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XII Indagine AlmaLaurea sul Profilo dei Laureati
Sono online i risultati dell'indagine presentati a Bologna il 28 maggio 2010.
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Venerdì 28 maggio - Università di Bologna
Programma | Video | Abstract
XII Indagine AlmaLaurea sulla Condizione occupazionale dei laureati.
Sono online i risultati dell'indagine presentati
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il 19 marzo 2010.
Documentazione completa | Abstract del convegno
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Giovedì 18 marzo 2010 - Università della Calabria
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CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI

di Andrea Cammelli

Indice

  1. CARATTERISTICHE DELL’INDAGINE
  2. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE E FORMATIVA DEI LAUREATI DI PRIMO LIVELLO
  3. TENDENZE E CARATTERISTICHE DELL’OCCUPAZIONE DEI LAUREATI PRE-RIFORMA
  4. APPROFONDIMENTI
  5. NOTE METODOLOGICHE

Torna all'indice del capitolo 1. CARATTERISTICHE DELL’INDAGINE

1.1 LE DUE POPOLAZIONI DI LAUREATI PRE E POST-RIFORMA
1.2 ELEVATISSIMO TASSO DI RISPOSTA: 84 PER CENTO
1.3 PER I LAUREATI PRE-RIFORMA LE STIME SONO RAPPRESENTATIVE DEI LAUREATI ITALIANI

L’indagine 2006 sulla condizione occupazionale ha coinvolto quasi 89mila laureati di 40 università italiane. Il Progetto di Ricerca ha l’obiettivo di indagare i percorsi lavorativi compiuti dai laureati nei primi cinque anni successivi al conseguimento del titolo. La partecipazione dei laureati è stata eccezionale, tanto che il tasso di risposta ha raggiunto l’84 per cento. Per il secondo anno sono stati indagati anche i laureati di primo livello, la cui consistenza sta diventando significativa.

L’indagine sulla condizione occupazionale dei laureati delle università aderenti al Consorzio AlmaLaurea, condotta nell’autunno 2006, ha coinvolto i laureati delle sessioni estive degli anni 2005, 2003 e 2001, intervistati rispettivamente a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo.

La rilevazione è stata estesa quest’anno a 40 università delle 49 attualmente aderenti al Consorzio (comprendendo per la prima volta Camerino, Lecce, Tuscia e Valle d’Aosta). Grazie all’intesa fra gli atenei (che hanno anche sostenuto parte dei costi) ed al contributo del Ministero dell’Università e della Ricerca, in complesso l’indagine ha coinvolto quasi 89mila laureati: 47.099 ad un anno dalla conclusione degli studi (di cui 30.134 pre-riforma), 23.464 a tre anni e 18.074 a cinque anni.

Anche quest’anno sono stati intervistati i laureati che hanno concluso gli studi con una laurea di primo livello: sono 16.965 nella sessione estiva del 2005, pari al 36 per cento dei laureati complessivi. Una quota in crescita (erano 27 su cento l’anno scorso) ed ancora decisamente eterogenea al suo interno. Come si vedrà meglio in seguito, infatti, solo una parte del collettivo esaminato può essere considerata a pieno titolo “figlia della riforma”: quella che ha compiuto per intero ed esclusivamente il percorso predisposto per acquisire il titolo di primo livello.

Perché un’analisi circoscritta ai laureati della sessione estiva?
Specifici approfondimenti hanno consentito di verificare, per i laureati del vecchio ordinamento, la sostanziale rappresentatività dei laureati della sessione estiva rispetto al complesso della popolazione dell’anno solare in relazione alle variabili più fortemente associate con la condizione occupazionale dei laureati (area geografica di residenza, ateneo, gruppo disciplinare, genere, regolarità negli studi ed età alla laurea, voto di laurea, esperienze di lavoro durante gli studi, intenzione alla laurea di proseguire gli studi). Focalizzandosi su una sola sessione si garantisce l’essenziale identità dell’intervallo di tempo trascorso tra laurea ed intervista e si riducono i costi di rilevazione, anche se ovviamente si contrae il collettivo in esame. In questa fase di transizione tra vecchio e nuovo ordinamento, invece, per i laureati di primo livello la situazione è diversa: il contingente della sessione estiva è numericamente più ridotto, rispetto alla proporzione tradizionalmente prossima ad un terzo dei laureati dell’intero anno. Inoltre, fra i laureati post-riforma del 2005, le differenze si estendono anche alle caratteristiche strutturali della popolazione indagata che, nella sessione estiva, vede una diversa composizione per regolarità negli studi (con una sovra-rappresentazione dei laureati fuori corso, in particolare con un anno di ritardo).

L’ampiezza dell’indagine, estesa al complesso dei laureati della sessione estiva e non ad un suo campione, consente di restituire a ciascun ateneo la propria documentazione, dettagliata fino alla disaggregazione per singola facoltà. Al fine di venire incontro alle richieste degli atenei, soprattutto di quelli di più ridotte dimensioni, ed alle esigenze conoscitive sollecitate dal Ministero è stata condotta nel 2006 una sperimentazione che ha coinvolto tutti i laureati di primo livello dell’anno solare 2005. L’indagine è attualmente ancora in corso e i risultati saranno presentati nel prossimo mese di maggio nell’annuale convegno sul Profilo dei laureati.

IX Indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati [Fig. IX Indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati]


Torna all'indice del capitolo1.1 Le due popolazioni di laureati pre e post-riforma

La popolazione di laureati esaminata in questo Rapporto si articola nelle due componenti pre e post-riforma, aumentando inevitabilmente il grado di complessità nell’interpretazione delle analisi compiute. Non si deve infatti dimenticare che “ogni operazione di valutazione delle caratteristiche del capitale umano prodotto dal sistema universitario secondo gli ordinamenti pre e post–riforma, così come ogni tentativo di monitorare l’efficacia o meno della riforma stessa, deve misurarsi con profili di laureati progettati con obiettivi, caratteristiche, prospettive di studio, ecc. profondamente diversificati. Rebus sic stantibus è evidente che il confronto delle caratteristiche strutturali, delle performances di studio, degli esiti occupazionali e formativi, tra i laureati di primo livello e i laureati pre–riforma risulta, per un verso solo formalmente proponibile, e per un altro di difficile realizzazione. Particolarmente per tutta l’attuale fase di transizione, caratterizzata dalla graduale scomparsa dei tradizionali percorsi di studio e dal progressivo affermarsi del nuovo ordinamento” 1.

Con tali premesse, l’analisi della composizione dei collettivi indagati diventa fondamentale, al fine di valutarne con precisione gli esiti occupazionali e di approfondire le tendenze più recenti del mercato del lavoro. Ciò è ancor più vero se si tiene conto che, tendenzialmente, i laureati pre-riforma usciti dal sistema universitario italiano sono gli “ultimi” di un processo formativo già avviato alla piena sostituzione dei corsi con quelli di nuova istituzione, al contrario dei laureati di primo livello, che sono invece i “primi” ad aver sperimentato a pieno la riforma universitaria (come è noto, i corsi di primo livello sono stati attivati nel 2001; in alcuni atenei già dall’anno 2000).

I laureati di primo livello. Come già sottolineato, i laureati del nuovo ordinamento mostrano caratteristiche strutturali e performance di studio spesso profondamente diversi rispetto a quelli dei laureati provenienti dal vecchio ordinamento. Diversità che caratterizzano anche i laureati di primo livello al loro interno, perchè in questo collettivo convivono al momento due popolazioni molto diverse: coloro che hanno compiuto il loro percorso di studi per intero ed esclusivamente nel nuovo ordinamento (in questo volume definiti puri) e coloro che hanno ottenuto il titolo di primo livello concludendo un percorso di studi iniziato nel vecchio ordinamento (che abbiamo definito ibridi). Tali differenze finiscono inevitabilmente per incidere, almeno in parte, sugli esiti occupazionali e formativi dei diversi collettivi; in particolare per i primissimi laureati post-riforma puri, le cui performance, proprio perché si tratta dei “primi”, non possono che essere le migliori in assoluto.

Nella generazione dei laureati post-riforma del 2005 i puri sono circa 9.700 e rappresentano una quota consistente (68 per cento) dei laureati di primo livello; quota in aumento visto che tra i laureati del 2004 rappresentava il 39 per cento. Conseguentemente, quasi un terzo della popolazione esaminata proviene dal vecchio ordinamento (4.500 ibridi); si tratta di un collettivo ancora consistente, anche se in netta diminuzione (nel 2004 rappresentava il 61 per cento) 2.

I laureati puri sono significativamente più numerosi, in particolare, nei gruppi giuridico e linguistico, dove rappresentano i tre quarti dei laureati. Viceversa, gli ibridi sono decisamente più presenti tra i laureati dei gruppi chimico-farmaceutico, agrario, scientifico e medico, dove le percentuali superano il 50 per cento. In particolare per il gruppo medico, è necessario sottolineare che si tratta di persone, mediamente di età elevata, provenienti dalle classi di laurea in professioni sanitarie (infermieristiche, ostetrica, della riabilitazione e della prevenzione), che frequentemente hanno conseguito il titolo di primo livello essendo già in possesso di un precedente diploma universitario e che in generale proseguono la medesima attività lavorativa già avviata. I risultati occupazionali di questo collettivo, decisamente particolari, si devono pertanto interpretare alla luce di queste considerazioni.

Come era d’attendersi, alla luce delle riflessioni sopraesposte, gli indicatori relativi alla riuscita negli studi mettono in luce le migliori performance dei laureati di primo livello, in particolare in termini di regolarità negli studi: infatti, un quarto dei laureati ha ottenuto il titolo in corso (sono solo 7 tra quelli del vecchio ordinamento), anche se una quota consistente (46 per cento) conclude gli studi con un anno di ritardo; quota quest’ultima che raggiunge il 69 per cento tra i puri e solo il 5 per cento degli ibridi, che nella quasi totalità (83 per cento) concludono gli studi con almeno due anni fuori corso. È importante sottolineare che i risultati di cui sopra sono più modesti rispetto alla media dell’intero anno solare perché, come accennato, tra i laureati della sessione estiva si rileva una sovra-rappresentazione dei fuori corso, in particolare di quelli con un anno di ritardo.

Per ciò che riguarda votazioni medie ed età al conseguimento del titolo non è possibile, almeno da una prima lettura dei dati, apprezzare differenze significative –almeno quanto ci si sarebbe potuto immaginare- tra i laureati di primo livello e quelli pre-riforma: il voto medio di laurea è, rispettivamente, 102 contro 103, mentre l’età media risulta di 25,6 contro 27,7 (differenza indubbiamente elevata ma meno di quanto ci si poteva attendere). Ma un’analisi più attenta deve tener conto dell’eterogeneità interna al collettivo di primo livello: così facendo si rileva che i laureati puri hanno infatti ottenuto ottime votazioni (un quinto si è laureato con il massimo dei voti, contro 11 su cento tra gli ibridi: in media il voto è 103 contro 100) e presentano un’età media alla laurea pari a 23,7 (mentre gli ibridi pari a 27,5).

Il confronto con i laureati di primo livello del 2004 evidenzia naturalmente una tendenza al peggioramento delle performance, sia in termini di regolarità che di votazioni: è diminuita infatti la quota di laureati che termina gli studi nei tempi previsti, in particolare tra i puri, dove la contrazione supera i 55 punti percentuali (i laureati in corso sono scesi dall’83 per cento del 2004 al 28 del 2005). Corrispondentemente, è aumentata la quota di laureati che ottiene il titolo con un anno di ritardo (dal 17 per cento del 2004 al 69 del 2005). Il voto medio di laurea è invece rimasto nel complesso pressoché invariato, anche se in realtà si è verificata una contrazione tra i laureati puri (il voto medio è sceso da 106 a 103 su 110).

Tutto ciò conferma la tendenza alla stabilizzazione delle caratteristiche del collettivo esaminato, stabilizzazione che si perfezionerà non appena il peso dei laureati ibridi diverrà irrilevante e le caratteristiche dei colleghi puri diverranno sostanzialmente costanti nel tempo. La speranza è che al termine del periodo di transizione il processo di stabilizzazione risulti attestato sui valori delle performance più virtuose, superando o riducendo consistentemente i tradizionali mali dell’università italiana.

I laureati pre-riforma 3. Approfondimenti specifici, compiuti sulle ultime sei coorti di laureati pre-riforma indagate, mettono in luce che, almeno per il momento, le principali caratteristiche strutturali dei collettivi non sono peggiorate, come ci si poteva attendere, in misura significativa 4. Anzi, alcuni indicatori paiono addirittura migliorare: in particolare, tra i laureati del 2000 e quelli del 2005 è aumentata la regolarità negli studi (i laureati in corso sono passati dal 6 al 7 per cento, quelli entro un anno fuori corso dal 12,5 al 21 per cento), mentre sono rimaste sostanzialmente immutate le votazioni medie (103/110) e l’età media alla laurea (27,7 anni). Tali miglioramenti, però, più che il frutto di un processo virtuoso sembrano riconducibili al trasferimento dai vecchi percorsi di studio alle lauree di primo livello di una popolazione di laureati caratterizzata da consistenti criticità, particolarmente per durata degli studi. Si tratta pertanto di una fase temporanea, destinata ad esaurirsi in breve tempo; a conferma di tale ipotesi si rileva che gli indicatori correlati alla regolarità e all’età media alla laurea iniziano, quest’anno per la prima volta, a manifestare qualche lieve segnale di peggioramento.

Nel medesimo intervallo di tempo, inoltre, è aumentata la quota di laureati che dichiara di aver avuto esperienze lavorative nel corso degli studi universitari: trascurando le coorti del 2004 e 2005 (a causa di una variazione nella formulazione del quesito relativo alle esperienze di lavoro compiute durante gli studi) tale percentuale è passata dal 60 al 64 per cento fra la generazione del 2000 e quella del 2003. All’aumento delle esperienze lavorative nel corso degli studi si affianca una diminuzione della quota di laureati che dichiara di voler proseguire gli studi universitari (scesa dal 66 al 57 per cento). Sembra però che questi elementi non abbiano influenzato l’andamento del tasso di occupazione nel tempo, il cui trend sarà messo in luce nei paragrafi successivi.

Torna all'indice del capitolo1.2 Elevatissimo tasso di risposta: 84 per cento

L’interesse che l’indagine riscuote tra i laureati sin dal suo avvio, la cura con cui la stessa è stata condotta, unitamente al costante aggiornamento della banca-dati, sono testimoniati dalle elevatissime percentuali di rispondenti: per i laureati pre-riforma, 87 su cento ad un anno dalla conclusione degli studi; 84 su cento a tre anni; 77 su cento a cinque anni. Per i laureati di primo livello il tasso di risposta ad un anno sfiora addirittura l’89 per cento.

I servizi che AlmaLaurea offre ai propri laureati
Da diversi anni AlmaLaurea rende disponibili ai propri laureati numerosi servizi: controllo della documentazione ufficiale dei curricula e aggiornamento degli stessi, servizio di consultazione e di risposta alle offerte di lavoro, servizio di alert per le offerte di lavoro, bacheca dell’offerta formativa post-laurea, certificazione delle performance del laureato a fini concorsuali e/o borsa di studio all’estero, visibilità del proprio curriculum a livello internazionale nelle lingue dei paesi aderenti al Progetto EAL-Net (EuroAlmaLaurea). La molteplicità dei servizi offerti costituisce un elemento nevralgico del crescente processo di “fidelizzazione” dei laureati e un fattore insostituibile per l’aggiornamento continuo della banca-dati.

Specifici approfondimenti, compiuti per valutare l’esistenza di distorsioni dovute a differenti caratteristiche strutturali degli intervistati rispetto a quanti non hanno partecipato all’indagine, evidenziano alcune differenze. La rappresentatività complessiva non è però compromessa da tassi di risposta parzialmente diversi a livello territoriale (più contenuti quelli che si registrano tra i residenti al Centro, in particolare ad un anno: 84,5 contro 75 per cento a cinque) e per percorso di studio (più ampia sia ad uno che a cinque anni dalla laurea la partecipazione tra i laureati dei gruppi psicologico, geo-biologico e ingegneria; minore l’adesione tra i laureati dei gruppi medico, architettura e giuridico). Irrilevanti invece le differenze di genere.

Naturalmente esulano da tali considerazioni i residenti all’estero, vista l’oggettiva difficoltà nel rintracciarli (il tasso di risposta per questo collettivo supera comunque il 58 per cento ad un anno, mentre è decisamente più contenuto a cinque anni: 34 per cento).

Nell’interpretazione di questi dati si tenga conto che oltre la metà dei contatti falliti è la risultante di problemi legati al recapito telefonico o all’impossibilità di prendere contatto con il laureato (perché ad esempio si trova all’estero o perché è temporaneamente assente).

IX Indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati [Fig. IX Indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati]


Torna all'indice del capitolo1.3 Per i laureati pre-riforma le stime sono rappresentative dei laureati italiani

Su base annua, i laureati del 2005 coinvolti nell’indagine rappresentano quasi i due terzi di tutti i laureati italiani; una popolazione che assicura un significativo quadro di riferimento dell’intero sistema universitario, soprattutto se si tiene conto delle caratteristiche del collettivo osservato. Infatti, la popolazione dei laureati pre-riforma coinvolta nell’indagine presenta una composizione per gruppi di corsi di laurea e per genere pressoché identica a quella del complesso dei laureati italiani; è però vero che la configurazione per aree geografiche vede sovrarappresentato il Nord e più ridotta la presenza di quanti hanno concluso gli studi in atenei del Centro.

Anche se la distribuzione per area geografica non rispecchia perfettamente la situazione italiana, i principali indicatori dell’occupazione rilevati da AlmaLaurea non sono significativamente diversi da quelli rilevati a livello nazionale. Si tenga conto infatti che il tasso di occupazione accertato dall’ISTAT nel 2004 su un campione rappresentativo di laureati pre-riforma del 2001 (intervistati a tre anni dal conseguimento del titolo) è superiore di un solo punto percentuale rispetto a quello rilevato da AlmaLaurea nel medesimo periodo e sullo stesso collettivo 5.

