli occupati con elevato livello di istruzione (laurea e titolo post-laurea) risultano più alte rispetto a chi è in possesso di un titolo di studio inferiore: a parità di condizioni, infatti, i laureati guadagnerebbero il 23 per cento in più di chi possiede solo la licenza elementare (contro il 14 per cento in più chi possiede un diploma di scuola secondaria superiore)53

A tre anni dalla laurea il guadagno raggiunge quota 1.151 euro, ed è tutto sommato analogo rispetto alle precedenti rilevazioni (1.167 euro nell’indagine 2002; 1.161 in quella del 2003; 1.142 in quella del 2004).

I laureati del 2000 vedono le proprie retribuzioni aumentare consistentemente, del 15 per cento circa, fra i tre e i cinque anni dalla laurea (da 1.161 e 1.333 euro). Una retribuzione che, a cinque anni dalla laurea, li vede meglio piazzati anche dei loro colleghi del 1999 (1.281 euro).

Analogamente alla precedente rilevazione, guadagni più elevati sono percepiti, a cinque anni dal conseguimento del titolo, dai laureati dei gruppi medico ed ingegneria; all’estremo opposto, si trovano i laureati dei gruppi insegnamento, letterario e, soprattutto, psicologico.

Guadagno ed età alla laurea. Soprattutto a cinque anni dal conseguimento del titolo, infine, si rileva un guadagno mensile netto lievemente maggiore tra chi ha conseguito la laurea in “giovane” età (inferiore a 25 anni): concentrando l’attenzione su coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea, si rileva che i “giovani” guadagnano mediamente 1.340 euro, il 2,5 per cento in più di chi si è laureato più tardi (che percepisce in media 1.307 euro).

Differenze di genere. Ad un anno dalla laurea gli uomini continuano a guadagnare più delle loro colleghe. Un differenziale che, nelle ultime rilevazioni, risulta in crescita e pari quest’anno al 28 per cento (1.136 per gli uomini contro 885 per le donne nella rilevazione più recente; 1.108 euro contro 883 nel 2004).

Tali differenze si confermano, anzi si accentuano, a tre anni dalla conclusione degli studi (il differenziale raggiunge il 29 per cento ed è in crescita rispetto alla precedente rilevazione; 1.315 euro per gli uomini contro 1.017 per le donne) e a cinque anni dal titolo (1.530 contro 1.162 euro). Tra l’altro, l’incremento, rispetto alla precedente rilevazione, del guadagno mensile netto a tre e cinque anni è praticamente tutto a carico della componente maschile.

Differenze di genere contraddistinguono ciascuno dei gruppi di corsi di laurea: l’analisi condotta a cinque anni dall’acquisizione del titolo (e con riferimento ai soli laureati che hanno iniziato l’attuale lavoro dopo la laurea e lavorano a tempo pieno) mette in luce come gli uomini risultino essere costantemente i più favoriti.

A cinque anni dalla laurea, a parità di condizioni, gli uomini risultano avvantaggiati dal punto di vista retributivo rispetto alle colleghe, anche rispetto alla professione svolta54: a identica posizione lavorativa, infatti, le donne guadagnano meno, con percentuali che oscillano dal 9 per cento fra gli impiegati esecutivi al 39 per cento fra gli imprenditori. Differenze di genere si riscontrano anche nell’ambito dell’insegnamento circoscritto alla scuola pubblica, dove peraltro il differenziale sembra almeno in parte riconducibile alla maggiore presenza, nel collettivo indagato da AlmaLaurea, di insegnanti femmine nell’istruzione prescolastica e primaria.

Differenze territoriali. Consistentemente più elevati, a cinque anni dal titolo, i guadagni mensili netti dei laureati (senza distinzione di genere) che lavorano al Nord (1.366 euro) rispetto ai loro colleghi impegnati nelle regioni centrali (1.281 euro) e soprattutto nel Mezzogiorno (1.191 euro).

Anche analizzando l’area di lavoro le donne guadagnano costantemente meno dei loro colleghi uomini, soprattutto al Sud, con un differenziale che oscilla dal 29 per cento (tra gli occupati al Nord) al 33 per cento (al Sud) al 45 per cento (all’estero).

Lavorare all’estero. Un capitolo a parte meriterebbe la componente dei laureati che lavorano all’estero, che rappresentano almeno il 5 per cento degli occupati a cinque anni dal conseguimento del titolo. Una popolazione poco agevole da analizzare vista la più difficile reperibilità di coloro che lavorano lontano dall’Italia, soprattutto della componente laureatasi in Italia ma con cittadinanza estera. Al di là del diverso costo della vita, a cinque anni dalla laurea le retribuzioni all’estero risultano più elevate, di oltre il 40 per cento, di quelle nazionali (1.918 euro contro 1.333). Per quanto la modesta consistenza del collettivo indagato suggerisca il massimo di cautela, è interessante evidenziare come, tra i più folti gruppi di laureati che lavorano all’estero, i laureati del gruppo economico-statistico guadagnino il 60 per cento in più (2.251 contro 1.406 della media del gruppo), i laureati del gruppo politico-sociale il 37 per cento in più (1.887 contro 1.377 della media).

Retribuzioni nei settori pubblico e privato. Gli stipendi netti nel settore privato sono generalmente superiori a quelli percepiti nel pubblico impiego (unica eccezione il dato ad un anno, pari a 979 contro 1.062 euro, perchè influenzato dalla consistente quota di laureati occupati nel pubblico che proseguono l’attività iniziata prima della laurea) e, a cinque anni dalla laurea, risultano superiori dell’8 per cento (1.358 contro 1.259 euro). Una differenza in leggera crescita (di circa un punto) rispetto alla rilevazione 2004.

Pubblico e privato, mentre apprezzano in misura diversa il lavoro maschile, meglio retribuito nel secondo, come noto (+8 per cento; 1.436 del pubblico contro 1.549 euro del privato), sembrano avere un atteggiamento sorprendentemente identico nei confronti del lavoro femminile (confermato anche nelle precedenti rilevazione) che in ambedue i settori non va oltre i 1.170 euro di guadagno mensile netto. Su questo risultato influisce certamente la diffusione del part-time: le laureate occupate a tempo parziale sono meglio retribuite nel pubblico impiego (824 euro contro 767 del privato), mentre quelle che lavorano a tempo pieno percepiscono una retribuzione lievemente maggiore nel privato (1.255 euro, contro 1.249 del pubblico). Da verificare, invece, il peso che sulla diversità di retribuzioni pubblico-privato potrebbero giocare il differente orario di lavoro e il diverso ricorso al lavoro straordinario.

Il settore privato, generalmente più “generoso” in termini di retribuzioni, sembra offrire guadagni meno consistenti per gli occupati del Sud, che percepiscono (a cinque anni) in media 1.173 euro, contro i 1.232 degli occupati del pubblico impiego.

Guadagno e ramo di attività. Analogamente alla rilevazione dell’anno precedente, i settori di attività che a cinque anni dalla laurea offrono le migliori retribuzioni in termini economici sono: la chimica (1.663 euro), la metalmeccanica (1.589 euro), la sanità (1.582 euro), l’elettronica (1.516 euro), il credito (1.507 euro), tutti in aumento rispetto alla precedente rilevazione.

Guadagno per competenze utilizzate e settore di attività. A cinque anni dal conseguimento del titolo coloro che lavorano nell’industria, come ci si poteva attendere, guadagnano il 18 per cento in più rispetto a quanti hanno trovato un impiego nel settore dei servizi (1.520 contro 1.287 euro, rispettivamente). Interessante però sottolineare che, in entrambi i settori, sono i laureati che dichiarano di utilizzare in misura elevata le competenze acquisite all’università che percepiscono le retribuzioni più alte. In particolare, è il settore dei servizi a riconoscere maggiormente la professionalità dei laureati; il differenziale tra coloro che utilizzano in misura elevata le competenze ricevute durante gli studi e quanti non ne fanno assolutamente uso è infatti pari al 21 per cento (i guadagni sono rispettivamente, 1.339 e 1.103 euro), mentre tale differenziale scende al 15 per cento nell’industria (1.543 e 1.336 euro).

Guadagno mensile netto a confronto [Fig. Guadagno mensile netto a confronto]

Evoluzione del guadagno mensile netto ad un anno per genere [Fig. Evoluzione del guadagno mensile netto ad un anno per genere]

Guadagno mensile netto ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea]

Guadagno mensile netto a tre anni per genere [Fig. Guadagno mensile netto a tre anni per genere]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere]

Guadagno mensile netto a confronto dei laureati 2000 per genere [Fig. Guadagno mensile netto a confronto dei laureati 2000 per genere]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e posizione nella professione [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e posizione nella professione]

Guadagno mensile netto a cinque anni per area di lavoro [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per area di lavoro]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e area di lavoro [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e area di lavoro]

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e settore [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e settore]

Guadagno mensile netto a cinque anni per settore e area di lavoro [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per settore e area di lavoro]

Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo di attività economica [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo di attività economica]

Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo e utilizzazione competenze [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo e utilizzazione competenze]


Torna all'indice del capitolo 3.15 EFFICACIA55 DELLA LAUREA NELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA

L’efficacia risulta già ad un anno dalla laurea complessivamente buona (è almeno abbastanza efficace per 82 laureati del 2004 su cento); dopo alcuni anni di sostanziale invarianza dei valori dell’indice, l’efficacia risulta negli ultimi quattro anni di rilevazione tendenzialmente in calo (-3,6 punti percentuali dalla rilevazione del 2002 ad oggi).

Soprattutto, e fin dall’inizio, l’efficacia è particolarmente accentuata per i laureati dei gruppi medico (97,5, il cui numero di occupati è però molto contenuto ad un anno dal conseguimento del titolo), ingegneria (94,7), chimico-farmaceutico (94,3), e architettura (92,0).

Negli anni successivi al completamento degli studi l’efficacia, pur se significativamente elevata già dopo il primo anno, tende ad aumentare di qualche punto percentuale, e ciò avviene soprattutto per effetto del migliore apprezzamento dato dai laureati dei gruppi di corsi che assicurano una formazione polivalente, meno specialistica56. Per i laureati del 2000 (ma una tendenza analoga si registra anche per la precedente generazione del 1999), infatti, i valori di efficacia aumentano di quasi 6 punti percentuali tra il primo e il quinto anno: il titolo risultava almeno abbastanza efficace per 86 laureati su cento ad un anno dal conseguimento del titolo e raggiunge ben 91 laureati su cento a cinque anni.

Utilizzazione competenze a confronto [Fig. Utilizzazione competenze a confronto]

Efficacia della laurea a confronto [Fig. Efficacia della laurea a confronto]

Efficacia ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Efficacia ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Efficacia a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Efficacia a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.16 QUALITÀ57 DELL’OCCUPAZIONE

Le valutazioni sulle condizioni lavorative già ad un anno dal conseguimento del titolo, sono particolarmente buone. La qualità, già su valori elevati, si è mantenuta sostanzialmente costante negli ultimi sei anni di rilevazione tra i valori mediani 69 e 72 nella scala 0-100. La qualità del lavoro migliora inoltre col passare del tempo (da 72 ad un anno a 81 a cinque anni per la generazione del 2000).