Resta però vero che i laureati coinvolti nelle indagini AlmaLaurea, pur provenendo da un sempre più nutrito numero di atenei italiani, non sono ancora in grado di rappresentarne la totalità. Inoltre, poiché di anno in anno cresce il numero di atenei coinvolti nella rilevazione, si incontrano problemi di comparabilità nel tempo fra i collettivi indagati. Per ovviare a questi due problemi e ottenere stime rappresentative del complesso dei laureati italiani i risultati (relativi ai laureati pre-riforma) delle ultime sette indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale sono stati sottoposti ad una particolare procedura statistica di “riproporzionamento”.

Attraverso la procedura di “riproporzionamento” è stato possibile inoltre contenere i limiti derivanti dall’assenza in AlmaLaurea di atenei operanti in particolari aree geografiche, operazione tanto più importante quando si valutano le tendenze del mercato del lavoro caratterizzate da significative differenze territoriali.

Ulteriori approfondimenti, compiuti tenendo in considerazione anche l’interazione tra area geografica dell’ateneo e regione di residenza del laureato, hanno permesso di verificare che i laureati delle università di AlmaLaurea sono in grado di rappresentare con buona precisione tutti i laureati italiani, verosimilmente perché le variabili considerate nella procedura riescono a cogliere la diversa composizione e natura del collettivo, indipendentemente dalla presenza/assenza di determinati atenei. A conferma di tali considerazioni si tenga conto che i principali indicatori legati al mercato del lavoro (tasso di occupazione, tipologia dell’attività lavorativa, efficacia della laurea, guadagno mensile netto) non variano in misura significativa, neppure nell’articolazione per area geografica di residenza.

La procedura di riproporzionamento
Si tratta di una procedura iterativa che attribuisce ad ogni laureato intervistato un “peso”, in modo tale che le distribuzioni relative alle variabili oggetto del riproporzionamento siano - il più possibile - simili a quelle osservate nell’insieme dei laureati italiani. Le variabili considerate in tale procedura sono: genere, facoltà, gruppo di corso di laurea, area geografica dell’ateneo, area di residenza alla laurea. Per ottenere stime ancora più precise è stata considerata l’interazione tra la variabile genere e tutte le altre sopraelencate. Intuitivamente, se un laureato possiede caratteristiche sociografiche molto diffuse nella popolazione, ma non nel campione AlmaLaurea, ad esso sarà attribuito un peso proporzionalmente più elevato; contrariamente, ad un laureato con caratteristiche diffuse nel campione AlmaLaurea ma non nel complesso della popolazione verrà attribuito un peso proporzionalmente minore. Cfr. CISIA-CERESTA, Manuale di SPAD. Versione 4.5, Parigi, 2001.


Torna all'indice del capitolo 2. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE E FORMATIVA DEI LAUREATI DI PRIMO LIVELLO

2.1 PROSECUZIONE DELLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA
2.2 TIPOLOGIA DELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA
2.3 GUADAGNO MENSILE NETTO
2.4 EFFICACIA DELLA LAUREA NELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA
2.5 QUALITÀ DEL LAVORO SVOLTO
2.6 LAUREATI PRE E POST-RIFORMA: UN CONFRONTO DIFFICILE, SE NON IMPOSSIBILE

Per il secondo anno consecutivo AlmaLaurea ha coinvolto nell’indagine i laureati di primo livello. Rispetto alla rilevazione dell’anno precedente si contrae l’occupazione mentre aumenta la prosecuzione della formazione soprattutto con l’iscrizione alla laurea specialistica: ciò soprattutto per il progressivo calo dei laureati che hanno ottenuto il titolo di primo livello concludendo un percorso di studi iniziato nel vecchio ordinamento. Parallelamente è aumentato il peso dei laureati che hanno compiuto per intero il proprio percorso di studio nell’università riformata, i quali risultano attratti dagli studi specialistici, indipendentemente dalla laurea di primo livello conclusa.
Analogamente alla scorsa rilevazione, rimane alta la quota di occupati che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea, le cui caratteristiche occupazionali sono ovviamente profondamente diverse rispetto a quelle di coloro che si affacciano sul mercato del lavoro dopo aver terminato gli studi. Infatti, proseguire il lavoro iniziato prima della laurea, così come scegliere di dedicarsi esclusivamente ad un’attività lavorativa (senza proseguire gli studi specialistici) determina maggiore stabilità contrattuale, guadagno più elevato, più alta efficacia della laurea nel lavoro svolto e migliore valutazione del proprio lavoro in termini di qualità.

Ad un anno dal conseguimento del titolo i laureati di primo livello presentano un tasso di occupazione pari al 45 per cento (oltre 7 punti percentuali in meno rispetto alla situazione occupazionale dei laureati pre-riforma). Oltre al 27 per cento dedito esclusivamente al lavoro non bisogna dimenticare una quota significativa di laureati (17,5 per cento) che si è posto l’obiettivo ambizioso di coniugare studio e lavoro. Parallelamente, è impegnato esclusivamente negli studi specialistici il 45 per cento dei laureati. Solo 7 laureati di primo livello su cento, infine, non lavorando e non essendo iscritti alla laurea specialistica, si dichiarano alla ricerca di lavoro 6.

Rispetto a quanto osservato nella precedente indagine, si assiste ad una contrazione di oltre 9 punti percentuali della quota di occupati e un analogo aumento (8 punti percentuali) di chi, al contrario, prosegue la formazione con la laurea specialistica. Questo risultato, più che legato ad una variazione delle propensioni degli intervistati, sembra dovuto alla mutata composizione del collettivo in esame. Infatti, è aumentata la quota di laureati puri (saliti nell’ultimo anno dal 39 al 68 per cento), generalmente più interessati alla specialistica rispetto a quanto non avvenga tra gli ibridi. Scendendo ancor più nel dettaglio, si osserva che la situazione occupazionale e formativa degli ibridi non è variata significativamente nell’ultimo anno, mentre tra i laureati puri il tasso di occupazione è rimasto invariato, ma è diminuita l’iscrizione alla specialistica (dall’82 per cento tra i laureati del 2004 al 74 tra quelli del 2005) ed è aumentata la quota di chi, non lavorando e non essendo iscritto alla specialistica, è alla ricerca di un lavoro (dal 2 al 5 per cento). La situazione evidenziata tra i laureati puri è giustificata, almeno in parte, dalla diminuzione della quota di chi si laurea nei tempi previsti e che, alimentata da migliori performance, è generalmente interessata a proseguire la propria formazione con la laurea specialistica: come si è già visto, infatti, tra i puri i laureati (della sessione estiva) in corso erano l’83 per cento nel 2004 e “solo” il 28 per cento nel 2005.

Gruppi di corsi di laurea. La situazione occupazionale e formativa ad un anno dalla laurea è molto diversificata considerando i vari percorsi di studio. La quasi totalità dei neo-laureati del gruppo medico risulta già occupata ad un anno dalla laurea (87 per cento che lavora, 9,5 per cento che lavora e studia): si tratta, come già sottolineato, dei laureati delle classi relative alle professioni sanitarie, che hanno ottenuto il titolo mentre stavano già svolgendo un’attività lavorativa. Per motivi in parte simili risultano molto buoni anche gli esiti occupazionali dei laureati del gruppo insegnamento, il cui tasso di occupazione sfiora il 62 per cento (tra questi, il 21 per cento lavora ed è iscritto alla specialistica). I percorsi di studio che alimentano il maggior numero di laureati iscritti alla laurea specialistica sono quello psicologico (87 su cento, 30 dei quali lavorano anche), il geo-biologico (83 su cento, 15 dei quali sono anche occupati) e il giuridico (82 su cento, 15 dei quali lavorano anche).

Analogamente allo scorso anno, fra i laureati di primo livello occupati 44 su cento proseguono l’attività intrapresa prima della laurea (altri 17 su cento hanno dichiarato di avere cambiato lavoro dopo la conclusione degli studi). Come si è visto, ciò è più frequente tra i laureati del gruppo medico, la maggior parte dei quali ha ottenuto il titolo lavorando: ben l’84 per cento dichiara infatti, dopo un anno, di proseguire la medesima attività. La quota di chi ha mantenuto lo stesso lavoro anche dopo la laurea è altrettanto significativa tra i laureati del gruppo psicologico (50 per cento), educazione fisica e giuridico (entrambi pari al 49 per cento). È però interessante sottolineare che anche tra i laureati puri è diffusa la quota di chi conserva il medesimo lavoro dopo la laurea di primo livello: riguarda 36 laureati su cento (in particolare nei gruppi geo-biologico ed educazione fisica), ben più di quanto si osserva tra i pre-riforma (26,5 per cento).

Lauree scientifiche sostenute dal MUR 7 . L’indagine condotta consente di approfondire i risultati e le valutazioni dei laureati di alcuni percorsi di studio (tra gli altri, chimica, fisica, matematica) oggetto di appositi progetti finalizzati all’avvicinamento dei giovani alle scienze nonché ad incoraggiarne le immatricolazioni 8. Argomento decisamente attuale, dato che negli ultimi anni è emersa da più parti l’esigenza di valutare ed approfondire le motivazioni alla base della cosiddetta “crisi delle vocazioni scientifiche”. Preoccupanti i risultati cui sono giunti alcuni studiosi che, grazie ad indagini ad hoc, hanno rilevato “la percezione da parte dei giovani di un contesto scientifico poco accogliente e poco allettante”, le cui motivazioni risiedono soprattutto nel fatto che “il sistema economico e sociale italiano dedica un’attenzione bassissima alla ricerca” 9.

Ad un anno dal conseguimento del titolo la prosecuzione della formazione con una laurea specialistica coinvolge, in particolare, i laureati delle classi in scienze e tecnologie fisiche, chimiche e matematiche (gli iscritti alla laurea specialistica sono, rispettivamente, l’86, il 68 ed il 63 per cento dei laureati di primo livello di ciascuna delle classi considerate). In queste classi, la quota di chi riesce a coniugare studio e lavoro oscilla tra il 5 per cento dei primi e il 20 per cento degli ultimi. Decisamente più contenuta la prosecuzione degli studi tra i laureati della quarta classe oggetto del progetto MUR, scienze statistiche (proseguono “solo” 38 laureati per cento). Corrispondentemente, il tasso di occupazione ad un anno è molto più consistente tra i laureati in scienze statistiche (50,5 per cento), rispetto a quanto non avvenga tra i loro colleghi di scienze matematiche (32 per cento), scienze e tecnologie chimiche (26 per cento) o fisiche (13,5 per cento).

Differenze di genere. Le scelte concretamente compiute dai laureati maschi e femmine, nella fase di transizione della riforma universitaria che stiamo osservando, appaiono poco differenti sia di fronte all’inserimento nel mercato del lavoro (si dedica esclusivamente al lavoro il 29 per cento dei primi contro il 26 delle seconde), sia di fronte alla prosecuzione degli studi con la laurea specialistica (si dedica esclusivamente allo studio il 46 e il 44, rispettivamente). Anche se le differenze sono minime e le tendenze meno chiare rispetto a quanto osservato tra i laureati pre-riforma, le donne risultano meno favorite rispetto agli uomini, non solo perchè presentano un tasso di occupazione (leggermente) più basso, ma anche perché si dichiarano più frequentemente alla ricerca di un lavoro (8 femmine su cento, contro 5 maschi).

L’analisi distinta per laureati puri e ibridi conferma le tendenze sopra evidenziate: tra gli ibridi si dedica esclusivamente ad un’attività lavorativa il 41 per cento degli uomini contro il 39 delle donne, mentre tra i puri si rivela una lievissima inversione di tendenza (il tasso di occupazione è rispettivamente del 16 e 18 per cento).

Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno a confronto [Fig. Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa ad un anno a confronto]


Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa per gruppi di corsi di laurea [Fig. Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa per gruppi di corsi di laurea]


Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa delle lauree scientifiche sostenute dal MUR [Fig. Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa delle lauree scientifiche sostenute dal MUR]


Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa per genere [Fig. Laureati di primo livello: condizione occupazionale e formativa per genere]


Laureati di primo livello: occupati. Prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea per gruppi di corsi di laurea [Fig. Laureati di primo livello: occupati. Prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo2.1 Prosecuzione della formazione universitaria10

Ad un anno dal conseguimento del titolo triennale, le scelte maturate dai laureati sono variegate, anche per l’ampiezza dell’offerta formativa, tanto che solo un laureato su tre termina con la laurea di primo livello la propria formazione universitaria. Il 63 per cento risulta iscritto ad un corso di laurea specialistica; tale valore comprende anche una quota modesta di iscritti ad un corso quadriennale del vecchio ordinamento (si tratta di uno 0,7 per cento, in larga parte proveniente dal gruppo insegnamento) 11.

Ai 63 laureati su cento attualmente iscritti ad un corso di secondo livello andrebbero aggiunti coloro che, dopo un solo anno, hanno abbandonato il corso specialistico (1,5 per cento) oppure che lo hanno addirittura già concluso (0,3 per cento); si tratta in realtà di una quota modesta, in parte frutto di carriere del tutto particolari (conversioni di precedenti percorsi formativi) e comunque ininfluente rispetto alle considerazioni sviluppate in questo contesto 12.

Il 45 per cento dei laureati di primo livello, come si è già accennato, si dedica esclusivamente allo studio mentre una consistente quota tenta di coniugare studio e lavoro (17,5 per cento).

Precedenti percorsi formativi. La prosecuzione degli studi è fortemente influenzata dal percorso formativo di primo livello: riguarda infatti oltre 87 laureati su cento del gruppo psicologico, 83 del gruppo geo-biologico, 82 su cento del giuridico e raggiunge i valori minimi, ma comunque significativi, fra i laureati dei gruppi insegnamento (46 per cento) ed educazione fisica (48). In realtà, il minimo assoluto (10 per cento) si riscontra in corrispondenza dei laureati provenienti dalle classi di laurea in professioni sanitarie del gruppo medico, le cui peculiarità sono state tratteggiate in precedenza.

I laureati ibridi sono decisamente meno interessati alla prosecuzione della formazione specialistica rispetto a coloro che hanno compiuto il proprio percorso di studi interamente (ed esclusivamente) nel nuovo ordinamento: 46 per cento dei primi contro il 74,5 per cento dei secondi. Ciò è confermato in tutti i gruppi di corsi di laurea, in particolare in quelli giuridico e scientifico, dove la quasi totalità dei puri (rispettivamente, 93 e 82 per cento) è iscritta alla specialistica.

Questa diversa propensione a proseguire gli studi era già stata manifestata alla vigilia della laurea, quando oltre il 71 per cento dei puri aveva dichiarato di volersi iscrivere ad una laurea specialistica, contro il 47 per cento degli ibridi. Tra questi ultimi, all’estremo opposto, quasi un terzo aveva dichiarato di non essere interessato ad alcun tipo di formazione post-laurea (era solo il 14 per cento tra i puri).

Motivazioni per proseguire. In linea con quanto osservato tra i laureati di primo livello del 2004, la principale motivazione all’origine della prosecuzione degli studi con la specialistica è data dalla volontà di completare e arricchire la propria formazione (69 per cento), mentre quasi un quarto dei laureati (28 per cento) ha sentito questa come scelta “quasi obbligata” per accedere al mondo del lavoro. La tendenza è confermata all’interno di tutti i gruppi, anche se risulta particolarmente elevato il desiderio di migliorare la propria formazione tra i laureati dei gruppi medico (91 per cento), ingegneria (79) e scientifico (78,5). Per i laureati del giuridico, più di altri, l’iscrizione alla specialistica viene vissuta come una necessità per accedere al mondo del lavoro (47 per cento).

Coerenza con gli studi di primo livello. Le scelte formative post-laurea mostrano una buona coerenza con il percorso di primo livello concluso, poiché circa tre quarti dei laureati si sono orientati verso corsi di laurea specialistica ritenuti il “naturale” proseguimento del titolo triennale, coerenza che si accentua in particolare tra i laureati del gruppo scientifico (85 per cento), giuridico e ingegneria (dove sfiora l’84 per cento). Minore coerenza si rileva nei gruppi linguistico e politico-sociale, dove comunque oltre 62 laureati su cento ritengono la specialistica il “naturale” proseguimento del titolo di primo livello.

Inoltre, 21 laureati su cento si sono iscritti ad un corso nell’ambito dello stesso settore disciplinare anche se ritengono che questa scelta non rappresenti il proseguimento “naturale” della laurea di primo livello. La restante quota (5 per cento) ha scelto invece un diverso settore disciplinare; ciò è vero in particolare nei gruppi linguistico e politico-sociale (rispettivamente 9 e 8 per cento).

Ateneo e facoltà scelti. Ottanta intervistati su cento, iscrivendosi al corso di secondo livello, hanno confermato la scelta dell’ateneo di conseguimento della laurea triennale; a questi si aggiungono altri 10 su cento che hanno cambiato università pur rimanendo nella medesima area geografica 13. Meno “fedeli” al proprio ateneo risultano i laureati delle università del Sud (che confermano la scelta dell’ateneo nel 73,5 per cento dei casi), rispetto a quanto non avvenga tra i colleghi delle altre aree geografiche.

La modesta mobilità geografica rilevata sembra peraltro dettata in particolare dalla “comodità” di scegliere un ateneo in base alla distanza dalla propria residenza 14: infatti, i pochi laureati che decidono di cambiare università, in generale tendono a rimanere o addirittura a ritornare nella propria area di residenza.

Inoltre, indipendentemente dall’ateneo di iscrizione, 86 laureati su cento hanno confermato con l’iscrizione alla specialistica la scelta della facoltà. La situazione è però molto diversificata considerando i vari percorsi formativi: confermano le proprie scelte praticamente tutti i laureati dei gruppi ingegneria e giuridico (99 e 98 per cento, rispettivamente), al contrario di quelli del linguistico, dove il 34 per cento degli intervistati è iscritto ad una facoltà diversa rispetto a quella di conseguimento della laurea triennale.

L’analisi combinata della mobilità geografica e formativa mostra che 73 laureati su cento proseguono la formazione iscrivendosi ad un corso di laurea specialistica presso lo stesso ateneo e la stessa facoltà in cui hanno conseguito il titolo di primo livello, mentre solo 7 laureati su cento cambiano sia l’uno che l’altra; i restanti confermano solo parzialmente le scelte compiute precedentemente (13 su cento cambiando ateneo ma non facoltà; 7 su cento facoltà ma non ateneo). Anche in questo caso il percorso formativo appena concluso risulta determinante: infatti, confermano ateneo e facoltà la quasi totalità dei laureati del gruppo ingegneria (89 per cento), seguiti da quelli di architettura (86), dei gruppi agrario (86) e scientifico (83). All’estremo opposto, solo 51 laureati su cento del linguistico proseguono la formazione presso lo stesso ateneo e la stessa facoltà (un quinto modifica entrambe le scelte).

Naturalmente, in taluni casi il cambiamento dell’ateneo determina, automaticamente, anche quello della facoltà, a causa della diversa articolazione dell’offerta formativa di ciascuna sede. La natura di questo cambiamento diventa allora solo formale, tant’è, come dimostrano i dati, che tra i laureati che scelgono un ateneo e una facoltà differente, solo 17 su cento cambiano completamente settore disciplinare.

Oltre la laurea di primo livello: perché non si prosegue. Come si è visto, 34 laureati su cento hanno terminato la propria formazione universitaria con la laurea di primo livello: di questi, quasi tre quarti risultano occupati già ad un anno, frequentemente proseguendo l’attività lavorativa iniziata prima del titolo triennale.

Per oltre la metà dei laureati (52,5 per cento) la ragione della non prosecuzione, quale che sia il percorso formativo concluso, è dovuta alla difficoltà di conciliare studio e lavoro; in secondo luogo, l’assenza di un corso nell’area disciplinare di interesse o la mancata attivazione del corso scelto (19 per cento). Questa tendenza è confermata in tutti i gruppi, anche se con diversa incidenza. In particolare, per i laureati dei gruppi ingegneria e scientifico è particolarmente elevata la quota di chi lamenta la difficoltà nel conciliare studio e lavoro (rispettivamente, 70,5 e 65 per cento) mentre tale motivazione è più bassa della media nel gruppo educazione fisica e letterario (33 e 39 per cento) dove, invece, per un quarto dei laureati la non prosecuzione degli studi universitari è determinata dall’assenza di un corso nell’area disciplinare di interesse o dalla mancata attivazione del corso scelto, mentre oltre 16 si sono rivolti ad altre attività di formazione post-laurea.

Quelli indicati dai laureati 2005 come principali motivi della non prosecuzione degli studi specialistici rispecchiano esattamente quanto dichiarato dai loro colleghi del 2004, ma con intensità diverse: in particolare, aumenta di oltre 7 punti percentuali la difficoltà di conciliare studio e lavoro, soprattutto tra gli ibridi (da 39 a 55), che infatti più frequentemente lavorano e proseguono il lavoro iniziato prima della laurea.

Laureati di primo livello: iscrizione alla specialistica per gruppi di corsi di laurea [Fig. Laureati di primo livello: iscrizione alla specialistica per gruppi di corsi di laurea]


Laureati di primo livello: motivazioni delle scelte post-laurea [Fig. Laureati di primo livello: motivazioni delle scelte post-laurea]


Laureati di primo livello: ateneo di attuale iscrizione per area geografica di conseguimento della laurea di primo livello [Fig. Laureati di primo livello: ateneo di attuale iscrizione per area geografica di conseguimento della laurea di primo livello]


Laureati di primo livello: caratteristiche della specialistica per continuità formativa e geografica [Fig. Laureati di primo livello: caratteristiche della specialistica per continuità formativa e geografica]


Laureati di primo livello: occupazione per gruppi di corsi di laurea [Fig. Laureati di primo livello: occupazione per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo2.2 Tipologia dell’attività lavorativa

Ad un anno dalla laurea il lavoro stabile riguarda quasi 40 laureati su cento, soprattutto grazie alla diffusione dei contratti a tempo indeterminato che caratterizzano un terzo degli occupati.

Lavoro stabile e lavoro atipico
Il lavoro stabile è individuato dalle posizioni lavorative dipendenti a tempo indeterminato e da quelle autonome propriamente dette (imprenditori, liberi professionisti e lavoratori in proprio). La scelta di classificare le posizioni autonome nell’area del lavoro stabile deriva dall’accertamento che questo tipo di lavoro non è considerato dai laureati un “ripiego”, un’occupazione temporanea in mancanza di migliori opportunità. La verifica è stata compiuta attraverso le indagini AlmaLaurea realizzate in questi anni con riferimento a: soddisfazione per il lavoro svolto, guadagno, ricerca di una nuova occupazione.
Il lavoro che abbiamo definito atipico (temporaneo o precario, secondo altre impostazioni) comprende il contratto dipendente a tempo determinato, il contratto di collaborazione (collaborazione coordinata e continuativa; occasionale e contratto a progetto), il lavoro interinale, il contratto di associazione in partecipazione e il lavoro occasionale accessorio, attivo per ora sperimentalmente solo in alcune province. Abbiamo compreso in questa categoria anche i lavori socialmente utili, di pubblica utilità ed il piano di inserimento professionale, che pure non prevedono l’instaurarsi di un vero e proprio rapporto lavorativo. Abbiamo inoltre deciso di tenere distinti i contratti di inserimento/formazione lavoro e quelli di apprendistato, che pure in un’accezione più ampia avremmo potuto comprendere tra i lavori atipici, una volta verificata, sicuramente nel caso dei laureati esaminati, la loro natura di anticamera del lavoro stabile.

Rispetto all’indagine precedente, si assiste ad un calo della stabilità di oltre 8 punti percentuali, in particolare dei contratti a tempo indeterminato: dal 40 per cento tra i laureati del 2004 al 32 per cento tra quelli del 2005. Ancora una volta, però i risultati devono essere interpretati alla luce dell’eterogeneità interna al collettivo dei laureati di primo livello e alle modifiche strutturali che intervengono di anno in anno: il calo della stabilità è infatti dovuto, almeno in parte, alla minor presenza di laureati ibridi, generalmente caratterizzati da una migliore stabilità contrattuale. L’analisi distinta per laureati puri/ibridi evidenzia tendenze contrapposte: cala il lavoro stabile tra i primi (da 33 a 27 per cento; in particolare si contrae il lavoro a tempo indeterminato), mentre aumenta tra i secondi (da 40 a 43 per cento).

Il 43 per cento degli occupati dichiara invece di avere un contratto atipico; in particolare, quasi un quarto degli occupati ha un contratto di collaborazione (24 per cento) mentre 17 laureati su cento hanno un contratto a tempo determinato.

Gruppi di corsi di laurea. I laureati di primo livello dei gruppi medico e giuridico presentano i livelli più elevati di stabilità dell’attività lavorativa. Ciò, tra l’altro, non dipende esclusivamente dall’elevata quota di laureati che proseguono il lavoro iniziato prima del conseguimento del titolo (rispettivamente pari a 84 e 49 per cento, contro un valore medio pari a 44 per cento): in entrambi i gruppi, infatti, si osserva una migliore stabilità anche tra coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il conseguimento del titolo (rispettivamente 65 e 30,5 su cento, contro un valore medio pari a 23).

Chi lavora, chi lavora e studia e chi prosegue il lavoro iniziato prima della laurea. Ovviamente, il quadro generale che stiamo tratteggiando non deve dimenticare l’articolata struttura del collettivo di primo livello, composto non solo da coloro che si dedicano esclusivamente ad un’attività lavorativa (61 per cento del complesso degli occupati) ma anche da una quota rilevante che coniuga studio e lavoro (39 per cento). Inoltre, a fianco di coloro che proseguono il lavoro iniziato prima di ottenere il titolo triennale (44 per cento degli occupati) ci sono i laureati che sono entrati nel mercato del lavoro solo al compimento degli studi universitari (39,5 per cento). Come ci si poteva attendere, infatti, la stabilità lavorativa (in particolare il contratto a tempo indeterminato) riguarda in misura assai più consistente coloro che sono impegnati solo nel lavoro (quasi 47 occupati su cento; in calo rispetto alla precedente rilevazione di 9 punti percentuali) rispetto a quanto non avvenga tra coloro che contemporaneamente studiano (28,5 per cento). Elevata stabilità caratterizza anche gli occupati che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea (60 per cento, contro 23 di chi ha iniziato a lavorare dopo).

Al contrario, il lavoro atipico coinvolge soprattutto gli studenti-lavoratori (50 per cento, contro 39 tra chi lavora solamente) e coloro che sono entrati nel mercato del lavoro dopo la laurea (56 per cento, contro 28 di chi prosegue il lavoro iniziato prima del conseguimento della triennale). Ciò è dovuto quasi esclusivamente alla diversa diffusione dei contratti di collaborazione, che riguardano un terzo degli studenti-lavoratori e solo il 18 per cento di chi esclusivamente lavora. Analogamente, la maggiore diffusione dei contratti di collaborazione caratterizza in particolare coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea (29 per cento, contro 17 di chi prosegue il lavoro iniziato prima), tra i quali sono consistenti anche i contratti a tempo determinato (23 contro 9 per cento, rispettivamente).

Differenze di genere. La stabilità riguarda in misura assai più consistente gli uomini (48 per cento) delle loro colleghe (34 per cento). Ciò è legato alla diversa composizione delle due componenti del lavoro stabile: mentre il lavoro autonomo riguarda, rispettivamente, 10 uomini e 5 donne su cento, il contratto a tempo indeterminato coinvolge il 38 per cento degli uomini e circa il 28 per cento delle donne.

Tra i laureati di primo livello il lavoro atipico sembra essere caratteristica peculiare delle donne (47 per cento, contro il 38 per cento degli uomini). Tale differenziale è dovuto in particolare alla diversa diffusione del contratto a tempo determinato che riguarda quasi un quinto delle donne e 13 uomini su cento.

Infine, in analogia a quanto si vedrà più avanti tra i laureati pre-riforma, il lavoro senza contratto riguarda quasi 11 donne e solo 6 uomini su cento.

Laureati di primo livello: tipologia dell’attività lavorativa per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea [Fig. Laureati di primo livello: tipologia dell’attività lavorativa per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea]


Torna all'indice del capitolo2.3 Guadagno mensile netto15

Ad un anno dal conseguimento del titolo il guadagno mensile netto dei laureati di primo livello è pari in media a 969 euro (era 1.042 euro nella rilevazione precedente; -7 per cento), con notevoli differenze tra chi prosegue l’attività lavorativa iniziata prima del conseguimento del titolo (1.075 euro) e chi l’ha iniziata al termine degli studi di primo livello (869 euro). Le retribuzioni degli ibridi, come ci si poteva attendere, sono significativamente più elevate rispetto ai laureati puri e superano i 1.000 euro (+5,5 per cento rispetto alla rilevazione 2005); per i puri si scende a 825 euro (-7 per cento rispetto alla precedente rilevazione). La riduzione dei livelli retributivi associata ai laureati di primo livello è pertanto da attribuire, anche in tal caso, alla diversa composizione del collettivo: resta però vero che si registra comunque, rispetto all’indagine 2005, una riduzione delle retribuzioni all’interno del collettivo dei puri. La prosecuzione della formazione attraverso la laurea specialistica, oltre a ridurre la stabilità contrattuale, determina anche retribuzioni inferiori a quelle di chi è impegnato solo in un’attività lavorativa: 750 contro 1.109 euro, rispettivamente (valori in calo rispetto alla precedente rilevazione). E ciò risulta tra l’altro verificato in tutti i gruppi di corsi di laurea.

Ma differenze retributive si riscontrano, indipendentemente dalla prosecuzione dell’attività formativa, anche all’interno dei vari percorsi di studio: guadagni più elevati sono infatti associati ai laureati dei gruppi medico ed economico-statistico (rispettivamente 1.325 e 1.103 euro), anche se ciò è dovuto, almeno in parte, all’elevata quota di laureati che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea. Livelli nettamente inferiori si riscontrano invece tra i laureati dei gruppi psicologico, geo-biologico, educazione fisica e letterario, le cui retribuzioni sono infatti inferiori agli 800 euro mensili. In tali gruppi ciò è dovuto anche ad un’elevata percentuale di laureati che studia e lavora.

Anche se i differenziali retributivi sono almeno in parte riconducibili al diverso numero di ore lavorate in una settimana (36 in media per gli uomini, 31 per le donne, pari al 14 per cento in meno), le donne guadagnano il 27 per cento in meno dei loro colleghi uomini (837 euro contro 1.153). Per entrambi le retribuzioni nominali sono in calo rispetto all’indagine 2005: -7 e -5 per cento per donne ed uomini rispettivamente (-9 e -7 per cento in termini reali, ovvero tenendo conto della svalutazione monetaria 16). Una differenza, questa, tanto più rilevante se si pensa che risulta confermata sia tra quanti lavorano soltanto (966 euro per le donne e 1.298 per gli uomini), sia tra coloro che studiano e lavorano (651 contro 905, rispettivamente). Le differenze di genere sono confermate all’interno di ciascun gruppo, in particolare nel giuridico, dove gli uomini, anche perché più frequentemente proseguono il lavoro iniziato prima della laurea, guadagnano il 54 per cento in più delle colleghe (1.237 contro 803 euro delle donne).

Le differenze di genere all’interno dei vari percorsi di studio si attenuano, pur restando significative, se si considerano i soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea e che lavorano a tempo pieno: ad esempio, nel gruppo giuridico il differenziale tra uomini e donne si contrae dal 54 all’11 per cento, nel gruppo architettura dal 48 al 14 per cento.

Ma gli uomini vantano migliori retribuzioni sia nel settore privato che in quello pubblico. Circoscrivendo l’analisi, più correttamente, ai laureati che hanno iniziato l’attività lavorativa dopo la laurea e lavorano a tempo pieno, gli uomini che lavorano nel privato guadagnano il 19 per cento in più: 1.164 euro contro 977 euro delle donne. Nel settore pubblico lo scarto risulta inferiore, ma comunque non irrilevante: +9 per cento, che corrisponde a 1.195 euro degli uomini e 1.099 delle colleghe.

Laureati di primo livello: guadagno mensile netto per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea [Fig. Laureati di primo livello: guadagno mensile netto per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea]


Laureati di primo livello: guadagno mensile netto per gruppi di corsi di laurea [Fig. Laureati di primo livello: guadagno mensile netto per gruppi di corsi di laurea]


Laureati di primo livello: guadagno mensile netto per genere e settore [Fig. Laureati di primo livello: guadagno mensile netto per genere e settore]


Torna all'indice del capitolo2.4 Efficacia della laurea nell’attività lavorativa

Già a un anno dalla laurea l’efficacia risulta complessivamente buona: è almeno abbastanza efficace per 74 laureati di primo livello su cento, in particolare tra i laureati dei gruppi medico (94 per cento), insegnamento (84) e scientifico (83).

Indice di efficacia della laurea
L’indice sintetizza due aspetti relativi all’utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi e alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto. Cinque sono i livelli di efficacia individuati:
  • molto efficace, per gli occupati la cui laurea è richiesta per legge o di fatto necessaria, e che utilizzano le competenze universitarie acquisite in misura elevata;
  • efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge ma è comunque utile e che utilizzano le competenze acquisite in misura elevata, oppure il cui titolo è richiesto per legge e che utilizzano le competenze in misura ridotta;
  • abbastanza efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge, ma di fatto è necessaria oppure utile, e che utilizzano le competenze acquisite in misura ridotta;
  • poco efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso e che utilizzano in misura ridotta le competenze acquisite, oppure il cui titolo non è richiesto ma utile e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite;
  • per nulla efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso, e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite.
Le classi sono mutuamente esclusive ma non esaustive, non comprendendo le mancate risposte e gli intervistati che non rientrano nelle categorie definite.

Rispetto alla precedente rilevazione l’efficacia ad un anno è diminuita di 4 punti percentuali, in particolare tra coloro che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea (-6 punti).

Come era immaginabile, tra i laureati impegnati solo nell’attività lavorativa il titolo acquisito risulta più efficace di quanto non si rilevi tra i colleghi impegnati su ambedue i fronti, studio e lavoro. Infatti, tra i primi la laurea risulta essere almeno “abbastanza efficace” per 80 laureati su cento, ben 17 punti percentuali in più rispetto a coloro che stanno frequentando anche la specialistica.

Il titolo conseguito risulta almeno “abbastanza efficace” per 78 uomini su cento, +7 punti rispetto alle colleghe; ciò trova conferma all’interno di ciascun gruppo ove le numerosità permettano confronti e indipendentemente dalla tipologia di laureato esaminato (studente-lavoratore; esclusivamente lavoratore; prosegue il lavoro iniziato prima della laurea; ha iniziato a lavorare dopo il titolo di primo livello).

Laureati di primo livello: efficacia della laurea per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea [Fig. Laureati di primo livello: efficacia della laurea per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea]


Torna all'indice del capitolo2.5 Qualità del lavoro svolto

Come si vedrà meglio successivamente per i laureati pre-riforma, anche per i loro colleghi di primo livello le valutazioni sulla qualità del lavoro svolto (complessivamente 69 su una scala 0-100) dipendono dal percorso formativo compiuto.