Il percorso formativo intrapreso risulta determinante per svolgere un lavoro di qualità, e le differenze tra i diversi gruppi di corsi di laurea tendono ad accentuarsi col passare del tempo, a favore delle lauree più specialistiche: medico, ingegneria, giuridico, chimico-farmaceutico e architettura (92 per il medico e 85 per gli altri gruppi).

Qualità del lavoro a confronto [Fig. Qualità del lavoro a confronto]

Qualità ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Qualità ad un anno per gruppi di corsi di laurea]

Qualità a confronto dei laureati 2000 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Qualità a confronto dei laureati 2000 per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.17 BUONA LA SODDISFAZIONE PER IL LAVORO SVOLTO, CHE AUMENTA TRA UNO E CINQUE ANNI

La soddisfazione per il proprio lavoro, già dal primo anno successivo al conseguimento del titolo, risulta discreta (in media 7,2 nella scala 1-10) e cresce nel quinquennio fino a superare il “sette e mezzo”.

Per tutti i numerosi aspetti dell’attività lavorativa analizzati si raggiunge, in media, la piena sufficienza già ad un anno dalla laurea; sono particolarmente soddisfacenti, analogamente allo scorso anno, i rapporti con i colleghi, l’indipendenza/autonomia, la sede di lavoro, l’acquisizione di professionalità, il coinvolgimento nei processi decisionali e l’utilità sociale del lavoro. La coerenza con gli studi fatti, la stabilità/sicurezza del lavoro, le prospettive di carriera e, soprattutto, la disponibilità di tempo libero sono gli aspetti del lavoro svolto per i quali si registrano il grado di soddisfazione minore.

A cinque anni dalla laurea tutti gli aspetti del lavoro trovano un ulteriore apprezzamento con le uniche eccezioni del rapporto con i colleghi di lavoro e il luogo di lavoro, che sono fin dal primo anno ai vertici della soddisfazione, e della disponibilità di tempo libero che continua ad essere l’aspetto meno gradito.

In generale le donne risultano meno soddisfatte del proprio lavoro, e in particolare, a cinque anni dalla laurea sono nettamente meno gratificate dalle prospettive di guadagno e da quelle di carriera. Gli unici aspetti che fanno eccezione, e che denotano una maggiore soddisfazione della componente femminile, sono l’utilità sociale del lavoro e il tempo libero.

Lavorare nel settore pubblico significa essere in generale lievemente più soddisfatti del proprio lavoro (in media 7,7 contro 7,5 del privato a cinque anni). Gli aspetti che pesano maggiormente nel giudizio positivo espresso per il pubblico impiego sono, a cinque anni dalla laurea, l’utilità sociale del lavoro, il tempo libero, la coerenza con gli studi fatti. Al contrario nel privato danno maggiore soddisfazione le prospettive di guadagno e di carriera e il coinvolgimento nei processi decisionali. Per gli altri aspetti del lavoro le differenze tra i due settori non sono apprezzabili.

Una soddisfazione maggiore la si registra tra coloro che lavorano a tempo pieno (in media 7,5 contro 6,5 tra gli occupati part-time ad un anno, 7,6 contro 7,1 a cinque anni). A cinque anni dalla laurea il tempo parziale vede penalizzati soprattutto gli aspetti legati alla stabilità/sicurezza, alle prospettive di guadagno o di carriera, al prestigio del lavoro e alla possibilità di acquisire professionalità, mentre si trae maggiore soddisfazione (sempre rispetto a coloro che lavorano a tempo pieno) dal tempo libero, dalla flessibilità dell’orario e dall’utilità sociale del proprio lavoro.

Nel corso del primo anno successivo al conseguimento del titolo risultano lievemente più appagati coloro che lavorano al Nord rispetto a quelli occupati al Sud (7,3 contro 7). A cinque anni, però, i giudizi si appaiano sul livello del “sette e mezzo”, anche se coloro che lavorano al Nord sono più soddisfatti della stabilità/sicurezza sul lavoro; mentre l’utilità sociale del lavoro è l’aspetto che rende più soddisfatti i laureati che lavorano al Sud.

Soddisfazione per il lavoro svolto a confronto [Fig. Soddisfazione per il lavoro svolto a confronto]

Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto ad uno e cinque anni [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto ad uno e cinque anni]

Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per genere [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per genere]

Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per settore di attività [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per settore di attività]

Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per tempo pieno/parziale [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per tempo pieno/parziale]



Torna all'indice generale 4. APPROFONDIMENTI

4.1 DIFFERENZE OCCUPAZIONALI TRA LAUREE UMANISTICHE E LAUREE SCIENTIFICHE
4.2 STUDI ALL’ESTERO E SOCRATES ERASMUS: IL VALORE AGGIUNTO
4.3 SI RIDUCE DI 3,3 PUNTI PERCENTUALI LA PARTECIPAZIONE A MASTER (AD UN ANNO COINVOLGE 13 LAUREATI SU CENTO)
4.4 OCCUPAZIONE: IL VALORE AGGIUNTO DEGLI STAGE
4.5 CONOSCENZE INFORMATICHE E OCCUPAZIONE
4.6 LAVORO NEL SETTORE PUBBLICO ED IN QUELLO PRIVATO
4.7 FAMIGLIA D’ORIGINE, FORMAZIONE POST-LAUREA E INGRESSO DIFFERITO NEL MERCATO DEL LAVORO

Torna all'indice del capitolo 4.1 DIFFERENZE OCCUPAZIONALI TRA LAUREE UMANISTICHE E LAUREE SCIENTIFICHE

Un approfondimento specifico, sia ad uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo, è stato realizzato raggruppando i percorsi di studio in due aree disciplinari, quella tecnico-scientifica e quella delle scienze umane e sociali58

Il processo di femminilizzazione che ha investito il sistema universitario italiano appare evidente dalla crescente quota di laureate che completano gli studi in entrambe le aree disciplinari. La componente femminile risulta prevalente nelle scienze umane e sociali (prossima al 65 per cento sia tra i laureati del 2004 che tra quelli del 2000), al contrario di quanto avviene tra i laureati dell’area tecnico-scientifica, dove le donne sono ancora la minoranza, seppure in crescita tra le due generazioni indagate (tra i laureati del 2004 rappresentano il 44 per cento).

Concentrando l’attenzione sulla coorte del 2004, è interessante rilevare la diversa composizione delle due aree disciplinari indagate per residenza dei laureati. Nell’area tecnico-scientifica prevalgono i residenti al Nord (42 per cento), seguiti da quanti provengono da regioni meridionali (37 per cento). Una situazione opposta caratterizza invece coloro che hanno una preparazione di tipo umanistico (37 e 41 per cento, rispettivamente).

La diversa natura dei percorsi di studio nelle due aree disciplinari influenzano ovviamente gli esiti occupazionali, soprattutto nel periodo immediatamente successivo al conseguimento del titolo.

Ad un anno dal conseguimento del titolo lavorano 60 laureati su cento nell’area tecnico-scientifica, che scendono a 50 in quella delle scienze umane e sociali. Questo differenziale occupazionale è interamente imputabile alla quota di laureati che si dichiara in cerca di un’occupazione, pari al 19 per cento nelle discipline tecniche e al 29 per cento in quelle umanistiche. Quando si analizza la situazione di percorsi con differenti tassi di prosecuzione degli studi, come in questo approfondimento, è opportuno fare riferimento anche alla definizione meno restrittiva che comprende fra gli occupati anche coloro che sono impegnati in attività di formazione post-laurea retribuita.

Il differenziale occupazionale tra i due settori di studio si amplia. Risulta infatti occupato quasi l’80 per cento di quanti hanno conseguito il titolo nell’area tecnico-scientifica e il 63 di quelli che hanno concluso il proprio percorso di studio in una disciplina umanistica. Come si è già visto (cfr. § 3.1-Si contrae ancora l’occupazione dei laureati pre-riforma ad un anno), sono i percorsi medici, scientifici e geo-biologici quelli che maggiormente contribuiscono all’aumento del tasso di occupazione delle lauree tecnico-scientifiche.

L’occupazione (ad esclusione di coloro che sono in formazione retribuita) a cinque anni dal conseguimento del titolo si estende fino a coinvolgere 86 laureati su cento, in entrambi i settori disciplinari. Se però si adotta la definizione meno restrittiva, riemergono le differenze: il tasso di occupazione è pari al 95 per cento nell’area tecnico-scientifica e all’88 per cento in quella delle scienze umane e sociali. Anche in questo caso contribuiscono a questo risultato soprattutto i tre percorsi di studio sopra indicati, che ancora dopo cinque anni vedono elevate quote di laureati impegnati in formazione.

A cinque anni dal conseguimento del titolo la stabilità lavorativa coinvolge maggiormente i laureati dell’area tecnico-scientifica (74 per cento contro 71 di quelli delle discipline umane e sociali). Tale risultato è determinato in particolare dall’incidenza del lavoro autonomo, che riguarda, rispettivamente, 27 e 22 occupati su cento. Il lavoro a tempo indeterminato, al contrario, è più diffuso nell’area delle scienze umane (50 per cento) rispetto a quanto non avvenga fra i laureati dell’altra area (47 per cento).

Il differenziale retributivo, è ancora una volta a vantaggio delle lauree scientifiche e si accentua nel tempo: ad un anno risulta pari al 9 per cento (il guadagno mensile netto è pari a 1.049 euro, contro 965 delle lauree umanistiche), mentre a cinque anni sale fino al 17 per cento (1.472 contro 1.257 euro, rispettivamente).

Infine, i risultati in termini di efficacia della laurea risentono della formazione specialistica assicurata dai diversi corsi. efficacia percepita in misura più consistente, nei cinque anni post-laurea considerati, dai laureati dell’area tecnico-scientifica.

Occupazione nei corsi di laurea sostenuti dal MIUR. La particolare natura dei corsi analizzati (ad eccezione di statistica), che prevede la prosecuzione della formazione oltre la laurea per quote rilevanti dei laureati, suggerisce, anche in questo caso, di utilizzare la definizione di occupato delle indagini sulle Forze di Lavoro. Applicando tale definizione si rileva che i laureati dei quattro corsi di laurea denotano una buona condizione occupazionale, fin dal primo anno successivo al conseguimento del titolo. Per il complesso dei corsi considerati il tasso di occupazione ad un anno risulta perfino più elevato di quello corrispondente al complesso dei laureati (71,4 per cento contro 68,6 per cento). A cinque anni dalla conclusione degli studi il tasso di occupazione lievita fino a raggiungere il 92,7 per cento, contro il 90,3 per cento per il complesso dei laureati.

I risultati appena descritti contraddicono luoghi comuni molto diffusi. Il problema in Italia non sembra essere tanto l’ingresso dei laureati di questi percorsi nel mondo del lavoro quanto piuttosto il loro numero ridotto. Per questo, e lo si va dicendo da tempo e da più parti autorevoli, le iscrizioni sono da incentivare. L’Italia, rispetto al contesto internazionale, dove pure si è fatta sentire la crisi delle vocazioni scientifiche, sconta un ritardo sul numero di laureati formati. Segnali positivi si attendono dalla fase di ripresa delle iscrizioni già iniziata ancora prima dei mirati provvedimenti ministeriali da cui ci si aspetta un ulteriore balzo in avanti delle immatricolazioni. La questione di fondo, piuttosto che l’occupazione dei laureati attuali, sembra riguardare quella della loro occupabilità il giorno in cui fossero accresciuti di un numero tale da non essere più assorbiti in un sistema produttivo come quello italiano che continua a investire poco in ricerca e in innovazione.

Condizione occupazionale a confronto per area disciplinare [Fig. Condizione occupazionale a confronto per area disciplinare]

Occupazione per area disciplinare: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione per area disciplinare: confronto con def. Forze di Lavoro]

Occupazione dei corsi di laurea sostenuti dal MIUR: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione dei corsi di laurea sostenuti dal MIUR: confronto con def. Forze di Lavoro]

Tasso di disoccupazione a confronto per i corsi di laurea sostenuti dal MIUR [Fig. Tasso di disoccupazione a confronto per i corsi di laurea sostenuti dal MIUR]

Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per area disciplinare [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per area disciplinare]

Guadagno mensile netto a confronto per area disciplinare [Fig. Guadagno mensile netto a confronto per area disciplinare]

Efficacia della laurea a confronto per area disciplinare [Fig. Efficacia della laurea a confronto per area disciplinare]


Torna all'indice del capitolo 4.2 STUDI ALL’ESTERO E SOCRATES ERASMUS: IL VALORE AGGIUNTO

Le esperienze di studio all’estero compiute durante gli studi coinvolgono 11 laureati del 2004 su cento (7 su cento con Erasmus o altro programma dell’Unione Europea). Le esperienze nell’ambito di un programma dell’Unione Europea oltre a coinvolgere, in misura rilevante come è evidente, i laureati del gruppo linguistico (22 su cento), riguarda anche quelli del politico-sociale (13) e di architettura (9), senza peraltro evidenziare particolari differenze di genere.

Ad un anno dal conseguimento del titolo l’esperienza di studio all’estero con programma dell’Unione Europea si traduce in un differenziale in termini di occupazione pressoché nullo rispetto a chi non è mai andato oltralpe per studiare (lavora il 53,4 contro il 52,7 per cento). Diverso il confronto con chi ha compiuto un’esperienza su iniziativa personale o di altro tipo (ma comunque riconosciuta dal corso di studi): in questo caso il differenziale sale fino a 6,6 punti (lavora il 59,3 per cento). Più in generale, la maggiore occupabilità di coloro che hanno partecipato a studi all’estero non sempre è confermata dall’analisi per corsi di laurea.

Le esperienze di studio all’estero offrono, ad un anno dalla laurea, un vantaggio molto contenuto anche dal punto di vista retributivo. Per i laureati Erasmus il guadagno mensile è pari a 1.005 euro (+4 per cento), per i laureati con altre esperienze è pari a 1.018 euro (+5,3 per cento) rispetto a 967 euro di chi non vanta tali esperienze.

A cinque anni di distanza dalla laurea l’apprezzamento in termini occupazionali sostanzialmente non cambia: il differenziale rispetto a chi non vanta nel proprio bagaglio formativo un’esperienza di studio all’estero è per i laureati Erasmus di 2,4 punti percentuali (88,7 contro 86,3), e fra i loro colleghi che hanno compiuto altre esperienze di studio non si rilevano in pratica differenze.

Migliore l’apprezzamento in termini di retribuzione: i laureati Erasmus guadagnano l’11,3 per cento in più dei loro colleghi che non sono stati all’estero, gli altri laureati con esperienze diverse il 7,6 per cento in più.

Concentrando l’attenzione su coloro che non svolgono un’attività in proprio, si evidenzia che i laureati Erasmus sono occupati in misura più rilevante nel settore privato (73 per cento) rispetto a quanto non avvenga fra quanti non hanno compiuto alcuna esperienza di studio all’estero (68 per cento). Settore che, in termini economici, valorizza maggiormente tale esperienza. L’analisi circoscritta a coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea, evidenzia che nelle aziende private il differenziale retributivo fra i laureati che hanno svolto Erasmus (o un altro programma europeo) e quanti sono privi di tale esperienza formativa è pari al 12 per cento (e si contrae fino al 2 per cento fra quanti sono occupati nel settore pubblico). Tale differenziale retributivo è attribuibile, soprattutto, al migliore apprezzamento che si registra nelle aziende di grande dimensione (quelle con 100 addetti e più).

Più complessivamente, può essere che su questi risultati migliori rispetto all’indagine precedente ma certo tutt’altro che confortanti, influiscano anche le difficoltà del sistema Italia a competere sugli scenari internazionali. Ipotesi che sembra confermata anche dagli andamenti dell’occupazione che caratterizzano i laureati che hanno studiato all’estero nel periodo 3-5 anni e che fa sorgere dubbi sulla capacità del sistema Paese di apprezzare in misura adeguata il valore aggiunto conferito da questo tipo di esperienza59

In ogni caso studiare all’estero favorisce la percezione del mercato del lavoro come un mercato internazionale e facilita la mobilità territoriale per motivi di lavoro: a cinque anni dalla laurea ha infatti trovato un impiego all’estero il 18,5 per cento di chi vanta un’esperienza Erasmus nel proprio bagaglio formativo, contro il 3 di chi invece non l’ha compiuta.

Condizione occupazionale per esperienze di studio all’estero [Fig. Condizione occupazionale per esperienze di studio all’estero]

Tasso di occupazione e tempo medio per trovare lavoro a cinque anni per esperienze di studio all’estero [Fig. Tasso di occupazione e tempo medio per trovare lavoro a cinque anni per esperienze di studio all’estero]

Guadagno mensile netto per esperienze di studio all’estero [Fig. Guadagno mensile netto per esperienze di studio all’estero]

Settore di attività a cinque anni per esperienze di studio all’estero [Fig. Settore di attività a cinque anni per esperienze di studio all’estero]

Quota che lavora all’estero per esperienze di studio all’estero [Fig. Quota che lavora all’estero per esperienze di studio all’estero]


Torna all'indice del capitolo 4.3 SI RIDUCE DI 3,3 PUNTI PERCENTUALI LA PARTECIPAZIONE A MASTER (AD UN ANNO COINVOLGE 13 LAUREATI SU CENTO)

Ad un anno dalla conclusione degli studi la partecipazione a master -universitari e di altro tipo– riguarda poco più del 13 per cento dei laureati pre-riforma, una quota diminuita di 3,3 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione; riduzione manifestatasi dopo un prolungato periodo di crescita. L’indagine di quest’anno evidenzia il sorpasso dei corsi (sia di primo che di secondo livello) proposti o realizzati dalle università rispetto a quelli di altri enti: li hanno conclusi o li stanno frequentando al momento dell’intervista 8 laureati su cento, contro il 5 per cento dei laureati che hanno scelto un master non universitario (erano 7 e 10, rispettivamente, l’anno precedente).

La partecipazione a master coinvolge i laureati di tutti i gruppi di corsi di laurea, in misura differente: dal 23 per cento circa tra i laureati del gruppo politico-sociale, al 6 per cento tra i laureati del gruppo chimico-farmaceutico. Un’esperienza formativa, tra l’altro, che complessivamente coinvolge uomini e donne in egual misura (con diversa rappresentazione nei differenti percorsi di studio), ed alla quale accedono in misura più consistente i laureati provenienti da famiglie più favorite rispetto ai giovani di famiglie operaie (15,2 per cento contro 11,6)60

La capacità dei master di favorire l’accesso al mercato del lavoro non è ovviamente riscontrabile nel primo anno dopo la laurea. Gli approfondimenti che seguono sono concentrati, più opportunamente, sul possibile valore aggiunto che i master hanno apportato ai laureati del 2000 intervistati a cinque anni dal conseguimento del titolo.

L’analisi ha riguardato i laureati del 2000 che hanno concluso questo tipo di attività formativa. Si tratta di 2.143 laureati (pari al 19 per cento di tutti gli intervistati), ripartiti in misura quasi identica tra chi ha portato a termine un master universitario (9,4 per cento) e un master di altro tipo (9,6 per cento).

A cinque anni dalla laurea, la maggiore partecipazione a master universitari si registra tra i laureati dei gruppi politico-sociale (17,3 per cento) e insegnamento (15,7 per cento); minore partecipazione invece si rileva tra i laureati dei gruppi architettura (5 per cento) e agrario (3,5 per cento).

I master non universitari hanno interessato soprattutto i laureati dei gruppi giuridico, politico-sociale, psicologico e letterario (tutti prossimi al 12 per cento); meno, invece, i dottori del gruppo scientifico (3,5 per cento).

Caratteristiche del master frequentato. Il master (universitario o di altro tipo) ha avuto inizio, in media 19 mesi e mezzo dopo la laurea, anche se per quasi 50 laureati su cento l’esperienza è iniziata nel primo anno dopo la laurea.

La maggioranza dei laureati (54 per cento) lavorava già quando ha iniziato a frequentare un master, il più delle volte coerente con gli studi universitari compiuti.

Varie le motivazioni alla base della scelta: oltre il 62 per cento dei laureati dichiara di averlo frequentato per “arricchire la propria formazione”; un altro 23 per cento per la necessità di “acquisire ulteriori competenze nell’ambito del lavoro svolto”. Più contenuta, infine, la quota (14 per cento) di chi si è iscritto perché ha incontrato “difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro”.

Sotto il profilo occupazionale l’approfondimento realizzato pone l’interrogativo del pieno apprezzamento sul mercato del lavoro dell’investimento formativo compiuto. Infatti, non si registrano differenze tra coloro che hanno terminato un master universitario di primo livello rispetto ai colleghi che non hanno concluso alcun tipo di esperienza analoga: entrambi i collettivi lavorano, dopo cinque anni, nell’86 per cento dei casi. Più apprezzati, invece, i master universitari di secondo livello che vedono l’occupazione di chi li ha conclusi migliorare rispetto a quanti non vantano il medesimo bagaglio formativo (89,6 contro 86 per cento). Dello stesso segno, seppure in misura più ridotta, la migliore occupabilità dimostrata dai master non universitari (89 per cento), che evidenziano un differenziale di 3 punti percentuali.

L’interrogativo di cui sopra si ripropone affrontando il tema della stabilità del lavoro, che risulta addirittura più ridotta per tutti i collettivi di laureati esaminati rispetto a quella raggiunta dai laureati privi di tale esperienza. Mentre risultano stabili, a cinque anni dalla laurea, 75 laureati occupati su cento privi di qualsiasi esperienza formativa di master, la stabilità riguarda soltanto il 63, 65 e 66 per cento, rispettivamente, dei laureati che hanno concluso master universitari di primo, di secondo livello e di altro tipo.