Indice di qualità del lavoro svolto
L’indice è ottenuto combinando quattro variabili relative a differenti aspetti dell’attività lavorativa svolta: il contratto di lavoro, il livello di utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi, la necessità formale e sostanziale del titolo acquisito (questi ultimi due elementi compongono anche l’indice di efficacia) e la soddisfazione per diversi aspetti dell’attività lavorativa (prospettive di guadagno, prospettive di carriera, acquisizione di professionalità, indipendenza o autonomia sul lavoro, tempo libero). Vista la diversa natura degli elementi considerati, taluni oggettivi e inconfutabili, come il contratto di lavoro, altri soggettivi e legati alla percezione individuale del laureato, come la soddisfazione, si sono attribuiti alle quattro variabili “pesi” differenti, la cui attendibilità e correttezza sono state valutate con l’ausilio di adeguati strumenti statistici. Peso massimo - pari a 4- è attribuito al contratto di lavoro, cui seguono l’utilizzazione delle competenze acquisite e la richiesta del titolo -peso 3- e la soddisfazione per il lavoro svolto -peso 2. Il valore dell’indice varia nella scala 0-100.

I laureati del gruppo medico svolgono attività lavorative che considerano di maggior qualità (85) mentre, all’estremo opposto, quelli dei gruppi geo-biologico, psicologico e letterario attribuiscono valori più modesti, che oscillano tra 50 e 54 su 100.

Rispetto al complesso dei laureati di primo livello del 2004 non si registrano differenze nella valutazione della qualità del proprio lavoro, anche se ciò è il risultato di un giudizio più severo sia da parte di quanti si dedicano esclusivamente al lavoro (da 73 a 69) sia dei laureati che coniugano lavoro e specialistica (da 62 a 58).

Laureati di primo livello: qualità del lavoro ad un anno per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea [Fig. Laureati di primo livello: qualità del lavoro ad un anno per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea]


Torna all'indice del capitolo2.6 Laureati pre e post-riforma: un confronto difficile, se non impossibile

L’interesse a valutare il differente apprezzamento dei laureati di vecchio e nuovo ordinamento da parte del mercato del lavoro e i principali aspetti che ne caratterizzano l’accesso, non deve far dimenticare che la comparazione avviene fra due popolazioni di laureati diverse per obiettivi, formazione, durata degli studi, ma anche per la diversa notorietà dei titoli e della loro spendibilità in ambito lavorativo. Un’analisi puntuale deve inoltre essere posta al riparo da ogni possibile elemento di disturbo, soprattutto dalla diversa incidenza della prosecuzione di un’attività lavorativa iniziata prima della laurea. Una preoccupazione non solo teorica se si ricorda che, nell’attuale fase di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento di cui più volte si sono precisati i contorni, fra i laureati di primo livello del 2005 occupati ad un anno dalla conclusione degli studi, quasi la metà (44 per cento) prosegue l’attività lavorativa iniziata prima della laurea. Fra i laureati del vecchio ordinamento del medesimo anno il fenomeno, seppure consistente, coinvolge il 26,5 per cento degli occupati. Per questi motivi approfondimenti rigorosi volti a monitorare la risposta del mercato del lavoro dovrebbero guardare alle sole popolazioni che hanno iniziato a lavorare una volta acquisita la laurea, con l’ulteriore delimitazione alle popolazioni impegnate esclusivamente nell’attività lavorativa; non considerando quindi i laureati che pur lavorando proseguono anche gli studi. Si tratta di collettivi di non sempre agevole individuazione e comunque di ben diversa consistenza fra i laureati del vecchio ordinamento e quelli di primo livello.

Un’equa mediazione valuta allora il tasso di occupazione limitatamente ai laureati che non lavoravano al momento della laurea, che risulta pari al 43 per cento per i laureati pre-riforma e al 28 per cento per i loro colleghi di primo livello. Parallelamente, la quota di coloro che si dichiarano in cerca di occupazione riguarda, rispettivamente, il 31 e il 21 per cento. La spiegazione di tutto ciò sta, ovviamente, nel diverso tasso di prosecuzione degli studi, di gran lunga più elevato fra i laureati di primo livello che non lavoravano alla laurea (il 72 per cento dei quali risulta iscritto alla specialistica).

Ma c’è una considerazione più generale che deve essere ricordata, soprattutto di fronte ad affermazioni, sempre più frequenti, che vogliono le lauree di primo livello “bocciate” o comunque poco gradite dal mercato del lavoro. Le prese di posizione critiche nei confronti della riforma che hanno chiamato in causa persino l’insoddisfazione dei giovani e quelle del mondo imprenditoriale per le nuove figure di laureati, hanno dimenticato che i primi laureati triennali figli esclusivamente dell’università riformata sono usciti dal sistema universitario italiano nell’estate del 2004, in larghissima maggioranza hanno proseguito per la successiva laurea specialistica che stanno portando a termine nel migliore dei casi solo in questi mesi. Quindi i soli laureati post–riforma che il mondo imprenditoriale può avere conosciuto sono, quasi esclusivamente, quelli frutto di conversioni e di passaggi dal vecchio al nuovo ordinamento avvenuti su un retroterra formativo spesso assai tormentato e con percorsi frequentemente abbreviati. Ma in realtà l’università riformata è ancora per gran parte del mondo imprenditoriale e dell’opinione pubblica un oggetto complesso, alle volte misterioso e spesso difficilmente esplorabile. L’esperienza condotta da AlmaLaurea s.r.l., conferma questa valutazione. Fra i numerosi criteri di selezione disponibili per ricercare e selezionare fra i 700mila CV dei laureati presenti in banca dati, la distinzione lauree pre e post-riforma è stata fra quelle meno utilizzate dalle aziende 17.

Condizione occupazionale ad un anno: confronti [Fig. Condizione occupazionale ad un anno: confronti]




Torna all'indice del capitolo 3. TENDENZE E CARATTERISTICHE DELL’OCCUPAZIONE DEI LAUREATI PRE-RIFORMA

3.1 OCCUPAZIONE AD UN ANNO DALLA LAUREA: IN CALO RISPETTO ALLA RILEVAZIONE 2005
3.2 RICERCA DI UN LAVORO AD UN ANNO DALLA LAUREA: ULTERIORE LIEVE AUMENTO RISPETTO ALLA RILEVAZIONE 2005
3.3 PROSECUZIONE DELLA FORMAZIONE POST-LAUREA: RIGUARDA 67 LAUREATI SU CENTO
3.4 CONDIZIONE OCCUPAZIONALE A TRE ANNI DALLA LAUREA: SOSTANZIALMENTE STABILE
3.5 CONDIZIONE OCCUPAZIONALE A CINQUE ANNI DALLA LAUREA: OCCUPATI IN CALO RISPETTO ALLA RILEVAZIONE 2005
3.6 CONDIZIONE OCCUPAZIONALE A QUASI DIECI ANNI DALLA LAUREA: OCCUPATI 92 LAUREATI SU CENTO
3.7 LAUREE UMANISTICHE E LAUREE SCIENTIFICHE
3.8 DIFFERENZE DI GENERE
3.9 DIFFERENZE TERRITORIALI
3.10 FAMIGLIA D’ORIGINE, FORMAZIONE POST-LAUREA E INGRESSO DIFFERITO NEL MERCATO DEL LAVORO
3.11 MODALITÀ E TEMPI DI INGRESSO NEL MERCATO DEL LAVORO
3.12 TIPOLOGIA DELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA: STABILITÀ IN CALO SIA AD UNO CHE A CINQUE ANNI DALLA LAUREA
3.13 POSIZIONE NELLA PROFESSIONE
3.14 ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO
3.15 DOVE LAVORANO I LAUREATI (RAMO DI ATTIVITÀ)
3.16 GUADAGNO MENSILE NETTO DEI LAUREATI: IN RIPRESA LE RETRIBUZIONI DEI NEO-LAUREATI MA PERMANGONO DIFFICOLTÀ NEL MEDIO PERIODO
3.17 EFFICACIA DELLA LAUREA NELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA
3.18 QUALITÀ DELL’OCCUPAZIONE
3.19 SODDISFAZIONE PER IL LAVORO SVOLTO

Le difficoltà occupazionali sono confermate sia nel breve che nel medio periodo: si contrae infatti il numero di occupati ad uno e a cinque anni dal conseguimento del titolo, e a ciò si associa un aumento significativo del tasso di disoccupazione. Permangono inoltre differenze territoriali e di genere: se le prime tendono a ridursi con il passare del tempo dal conseguimento del titolo, le seconde non accennano a diminuire. La stabilità lavorativa è più difficile da raggiungere rispetto al passato, sia ad uno che a cinque anni. È pur vero che, con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo, il lavoro stabile si amplia fino a coinvolgere ampie fasce di popolazione. Nel 2006 le retribuzioni reali (tenuto conto dell’inflazione) risultano inferiori a quelle del 2002.

I principali indicatori utilizzati per l’analisi degli esiti occupazionali dei laureati, effettuata la già citata operazione di riproporzionamento 18, evidenziano il protrarsi del periodo di criticità rilevato negli ultimi anni dal mercato del lavoro dei laureati. I segnali che si registrano riguardanti l’occupazione e la disoccupazione dei laureati, infatti, confermano un’ulteriore contrazione della capacità attrattiva del mercato del lavoro. Contrariamente allo scorso anno, quando avevamo ventilato l’ipotesi che la fase più difficile fosse avviata al superamento, la documentazione più recente dimostra che le difficoltà permangono mentre si conferma costante la quota di laureati che prosegue la propria formazione 19.

Torna all'indice del capitolo 3.1 Occupazione ad un anno dalla laurea: in calo rispetto alla rilevazione 2005

La percentuale di occupati ad un anno dal conseguimento del titolo, adottando la definizione ISTAT utilizzata nell’indagine sulla condizione occupazionale dei laureati (che esclude fra gli occupati i laureati in formazione, anche se retribuita), si riduce nell’ultima rilevazione di 1,2 punti percentuali (dal 53,6 fra i laureati del 2004 al 52,4 fra quelli del 2005), mentre in corrispondenza aumenta di 0,3 punti percentuali la quota di laureati che si dichiarano in cerca di lavoro (dal 26,1 al 26,4 per cento, rispettivamente) 20.

Andamento dell’occupazione nei diversi atenei. Un’analisi completa non può prescindere dal diverso dinamismo dei mercati regionali e dalla diversa composizione della popolazione laureata per ateneo e residenza. In termini occupazionali il risultato complessivo delle singole università è funzione della loro composizione per facoltà, del peso relativo di ciascuna di esse, della presenza di studenti provenienti da altre aree del Paese, della dinamica occupazionale dei singoli percorsi di studio e dal dinamismo dei mercati del lavoro locali. La complessiva contrazione dell’occupazione ad un anno dall’acquisizione del titolo coinvolge 16 atenei dei 35 indagati anche l’anno precedente: in 12 atenei (sia del Nord che del Sud) tale contrazione supera i 2 punti percentuali. Analoghe considerazioni possono essere avanzate con riferimento agli atenei che mostrano qualche ripresa: questi segnali riguardano 19 atenei, ma in 12 di questi l’aumento del tasso di occupazione supera i 2 punti percentuali. Questa ripresa, talvolta flebile, riguarda tanto gli atenei del Nord quanto quelli del Sud. Resta pur sempre vero che nella maggior parte degli atenei meridionali anche i segnali di ripresa si innestano in situazioni spesso caratterizzate da punti di partenza, in termini occupazionali, decisamente modesti.

Andamento dell’occupazione nei gruppi di corsi di laurea. Ad un anno dall’acquisizione del titolo l’occupazione varia molto in funzione del percorso di studio. Se si tralasciano quelli (medico, giuridico e scientifico, soprattutto) in cui l’ingresso nel mercato del lavoro è ritardato per l’ulteriore formazione necessaria all’esercizio della professione, il massimo di occupazione si registra fra i laureati in ingegneria (76 per cento, sostanzialmente stabile rispetto alla precedente rilevazione). Il tasso di occupazione è superiore al 70 per cento anche nei gruppi insegnamento (73, dove però è consistente la quota di laureati che prosegue il lavoro iniziato prima della fine degli studi, come si vedrà meglio in seguito pari al 35 per cento) e architettura (72).

La rappresentazione per gruppi di corsi, che si ricorda riprende quella utilizzata dal Ministero dell’Università e dall’ISTAT nelle statistiche ufficiali, sconta in taluni casi aggregazioni di percorsi di studio profondamente diversi, nei quali non tutto il mondo universitario vi si riconosce. Ci è parso pertanto opportuno scorporare i gruppi chimico-farmaceutico e agrario. Nel primo, già ad un anno dalla laurea, emergono importanti differenze nel tasso di occupazione a favore dei farmacisti (65,3 per cento) rispetto ai colleghi chimici (45,9 per cento) 21. Per quel che riguarda il gruppo agrario, i laureati in agraria mostrano un tasso di occupazione lievemente più elevato (53 per cento) dei colleghi veterinari (44 per cento). I risultati illustrati confermano la giustezza delle osservazioni avanzate.

Nella maggior parte dei percorsi di studio le difficoltà occupazionali risultano lievemente accresciute rispetto all’anno passato (la contrazione più consistente, pari a 7 punti percentuali, si registra nel gruppo psicologico, ma è comunque superiore a 4 punti nei gruppi linguistico e politico-sociale); in due percorsi di studio si rileva invece qualche, timido, segnale di ripresa (scientifico +2,9 punti percentuali; giuridico +1,1).

Tasso di occupazione: una definizione alternativa. Anche adottando la definizione ISTAT utilizzata per l’indagine sulle Forze di Lavoro (che comprende fra gli occupati anche coloro che sono in formazione retribuita) 22si registra, dopo la sostanziale stabilità delle ultime rilevazioni, una contrazione del tasso di occupazione; contrazione che riguarda non solo i laureati ad un anno dal conseguimento del titolo ma anche, come si vedrà meglio in seguito, quelli a tre e a cinque anni.

Tasso di occupazione
Nella maggior parte delle tavole e delle considerazioni sviluppate in questo Rapporto sono considerati “occupati” (analogamente all’indagine ISTAT sull’inserimento professionale dei laureati) gli intervistati che dichiarano di svolgere un’attività lavorativa retribuita, anche non in regola, purché non si tratti di un’attività di formazione (tirocinio, praticantato, dottorato, specializzazione).
Per evidenziare il differenziale in termini occupazionali per i percorsi di studio dove sono largamente previste e diffuse fra i neo-laureati attività di tirocinio, praticantato, dottorato, specializzazione, ecc., in alcune tavole è riportato il “tasso di occupazione” utilizzato dall’ISTAT nell’indagine sulle Forze di Lavoro: secondo questa impostazione (“meno restrittiva”) sono considerati occupati tutti coloro che dichiarano di svolgere una qualsiasi attività, anche di formazione o non in regola, purché preveda un corrispettivo monetario.
Per dettagli, cfr. ISTAT, La nuova rilevazione sulle forze di lavoro, Roma, 2004.

È bene ricordare che la definizione di occupato adottata in questa sede pare decisamente più appropriata al fine di una seria valutazione dell’efficacia esterna di percorsi di studio caratterizzati da esigenze formative che vanno ben al di là degli anni previsti dai curricola tradizionali: non si tratta solo dei laureati della facoltà medica impegnati nella specializzazione, ma anche dei loro colleghi delle facoltà scientifiche e di giurisprudenza, solo per citarne alcune.

Secondo questa definizione il tasso di occupazione si dilata di quasi 15 punti percentuali (67,2 anziché 52,4 per cento) ridisegnando la geografia dell’occupazione nei diversi percorsi di studio. Fra i neo-medici gli occupati aumentano di oltre 50 punti percentuali (passando dal 29 al 79 per cento, comunque in calo di 3 punti rispetto alla precedente rilevazione); nell’indirizzo scientifico l’occupazione sale di oltre 25 punti percentuali (dal 52 al 77 per cento); fra i laureati del gruppo geo-biologico l’aumento è di oltre 22 punti (dal 40 al 63 per cento). L’utilizzazione di una definizione meno restrittiva determina un consistente incremento degli occupati anche fra i laureati in Giurisprudenza (dal 26 al 46 per cento, -1 punto rispetto alla rilevazione 2005), impegnati frequentemente in attività di tirocinio e praticantato.

Prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea. Fra i laureati che risultano occupati ad un anno dall’acquisizione del titolo, in realtà 26 su cento proseguono l’attività intrapresa prima della laurea (-0,3 punti rispetto alla precedente rilevazione). Un ulteriore 17 per cento lavorava al momento della laurea, ma ha dichiarato di avere cambiato lavoro dopo la conclusione degli studi.

La prosecuzione dell’attività precedente alla laurea caratterizza soprattutto i laureati dei gruppi giuridico (50 per cento; +6 punti rispetto alla rilevazione dello scorso anno), psicologico (46,5; +3 punti), letterario (40, +0,5 punti), insegnamento (35, -4 punti) e politico-sociale (33, analogo allo scorso anno). Si tratta di un’area alimentata prevalentemente da studenti non più giovanissimi, dipendenti soprattutto del settore pubblico che, con l’acquisizione del titolo, puntano non solo ad approfondire la propria preparazione professionale ma ad ottenere anche avanzamenti di carriera e miglioramenti nella propria attività lavorativa (miglioramenti che si registrano infatti per il 39,5 per cento del collettivo esaminato).

Evoluzione della quota che lavora ad un anno [Fig. Evoluzione della quota che lavora ad un anno]


Tasso di occupazione a confronto (def. ISTAT-Forze di Lavoro) [Fig. Tasso di occupazione a confronto (def. ISTAT-Forze di Lavoro)]


Condizione occupazionale a confronto [Fig. Condizione occupazionale a confronto]


Condizione occupazionale ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per gruppi di corsi di laurea]


Occupazione ad un anno per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione ad un anno per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro]


Quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Quota che lavora ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea]


Occupati ad un anno: prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea per gruppi di corsi di laurea [Fig. Occupati ad un anno: prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.2 Ricerca di un lavoro ad un anno dalla laurea: ulteriore lieve aumento rispetto alla rilevazione 2005

In concomitanza con il calo del tasso di occupazione si è rilevato negli ultimi anni un incremento consistente della quota di laureati in cerca di un impiego. Anche se nelle ultime due rilevazioni l’aumento risulta contenuto la ricerca di un lavoro riguarda oltre un quarto del complesso dei laureati: il 26,4 per cento.