Anche per quanto riguarda il guadagno l’esperienza di master universitario di primo livello non risulta apprezzata: il guadagno mensile netto è inferiore a quello dei colleghi che non l’hanno svolto (21 euro in meno).

Diversa la situazione di quanti hanno portato a termine un master universitario di secondo livello o un altro tipo di master. Infatti fra i primi il guadagno mensile netto risulta più consistente del 6,5 per cento (86 euro in più rispetto a chi è privo di questa esperienza); fra chi ha concluso altri tipi di master, l’incremento si riduce al 2,4 per cento (32 euro in più).

Evoluzione della quota che partecipa a master ad un anno [Fig. Evoluzione della quota che partecipa a master ad un anno]

Partecipazione a master ad un anno per gruppi di corsi di laurea e genere [Fig. Partecipazione a master ad un anno per gruppi di corsi di laurea e genere]

Motivo principale di iscrizione al master [Fig. Motivo principale di iscrizione al master]

Condizione occupazionale dei laureati 2000 per partecipazione a master [Fig. Condizione occupazionale dei laureati 2000 per partecipazione a master]

Guadagno mensile netto a cinque anni per partecipazione a master [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per partecipazione a master]


Torna all'indice del capitolo 4.4 OCCUPAZIONE: IL VALORE AGGIUNTO DEGLI STAGE

Tirocini e stage nel corso degli studiTirocini e stage nel corso degli studi sono attività che toccano una percentuale ancora contenuta, eppure crescente negli ultimi anni, di laureati del vecchio ordinamento: fanno parte del bagaglio formativo realizzato durante gli studi di 16 dottori su cento61. Si tratta di esperienze che hanno coinvolto prevalentemente i laureati del gruppo insegnamento (82 per cento) e del gruppo agrario (68 per cento), mentre è ancora poco diffusa tra i laureati dei gruppi architettura, psicologico, scientifico, linguistico, letterario e giuridico (la quota di chi ha svolto uno stage non raggiunge il 10 per cento)62.

L’esperienza di stage maturata durante gli studi si associa, già nei 12 mesi successivi al conseguimento della laurea, a un significativo vantaggio in termini occupazionali rispetto a chi non vanta un’analoga esperienza (+10 punti percentuali), vantaggio che risulta in leggero calo rispetto a quello della precedente rilevazione.

Tale vantaggio si presenta ancor più accentuato (e confermato generalmente anche all’interno dei gruppi di corsi di laurea) anche per quel 13 per cento di laureati che realizzano un’esperienza di stage/tirocinio formativo dopo l’acquisizione del titolo. il tasso di occupazione passa infatti dal 68,2 per cento di chi ha concluso in azienda questo tipo di esperienza formativa al 53,1 per cento di coloro che non l’hanno svolta (con un differenziale di 15 punti percentuali, 4 in più di quello registrato nell’indagine dell’anno passato).

Il vantaggio in termini occupazionali si accentua ulteriormente (e raggiunge i 23 punti percentuali) considerando i laureati che non lavoravano al conseguimento del titolo (ad un anno dalla laurea, risulta occupato il 65 per cento di chi ha concluso uno stage rispetto al 42 per cento di chi non ha maturato tale esperienza).

Ovviamente non va sottovalutato che questo tipo di attività formativa può essere favorita da una pluralità di elementi (percorso di studio compiuto, reti di conoscenze; dinamismo differenziale dei diversi settori del mercato del lavoro, ecc.).

L’esperienza di stage post-laurea risulta particolarmente diffusa fra i neo-dottori dei corsi politico-sociale ed economico-statistico (23 e 21 per cento, rispettivamente), e assai meno fra medici (2,6 per cento), psicologi e giuristi (di poco oltre il 5 per cento per entrambi); leggermente più utilizzata fra le donne rispetto agli uomini (13,3 per cento per le prime e 12,6 per i secondi) e soprattutto fra i laureati residenti al Nord (15,8 per cento) rispetto a quelli del Mezzogiorno (10 per cento).

L’utilità dello stage quale primo strumento usato dalle aziende per la selezione del personale è confermata dall’elevata quota di laureati che ha ottenuto l’impiego proseguendo tale tirocinio (28 per cento)63.

Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage prima della laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage prima della laurea]

Partecipazione a stage post-laurea ad un anno [Fig. Partecipazione a stage post-laurea ad un anno]

Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage post-laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage post-laurea]


Torna all'indice del capitolo 4.5 CONOSCENZE INFORMATICHE E OCCUPAZIONE

Conoscono bene almeno uno strumento informatico 75 laureati su cento64; particolarmente diffusa la capacità di navigare in Internet (che accomuna 69 laureati su cento) e l’utilizzo di programmi di video-scrittura (58 per cento dei laureati). La capacità di realizzare siti web e gestire reti di trasmissione dati, al contrario, è limitata e coinvolge, rispettivamente, solo 9 e 8 intervistati su cento.

Se è vero che 15 laureati su cento conoscono bene 6 o più strumenti informatici, è altrettanto vero che ce ne sono 13 su cento che non ne conoscono bene neanche uno; altri 13 ne conoscono tuttalpiù due e altrettanti almeno 3.

I corsi che forniscono maggiori cognizioni informatiche (almeno 6 strumenti informatici conosciuti molto bene) sono quelli ingegneristico, scientifico, architettura ed economico-statistico. Gli uomini hanno conoscenze informatiche più ampie delle donne, e tali differenze sono generalmente confermate all’interno dei gruppi di corsi di laurea.

La percentuale degli occupati aumenta all’aumentare del numero di strumenti informatici conosciuti (dal 46 per cento tra chi non conosce bene nemmeno uno strumento, al 60 per cento tra chi conosce bene almeno 6 strumenti). Questa tendenza è generalmente confermata all’interno dei gruppi di corsi di laurea. Inoltre, a buone conoscenze informatiche si associano generalmente (e risultano confermate in molti percorsi di studio) maggiore efficacia della laurea e guadagni più elevati.

Se si concentra l’attenzione su coloro che hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo la laurea, si rileva che la padronanza degli strumenti informatici riguarda prevalentemente -tra le posizioni alle dipendenze- impiegati ad alta/media qualificazione e dirigenti/direttivi (conosce bene almeno sei strumenti informatici il 21 per cento dei primi ed il 25 per cento dei secondi); liberi professionisti, imprenditori e lavoratori in proprio tra gli autonomi (27 i primi e 17 per cento gli altri).

Analogamente alla precedente rilevazione, sono numerosi gli insegnanti totalmente privi di conoscenze informatiche, anche se distribuiti in modo differente per grado di insegnamento e genere. Un valore complessivamente così modesto delle conoscenze informatiche è in gran parte dovuto ai docenti, prevalentemente donne, delle scuole elementari e materne.

Conoscenza degli strumenti informatici ad un anno [Fig. Conoscenza degli strumenti informatici ad un anno]

Condizione occupazionale ad un anno per strumenti informatici conosciuti [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per strumenti informatici conosciuti]

Strumenti informatici conosciuti ad un anno per posizione nella professione [Fig. Strumenti informatici conosciuti ad un anno per posizione nella professione]


Torna all'indice del capitolo 4.6 LAVORO NEL SETTORE PUBBLICO ED IN QUELLO PRIVATO

Più di un quarto dei laureati che lavorano ad un anno dalla laurea prosegue l’attività svolta durante gli studi universitari (a cinque anni risultano ancora il 12 per cento). Questa continuità è particolarmente accentuata nel pubblico impiego, dove riguarda il 43 per cento dei laureati occupati ad un anno (il 22 per cento a cinque anni, entrambi in aumento rispetto alla rilevazione dell’anno precedente). Nel settore privato proseguono la medesima attività, ad un anno dall’alloro, 23 occupati su cento (ancora 9 su cento dopo cinque anni).

Un’analisi più puntuale della diversa capacità attrattiva dei settori pubblico e privato, con l’esclusione quindi dei lavoratori autonomi, deve pertanto focalizzarsi sulla componente che inizia la propria attività lavorativa solo dopo l’acquisizione della laurea. Ma l’analisi non può dimenticare nemmeno le modifiche intervenute, come già si è ricordato, in seguito all’avvio della Riforma Biagi; una riforma che ha riguardato in misura differente il settore pubblico e settore privato, abolendo solo in quest’ultimo i contratti di collaborazione coordinata e continuativa.

Ad un anno dalla laurea poco meno di un quinto di quanti hanno iniziato l’attività lavorativa dopo aver acquisito il titolo è impegnato nel settore pubblico; in quello privato operano, così, oltre 80 laureati su cento. A cinque anni dal conseguimento del titolo le percentuali sono rispettivamente 29 e 71 per cento.

I contratti di lavoro sono fortemente differenziati fra i due settori. Il contratto di inserimento (ex formazione lavoro), anche se in netta diminuzione rispetto alle precedenti rilevazioni, è più diffuso nel settore privato, dove è adottato da lungo tempo, e riguarda ad un anno 8 laureati occupati su cento (contro 2 su cento nel pubblico).

Il contratto a tempo determinato caratterizza invece il pubblico impiego: riguarda infatti ad un anno 38 laureati occupati su cento (erano 40 l’anno passato), mentre sono 25 su cento nel privato (quota analoga allo scorso anno).

Anche il contratto di collaborazione65, ampiamente presente in ambedue i settori, prevale nettamente nel pubblico dove costituisce la forma contrattuale per 40 laureati occupati su cento (30 su cento nel privato).

A cinque anni dalla laurea il contratto a tempo indeterminato nel settore pubblico passa dal 12 al 31 per cento; diminuiscono i contratti di collaborazione di circa 19 punti percentuali, ma nello stesso periodo un maggior numero di laureati che lavora in questo settore ha un contratto a tempo determinato (dal 38 per cento ad un anno dalla laurea al 41 dopo cinque anni). Nel privato il lavoro stabile coinvolge a cinque anni una quota più rilevante di laureati (74 contro 25 per cento ad un anno); si riducono conseguentemente tutte le altre forme contrattuali.

Verso la stabilità contrattuale. Una particolare attenzione è stata posta per accertare i tempi e la consistenza della transizione verso la stabilità; un’analisi longitudinale che ha riguardato coloro che lavorano sia a uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo.

Analogamente all’anno precedente, nell’intervallo osservato il settore privato è riuscito a rendere stabili l’81 per cento dei contratti a tempo determinato. Nel pubblico dove, oltre agli effetti del blocco delle assunzioni, il posto fisso si raggiunge attraverso più lunghi itinerari concorsuali (riguardando, come si è visto, 31 laureati occupati a cinque anni), il passaggio alla stabilità -nel medesimo intervallo di tempo- riguarda solo il 34 per cento dei contratti a tempo determinato.

Il tipo di contratto contrassegnato da una maggiore permanenza dell’instabilità, con intensità maggiore nel pubblico impiego per effetto del blocco delle assunzioni, è il contratto di collaborazione: nell’intero arco di tempo esaminato restano instabili, infatti, 7 occupati nel pubblico su dieci (con questo specifico rapporto di lavoro) e 4 su dieci nel privato.

Aspirazioni alla laurea e realizzazioni dopo cinque anni. Alla vigilia della laurea si riscontrano, già nelle aspirazioni dei laureati, significative differenze a livello territoriale da ricondurre probabilmente, oltre ad alcuni fattori di natura socio-culturale, alle diverse opportunità occupazionali: anche se le differenze sono meno marcate rispetto al passato, ed è vero che oltre la metà dei laureati non esprime alcuna preferenza al riguardo, è altrettanto vero che i residenti al Sud prediligono il lavoro alle dipendenze nel settore pubblico (12,8 contro 10,7 per cento di quelli del Nord) o quello in conto proprio (10 contro 8,9 per cento). Il confronto tra le preferenze espresse alla laurea e le realizzazioni dopo cinque anni restituisce un quadro positivo, anche se con alcune significative differenze, certamente legate alle differenti propensioni: ha trovato un impiego nel pubblico impiego, infatti, il 44 per cento dei residenti al Sud (e il 48 per cento di quelli del Nord) che aspiravano a questo tipo di lavoro; è riuscito a realizzare la propria aspirazione, ovvero ad avviare un’attività in conto proprio, il 50 per cento dei residenti al Sud ed il 51 per cento di quelli del Nord66. Infine, l’aspirazione di lavorare alle dipendenze nel settore privato, trova una realizzazione più ampia tra i residenti al Nord (73 per cento contro 63 dei residenti al Sud).

Settore di attività ad uno e cinque anni [Fig. Settore di attività ad uno e cinque anni]

Settore di attività a cinque anni per area di lavoro [Fig. Settore di attività a cinque anni per area di lavoro]

Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per settore di attività [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per settore di attività]

Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per settore di attività [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per settore di attività]

Laureati 2000 che lavorano sia ad uno che a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità contrattuale [Fig. Laureati 2000 che lavorano sia ad uno che a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità contrattuale]


Torna all'indice del capitolo 4.7 FAMIGLIA D’ORIGINE, FORMAZIONE POST-LAUREA E INGRESSO DIFFERITO NEL MERCATO DEL LAVORO

La conferma dell’importanza dell’ambiente familiare di origine si rileva con evidenza anche nell’approccio al mondo del lavoro. Come è stato messo in evidenza nei Rapporti precedenti, votazione di laurea e tasso di occupazione non procedono sempre secondo una relazione diretta. Ad un anno dalla conclusione degli studi tale relazione è accertata fino alla soglia delle votazioni più elevate. Per i neo-dottori con votazione 110 e lode, l’occupazione si riduce fino a raggiungere i valori minimi. Per questi il successo ottenuto negli studi alimenta aspettative più ambiziose. Aspettative da coltivare e possibilità di attendere le occasioni migliori favorite anche dall’ambiente socioeconomico d’origine. Il tasso di occupazione più modesto infatti, pari al 43 per cento, si registra in corrispondenza dei laureati usciti da famiglie con entrambi i genitori laureati (e sale di qualche punto percentuale fra i laureati di famiglie dove uno solo dei genitori possiede la laurea). Lavorano proporzionalmente molto di più (fino a 11 punti percentuali di differenza) i laureati provenienti da famiglie meno favorite, soprattutto quelli che, verosimilmente, dovendo contare solo sulle proprie forze, stavano già lavorando alla laurea oppure si sono impegnati a trovare rapidamente un’occupazione.

L’analisi della consistenza e delle caratteristiche di coloro che, anche nell’anno immediatamente successivo all’acquisizione della laurea, proseguono in una qualche attività di studio e formazione conferma le considerazioni precedenti. Si tratta in ogni caso di una quota rilevantissima di laureati, il 68 per cento del complesso; il che pone interrogativi complessi all’intero sistema di formazione universitario, tanto più ove si ricordi l’elevatissima età media alla laurea dei dottori italiani, pari a circa 27 anni! Ma resta il fatto che a proseguire gli studi sono in misura maggiore i giovani (!) usciti da famiglie culturalmente e socialmente più favorite, e quelli che hanno realizzato le performance migliori. Analogamente agli anni passati, prosegue quasi il 79 per cento di coloro che hanno ambedue i genitori laureati, e il 62 per cento di chi ha familiari privi di qualsiasi titolo di studio; il 75 per cento di coloro che hanno coronato i loro studi con la lode, e il 67 per cento di quanti si sono dovuti accontentare di votazioni inferiori a 90/110.

Il complesso delle considerazioni fatte conferma uno scenario caratterizzato da un indubbio processo espansivo dell’accesso all’istruzione universitaria (che ha consentito tra l’altro l’acquisizione della laurea ad una quota crescente di giovani provenienti da ambienti sociali meno favoriti: nell’anno 2004, oltre i tre quarti dei laureati vengono da famiglie in cui il titolo di studio universitario entra per la prima volta), ma anche da un’ulteriore dilatazione dei tempi di formazione per raggiungere le mete e gli obiettivi formativi più ambìti e più concorrenziali che restano così, prevalentemente, alla portata di quanti possono permetterselo67.

Condizione occupazionale ad un anno per titolo di studio dei genitori [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per titolo di studio dei genitori]

Partecipazione ad attività formative ad un anno per titolo di studio dei genitori [Fig. Partecipazione ad attività formative ad un anno per titolo di studio dei genitori]

Condizione occupazionale ad un anno per voto di laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per voto di laurea]

Partecipazione ad attività formative ad un anno per voto di laurea [Fig. Partecipazione ad attività formative ad un anno per voto di laurea]



Torna all'indice generale 5. NOTE METODOLOGICHE

5.1 TASSO DI OCCUPAZIONE
5.2 TASSO DI DISOCCUPAZIONE
5.3 INDICE DI EFFICACIA DELLA LAUREA
5.4 INDICE DI QUALITÀ DEL LAVORO
5.5 CLASSE SOCIALE
5.6 STIMA DEI TEMPI DI INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO (MODELLO DI COX)
5.7 CLASSIFICAZIONE ISTAT DEI CORSI DI LAUREA IN GRUPPI

Torna all'indice del capitolo 5.1 TASSO DI OCCUPAZIONE

Analogamente all’indagine ISTAT sull’inserimento professionale dei laureati, nella maggior parte delle tavole predisposte sono considerati “occupati” i laureati che dichiarano di svolgere un’attività lavorativa retribuita, purché non si tratti di un’attività di formazione (tirocinio, praticantato, dottorato, specializzazione): dalla definizione si deduce pertanto che il percepimento di un reddito è condizione necessaria ma non sufficiente per definire un laureato occupato.

Solo in alcune tavole è invece riportato il “tasso di occupazione” utilizzato dall’ISTAT nell’indagine sulle Forze di Lavoro (in tal caso è presente una specifica nota che sottolinea la differente definizione adottata): secondo questa impostazione (“meno restrittiva”) sono considerati occupati tutti coloro che dichiarano di svolgere una qualsiasi attività, anche di formazione o non in regola, purché preveda un corrispettivo monetario68.

Torna all'indice del capitolo 5.2 TASSO DI DISOCCUPAZIONE

Il tasso di disoccupazione è stato calcolato seguendo l’impostazione utilizzata dall’ISTAT nell’ambito della rilevazione continua sulle Forze di Lavoro.

Il tasso di disoccupazione è ottenuto dal rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro; le persone in cerca di occupazione (o disoccupati) sono tutti i non occupati di età compresa tra 15 e 74 anni che dichiarano di essere alla ricerca di un lavoro, di aver effettuato almeno un’azione di ricerca di lavoro “attiva” nelle quattro settimane precedenti l’intervista e di essere immediatamente disponibili (entro due settimane) ad accettare un lavoro, qualora venga loro offerto. A questi devono essere aggiunti coloro che dichiarano di aver già trovato un lavoro, che inizieranno però in futuro, ma che si devono comunque dichiarare disposti ad accettare un lavoro entro due settimane, qualora venga loro offerto.

Torna all'indice del capitolo 5.3 INDICE DI EFFICACIA DELLA LAUREA

L’efficacia del titolo universitario, che ha il pregio di sintetizzare due aspetti importanti relativi all’utilità e alla spendibilità del titolo universitario nel mercato del lavoro, deriva dalla combinazione delle domande relative al livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi e alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto.

Le classi sono mutuamente esclusive ma non esaustive, non comprendendo le mancate risposte e gli intervistati che non rientrano nelle categorie definite.

Torna all'indice del capitolo 5.4 INDICE DI QUALITÀ DEL LAVORO

L’indice di qualità del lavoro svolto è calcolato sul complesso degli occupati ed è ottenuto combinando quattro variabili relative a differenti aspetti dell’attività lavorativa svolta: il contratto di lavoro, il livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi, la necessità formale e sostanziale del titolo acquisito (questi ultimi due elementi compongono anche l’indice di efficacia) e la soddisfazione per diversi aspetti dell’attività (prospettive di guadagno, prospettive di carriera, acquisizione di professionalità, indipendenza o autonomia sul lavoro, tempo libero).

Vista la diversa natura degli elementi considerati, taluni oggettivi e inconfutabili, come il contratto di lavoro, altri soggettivi e legati alla percezione individuale del laureato, come la soddisfazione, si sono attribuiti alle quattro variabili “pesi” differenti, la cui attendibilità e correttezza sono state valutate con l’ausilio di adeguati strumenti statistici. Peso massimo -pari a 4- è attribuito al contratto di lavoro, cui seguono l’utilizzazione delle competenze acquisite e la richiesta del titolo -peso 3- e la soddisfazione per il lavoro svolto -peso 2. Il valore dell’indice varia nella scala 0-100.

Torna all'indice del capitolo 5.5 CLASSE SOCIALE

Per la classe sociale dei laureati si è adottato lo schema proposto da A. Cobalti e A. Schizzerotto nel 1994 69, riconfermato più recentemente70. La classe sociale, definita sulla base del confronto fra la posizione socio–economica del padre e quella della madre del laureato, si identifica con la posizione di livello più elevato fra le due (principio di “dominanza”). Infatti la posizione socio–economica può assumere le modalità borghesia, classe media impiegatizia, piccola borghesia e classe operaia; la borghesia domina le altre tre, la classe operaia occupa il livello più basso, mentre la classe media impiegatizia e la piccola borghesia si trovano in sostanziale equilibrio (nessuna delle due domina l’altra; entrambe dominano la classe operaia e sono dominate dalla borghesia). La classe sociale dei laureati con genitori l’uno dalla posizione piccolo–borghese, l’altro dalla posizione classe media impiegatizia corrisponde alla posizione socio–economica del padre (in questa situazione non sarebbe possibile scegliere fra la classe media impiegatizia e la piccola borghesia sulla base del principio di dominanza).

La classe sociale dei laureati con madre casalinga corrisponde alla posizione del padre.

Torna all'indice del capitolo 5.6 STIMA DEI TEMPI DI INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO (MODELLO DI COX)

Il modello di regressione di Cox, anche conosciuto come proportional hazard regression analysis, segue l’approccio dei modelli sull’analisi dei dati di sopravvivenza, attraverso i quali si cerca di esplorare simultaneamente l’effetto di alcune variabili sul tempo di sopravvivenza atteso e di confrontare distribuzioni di sopravvivenza fra diverse sub-popolazioni.