Portata reale della disoccupazione. D’altra parte l’ammontare di quanti sono in cerca di occupazione non si identifica tout court con la disoccupazione vera e propria che, per essere tale, presuppone la ricerca “attiva” del lavoro e la disponibilità ad iniziarlo. Così definita la disoccupazione coinvolge il 18,1 per cento dei laureati del 2005; disoccupazione che nell’arco dell’ultimo anno ha fatto registrare una preoccupante ripresa (+0,8 punti percentuali) dopo la significativa contrazione rilevata nell’indagine precedente.

Tasso di disoccupazione
Seguendo l’impostazione utilizzata dall’ISTAT nell’ambito della rilevazione sulle Forze di Lavoro, il tasso di disoccupazione è ottenuto dal rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro. Le persone in cerca di occupazione (o disoccupati) sono tutti i non occupati di età compresa tra 15 e 74 anni che dichiarano di essere alla ricerca di un lavoro, di aver effettuato almeno un’azione di ricerca di lavoro “attiva” nelle quattro settimane precedenti l’intervista e di essere immediatamente disponibili (entro due settimane) ad accettare un lavoro, qualora venga loro offerto. A questi devono essere aggiunti, sempre seguendo la definizione ufficiale, coloro che dichiarano di aver già trovato un lavoro, che inizieranno però in futuro, ma che si devono comunque dichiarare disposti ad accettare un lavoro entro due settimane, qualora sia loro offerto. Naturalmente tale definizione sottostima la consistenza del fenomeno escludendo i soggetti sfiduciati nella ricerca dai reiterati tentativi falliti; è però altrettanto vero che non pare essere questa la situazione per i laureati intervistati ad un solo anno dal conseguimento del titolo di studio.
Le Forze di Lavoro derivano dalla somma dei disoccupati e degli occupati.

Ulteriore elemento di riflessione è offerto dall’analisi della consistenza delle forze di lavoro ad un anno, che nelle ultime due rilevazioni ha registrato una contrazione dall’84 all’82 per cento (segnale preoccupante alla luce degli obiettivi fissati nel 2000 dalla Strategia di Lisbona!) 23. Anche in questo caso la diminuzione del peso delle forze di lavoro sembra spiegarsi con la quota di laureati che prosegue la propria formazione post-laurea (seppure privi di specifiche forme retributive) e non, come invece si poteva supporre, nella quota di laureati “sfiduciati”, ovvero di coloro che non cercano attivamente un lavoro perché certi di non riuscire ad averlo.

Evoluzione della quota in cerca di lavoro ad un anno [Fig. Evoluzione della quota in cerca di lavoro ad un anno]


Tasso di disoccupazione a confronto (def. ISTAT-Forze di Lavoro) [Fig. Tasso di disoccupazione a confronto (def. ISTAT-Forze di Lavoro)]


Torna all'indice del capitolo 3.3 Prosecuzione della formazione post-laurea: riguarda 67 laureati su cento

Ad un anno dal conseguimento del titolo rimane costante, e su livelli elevati, la quota di persone che prosegue la propria formazione (praticamente invariata rispetto a due anni fa): interessa 67 laureati su cento. Tra l’altro la scelta di migliorare ed integrare la propria formazione non risulta strettamente correlata alla situazione occupazionale personale: riguarda infatti 52 occupati e ben 84 “non occupati” su cento, con un’incidenza diversa a seconda del percorso formativo compiuto.

Le componenti principali che caratterizzano questa domanda formativa sono costituite dal tirocinio finalizzato all’iscrizione ad un albo professionale (seguiti dal 30 per cento degli intervistati), dallo stage in azienda (17 per cento), dalla collaborazione volontaria non retribuita con docenti o professionisti (16 per cento), dalla scuola di specializzazione post-laurea (10,5 per cento).

Evoluzione della quota in formazione ad un anno [Fig. Evoluzione della quota in formazione ad un anno]


Torna all'indice del capitolo 3.4 Condizione occupazionale a tre anni dalla laurea: sostanzialmente stabile

Se il dilatarsi del tempo di ingresso nel mercato del lavoro ha agito sui laureati pre-riforma ad un anno dalla laurea, a tre anni dal conseguimento del titolo non sembra aver avuto un effetto così evidente. Si è riscontrata, infatti, una contrazione lievissima rispetto all’analoga indagine dello scorso anno (da 73,8 a 73,6 per cento). Tra l’altro, per i laureati del 2003 l’occupazione si è dilatata (analogamente allo scorso anno) di circa 19 punti percentuali rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo. Ad esclusione dei laureati dei percorsi ad alta formazione post-laurea, quasi tutti gli altri percorsi di studio vedono l’occupazione su valori decisamente superiori alla media (ma generalmente in calo rispetto alla rilevazione dell’anno passato), alcuni (ingegneria e architettura soprattutto) addirittura prossimi alla piena occupazione.

Il confronto con l’unica indagine nazionale disponibile evidenzia, come già ricordato, che il tasso di occupazione rilevato dall’ISTAT nel 2004 è superiore di 1 punto rispetto a quello accertato da AlmaLaurea nel medesimo anno di rilevazione, e praticamente uguale al dato più recente 24.

Tasso di occupazione: una definizione alternativa. Anche in questo caso la definizione di “occupato” adottata ha un rilievo non trascurabile. Considerando occupati anche quanti sono impegnati in attività di formazione retribuita il tasso di occupazione lievita di otto punti percentuali raggiungendo complessivamente il valore di 82 (-1,6 punti percentuali rispetto alla rilevazione dell’anno precedente; -0,7 rispetto a quella del 2004). Beneficiano di questo incremento soprattutto i laureati di alcuni gruppi di corsi di laurea ad alta formazione post-laurea: in particolare i gruppi medico (che vede il tasso di occupazione dilatarsi da 38 a 94 per cento), geo-biologico (da 64 a 85), scientifico (da 68 a 89). I laureati del gruppo giuridico, che registrano un incremento di circa 6 punti percentuali, restano in assoluto quelli con il tasso di occupazione, a tre anni dalla laurea, più basso: 60 per cento. Concorrono a questo risultato più circostanze, tra cui certamente la conclusione del periodo di tirocinio e praticantato, verosimilmente appena avvenuta.

In aumento anche il tasso di disoccupazione. Analogamente alla situazione ad un anno dal conseguimento del titolo, il tasso di disoccupazione risulta in aumento ed è pari, tra i laureati del 2003, all’8,6 per cento (contro il 7,4 della precedente rilevazione). Non bisogna però dimenticare che, rispetto a quando furono intervistati ad un anno, la disoccupazione si è contratta in misura significativa (dal 18,8 al già citato 8,6 per cento).

Condizione occupazionale a confronto [Fig. Condizione occupazionale a confronto]


Condizione occupazionale a tre anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale a tre anni per gruppi di corsi di laurea]


Occupazione a tre anni per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione a tre anni per gruppi di corsi di laurea: confronto con def. Forze di Lavoro]


Torna all'indice del capitolo 3.5 Condizione occupazionale a cinque anni dalla laurea: occupati in calo rispetto alla rilevazione 2005

L’occupazione, a cinque anni dal conseguimento del titolo, si è estesa complessivamente a 85 laureati su cento, con una contrazione rispetto all’analoga rilevazione precedente di un punto percentuale. Rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo, il tasso di occupazione è lievitato di oltre 28 punti percentuali.

Occupazione nei gruppi di corsi di laurea. L’incremento del tasso di occupazione tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo ha coinvolto i laureati in misura differente e risulta particolarmente apprezzabile per i gruppi giuridico (il numero di occupati è salito di 57 punti, passando dal 27 all’83,5 per cento), medico (33 punti percentuali in più, dal 25 al 58 per cento), letterario (+31 punti, dal 51 all’82 per cento) e psicologico (+31 punti percentuali, dal 57 all’88 per cento). Per i laureati dei gruppi ingegneria (occupati al 96 per cento), architettura (92) ed economico-statistico (90) a cinque anni si può parlare di piena occupazione. Rimane assai elevata la quota di laureati in medicina che prosegue la formazione post-laurea: 29 per cento. Rispetto alla rilevazione dell’anno precedente, l’occupazione risulta sensibilmente in aumento per i laureati del gruppo geo-biologico (+4,7 punti percentuali), mentre è in diminuzione nei gruppi scientifico (-8,8) e medico (-4,7).

Se già ad un anno dal conseguimento del titolo risultavano differenze particolari, a cinque i laureati in farmacia mantengono un tasso di occupazione più alto dei colleghi chimici (91 contro 80 per cento, rispettivamente), anche perché tra questi ultimi è più che doppia la quota di chi sta ancora studiando (12 per cento): non a caso considerando occupati anche coloro che sono in formazione retribuita le differenze tra i due percorsi si riducono notevolmente (tasso di occupazione: 95 per cento per i farmacisti, 91 per cento per i chimici).

Nell’ambito del gruppo agrario (che ad un anno aveva mostrato migliori performance per i laureati in agraria), a cinque anni, invece, i laureati in medicina veterinaria risultano avere un tasso di occupazione più elevato dei colleghi (87 contro 82,5 per cento); anche in questo caso le differenze di fatto si annullano considerando occupati anche coloro che sono impegnati in un’attività formativa retribuita (tasso di occupazione: 90 per cento, rispettivamente).

Tasso di occupazione: una definizione alternativa. L’adozione della definizione di occupato dell’indagine Forze di Lavoro fa lievitare complessivamente la quota di occupati da 85 a 89 laureati su cento, che risulta in diminuzione di circa un punto percentuale rispetto alla precedente rilevazione. L’adozione della definizione alternativa di occupato fa lievitare la quota di medici che lavorano fino al 92 per cento (+35 punti percentuali).

Tasso di disoccupazione. A cinque anni dalla laurea il tasso di disoccupazione si assesta su livelli che possono essere definiti fisiologici (4,6 per cento), ma risulta in aumento di 0,3 punti rispetto al valore registrato, nel medesimo intervallo di tempo, dalla generazione precedente. L’analisi circoscritta alla generazione dei laureati 2001 mostra come il tasso di disoccupazione subisca, anno dopo anno, un deciso ridimensionamento, passando dal 16,7 per cento ad un anno ad un più “fisiologico” 4,6 per cento a cinque anni dalla conclusione degli studi. I percorsi di studio in corrispondenza dei quali, a cinque anni, il tasso di disoccupazione risulta più consistente sono il letterario e il linguistico (per entrambi pari all’8 per cento).

Estensione dell’indagine a cinque anni dalla laurea. Da alcuni anni, le evidenze empiriche emerse nelle indagini di AlmaLaurea hanno suggerito di estendere la rilevazione oltre la soglia del triennio post-laurea. È chiaro, infatti, che un’indagine circoscritta ai tre anni successivi alla conclusione degli studi, per quanto approfondita, accentua gli elementi di omogeneità che caratterizzano i primi approcci al mondo del lavoro piuttosto che evidenziarne le differenze. L’ampliamento dell’intervallo temporale di osservazione consente, invece, di analizzare la reale portata del valore aggiunto della formazione post-laurea nell’accesso alle posizioni lavorative più ambite dal laureato e più richieste dai settori avanzati del sistema economico del Paese, oltre che restituire un’immagine più nitida dell’efficacia esterna dei differenti percorsi formativi 25.

L’estensione dell’indagine a cinque anni ha consentito inoltre di continuare ad esplorare due pianeti rimasti a lungo semisconosciuti: quello dei laureati del gruppo giuridico, che fra il terzo ed il quinto anno vedono passare, nella generazione del 2001, la loro quota di occupati dal 55 all’83,5 per cento e quello del gruppo medico per il quale, nello stesso intervallo di tempo, l’occupazione cresce dal 29,5 al 58 per cento.

Indagine europea sulla condizione occupazionale dei laureati. A circa cinque anni dal conseguimento del titolo stanno svolgendo una o più attività lavorative retribuite (comprese eventuali attività di formazione) 89 laureati europei su cento: l’Italia, con un valore non troppo distante dalla media, si trova però a fondo scala (il tasso di occupazione è pari all’86,4 per cento), insieme ad Austria (87,2) e Spagna (87,4) 26. Il nostro Paese conferma la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, tanto che le differenze rispetto ai colleghi sfiorano i 10 punti percentuali (lavora il 82 per cento delle donne e il 91 degli uomini). Resta però vero che le donne risultano svantaggiate in tutti i Paesi coinvolti, con differenze che oscillano tra un punto percentuale della Francia e 12 punti dell’Austria.

La comparazione delle caratteristiche del lavoro svolto deve tener conto sia del contesto economico e del mercato del lavoro nazionali sia del peso degli occupati nel pubblico impiego in ognuna delle realtà indagate: in Italia questi ultimi rappresentano infatti il 27 per cento, contro una media europea del 40 per cento (con punte di oltre il 50 per cento in Norvegia, Germania e Finlandia). Con queste precisazioni, si rileva che il lavoro autonomo ad esempio coinvolge il 12 per cento dei laureati europei, esattamente la metà di quanto rilevato a livello italiano.

Caratteristiche dell’indagine europea
Avviata nel 2004, l’indagine REFLEX (Research into Employment and professional FLEXibility) ha analizzato, a circa cinque anni dal conseguimento del titolo, la situazione occupazionale, le caratteristiche del lavoro e la carriera iniziale di quanti hanno completato un percorso di terzo livello in 13 Paesi europei e in Giappone. Particolare enfasi è stata posta sui temi della professionalità, della flessibilità e delle competenze, ma anche dei percorsi di studio, della transizione al lavoro, delle condizioni lavorative, delle competenze acquisite e utilizzate. L’indagine è stata promossa (nell’ambito del Sesto Programma Quadro) dalla Commissione Europea; in Italia il progetto, condotto e coordinato dall’Istituto Iard “Franco Brambilla” e da AlmaLaurea, ha ricevuto il sostegno del Ministero dell’Università e della Ricerca e l’appoggio della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane.
La rilevazione italiana, di tipo campionario stratificata per genere, area geografica della sede dell’ateneo e percorso di studio, si è svolta fra settembre 2005 e giugno 2006. I risultati analizzati in questa sezione fanno riferimento agli esiti di circa 34.000 intervistati di 11 Paesi europei (Austria, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna, Svizzera) che, avendo terminato la rilevazione, dispongono già dei risultati finali (Belgio, Giappone e Portogallo non hanno ancora portato a termine la fase di rilevazione). L’attenzione è focalizzata sui 21.500 che hanno completato un percorso di terzo livello che consente l’accesso a quello superiore: nel caso italiano coincide con il dottorato di ricerca (in questa sezione definiti per semplicità “laureati”).

Condizione occupazionale a confronto [Fig. Condizione occupazionale a confronto]


Condizione occupazionale ad un anno dei laureati 2001 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno dei laureati 2001 per gruppi di corsi di laurea]


Condizione occupazionale a tre anni dei laureati 2001 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale a tre anni dei laureati 2001 per gruppi di corsi di laurea]


Condizione occupazionale a cinque anni dei laureati 2001 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale a cinque anni dei laureati 2001 per gruppi di corsi di laurea]


Quota che lavora a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Quota che lavora a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.6 Condizione occupazionale a quasi dieci anni dalla laurea: occupati 92 laureati su cento

Per conoscere gli esiti occupazionali oltre i cinque anni dal conseguimento del titolo, il Consorzio AlmaLaurea ha condotto nell’autunno 2006 un’indagine via web che ha coinvolto tutti i laureati degli anni 1997-1998 in possesso di indirizzo di posta elettronica. Un collettivo difficile da raggiungere, visto l’ampio intervallo temporale trascorso dalla laurea, ma che nonostante tutto ha permesso di contattare 4.200 persone (pari all’8 per cento circa del complesso dei laureati), e di registrare un tasso di risposta straordinario (47 per cento) per la metodologia di rilevazione adottata 27.

Gli esiti occupazionali sono di particolare interesse e quasi sempre confortanti: lavorano 92 intervistati su cento e solo 6 su cento si dichiarano alla ricerca di un lavoro. La piena occupazione è assicurata nei gruppi ingegneria, economico-statistico e scientifico, per i quali il tasso supera il 96 per cento degli intervistati. Anche i percorsi di studio che prevedono un ulteriore ciclo di formazione dopo il conseguimento del titolo mostrano ottime performance occupazionali: lavorano 90 laureati del gruppo medico su cento e 93 laureati del giuridico su cento.

Grazie ad una specifica domanda, tesa a rilevare la descrizione dettagliata del tipo di attività lavorativa svolta, emerge che le libere professioni non sono, a quasi dieci anni dalla laurea, tanto diffuse quanto ci si poteva attendere: riguardano nel complesso un occupato su dieci, ma addirittura un medico su due, un laureato in giurisprudenza su quattro, un laureato nel chimico-farmaceutico su sette.

Torna all'indice del capitolo 3.7 Lauree umanistiche e lauree scientifiche 28

Ad un anno dal conseguimento del titolo lavorano 60 laureati su cento nell’area tecnico-scientifica, che scendono a 49 in quella delle scienze umane e sociali. Questo differenziale occupazionale è interamente imputabile alla quota di laureati che si dichiara in cerca di occupazione, pari al 19 per cento nelle discipline tecnico-scientifiche e al 30 per cento in quelle umanistiche. Analizzando la situazione di percorsi con differenti tassi di prosecuzione degli studi, come in questo caso, è però opportuno fare riferimento alla definizione di occupato comprendente anche coloro che sono impegnati in attività di formazione post-laurea retribuita 29.

In questo caso, infatti, il differenziale occupazionale tra i due settori di studio si amplia: risulta occupato il 79 per cento di quanti hanno conseguito il titolo nell’area tecnico-scientifica e il 61 di quelli che hanno concluso il proprio percorso di studio in una disciplina umanistica.

A cinque anni dal conseguimento del titolo l’occupazione si dilata in misura diversa a seconda della definizione adottata. Escludendo quanti sono in formazione retribuita, si estende in entrambi i settori, tanto da coinvolgere 84 laureati su cento nell’area tecnico-scientifica e addirittura 86 su cento nell’area delle scienze umane e sociali. Adottando la definizione meno restrittiva, emergono differenze che ad un anno parevano assottigliarsi: il tasso di occupazione è pari al 93 per cento nell’area tecnico-scientifica e all’87 per cento in quella delle scienze umane e sociali 30.

Lauree scientifiche sostenute dal MUR. Applicando la definizione di occupato delle indagini sulle Forze di Lavoro si rileva che i laureati dei quattro corsi di laurea oggetto di progetti finalizzati ad incoraggiarne le immatricolazioni 31denotano una buona condizione occupazionale, fin dal primo anno successivo al conseguimento del titolo. Il tasso di occupazione ad un anno è per tutti i corsi, con la sola eccezione di matematica, superiore a quello rilevato per il complesso dei laureati; a cinque anni dalla conclusione degli studi il tasso di occupazione lievita fino a raggiungere il 93 per cento a statistica, il 91 a chimica, l’88 a matematica, l’87 a fisica (tutti valori in linea con la media generale, pari all’89 per cento).

Questi risultati contraddicono luoghi comuni molto diffusi. Il problema in Italia non sembra essere tanto l’ingresso dei laureati di questi percorsi nel mondo del lavoro quanto piuttosto il loro numero ridotto. L’Italia, rispetto al contesto internazionale, dove pure si è fatta sentire la crisi delle vocazioni scientifiche 32, sconta un ritardo sul numero di laureati formati. Segnali positivi si attendono dalla fase di ripresa delle iscrizioni già iniziata ancora prima dei provvedimenti ministeriali, da cui ci si aspetta un ulteriore balzo in avanti delle immatricolazioni. La questione di fondo, piuttosto che l’occupazione dei laureati attuali, sembra riguardare quella della loro occupabilità il giorno in cui fossero accresciuti di un numero tale da non essere più assorbiti in un sistema produttivo come quello italiano che continua a investire poco in ricerca e in innovazione 33.

Occupazione per area disciplinare: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione per area disciplinare: confronto con def. Forze di Lavoro]


Occupazione delle lauree scientifiche sostenute dal MUR: confronto con def. Forze di Lavoro [Fig. Occupazione delle lauree scientifiche sostenute dal MUR: confronto con def. Forze di Lavoro]


Torna all'indice del capitolo 3.8 Differenze di genere

Ad un anno dalla laurea, le differenze fra uomini e donne in termini occupazionali risultano significative (8 punti percentuali: lavorano 49 donne e 57 uomini su cento) e crescenti nel tempo (fra i laureati del 1999 il differenziale era pari a 3 punti percentuali, fra quelli del 2000 pari a 5 punti); ciò conferma che nelle fasi di espansione dell’occupazione le differenze di genere tendono a ridursi, mentre l’affacciarsi di difficoltà occupazionali si trasferisce, prima di tutto, sulla componente femminile. Ma le differenze di genere in termini occupazionali restano consistenti anche a cinque anni: analizzando la generazione dei laureati del 2001 la distanza tra uomo e donna sfiora i 9 punti percentuali.

I vantaggi della componente maschile sono confermati nella quasi totalità dei percorsi di studio e per ogni generazione considerata. A cinque anni dalla laurea gli uomini vantano un maggior tasso di occupazione in tutti i gruppi disciplinari (nel complesso lavorano 90 uomini su cento contro 81 donne), ad eccezione dello scientifico e del linguistico dove si registra una sostanziale parità di genere.

I risultati fin qui illustrati impongono una riflessione importante sulle politiche che il nostro Paese deve adottare per incrementare l’occupazione femminile, soprattutto se si tiene conto che, secondo il World Economic Forum, su 58 paesi del mondo analizzati le donne italiane sono al 48° posto per quanto riguarda il livello di partecipazione alle istituzioni, e al 51° per quel che concerne la generale partecipazione al mercato del lavoro. Ma risultano penalizzate anche a livello europeo: il tasso di occupazione delle donne italiane, pari al 45 per cento, è tra i più bassi dell’Unione a 25 Stati, ed è lontanissimo dall’obiettivo di Lisbona del 2010 (che prevede, entro quella data, un tasso di occupazione femminile oltre il 60 per cento) 34.

Tra le politiche attive al centro del dibattito non vanno dimenticati l’incremento della disponibilità di asili nido (in Italia il numero di tali strutture risulta tra i più bassi d’Europa), la maggiore diffusione dei contratti part-time, gli incentivi per i padri che decidono di usufruire di congedi parentali per la crescita dei figli 35.

Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per genere [Fig. Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per genere]


Condizione occupazionale a confronto dei laureati 2001 per genere [Fig. Condizione occupazionale a confronto dei laureati 2001 per genere]


Torna all'indice del capitolo 3.9 Differenze territoriali

In termini occupazionali le differenze Nord-Sud 36sono rimaste sostanzialmente immutate negli ultimi anni, apparentemente senza aver tratto vantaggi nemmeno nelle fasi di crescita economica. Per tutte le generazioni analizzate, infatti, il differenziale ad un anno dal conseguimento del titolo si conferma sempre superiore ai 21 punti percentuali: tra i laureati del 2005 lavora il 64 per cento dei residenti al Nord e il 41 per cento di quelli al Sud, (+23 punti percentuali).

Le differenze territoriali fra quanti sono alla ricerca di un lavoro costituiscono una realtà che tende a rimanere stabile nel corso degli anni e che continua a riguardare, per la generazione del 2005, più di un terzo dei laureati che risiedono al Sud e 16 laureati su cento residenti al Nord 37.

Con il passare del tempo dal conseguimento del titolo il differenziale Nord-Sud si ridimensiona significativamente, anche se resta di 9,5 punti percentuali a favore del primo: a cinque anni dalla laurea, infatti, i laureati residenti al Nord sono prossimi alla piena occupazione (lavorano 9 su 10), ma anche al Sud l’occupazione si è estesa fino a coinvolgere 8 laureati su 10.

Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per residenza alla laurea [Fig. Evoluzione della condizione occupazionale ad un anno per residenza alla laurea]


Condizione occupazionale a confronto dei laureati 2001 per residenza alla laurea [Fig. Condizione occupazionale a confronto dei laureati 2001 per residenza alla laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.10 Famiglia d’origine, formazione post-laurea e ingresso differito nel mercato del lavoro

La conferma dell’importanza dell’ambiente familiare di origine e delle votazioni ottenute alla laurea si rileva con evidenza anche nell’approccio al mondo del lavoro. Come è stato messo in evidenza nei Rapporti precedenti, voto di laurea e tasso di occupazione non procedono sempre secondo una relazione diretta: ad un anno dalla conclusione degli studi tale relazione è accertata fino alla soglia delle votazioni più elevate. Per i neo-dottori con votazione 110 e lode l’occupazione si riduce fino a raggiungere i valori minimi. Per questi il successo ottenuto negli studi alimenta aspettative più ambiziose. Aspettative da coltivare e possibilità di attendere le occasioni migliori favorite anche dall’ambiente socioeconomico d’origine. Il tasso di occupazione più modesto infatti, pari al 41 per cento, si registra in corrispondenza dei laureati con entrambi i genitori laureati (e sale di 7 punti percentuali fra i laureati con un solo genitore laureato). Lavorano proporzionalmente molto di più (fino a 14 punti percentuali di differenza) i laureati provenienti da famiglie meno favorite, soprattutto quelli che, verosimilmente, dovendo contare solo sulle proprie forze, stavano già lavorando alla laurea oppure si sono impegnati a trovare rapidamente un’occupazione.

L’analisi della consistenza e delle caratteristiche di coloro che, nell’anno immediatamente successivo all’acquisizione della laurea, proseguono in una qualche attività di studio e formazione conferma le considerazioni precedenti. A proseguire gli studi sono in misura maggiore i laureati usciti da famiglie culturalmente e socialmente più favorite, e quelli che hanno realizzato le performance migliori.

Il complesso delle considerazioni fatte conferma uno scenario caratterizzato da un indubbio processo espansivo dell’accesso all’istruzione universitaria, che ha consentito tra l’altro l’acquisizione della laurea ad una quota crescente di giovani provenienti da ambienti sociali meno favoriti (nell’anno 2005, oltre i tre quarti dei laureati vengono da famiglie in cui il titolo di studio universitario entra per la prima volta), ma anche da un’ulteriore dilatazione dei tempi di formazione per raggiungere le mète e gli obiettivi formativi più ambìti e più concorrenziali che restano così, prevalentemente, alla portata di quanti possono permetterselo 38.

Condizione occupazionale e partecipazione ad attività formative ad un anno per titolo di studio dei genitori [Fig. Condizione occupazionale e partecipazione ad attività formative ad un anno per titolo di studio dei genitori]


Condizione occupazionale e partecipazione ad attività formative ad un anno per voto di laurea [Fig. Condizione occupazionale e partecipazione ad attività formative ad un anno per voto di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.11 Modalità e tempi di ingresso nel mercato del lavoro

L’indagine ha consentito di approfondire i meccanismi d’ingresso nel mercato del lavoro di sei successive generazioni di laureati comprese nell’intervallo di tempo 1999-2005. Un approfondimento che riguarda le iniziative, risultate efficaci, intraprese dai laureati che hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo la laurea.

Modalità di ingresso ad un anno. Nell’arco dei dodici mesi successivi alla conclusione degli studi l’iniziativa personale risulta per tutto l’intervallo considerato la modalità più diffusa per trovare il lavoro 39: la utilizzano 34 laureati su cento del 2005 (ben 42 laureati su cento tra i laureati del chimico-farmaceutico e “solo” 25 su cento tra quelli dell’insegnamento). Significativo anche il ricorso all’intermediazione di familiari e di conoscenti per la segnalazione di opportunità lavorative, che ha permesso a 12 neo-laureati su cento di trovare un impiego (canale risultato proficuo a 17 psicologi su cento, meno ai laureati del gruppo insegnamento: 8 su cento). Come già evidenziato nella precedente rilevazione, risulta in netta ripresa, purtroppo, la richiesta di essere segnalati a datori di lavoro che, rispetto al precedente “canale di ingresso”, prevede un ruolo passivo del laureato: quest’anno vi hanno fatto ricorso 6 neo-laureati su cento (erano la metà solo due anni prima).

Si registra quest’anno una significativa contrazione della prosecuzione di stage in azienda (compiuti sia prima che dopo la laurea), anche se tale modalità, pari al 9 per cento, conferma un ruolo di primaria importanza; prescindendo, per ovvi motivi, dai laureati in psicologia questo canale risulta attualmente più diffuso tra i laureati del gruppo politico-sociale (13 per cento).

La chiamata da azienda e la risposta ad inserzioni registrano una ripresa nell’ultima rilevazione, dopo la tendenziale contrazione registrata nelle precedenti indagini; attualmente interessano rispettivamente 10 e 6,5 laureati su cento. In netta ripresa anche la presentazione di domande per insegnare che, pur riguardando solo 4 laureati su cento, risultano quasi raddoppiate rispetto alla precedente indagine: come ci si poteva attendere coinvolgono in particolar modo i laureati del gruppo insegnamento (38 occupati su cento).

Modalità di ingresso a cinque anni. Con il dilatarsi del tempo trascorso dal conseguimento del titolo assumono un particolare rilievo le assunzioni tramite concorso pubblico che coinvolgono, tra i laureati del 2001, 10 occupati su cento (erano solo 4 su cento ad un anno). Tale canale è privilegiato dai laureati di alcuni gruppi di corsi (medico, insegnamento, scientifico, politico-sociale). A cinque anni dal conseguimento del titolo anche l’inizio di un’attività autonoma coinvolge una quota consistente di laureati (13 per cento), quadruplicata rispetto alla rilevazione ad un anno. L’iniziativa personale resta anche a cinque anni la modalità maggiormente utilizzata, ed è stata efficace per 28 occupati su cento.

Modalità di ingresso e differenze di genere. L’analisi dei meccanismi d’accesso al mercato del lavoro evidenziano anche in questo caso interessanti differenze di genere. Ad un anno dalla laurea gli uomini più delle loro colleghe trovano lavoro grazie alla chiamata diretta del datore di lavoro e agli annunci su bacheche e giornali, mentre le donne, in misura maggiore rispetto agli uomini, ottengono il lavoro partecipando a concorsi nel settore pubblico e proseguendo lo stage o un’altra attività di formazione. Nel medio periodo le diverse inclinazioni (o si tratta di opportunità?) di genere trovano conferma nei percorsi affrontati per trovare un impiego: per gli uomini, a cinque anni dalla laurea assume un’importanza sempre maggiore l’avvio di un’attività autonoma (dal 9 per cento ad un anno al 18 per cento a cinque anni), in particolare nei gruppi architettura, giuridico e medico. Per le donne invece sono le assunzioni tramite concorso pubblico ad avere un particolare rilievo nel panorama delle modalità utilizzate per la ricerca di un impiego: il ricorso a tale canale cresce tra uno e cinque anni di circa 7 punti percentuali (dal 4 all’11 per cento) e risulta privilegiato dalle donne dei gruppi medico, insegnamento e politico-sociale.

Modalità di ingresso e differenze territoriali. I canali di accesso al mercato del lavoro variano significativamente a seconda dell’area territoriale in cui i laureati operano le proprie scelte e si mettono a disposizione del tessuto economico e produttivo. A cinque anni dal conseguimento del titolo, infatti, le maggiori difficoltà economiche del Mezzogiorno si traducono nel frequente ricorso, da parte dei laureati, all’avvio di attività autonome (21 per cento per il Sud; 9 per il Nord).

Tempi di ingresso 40. L’analisi dei tempi di ingresso nel mondo del lavoro è stata effettuata sul collettivo intervistato a cinque anni dal conseguimento del titolo ed è circoscritta ai soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea. Per un’analisi puntuale è stato calcolato l’intervallo di tempo trascorso tra l’inizio della ricerca e il reperimento del primo lavoro iniziato dopo la laurea: in tal modo, pertanto, non si tiene conto dei periodi (più o meno lunghi) trascorsi dai laureati lontano dal mercato del lavoro, verosimilmente perché impegnati in attività di formazione post-laurea. Attività che, come è noto, impegnano gli intervistati in misura differente a seconda della laurea conseguita.

Interessanti spunti di riflessione si traggono innanzitutto dall’analisi dei percorsi di ingresso per tipo di studio intrapreso: a geo-biologi e giuristi corrispondono tempi di ingresso (prossimi a 8 mesi) significativamente più alti della media (6 mesi). All’estremo opposto, particolarmente rapidi nell’inserirsi nel mercato del lavoro, sono ingegneri, medici e architetti che impiegano meno di 4 mesi per trovare il primo lavoro.

Anche le differenze di genere, pur non particolarmente accentuate, risultano significative sulla base di appropriati test statistici: le donne impiegano mediamente 6,2 mesi per reperire il lavoro, gli uomini solo 5 mesi. Tale tendenza risulta tra l’altro generalmente confermata, salvo qualche eccezione di estremo interesse: ad esempio, tra i medici (a cinque anni dalla laurea, si ricorda, lavora il 58 per cento) sono le donne a trovare lavoro più rapidamente (2,1 mesi contro 4,3 degli uomini).

Anche ad architettura le donne sono più “veloci”: 3,7 contro 4,2 mesi degli uomini. Naturalmente tale risultato dovrebbe essere valutato considerando il tipo di lavoro effettivamente trovato, in particolare tenendo conto della disponibilità ad accettare un qualunque impiego, indipendentemente dalle proprie aspirazioni. Non a caso, infatti, coloro che si orientano verso un impiego nel settore pubblico necessitano di più tempo per inserirsi nel mercato del lavoro (in media, 7 mesi contro 4 mesi e mezzo di chi aspira ad un impiego nel settore privato o intende avviare un’attività autonoma).

Le maggiori difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro dei laureati residenti al Sud e nelle Isole sono chiaramente riconoscibili attraverso i corrispondenti tempi di ingresso (in media 8 mesi), nettamente al di sopra di quelli dei residenti al Nord o al Centro (4 e 5 mesi, rispettivamente).

Evoluzione del canale di ingresso ad un anno [Fig. Evoluzione del canale di ingresso ad un anno]


Canale di ingresso a confronto dei laureati 2001 [Fig. Canale di ingresso a confronto dei laureati 2001]


Tempi d [Fig. Tempi d' ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per genere e area di residenza [Fig. Tempi di ingresso nel mondo del lavoro a cinque anni per genere e area di residenza]


Torna all'indice del capitolo 3.12 Tipologia dell’attività lavorativa: stabilità in calo sia ad uno che a cinque anni dalla laurea

L’analisi della documentazione ad un anno dalla laurea evidenzia quest’anno i “primi” effetti delle modifiche introdotte nel mercato del lavoro dalla Riforma Biagi 41. Ciò, naturalmente, nonostante la legge sia entrata in vigore nell’ottobre 2003: i tempi della sua attuazione hanno infatti comportato una fase di transizione particolarmente lunga e complessa, in cui assieme alle difficoltà di adottare il nuovo, non ancora completamente definito, si aggiungeva l’impossibilità di riferirsi a figure contrattuali precedenti, oramai escluse dalla normativa.

Ad un anno dalla laurea. Il lavoro stabile 42ad un anno risulta in calo nelle ultime rilevazioni: si pensi che in cinque anni è sceso dal 46 (rilevazione 2001) al 38 per cento nell’ultima indagine. Ma mentre rimangono praticamente invariate le attività di tipo autonomo (circa 12 per cento), continua il calo, dopo la consistente ripresa registrata nella rilevazione 2004, dei contratti a tempo indeterminato (passati dal 34 per cento nell’anno 2001 al 26 per cento in quello più recente).