Nella nostra analisi il modello di regressione di Cox è stato utilizzato per la misura in cui la funzione di sopravvivenza nella condizione di non occupazione che caratterizza ciascun segmento i, Si(t), è influenzata da un certo numero di variabili esplicative.

Formalmente il modello è espresso attraverso la funzione:

dove Si(t) indica la funzione di sopravvivenza che caratterizza il segmento i, ovvero la probabilità di non essere ancora occupato dopo t mesi dal conseguimento del titolo; xij indica il valore assunto dalla variabile Xj in corrispondenza del segmento i; ßj indica il parametro che esprime l’effetto esercitato dalla variabile Xj sulla funzione di sopravvivenza; e S0(t) indica la funzione di sopravvivenza di base, cioè quella relativa al segmento in corrispondenza del quale xij=0 per ogni j=1,…,J.

Il modello è stato applicato al collettivo di laureati del 2000 che non lavorava al momento della laurea. Le variabili potenzialmente rilevanti nel determinare differenti modalità di ingresso nel mercato del lavoro, e quindi considerate nel modello, sono il gruppo di corsi di laurea, il genere (e per gli uomini la posizione nei confronti degli obblighi di leva), l’area geografica di residenza alla laurea, eventuali attività lavorative svolte durante gli studi, il tipo di lavoro desiderato alla laurea. Tutte sono risultate significative e sono state considerate nel modello.

I parametri B stimati dal modello (cfr. Tab. 1) rappresentano l’effetto esercitato dalla singola modalità considerata rispetto alla classe di riferimento della variabile esplicativa (o livello di riferimento, indicato in grassetto nella tabella). In genere si è soliti valutare le sole modalità in corrispondenza delle quali il livello di significatività riportato nella terza colonna della tabella è inferiore a 0,05. Se il parametro B stimato assume un valore positivo significa che in corrispondenza di quella modalità diminuisce, rispetto alla classe di riferimento, la probabilità di rimanere nella condizione di non occupazione; al contrario, se un parametro assume un valore negativo, allora aumenta la probabilità di rimanere nella condizione di non occupazione.

È importante sottolineare che il modello qui presentato è stato applicato solo ed esclusivamente a fini descrittivi, senza ipotizzare e testare specificazioni complesse della relazione esplicativa della durata di non-occupazione.

Tab. 1 - Modello di Cox per la stima dei tempi di ingresso nel mercato del lavoro


Torna all'indice del capitolo 5.7 CLASSIFICAZIONE ISTAT DEI CORSI DI LAUREA IN GRUPPI

Di seguito è riportata la classificazione adottata dall’ISTAT per la definizione dei gruppi di classi/corsi di laurea.

LAUREATI POST-RIFORMA. Aggregazione delle classi di laurea in gruppi

Agrario: Scienze e tecnologie agrarie, agroalimentari e forestali; Scienze e tecnologie zootecniche e produzioni animali.

Architettura: Disegno industriale Scienze dell’architettura e dell’ingegneria edile; Urbanistica e scienze della pianificazione territoriale e ambientale.

Chimico-farmaceutico:: Scienze e tecnologie chimiche; Scienze e tecnologie farmaceutiche.

Economico-statistico: Scienze dell'economia e della gestione aziendale; Scienze economiche; Scienze statistiche.

Educazione fisica: Scienze delle attività motorie e sportive.

Geo-biologico: Biotecnologie; Scienze biologiche; Scienze della terra; Scienze e tecnologie per l’ambiente e la natura; Scienze geografiche.

Giuridico: Scienze dei servizi giuridici; Scienze giuridiche.

Ingegneria: Ing. civile e ambientale; Ing. dell’informazione; Ing. industriale.

Insegnamento: Scienze dell’educazione e della formazione.

Letterario: Lettere; Scienze dei beni culturali; scienze e tecnologie delle arti figurative, della musica, dello spettacolo e della moda; Filosofia; Scienze storiche; Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali.

Linguistico: Lingue e culture moderne; Scienze della mediazione linguistica.

Medico: Professioni sanitarie della prevenzione; Professioni sanitarie della riabilitazione; Professioni sanitarie, infermieristiche e professione sanitaria ostetrica; Professioni sanitarie tecniche.

Politico-sociale: Scienze della comunicazione; Scienze dell’amministrazione; Scienze del servizio sociale; Scienze del turismo; Scienze politiche e delle relazioni internazionali; Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace; Scienze sociologiche.

Psicologico: Scienze e tecniche psicologiche.

Scientifico: Scienze e tecnologie fisiche; Scienze e tecnologie informatiche; Scienze matematiche.

LAUREATI PRE-RIFORMA. Aggregazione dei corsi di laurea in gruppi

Agrario: Agricoltura tropicale e subtropicale; Biotecnologie agroindustriali; Medicina veterinaria; Scienze agrarie; Scienze agrarie tropicali e sub-tropicali; Scienze della produzione animale; Scienze delle preparazioni alimentari; Scienze e tecnologie agrarie; Scienze e tecnologie alimentari; Scienze e tecnologie delle produzioni animali; Scienze forestali; Scienze forestali ed ambientali.

Architettura: Architettura; Pianificazione territoriale ed urbanistica; Pianificazione territoriale, urbanistica ed ambientale; Storia e conservazione dei beni architettonici ed ambientali.

Chimico-farmaceutico: Bio-tecnologie farmaceutiche; Chimica; Chimica e tecnologia farmaceutiche; Chimica industriale; Farmacia; Biotecnologie.

Economico-statistico: Discipline economiche e sociali; Economia ambientale; Economia aziendale; Economia bancaria; Economia bancaria, finanziaria e assicurativa; Economia del commercio internazionale e dei mercati valutari; Economia del turismo; Economia delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali; Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari; Economia e commercio; Economia e finanza; Economia marittima e dei trasporti; Economia politica; Marketing; Scienze bancarie e assicurative; Scienze economiche; Scienze economiche e bancarie; Scienze economiche e sociali; Scienze statistiche, demografiche e sociali; Scienze statistiche e demografiche; Scienze statistiche ed attuariali; Scienze statistiche ed economiche; Statistica e informatica per l’azienda; Scienze turistiche.

Educazione fisica: Scienze motorie.

Geo-biologico: Biotecnologie; Biotecnologie agrarie vegetali; Biotecnologie industriali; Biotecnologie mediche; Biotecnologie veterinarie; Scienze ambientali; Scienze biologiche; Scienze geologiche; Scienze naturali.

Giuridico: Giurisprudenza; Scienze dell’amministrazione; Scienze strategiche.

Ingegneria: Ing. aerospaziale; Ing. astronautica; Ing. biomedica; Ing. chimica; Ing. civile; Ing. civile dei trasporti; Ing. Civile per la difesa del suolo e pianificazione territoriale; Ing. dei materiali; Ing. delle tecnologie industriali; Ing. delle telecomunicazioni; Ing. edile; Ing. elettrica; Ing. elettronica; Ing. elettrotecnica; Ing. forestale; Ing. gestionale; Ing. informatica; Ing. meccanica; Ing. mineraria; Ing. navale; Ing. navale e meccanica; Ing. nucleare; Ing. per l’ambiente e il territorio.

Insegnamento: Pedagogia; Scienze dell’educazione; Scienze della formazione primaria.

Letterario: Conservazione dei beni culturali; Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo; Filosofia; Geografia; Lettere; Materie letterarie; Storia; Scienze della cultura; Studi comparatistici.

Linguistico: Interprete; Lingue e civiltà orientali; Lingue e culture europee; Lingue e letterature orientali; Lingue e letterature straniere; Lingue e letterature straniere europee; Lingue e letterature straniere moderne; Traduttore; Traduzione ed interpretazione; Scienze e tecniche della interculturalità.

Medico: Medicina e chirurgia; Odontoiatria e protesi dentaria; Scienze della programmazione sanitaria.

Politico-sociale: Relazioni pubbliche; Scienze della comunicazione; Scienze internazionali e diplomatiche; Scienze politiche; Servizio sociale; Sociologia; Politica del territorio.

Psicologico: Psicologia.

Scientifico: Astronomia; Fisica; Informatica; Matematica; Scienza dei materiali; Scienze dell’informazione.


Note

1 A febbraio 2006 aderiscono al Consorzio AlmaLaurea 45 Università: Bari, Basilicata, Bologna, Bolzano, Cagliari, Calabria, Camerino, Cassino, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, L’Aquila, Lecce, Messina, Milano-IULM, Milano – Vita Salute San Raffaele, Modena e Reggio Emilia, Molise, Napoli Seconda Università, Padova, Parma, Perugia, Università per Stranieri di Perugia, Piemonte Orientale, Reggio Calabria, Roma Campus Biomedico, Roma La Sapienza, Roma Tre, Roma-LUMSA, Salerno, Sassari, Siena, Torino, Torino Politecnico, Trento, Trieste, Tuscia, Udine, Venezia Ca’ Foscari, IUAV di Venezia, Verona.

2Nelle precedenti indagini si è sottolineato che, focalizzandosi sulla sola sessione estiva, si riduce il collettivo in esame ed i relativi costi di rilevazione, ma si garantisce l’essenziale identità dell’intervallo di tempo trascorso tra laurea ed intervista. Specifici approfondimenti hanno consentito di verificare la sostanziale rappresentatività dei laureati delle sessioni estive rispetto al complesso della popolazione dell’anno solare in relazione alle variabili più fortemente associate con la condizione occupazionale dei laureati (area geografica di residenza, ateneo, gruppo disciplinare, genere, regolarità negli studi ed età alla laurea, voto di laurea, esperienze di lavoro durante gli studi, intenzione alla laurea di proseguire gli studi). Se tutto ciò è valido per i laureati del vecchio ordinamento, per i loro colleghi di primo livello la situazione si pone in modo diverso. La prima fase di avviamento di ogni nuovo processo, infatti, vede concludere il processo stesso da parte di un numero di interessati crescente nel tempo e dalle caratteristiche strutturali in continua evoluzione. È ciò che si verifica anche nelle primissime coorti di laureati post-riforma che vedono il contingente della sessione estiva numericamente più ridotto, rispetto alla proporzione tradizionalmente prossima ad un terzo dei laureati dell’intero anno. Ma, nel caso specifico, fra i laureati post-riforma del 2004, le differenze si estendono anche alle caratteristiche strutturali della popolazione indagata che, nella sessione estiva, vede una diversa composizione per gruppi di corsi di laurea e per regolarità negli studi (con una sovra-rappresentazione dei laureati fuori corso).

3 Gli atenei aderenti al Consorzio sono complessivamente 45 ma, come è evidente, solo quelli entrati nel Consorzio da almeno un anno sono stati coinvolti nell’indagine.

4 Dell’Ateneo di Roma La Sapienza, la cui rilevazione era prevista per l’anno prossimo, è stata anticipata in questa rilevazione l’analisi degli esiti occupazionali dei laureati 2004 di primo livello.