Parallelamente, il lavoro atipico è cresciuto di 10 punti percentuali: dal minimo (37 per cento) del 2001 al 47 per cento nell’ultima rilevazione. In particolare, fra il 2001 e il 2006 sono aumentati consistentemente i contratti a tempo determinato (passati dal 13 al 21 per cento) 43.

Quest’anno si è registrata una ripresa dei contratti di inserimento e apprendistato, cresciuti rispetto alla precedente rilevazione dal 5 al 7 per cento. Non si deve però dimenticare che nella rilevazione del 2000 quelli che allora erano definiti contratti di formazione e lavoro riguardavano ben 15 occupati su cento; la contrazione degli ultimi anni è certamente dovuta all’inutilizzabilità, fino all’estate del 2004, dei contratti di inserimento (introdotti dalla Riforma Biagi e sostitutivi di quelli di formazione e lavoro), unitamente alle recenti modificazioni della normativa fiscale correlata a questo tipo di contratto 44.

Si è infine arrestata la crescita, particolarmente accentuata nella precedente indagine, dei lavori senza contratto, passati dal 4 per cento al 7 fra il 2001 e 2006. La diffusione di attività non regolamentate è analizzata con particolare attenzione, soprattutto in quanto riferita ad un collettivo ad elevato livello di istruzione e deve suggerire una riflessione sull’efficacia delle politiche di emersione del lavoro irregolare.

A cinque anni dalla laurea. Tra i laureati del 2001 coinvolti nell’indagine longitudinale a cinque anni dalla laurea risultano stabili 71 occupati su cento (con un calo di circa due punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione); 27 punti percentuali in più rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo. Il grande balzo in avanti è dovuto in particolar modo all’aumento dei contratti a tempo indeterminato che sono lievitati di 15 punti percentuali, raggiungendo quasi il 47 per cento a cinque anni. Il lavoro autonomo, guadagnando 11 punti, è passato dal 13 al 24 per cento.

Nel quinquennio si sono ridotti corrispondentemente le quote di lavoro atipico (dal 39,5 al 26 per cento), i contratti di formazione lavoro (contratti di inserimento nella legge Biagi) che di fatto scompaiono, scendendo dall’11 all’1 per cento, e le attività lavorative senza contratto (dal 5 all’1,5 per cento). Rispetto alla rilevazione del 2005, però, il lavoro atipico a cinque anni è aumentato di oltre un punto percentuale (e di quasi tre punti negli ultimi due anni di rilevazione).

Dalla instabilità alla stabilità contrattuale. Interessanti elementi di riflessione emergono considerando la generazione dei laureati del 2001 e la relativa evoluzione della tipologia dell’attività lavorativa fra 1 e 5 anni dal conseguimento del titolo. Coloro che avevano già raggiunto la stabilità lavorativa dopo un solo anno dal conseguimento del titolo (oppure che erano stati assunti con un contratto di formazione e lavoro) risultano naturalmente avvantaggiati, tanto che a cinque anni di distanza la stragrande maggioranza (84-85 per cento) permane nella medesima condizione di stabilità. Nella sfera del lavoro atipico si rileva invece che, se oltre la metà di chi aveva questo tipo di contratto ad un anno riesce a raggiungere la stabilità entro cinque anni, un terzo continua a lavorare con un contratto atipico (i restanti sono rappresentati in particolare da laureati che non lavorano più o da occupati con altre forme lavorative).

Poco meno della metà di coloro che non lavoravano ad un anno dalla laurea sono riusciti nell’arco del quinquennio a raggiungere la stabilità (46 per cento, in calo rispetto alla rilevazione del 2005), ma permangono ancora 26 laureati su cento che entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti atipici e 25 su cento che continuano a non lavorare (si tratta soprattutto di giuristi e medici). Anche coloro che ad un anno dalla laurea avevano dichiarato di lavorare senza un contratto regolare riescono generalmente a raggiungere, nel quinquennio, la propria stabilità: ciò si avvera nel 57 per cento dei casi, anche se un ulteriore 25 per cento lavora con un contratto atipico.

Gruppi di corsi di laurea. Dopo un anno dalla laurea la maggiore stabilità contrattuale (superiore al 40 per cento) è registrata dagli occupati nei gruppi architettura, ingegneria, agrario e chimico-farmaceutico. In realtà, la più alta stabilità in assoluto è rilevata tra i (pochi) occupati medici e giuristi (la gran parte di loro, come si è visto, prosegue la formazione): per i primi si tratta soprattutto di attività autonome, per i secondi di contratti a tempo indeterminato. Quasi la metà (45 per cento) dei laureati del gruppo insegnamento è impegnato in attività a tempo determinato, mentre i contratti di collaborazione sono caratteristica peculiare dei gruppi psicologico e scientifico, coinvolgendo un occupato su tre.

A cinque anni dal titolo, invece, sono i laureati dei gruppi ingegneria, economico-statistico e giuridico ad avere i livelli più elevati di stabilità, che raggiungono o superano la soglia dell’80 per cento degli occupati. Elevata stabilità si rileva anche tra i laureati dei gruppi chimico-farmaceutico (78 per cento complessivamente; 82 per cento tra i farmacisti, 67 per cento tra i chimici) e architettura (77 per cento). Nel gruppo agrario non si rilevano particolari differenze tra agrari e veterinari (gli occupati stabili raggiungono nel complesso il 69 per cento; stesso valore tra gli agrari e i veterinari). Ancora da realizzare invece la stabilità per i laureati dei gruppi letterario, scientifico e linguistico, con tassi di stabilità che non raggiungono il 55 per cento degli occupati.

Differenze di genere. La stabilità, sia ad uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo, riguarda in misura più consistente gli uomini che le loro colleghe, un differenziale generalmente imputabile alla diversa presenza del lavoro autonomo nelle due componenti. Mentre infatti il contratto a tempo indeterminato riguarda ad un anno il 27 per cento degli uomini e il 25 per cento delle donne (a cinque anni i valori salgono, rispettivamente, a 49 e 45 per cento), il lavoro autonomo coinvolge 18 uomini e 8 donne su cento (a cinque anni salgono a 29 e 20 per cento). Analogamente, anche i contratti di inserimento e di apprendistato interessano gli uomini più che le donne (8 e 6 per cento, rispettivamente) 45. Anche tra coloro che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea la stabilità è caratteristica peculiare degli uomini (interessando, per esempio ad un anno, il 70 per cento degli occupati uomini contro il 57 per cento delle donne). Anche in questo caso la componente più significativa è rappresentata dal lavoro autonomo (per gli uomini si attesta al 24 per cento, contro l’8 per cento delle donne).

Corrispondentemente, il complesso variegato dei lavori atipici riguarda in proporzione più donne che uomini: ad un anno 52 e 41,5 per cento, rispettivamente. Questa maggiore presenza delle donne tra i lavoratori atipici è dovuta in particolare alla diffusione del contratto a tempo determinato (verosimilmente legato all’insegnamento): ad un anno è pari al 25 per cento, contro il 17 per cento degli uomini (a cinque anni 17 e 10 per cento, rispettivamente).

Differenze territoriali. In particolare a cinque anni dal conseguimento del titolo risultano più diffuse al Sud le attività autonome, sviluppatesi come possibile risposta alle note difficoltà occupazionali: svolgono un lavoro in proprio 20,5 occupati su cento che lavorano al Nord e ben 33 occupati al Sud. Ne consegue che le differenze territoriali, in termini di stabilità, risultano meno accentuate di quanto si potesse immaginare: svolge un lavoro stabile il 73 per cento degli occupati al Nord e il 71 per cento di quelli che lavorano al Sud. Anche il lavoro atipico coinvolge nella stessa misura gli occupati al Nord e quelli al Sud (25 per cento). Significativa invece la diversa distribuzione delle attività lavorative non regolamentate, praticamente assenti tra gli occupati a cinque anni del Nord (0,7 per cento) contrariamente a quanto avviene al Sud (3,4 per cento).

Settore pubblico e privato. Ad un anno dalla laurea poco meno di un quinto di chi ha iniziato l’attività lavorativa dopo aver acquisito il titolo è impegnato nel settore pubblico; in quello privato operano, così, oltre 80 laureati su cento. A cinque anni dal conseguimento del titolo le percentuali risultano rispettivamente 29 e 71 per cento.

I contratti di lavoro sono fortemente differenziati fra i due settori: un’analisi puntuale della diversa capacità attrattiva dei settori pubblico e privato non può dimenticare le modifiche intervenute in seguito all’avvio della Riforma Biagi; una riforma che ha riguardato in misura differente il settore pubblico e quello privato, abolendo solo in quest’ultimo i contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Il contratto di inserimento (ex formazione lavoro), in ripresa dopo un prolungato periodo di contrazione, è più diffuso nel settore privato, dove è adottato da lungo tempo e riguarda ad un anno 12 occupati su cento (contro 4 su cento nel pubblico). Il contratto a tempo determinato caratterizza invece il pubblico impiego: riguarda infatti ad un anno 47 laureati occupati su cento (erano 38 l’anno passato), mentre sono 25 su cento nel privato (quota analoga allo scorso anno). Anche il contratto di collaborazione, ampiamente presente in ambedue i settori, prevale lievemente nel pubblico dove coinvolge 32 occupati su cento (29 su cento nel privato).

A cinque anni dalla laurea il contratto a tempo indeterminato lievita nel settore pubblico dal 12 al 31 per cento, mentre i contratti di collaborazione diminuiscono di 13 punti percentuali (da 32 a 19 per cento); resta stabile nello stesso periodo la quota di laureati che lavora con un contratto a tempo determinato (47 per cento ad un anno dalla laurea, 46 dopo cinque anni). Nel privato il lavoro stabile coinvolge a cinque anni una quota molto più consistente di laureati (72 contro 22 per cento ad un anno); si riducono di conseguenza tutte le altre forme contrattuali.

Una particolare attenzione è stata posta per accertare i tempi e la consistenza della transizione verso la stabilità; un’analisi longitudinale che ha riguardato coloro che lavorano sia a uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo. Analogamente all’anno precedente, nell’intervallo osservato sono diventati stabili nel settore privato l’81 per cento dei contratti a tempo determinato. Nel pubblico, invece, dove oltre agli effetti del blocco delle assunzioni, il posto fisso si raggiunge attraverso più lunghi itinerari concorsuali (riguardando, come si è visto, 31 laureati occupati su cento a cinque anni), il passaggio alla stabilità -nel medesimo intervallo di tempo- riguarda solo il 42 per cento dei contratti a tempo determinato. Il tipo di contratto caratterizzato da una maggiore permanenza dell’instabilità, con intensità maggiore nel pubblico impiego, è il contratto di collaborazione: infatti, nell’intero arco di tempo esaminato, conservano tale rapporto di lavoro i tre quarti dei collaboratori nel pubblico e la metà nel privato 46.

Evoluzione della tipologia dell’attività lavorativa ad un anno [Fig. Evoluzione della tipologia dell’attività lavorativa ad un anno]


Tipologia dell’attività lavorativa a confronto dei laureati 2001 [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a confronto dei laureati 2001]


Tipologia dell’attività lavorativa a confronto [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a confronto]


Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per genere [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per genere]


Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per genere [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per genere]


Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per area di lavoro [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per area di lavoro]


Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per area di lavoro [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per area di lavoro]


Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Laureati 2001 intervistati ad uno e a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità [Fig. Laureati 2001 intervistati ad uno e a cinque anni. Dall’instabilità alla stabilità]


Settore di attività ad uno e cinque anni [Fig. Settore di attività ad uno e cinque anni]


Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per settore di attività [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno per settore di attività]


Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per settore di attività [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa a cinque anni per settore di attività]


Torna all'indice del capitolo 3.13 Posizione nella professione 47

È evidente che ad un anno dalla laurea l’analisi sulla posizione nella professione deve indurre a più di una cautela, tanto più che oltre il 26,5 per cento degli occupati prosegue l’attività iniziata prima della laurea. L’estensione dell’analisi ad un intervallo di tempo più ampio è tanto più indispensabile tenuto conto che gli anni immediatamente successivi all’acquisizione della laurea, oltre alle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro che condizionano le scelte lavorative dei neo-laureati, sono sempre più utilizzati da un consistente numero di giovani per sperimentare l’approccio al mondo del lavoro.

Ad un anno sono impiegati di alta e media qualificazione 29 occupati su cento (-1 punto rispetto all’analoga rilevazione di un anno fa), altri 9 sono occupati come impiegati esecutivi (secondo le definizioni ISTAT), mentre gli insegnanti (esclusi i docenti universitari) rappresentano il 9,5 per cento del collettivo (+1 punto rispetto all’anno scorso). Tutte queste posizioni, unitamente ai dirigenti/direttivi (che riguardano il 4 per cento degli occupati, in linea rispetto alla rilevazione del 2005) e ad altre posizioni di minore diffusione, definiscono sostanzialmente l’area del lavoro dipendente, pari al 56 per cento degli occupati, in lieve aumento rispetto alla rilevazione dello scorso anno (55 per cento). Sull’altro versante, caratterizzato dal lavoro autonomo, i liberi professionisti sono il 6 per cento, i lavoratori in proprio costituiscono il 4,5 per cento e gli imprenditori poco più dell’1 per cento; nel complesso, il 13 per cento dei laureati ha trovato un’occupazione autonoma, quota questa rimasta sostanzialmente invariata rispetto alla precedente rilevazione.

Nel quinquennio aumenta in misura consistente l’area del lavoro autonomo, che coinvolge così oltre il 25 per cento degli occupati; ciò è dovuto quasi esclusivamente all’incremento dei liberi professionisti che rappresentano poco meno di un quinto degli occupati (18 per cento, un punto percentuale in meno rispetto alla rilevazione dell’anno precedente). Nel lavoro dipendente aumentano, tra uno e cinque anni, i dirigenti/direttivi (dal 3 al 10 per cento) e gli insegnanti (dal 6 al 9 per cento) mentre, contemporaneamente, diminuiscono gli impiegati esecutivi (dall’8 al 6,5 per cento).

Differenze di genere. Gli uomini, già ad un anno dal conseguimento del titolo, occupano posizioni di più alto livello rispetto alle donne: in linea con la rilevazione precedente, infatti, sono più rappresentati tra i liberi professionisti (10 contro 3 per cento tra le donne), i lavoratori in proprio (6 contro 3) e tra i dirigenti/direttivi (5 per cento contro 3). Le donne, invece, sono più numerose tra i collaboratori (25 per cento contro 21), gli insegnanti (15 contro 2), gli impiegati esecutivi (10 contro 7) e i lavoratori senza contratto (8 contro 5). Tali differenze di genere sono confermate anche nelle analisi circoscritte ai soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea.

Nel quinquennio le differenze si accentuano a favore della componente maschile, soprattutto fra i dirigenti/direttivi e i liberi professionisti. Permane la sovra-rappresentazione femminile tra i lavoratori senza contratto.

Evoluzione della posizione nella professione ad un anno [Fig. Evoluzione della posizione nella professione ad un anno]


Posizione nella professione ad un anno per genere [Fig. Posizione nella professione ad un anno per genere]


Posizione nella professione a confronto dei laureati 2001 [Fig. Posizione nella professione a confronto dei laureati 2001]


Posizione nella professione a cinque anni per genere [Fig. Posizione nella professione a cinque anni per genere]


Torna all'indice del capitolo 3.14 Organizzazione del lavoro

Ad un anno dal termine degli studi i neo-laureati lavorano in media 36 ore settimanali (incluse eventuali ore di straordinario); a cinque anni salgono fino a 39 48. Sia ad uno che a cinque anni dalla laurea sono particolarmente impegnati i laureati dei gruppi ingegneria, architettura, economico-statistico e chimico-farmaceutico; orari di lavoro più ridotti dichiarano invece i laureati del letterario, psicologico e insegnamento.

Anche nel calcolo delle ore abitualmente lavorate durante la settimana emerge una sostanziale differenza tra uomini e donne; ad un anno dalla laurea si traduce in 6 ore lavorate in più alla settimana per gli uomini, e ciò avviene indipendentemente dal gruppo di corso di laurea. Anche a cinque anni dalla laurea gli uomini lavorano più delle donne (rispettivamente 42 ore contro 36) e ciò si verifica in tutti i gruppi di corsi di laurea con punte di 45-46 ore lavorate dagli uomini di architettura e di ingegneria e di 39-43 ore tra le donne dei gruppi ingegneria, giuridico, economico-statistico, chimico-farmaceutico e architettura.

Come era facile attendersi, inoltre, il contratto a tempo parziale è più diffuso tra le donne e coinvolge, ad un anno, il 33 per cento delle laureate e solo il 18 per cento degli uomini. A cinque anni si contraggono, sia tra le donne che tra gli uomini, le attività part-time (20 e 8,5 per cento, rispettivamente) 49.

Ore settimanali di lavoro a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Ore settimanali di lavoro a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.15 Dove lavorano i laureati (ramo di attività)

L’indagine a cinque anni dal conseguimento del titolo consente di apprezzare i percorsi della transizione studi universitari/lavoro, mettendo in luce, generalmente, una maggiore coerenza fra studi compiuti e attività lavorativa svolta. La prima evidenza empirica che emerge è che tre occupati su quattro lavorano, a cinque anni dalla laurea, nel settore dei servizi, più di un quinto nell’industria e solo l’1,6 per cento nell’agricoltura.

Un ulteriore approfondimento è stato condotto prendendo in esame i settori di attività economica che vedono la presenza di almeno il 70 per cento dei laureati occupati. Tra uno e cinque anni dalla laurea si verifica una contrazione nel numero di rami nei quali si concentra il 70 per cento degli occupati, in particolare nel gruppo giuridico; ciò evidenzia la tendenziale convergenza verso una migliore corrispondenza tra titolo conseguito e sbocco professionale. Tale contrazione non riguarda, però, i laureati dei gruppi geo-biologico, chimico-farmaceutico e insegnamento; resta però vero che negli ultimi due si realizza un’elevatissima coerenza fin dal primo anno. Il ventaglio delle opportunità occupazionali risulta, al contrario, notevolmente più ampio (sia ad uno che a cinque anni) per i laureati dei gruppi politico-sociale, ingegneria, economico-statistico, agrario e letterario.