5 Tutta la documentazione è consultabile su internet: www.almalaurea.it.

6 ISTAT, Statistiche in breve. Anno 2004, Roma 2005.

7 A. Cammelli, La qualità del capitale umano dell’università. Caratteristiche e performance dei laureati 2003, il Mulino, Bologna, 2005.

8 Tra i laureati pre-rifoma sono compresi anche quelli specialistici a ciclo unico, che, almeno fino alla generazione del 2004, possono essere assimilati ai laureati pre-riforma (cfr. A. Cammelli, “La qualità del capitale umano dell’università”, in Profilo dei laureati 2004, Bologna, 2005, p. VIII).

9 Come è noto, i corsi di primo livello sono stati introdotti con la Riforma dell’ordinamento didattico universitario del 1999 e attivati dal 2001 (in alcuni atenei già dal 2000).

10 Le tendenze rilevate sono analoghe a quelle ufficiali del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Cfr. MIUR, Indagine sull’Istruzione Universitaria, annate varie.

11 Come già evidenziato nel Profilo dei laureati 2004, resta da verificare “quanto questi miglioramenti siano il frutto di un processo virtuoso e quanto, invece, la conseguenza del trasferimento di una parte di popolazione universitaria (dalle robuste criticità in fatto di regolarità, ecc.) dai vecchi percorsi di studio alle lauree di primo livello” (cfr. A. Cammelli, “La qualità del capitale umano dell’università”, in Profilo dei laureati 2004, op. cit., p. XI).

12 All’aumento delle esperienze lavorative nel corso degli studi si affianca una diminuzione della quota di laureati che dichiara di voler proseguire gli studi universitari (scesa dal 66 al 57 per cento).

13 Fanno parte del collettivo esaminato anche i laureati di Roma La Sapienza la quale, come ricordato in precedenza, ha coinvolto nell’indagine i propri laureati di primo livello.

14Coordinata dal Consorzio AlmaLaurea, la rilevazione telefonica, utilizzando metodo CATI, è stata realizzata da SWG di Trieste, vincitrice di un’apposita gara d’appalto europea.

15 La molteplicità dei servizi che da anni AlmaLaurea rende disponibili ai laureati (tra gli altri, controllo della documentazione ufficiale dei curricula e aggiornamento degli stessi, servizio di consultazione e di risposta alle offerte di lavoro, servizio di alert per le offerte di lavoro, bacheca dell’offerta formativa post-laurea, certificazione delle performance del laureato a fini concorsuali e/o borsa di studio all’estero) costituisce un elemento nevralgico del crescente processo di “fidelizzazione” dei laureati e un fattore insostituibile per l’aggiornamento continuo della banca-dati.

16 Il riproporzionamento è operato attraverso una procedura iterativa che attribuisce ad ogni laureato intervistato un “peso”, in modo tale che le distribuzioni relative alle variabili oggetto del riproporzionamento siano - il più possibile - simili a quelle osservate nell’insieme dei laureati italiani: se un laureato possiede caratteristiche sociografiche (genere, facoltà, gruppo di corso di laurea, ateneo, area di residenza alla laurea) molto diffuse nella popolazione, ma non nel campione AlmaLaurea, ad esso sarà attribuito un peso proporzionalmente più elevato; contrariamente, ad un laureato con caratteristiche diffuse nel campione AlmaLaurea ma non nel complesso della popolazione verrà attribuito un peso proporzionalmente minore. Per ottenere stime ancora più fedeli, si sono considerate le interazioni tra il genere e le altre variabili. Cfr. CISIA-CERESTA, Manuale di SPAD. Versione 4.5, Parigi, 2001.

17 La restante quota, pari al 3,3 per cento, è composta da laureati che non lavorano né cercano e non sono iscritti alla laurea specialistica (soprattutto perché impegnati in altre attività di formazione).

18 Riprendendo la suddivisione proposta da G. Catalano e A. Figà Talamanca in Eurostudent. Le condizioni di vita e di studio degli studenti universitari italiani (il Mulino, 2002), questa area comprende i gruppi di corsi di laurea: agrario, architettura, chimico-farmaceutico, educazione fisica, geo-biologico, ingegneria, medico, scientifico.

19 Raccoglie i gruppi: economico-statistico, giuridico, insegnamento, letterario, linguistico, politico-sociale, psicologico.

20 Si veda il D.M. 23 ottobre 2003, Fondo per il sostegno dei giovani e per favorire la mobilità degli studenti, che prevede, fra l’altro, il rimborso delle tasse e dei contributi dovuti dagli studenti immatricolati ai corsi di laurea afferenti alle classi: Scienze matematiche, Scienze e tecnologie fisiche, Scienze e tecnologie chimiche, Scienze statistiche. Nelle nostre analisi si sono considerati i corsi pre-riforma corrispondenti alle quattro classi citate. Cfr. A. Cammelli, Physics from school to the job market. The Italian Job Market in Physics, in corso di pubblicazione su Giornale di Fisica, (vol. 47, n. 1, 2006) e consultabile su internet www.almalaurea.it/universita/altro/fisica2005.

21 A questo collettivo andrebbe aggiunta la quota comprensiva di coloro che, ad un anno dal conseguimento del titolo, hanno abbandonato il corso specialistico (1,4) oppure che lo hanno addirittura già concluso (0,5 per cento); si tratta in realtà di una quota modesta, in parte frutto di carriere del tutto particolari (conversioni di precedenti percorsi formativi) e comunque ininfluente rispetto alle considerazioni sviluppate in questo contesto.

22 Infine, una quota modesta ma significativa (prossima al 2 per cento) prosegue la formazione universitaria con un’ulteriore laurea di primo livello: ciò si riscontra soprattutto fra i laureati in Educazione fisica, insegnamento e chimico-farmaceutico.

23 Le elaborazioni sono riferite ai percorsi disciplinari di provenienza, indipendentemente dalla laurea specialistica prescelta.

24 Per approfondimenti sulle aggregazioni delle forme contrattuali effettuate, cfr. § 3.10-Ad un anno sono stabili 39 laureati su cento.

27 Il tasso di disoccupazione, come è noto, è definito dal rapporto tra persone attivamente in cerca di occupazione e forze di lavoro, queste ultime rappresentate dalla somma delle persone attivamente in cerca di occupazione e degli occupati. Si ricorda che la definizione di disoccupato sottostima la consistenza del fenomeno escludendo i soggetti sfiduciati nella ricerca dai reiterati tentativi falliti. cfr. Note metodologiche.

28 In Italia si registrano miglioramenti sotto il profilo dell’occupazione, ma restano delle debolezze strutturali da risolvere: insieme a Gran Bretagna, Grecia, Spagna e Francia ci sono stati, tra il 1995 e il 2004 “i cali più marcati del tasso di disoccupazione strutturale” e (insieme a Spagna, Irlanda e Lettonia) “la più forte riduzione della disoccupazione nel lungo periodo”. L’Italia è ancora lontana dagli obiettivi di occupazione di Lisbona ed è tra i 5 paesi dell’Unione Europea (assieme a Francia, Germania, Polonia e Spagna) più deboli sul fronte occupazionale: limitati sono gli incentivi per facilitare l’ingresso o il reingresso sul mercato del lavoro, dovuto al ritardo nel portare avanti le riforme strutturali o nell’averle messe in atto in maniera limitata. Commissione Europea, Occupazione in Europa 2005. Tendenze e prospettive, 2005.

29 Si tenga però presente che il risultato dei laureati all’Ateneo di Catanzaro sconta la particolare situazione occupazionale dei neo-dottori in medicina e chirurgia e giurisprudenza (il 94 per cento del complesso dei laureati di questa sede) che ad un anno dalla laurea risultano in gran parte ancora impegnati in attività di formazione.

30 Un ulteriore 17 per cento lavorava al momento della laurea, ma ha dichiarato di avere cambiato lavoro dopo la conclusione degli studi. Fra tutti i laureati di AlmaLaurea del 2004, il 7,7 per cento è rappresentato da lavoratori-studenti, cioè da laureati che hanno dichiarato di avere svolto attività lavorative continuative a tempo pieno per almeno la metà della durata degli studi sia nel periodo delle lezioni universitarie sia al di fuori delle lezioni. Gli studenti giunti alla laurea nel 2004 senza alcuna esperienza lavorativa, nemmeno saltuaria, rappresentano invece il 23,3 per cento.

31 Si vedano anche alcune considerazioni contenute nel § 4.6-Lavoro nel settore pubblico ed in quello privato.

32 La stessa definizione è stata adottata nelle più recenti indagini sulla condizione occupazionale dei laureati in Europa: si tratta delle ricerche CHEERS e REFLEX, quest’ultima avviata recentemente con la partnership – per l’Italia - Istituto IARD Franco Brambilla-AlmaLaurea.

33 Come si è già ricordato la definizione di disoccupato sottostima la consistenza del fenomeno escludendo i soggetti sfiduciati nella ricerca dai reiterati tentativi falliti; ma è altrettanto vero che non pare essere questa la situazione per i laureati intervistati ad un solo anno dal conseguimento del titolo di studio.

34 ISTAT, Statistiche in breve Anno 2004, Roma, op. cit.

35 Valutazioni analoghe hanno portato ad adottare il medesimo intervallo temporale anche nelle già citate indagini a livello europeo CHEERS e REFLEX.

36 Per approfondimenti, si vedano le relazioni di H. Schomburg (Germania); J. Brennan (Regno Unito); P. Dubois, K. Thockler, V. Lepaux (Francia); J. G. Mora, A. Garcìa-Aracil (Spagna); R. van der Velden, R. de Vries (Paesi Bassi); E. Giermanowska (Polonia); P. Ròbert (Ungheria), in A. Cammelli (a cura di), La transizione dall’università al lavoro in Europa e in Italia, Il Mulino, Bologna, 2005.

37 L’analisi sulle differenze territoriali è stata effettuata considerando la provincia di residenza dei laureati, indipendentemente dalla sede di studio.

38 Per un confronto con le modalità di reperimento del lavoro della popolazione giovanile nel suo complesso, si veda C. Buzzi, A. Cavalli, A. de Lillo, Giovani del nuovo secolo. Quinto Rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, il Mulino, Bologna, 2002.

39 Secondo l’indagine ISSP-Censis del 2003, la famiglia resta ancora, assieme alla rete amicale ad essa collegata, il principale canale di entrata nel mercato del lavoro in Italia: ben il 29,7 per cento degli italiani dichiarano infatti di aver trovato un’occupazione grazie alla famiglia, tramite un parente stretto (il 19,3 per cento) o lontano (il 10,4 per cento). Citato in Censis, XXXVII Rapporto sulla situazione sociale del paese, 2003.

40 Intesi come tempo intercorso tra la laurea e il reperimento del primo lavoro (di qualunque natura esso sia) iniziato dopo la laurea.

41 Per approfondimenti sul modello di Cox, cfr. Note metodologiche

42 Per un’analisi dell’ingresso nel mondo del lavoro a livello europeo, secondo un criterio di analisi che fa riferimento al primo impiego “significativo” (ovvero al primo posto di lavoro mantenuto almeno sei mesi e che preveda un orario lavorativo di almeno 20 ore settimanali), si veda I. Kogan, La transizione dall’istruzione superiore al mercato del lavoro in Europa, in A. Cammelli (a cura di), La transizione dall’università al lavoro in Europa e in Italia, op. cit.

43 Cfr. decreto legislativo n. 276 del 10 settembre 2003, pubblicato nella G.U. del 9 ottobre 2003.

44 Il lavoro stabile è individuato dalle posizioni lavorative dipendenti a tempo indeterminato e da quelle autonome propriamente dette (imprenditori, liberi professionisti e lavoratori in proprio). La scelta di classificare le posizioni autonome nell’area del lavoro stabile deriva dalla verifica che questo tipo di lavoro non è considerato dai laureati un “ripiego”, un’occupazione temporanea in mancanza di migliori opportunità. Verifica compiuta attraverso le indagini AlmaLaurea realizzate in questi anni con riferimento a: soddisfazione per il lavoro svolto, guadagno, ricerca di una nuova occupazione.
Il lavoro che abbiamo definito atipico (temporaneo o precario, secondo altre impostazioni) racchiude il contratto dipendente a tempo determinato, il contratto di collaborazione (comprendente la collaborazione coordinata e continuativa; quella occasionale e il contratto a progetto), il lavoro interinale e il contratto di associazione in partecipazione. Abbiamo compreso in questa categoria anche i lavori socialmente utili, di pubblica utilità ed il piano di inserimento professionale, che pure non prevedono l’instaurarsi di un vero e proprio rapporto lavorativo. Ai fini del presente approfondimento è stato deciso di tenere distinti i contratti di inserimento/formazione lavoro e quelli di apprendistato, che pure in un’accezione più ampia avremmo potuto comprendere tra i lavori atipici, verificata, sicuramente nel caso dei laureati esaminati, la loro natura di anticamera del lavoro stabile (cfr. § 3.11-A cinque anni dalla laurea sono stabili 73 laureati su cento).

45 Infatti fino alla decisione della Commissione Europea del 1999 (confermata da alcune sentenze della Corte di Giustizia nel 2002 e, successivamente, nel 2004), la normativa italiana prevedeva, per le assunzioni con questo tipo di contratto, un’agevolazione fiscale minima (pari al 25 per cento) per tutti i datori di lavoro e su tutto il territorio nazionale. Un’agevolazione maggiore era prevista per determinate categorie di datori di lavoro e per le aziende ubicate nel Mezzogiorno o nelle aree ad elevata disoccupazione. Tali sgravi contributivi sono stati giudicati incompatibili con le norme europee in materia di concorrenza, e quindi “illegittimi aiuti di Stato”.

46 I risultati presentati sembrano confermare i timori dei tanti che hanno sottolineato come la difficoltà di trasformazione dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa in contratti a progetto, previsti dalla Riforma Biagi, avrebbe determinato la loro scomparsa o la loro trasformazione in lavoro in nero.

47 Secondo un’indagine svolta dall’Associazione Direttori delle Risorse Umane “a 19 mesi dal varo, la legge Biagi sulla flessibilità del lavoro è poco utilizzata dalle aziende”. Il 64 per cento dei direttori del personale considera la legge Biagi “non facile da applicare” mentre per il 58 per cento “ha dato pochi risultati” e per il 48 per cento “crea precarietà”, anche se per il 77 per cento del campione (composto da 66 imprese con circa 80mila addetti) il provvedimento “aumenta la flessibilità aziendale”, per un altro 61 per cento “risponde alle esigenze delle aziende” mentre per il 63 per cento non ci sono dubbi sul fatto che “favorisca nuovi posti di lavoro” (Repubblica.it, aprile 2005).

48 Sarà interessante valutare, in occasione della prossima rilevazione, se produrrà gli effetti desiderati il recente decreto ministeriale (pubblicato in GU il 31/1/2006) che prevede incentivi economici, per le aziende che vi facciano ricorso, correlati alla stipula di contratti di inserimento alla forza di lavoro femminile.

49 Anche a livello europeo, con il trascorrere del tempo dalla laurea, la percentuale di laureati con un impiego precario non volontario tende a diminuire. Cfr. I. Kogan, op. cit.

50 Un’ulteriore, quota, numericamente limitata e pari al 14 per cento (30 persone in tutto), dopo cinque anni passa da una situazione di senza contratto ad una di non lavoro. Approfondimenti specifici hanno consentito di rilevare che si tratta prevalentemente di donne.

51 Ben il 95 per cento degli occupati (analogamente allo scorso anno), nonostante la delicatezza dell’argomento trattato, ha risposto ai quesiti relativi al guadagno percepito col proprio lavoro; una quota consistente, che rende particolarmente attendibile anche questo capitolo.

52 Comunicato stampa Contratti, retribuzioni e conflitti di lavoro, ISTAT, 31 gennaio 2006.

53 ISTAT, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2004, Roma, 2005. A conclusioni opposte sembra condurre un recente rapporto Ires-CGIL, secondo il quale i livelli di reddito maggiori si riscontrano generalmente tra coloro che dispongono di un titolo di studio più basso. Il rapporto sembra non considerare adeguatamente che la progressione nelle retribuzioni dei laureati avviene in tempi medio-lunghi, con inizio ad età diverse in funzione del titolo di studio, il che obbliga a prendere in considerazione classi di età che non vedano sottorappresentate quelle più elevate (cfr. Ires-CGIL, Giovani, Lavoro e Sindacato, Roma, 2006).

54 Il confronto è stato effettuato isolando i soli laureati che hanno iniziato l’attività lavorativa oggetto di rilevazione dopo la laurea e lavorano a tempo pieno.

55 Per approfondimenti sulla definizione dell’indice, cfr. Note metodologiche.

56 Per un approfondimento delle tematiche relative alla spendibilità dei titoli universitari nel mercato del lavoro ed un esame critico dei risultati raggiunti da altre indagini, su questi argomenti, in ambito europeo e nazionale Cfr. A. Cammelli, A. di Francia, La laurea serve a qualcosa? Alla ricerca dell’“efficacia esterna”, Il Mulino, Bologna, n. 3, 2004.

57 Per approfondimenti sulla definizione dell’indice, cfr. Note metodologiche

58 Come già si è visto, la prima area comprende i gruppi di corsi di laurea: agrario, architettura, chimico-farmaceutico, educazione fisica, geo-biologico, ingegneria, medico, scientifico. La seconda, invece, raccoglie i gruppi: economico-statistico, giuridico, insegnamento, letterario, linguistico, politico-sociale, psicologico.

59 Secondo il World Economic Forum, l’Italia si trova al 47esimo posto nella graduatoria sulla competitività, soprattutto, secondo il direttore del WEF, a causa del costante deterioramento delle finanze pubbliche, del pessimismo collegato alle scarse prestazioni dello sviluppo del Paese che ha coinvolto anche piani di investimenti, nonché del considerevole deterioramento in tutti gli indicatori legati alla qualità dell’ambiente istituzionale. Tale graduatoria è però criticata da molti osservatori perché, assieme ad alcuni parametri oggettivi, è basata su opinioni riguardanti il proprio Paese rilasciate da esponenti del mondo del business. Secondo Maurizio Dall’Occhio, decano della SDA Bocconi, “I manager italiani si confermano tra i più critici del mondo, ben al di là di quella che è la situazione effettiva. […] Una posizione tanto penalizzante per l'Italia è dovuta alla percezione più che alla realtà, ma è un sintomo che non va assolutamente trascurato perché è proprio sulle percezioni che si basano le decisioni di investimento dei manager di tutto il mondo” (www.sdabocconi.it). Eppure, nel campo della ricerca scientifica, almeno di quella rilevabile dal numero di pubblicazioni e di citazioni, l’Italia “si colloca all’ottavo posto” fra una trentina di Paesi che coprono pressoché tutta la produzione scientifica mondiale. Cfr. D. A. King, The scientific impact of nations, Nature, vol. 430, 6997, pp. 311-316, 2004, cit. in M. Deaglio et al., Il sole sorge a Oriente, Guerini e associati, 2005.

61 Si ricorda che l’analisi è compiuta sui laureati pre-riforma; le esperienze di stage risultano invece molto più diffuse (60 per cento) fra i primi laureati triennali. Per un quadro completo delle caratteristiche di questi laureati cfr. Profilo dei laureati 2004, op. cit.

62 Grazie ad un’indagine ad hoc, condotta da AlmaLaurea via web, sono stati approfonditi alcuni aspetti relativi all’esperienza di stage compiuta durante l’università. Interesse rafforzatosi in seguito all’avvio della riforma universitaria che ne ha sottolineato l'importanza ai fini dell'orientamento verso il mercato del lavoro. Cfr. A. Cammelli, La qualità del capitale umano dell’università in Europa e in Italia, il Mulino, Bologna, 2005.

63 Un’indagine compiuta dall’Associazione Direttori Risorse Umane ha confermato che “lo stage è una grande opportunità per i neolaureati perché ormai nessuna azienda assume chi è senza esperienze. Ma è anche una grande opportunità per le aziende, che hanno modo di provare i neolaureati con costi risibili”. E ancora, “non deve stupire che in questi ultimi anni lo strumento dello stage venga utilizzato molto di frequente dalle imprese come inserimento per i neolaureati rispetto al passato; in una situazione come l’attuale in cui le assunzioni sono limitate” […] “l’impresa non può sbagliare ed è per questo che un periodo di 6 mesi od un anno su di un determinato progetto concordato con il candidato, offrono all’azienda la misura della preparazione del neo e la sua adattabilità al contesto aziendale ed al neo assunto una puntuale verifica sugli strumenti di formazione che l’impresa eroga” (ANSA, febbraio 2004).

64 Si tratta dei laureati che hanno una conoscenza “buona” o “ottima” di almeno uno dei dieci strumenti informatici considerati. La restante parte comprende coloro che non hanno alcuna conoscenza informatica, che hanno conoscenze limitate o discrete oppure che non hanno compilato il questionario.

65 Si ricorda che la collaborazione comprende il contratto a progetto, il contratto di collaborazione coordinata e continuativa e quello occasionale.

66 Per altri approfondimenti, cfr. C. Girotti, S. Grandi, Sul lavoro e verso il lavoro: propensioni, aspettative e realtà, in A. Cammelli, M. La Rosa (a cura di), I laureati in Italia. Le indagini di AlmaLaurea su scelte formative, orientamento al lavoro e occupabilità, Franco Angeli, Milano, 2004.

67 Sul medesimo tema, analizzato a livello europeo, si veda anche L. Gallino, La transizione università-lavoro in Europa. Il quadro di riferimento, in A. Cammelli, op. cit., 2005.

68 Per dettagli, cfr. ISTAT, La nuova rilevazione sulle forze di lavoro, Roma, 2004.

69 Cfr. A. Cobalti e A. Schizzerotto, La mobilità sociale in Italia, Il Mulino, Bologna, 1994.

70 Schizzerotto A. (a cura di), Vite ineguali. Disuguaglianze e corsi di vita nell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2002.