L’esistenza di due diversi modi di porsi della formazione universitaria, quella specialistica e quella polivalente, rende complesso stabilire se e in che misura, e per quanto tempo, ciò alimenti maggiori opportunità di lavoro oppure costringa a cercare comunque un’occupazione quale che sia il settore di attività economica.

Ramo di attività economica prevalente ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Ramo di attività economica prevalente ad un anno per gruppi di corsi di laurea]


Ramo di attività economica ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Ramo di attività economica ad un anno per gruppi di corsi di laurea]


Ramo di attività economica prevalente a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Ramo di attività economica prevalente a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Ramo di attività economica a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Ramo di attività economica a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.16 Guadagno mensile netto dei laureati: in ripresa le retribuzioni dei neo-laureati ma permangono difficoltà nel medio periodo

A 12 mesi dalla laurea il guadagno mensile netto dei laureati supera i 1.000 euro 50, e risulta in crescita rispetto alle precedenti rilevazioni (il guadagno mensile medio è salito quest’anno a 1.042 euro, +4,7 per cento rispetto alla rilevazione 2005); l’incremento degli ultimi tre anni va quindi a compensare la forte contrazione registrata tra le rilevazioni 2002 e il 2003 (-4,5 per cento, da 1.015 a 969 euro).

A tre anni dalla laurea il guadagno raggiunge quota 1.164 euro, ed è tutto sommato analogo rispetto alle precedenti quattro rilevazioni (in media 1.155 euro). Nella generazione dei laureati del 2003 aumenta tra uno e tre anni il guadagno mensile netto: l’incremento è del 18 per cento tra i laureati 2003, analogamente a quanto rilevato nel medesimo intervallo tra i dottori del 2002.

Anche i laureati del 2001 vedono le proprie retribuzioni aumentare consistentemente, del 30 per cento circa, dalla prima retribuzione dopo un anno pari a 1.015 a quella a cinque anni di 1.316 euro. Una retribuzione, quest’ultima, che risulta in lieve calo (-1,3 per cento) rispetto alla precedente rilevazione (1.333 euro), ma comunque in aumento del 2,7 per cento rispetto a quella del 2004 (1.281 euro).

Ovviamente un’analisi più puntuale deve fare riferimento ai salari reali, tenendo conto della svalutazione avvenuta in questi anni 51. Emerge così che, nel 2006, un neo-laureato guadagna meno di quanto guadagnasse il suo collega cinque anni prima! 52

L’analisi relativa al valore reale della retribuzione ridimensiona anche l’incremento retributivo rilevato, per i laureati del 2001, tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo; incremento che nominalmente era pari al 30 per cento, ma che si riduce al 20 per cento!

Gruppi di corsi di laurea. Analogamente alla precedente rilevazione, guadagni più elevati sono percepiti, a cinque anni dal conseguimento del titolo, dai laureati dei gruppi medico ed ingegneria (rispettivamente, 1.857 e 1.630 euro); all’estremo opposto, si trovano i laureati dei gruppi linguistico, letterario e insegnamento, con retribuzioni che non raggiungono 1.100 euro. Tra i laureati del gruppo chimico-farmaceutico, che a cinque anni guadagnano in media 1.372 euro, i farmacisti hanno retribuzioni di poco più superiori a quelle dei chimici (+1 per cento, che corrisponde rispettivamente a 1.377 e 1.358 euro). Analogamente, nel gruppo agrario (1.248 euro in media) i laureati dei corsi in agraria guadagno lievemente di più dei veterinari (rispettivamente, 1.254 e 1.237 euro, pari a +1 per cento).

Differenze di genere. Ad un anno dalla laurea gli uomini guadagnano più delle loro colleghe. Un differenziale che rimane stabile rispetto alla scorsa rilevazione e pari al 28 per cento (1.184 euro per gli uomini contro 926 per le donne nella rilevazione più recente; 1.132 euro contro 885 euro nel 2005); ciò è almeno in parte dovuto al diverso numero di ore lavorate, come si è visto mediamente pari a 39 ore settimanali per gli uomini e a 33 per le donne. Tali differenze rimangono sostanzialmente immutate a tre anni dalla conclusione degli studi: il differenziale di genere è del 28,5 per cento (in diminuzione rispetto alla precedente rilevazione) e corrisponde a 1.329 euro per gli uomini e 1.034 per le donne. Ma a cinque anni dal conseguimento del titolo il divario si accentua ulteriormente: il differenziale, pari al 30 per cento (anche in tal caso in diminuzione rispetto alla precedente rilevazione), equivale a 1.503 euro per gli uomini e 1.156 euro per le donne.

Differenze di genere contraddistinguono ciascuno dei gruppi di corsi di laurea. L’analisi condotta a cinque anni dall’acquisizione del titolo (e con riferimento ai laureati che hanno iniziato l’attuale attività dopo la laurea e lavorano a tempo pieno) mette in luce come gli uomini risultino essere costantemente i più favoriti: nel complesso le retribuzioni (proprio perché si considerano i soli occupati full-time) salgono a 1.517 euro per gli uomini e 1.239 euro per le donne.

A cinque anni dalla laurea, gli uomini risultano avvantaggiati anche rispetto alla professione svolta 53: a identica posizione lavorativa, infatti, le donne guadagnano meno, con percentuali che oscillano dal 13 per cento fra gli impiegati esecutivi al 39 per cento fra gli imprenditori. Discorso a parte va fatto per il settore insegnamento: fra gli insegnanti della scuola pubblica le differenze di genere sono lievi ma comunque significative (+8 per cento nelle scuole elementari, +9 per cento nelle scuole medie inferiori o superiori) 54.

Differenze territoriali. Consistentemente più elevati, a cinque anni dal titolo, i guadagni mensili netti dei laureati che lavorano al Nord (1.355 euro) rispetto ai loro colleghi impegnati nelle regioni centrali (1.297 euro) e soprattutto nel Mezzogiorno (1.167 euro). Anche in tal caso le donne guadagnano costantemente meno dei loro colleghi uomini, soprattutto al Sud: il differenziale oscilla dal 18,5 tra chi lavora all’estero, al 28 per cento tra gli occupati al Nord, fino al 33 per cento al Sud.

Un capitolo a parte meriterebbe la componente dei laureati che lavorano all’estero, che rappresentano almeno il 3 per cento degli occupati a cinque anni dal conseguimento del titolo. Una popolazione poco agevole da analizzare vista la loro più difficile reperibilità, soprattutto della componente laureatasi in Italia ma con cittadinanza estera. Al di là del diverso costo della vita, a cinque anni dalla laurea le retribuzioni all’estero risultano più elevate, di oltre il 50 per cento, di quelle nazionali (1.979 euro contro 1.316). Per quanto la modesta consistenza del collettivo indagato suggerisca il massimo di cautela, è interessante evidenziare come, tra i più folti gruppi di laureati che lavorano all’estero, i laureati del gruppo ingegneria (20 per cento di coloro che lavorano all’estero) e i laureati del gruppo politico-sociale (14 per cento) guadagnino più del doppio rispetto ai colleghi che lavorano in Italia (rispettivamente 2.465 euro contro i 1.630 per i laureati del gruppo ingegneria e 2.096 contro i 1.366 euro per i laureati del gruppo politico-sociale).

Tipologia dell’attività lavorativa. Alla stabilità lavorativa corrisponde generalmente un migliore riconoscimento retributivo, sia ad uno che a tre e cinque anni dalla laurea. Tra i neo-laureati, ad esempio, il differenziale stabili-atipici è pari addirittura al 29 per cento: i primi guadagnano in media 1.233 euro, i secondi 955 euro. Tale differenziale risulta tendenzialmente in aumento: tra i laureati del 2001 ad un anno era pari al 26 per cento.

Nell’intervallo uno-cinque anni dalla laurea la differenza stabili-atipici si contrae ma resta significativa (19,5 per cento): chi svolge un’attività stabile percepisce una retribuzione media di 1.389 euro, che si riduce a 1.162 euro tra gli atipici 55.

Settore pubblico e privato. Gli stipendi netti nel settore privato sono generalmente superiori a quelli percepiti nel pubblico; l’unica eccezione riguarda le retribuzioni ad un anno (1.026 contro 1.100 euro, rispettivamente), ma il risultato è in questo caso influenzato dalla consistente quota di occupati nel pubblico che proseguono l’attività iniziata prima della laurea. A cinque anni dalla laurea le retribuzioni nel privato risultano superiori del 5 per cento (1.332 contro 1.269 euro); una differenza in diminuzione di 3 punti percentuali rispetto alla rilevazione 2005.

Gli uomini che lavorano nel privato percepiscono retribuzioni mediamente più elevate di quanti sono occupati nel pubblico: il differenziale settoriale, pari al 7 per cento, corrisponde a 1.522 euro contro 1.425, rispettivamente. Per le donne la situazione è opposta, visto che in tal caso è il settore pubblico ad offrire migliori chance (e ciò indipendentemente dal tipo di contratto –a tempo pieno o part-time): il differenziale pubblico-privato è pari a +4 per cento (1.187 euro contro 1.142, rispettivamente). Se gli uomini risultano comunque meglio retribuiti rispetto alle loro colleghe sia nel pubblico che nel privato questo trova una parziale giustificazione nel maggior numero di ore lavorate: gli uomini che lavorano nel pubblico dichiarano di lavorare in media 35 ore alla settimana (sono 44 le ore dei colleghi del privato), contro rispettivamente 31 e 39 ore delle donne.

Il settore privato, generalmente più “generoso” in termini di retribuzioni, sembra offrire guadagni meno consistenti agli occupati del Sud, che percepiscono (a cinque anni) in media 1.146 euro, contro i 1.224 di quanti lavorano nel pubblico impiego.

Ramo di attività e utilizzazione delle competenze. A cinque anni dal conseguimento del titolo coloro che lavorano nell’industria, come ci si poteva attendere, guadagnano il 15 per cento in più rispetto a quanti hanno trovato un impiego nei servizi (1.472 contro 1.277 euro, rispettivamente) ed il 27 per cento in più di quanti lavorano nell’agricoltura (1.157 euro). Interessante però sottolineare che, in tutti i settori, sono i laureati che dichiarano di utilizzare in misura elevata le competenze acquisite all’università che percepiscono le retribuzioni più alte. In particolare, è il settore agricolo a riconoscere maggiormente la professionalità dei laureati; il differenziale tra coloro che utilizzano in misura elevata le competenze acquisite durante gli studi e quanti non ne fanno assolutamente uso è infatti pari al 20 per cento (i guadagni sono rispettivamente, 1.241 e 1.032 euro), mentre scende al 16 per cento nei servizi (1.321 e 1.139 euro) e al 14 per cento nell’industria (1.525 e 1.332 euro).

Analogamente alla rilevazione dell’anno precedente, i settori che a cinque anni dalla laurea offrono le migliori retribuzioni sono la metalmeccanica (1.573 euro), la sanità (1.551 euro), il credito (1.524 euro) e la chimica (1.469 euro).

Un approfondimento di indubbio interesse può tenere in considerazione il numero di ore lavorate nei diversi rami di attività; un aspetto di tutto rilievo considerando che il numero medio di ore settimanali lavorate, nella dichiarazione dei laureati intervistati, varia da un minimo di 26,5 ore nell’istruzione ad un massimo di 46 ore nella metalmeccanica e meccanica di precisione. Così facendo, pur con le cautele necessarie (perché l’ammontare del guadagno dichiarato nulla dice sul riconoscimento e sull’entità della componente “straordinario”, che invece è conteggiata nel monte ore lavorate), ovviamente si ridisegna il posizionamento dei diversi rami: l’istruzione sale in vetta alla graduatoria, seguita da sanità, credito e assicurazioni, servizi ricreativi e culturali. A fondo scala si trovano invece i settori delle consulenze e dell’agricoltura; poco sopra pubblicità e pubbliche relazioni nonché i trasporti.

Guadagno mensile netto a confronto [Fig. Guadagno mensile netto a confronto]


Guadagno mensile netto a confronto: valori rivalutati [Fig. Guadagno mensile netto a confronto: valori rivalutati]


Evoluzione del guadagno mensile netto ad un anno per genere [Fig. Evoluzione del guadagno mensile netto ad un anno per genere]


Evoluzione del guadagno mensile netto ad un anno per genere: numeri indice sui valori rivalutati [Fig. Evoluzione del guadagno mensile netto ad un anno per genere: numeri indice sui valori rivalutati]


Guadagno mensile netto ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto ad un anno per gruppi di corsi di laurea]


Guadagno mensile netto ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto ad un anno per genere e gruppi di corsi di laurea]


Guadagno mensile netto a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e gruppi di corsi di laurea]


Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e posizione nella professione [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e posizione nella professione]


Guadagno mensile netto a cinque anni per area di lavoro [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per area di lavoro]


Guadagno mensile netto a cinque anni per tipologia dell [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per tipologia dell'attività lavorativa]


Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e settore [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per genere e settore]


Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo di attività economica [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo di attività economica]


Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo e utilizzazione delle competenze [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per ramo e utilizzazione delle competenze]


Torna all'indice del capitolo 3.17 Efficacia 56della laurea nell’attività lavorativa

L’efficacia risulta già ad un anno dalla laurea complessivamente buona (è almeno abbastanza efficace per 82 laureati su cento); eppure, dopo un passato di sostanziale invarianza dei valori dell’indice, l’efficacia risulta negli ultimi quattro anni tendenzialmente in calo (-3,4 punti percentuali dalla rilevazione del 2002 ad oggi). Soprattutto, e fin dall’inizio, l’efficacia è particolarmente accentuata per i laureati dei gruppi chimico-farmaceutico (99), medico (96,5, il cui numero di occupati è però molto contenuto ad un anno dal conseguimento del titolo), ingegneria (95), architettura (92) e insegnamento (90).

Negli anni successivi al completamento degli studi l’efficacia, già significativamente elevata fin dal primo anno, tende ad aumentare di qualche punto percentuale, e ciò avviene soprattutto per effetto del migliore apprezzamento da parte dei laureati dei percorsi di studio che assicurano una formazione polivalente, meno specialistica 57. Per i laureati del 2001 (ma una tendenza analoga si registra anche per le generazioni del 2000 e 1999), infatti, i valori di efficacia aumentano di quasi 5 punti percentuali tra il primo e il quinto anno: tra i laureati del 2001, il titolo risultava almeno abbastanza efficace per 86 occupati su cento ad un anno dal conseguimento del titolo e ha raggiunto ben 91 laureati su cento a cinque anni.

Efficacia della laurea a confronto [Fig. Efficacia della laurea a confronto]


Efficacia della laurea ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Efficacia della laurea ad un anno per gruppi di corsi di laurea]


Efficacia della laurea a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Efficacia della laurea a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.18 Qualità 58dell’occupazione

Le valutazioni sulle condizioni lavorative sono particolarmente buone, fin dal primo anno successivo al conseguimento del titolo. La qualità, già su valori elevati, si è mantenuta sostanzialmente costante negli ultimi sette anni di rilevazione, tra i valori mediani 69 e 72 nella scala 0-100. La qualità del lavoro migliora inoltre col passare del tempo dal conseguimento della laurea (da 71 ad un anno a 81 a cinque anni per la generazione del 2001).

Il percorso formativo intrapreso risulta determinante per svolgere un lavoro di qualità, e le differenze tra i diversi gruppi di corsi di laurea tendono ad accentuarsi col passare del tempo, a favore delle lauree più specialistiche: medico, ingegneria, chimico-farmaceutico, architettura ma anche giuridico (86 per il medico e 85 per gli altri gruppi).

Qualità del lavoro a confronto [Fig. Qualità del lavoro a confronto]


Qualità del lavoro ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Qualità del lavoro ad un anno per gruppi di corsi di laurea]


Qualità del lavoro a confronto dei laureati 2001 per gruppi di corsi di laurea [Fig. Qualità del lavoro a confronto dei laureati 2001 per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.19 Soddisfazione per il lavoro svolto 59

La soddisfazione per il proprio lavoro, già dal primo anno successivo al conseguimento del titolo, risulta discreta (in media 7,2 nella scala 1-10) e cresce nel quinquennio fino a raggiungere il “sette e mezzo” 60.

Per tutti i numerosi aspetti dell’attività lavorativa analizzati si raggiunge la piena sufficienza già ad un anno dalla laurea; sono particolarmente soddisfacenti, analogamente allo scorso anno, i rapporti con i colleghi, l’indipendenza/autonomia, la sede di lavoro, l’acquisizione di professionalità, l’utilità sociale del lavoro e il coinvolgimento nei processi decisionali. Minore la soddisfazione per coerenza con gli studi compiuti, stabilità/sicurezza del lavoro e, soprattutto, disponibilità di tempo libero.

A cinque anni dalla laurea tutti gli aspetti del lavoro trovano un ulteriore apprezzamento con le uniche eccezioni del rapporto con i colleghi, il luogo di lavoro e della disponibilità di tempo libero che continua ad essere l’aspetto meno apprezzato.

In generale le donne risultano meno soddisfatte del proprio lavoro; in particolare, a cinque anni dalla laurea sono nettamente meno gratificate dalle prospettive di guadagno e di carriera. Fanno eccezione, denotando una maggiore soddisfazione della componente femminile, l’utilità sociale del lavoro e il tempo libero.

Lavorare nel settore pubblico significa essere in generale lievemente più soddisfatti del proprio lavoro (in media 7,6 contro 7,4 del privato a cinque anni). Gli aspetti più apprezzati dagli occupati nel pubblico impiego sono, a cinque anni dalla laurea, il tempo libero, l’utilità sociale del lavoro, la coerenza con gli studi fatti e la rispondenza ai propri interessi culturali. Al contrario nel privato danno maggiore soddisfazione le prospettive di guadagno e di carriera, la stabilità/sicurezza del lavoro e il coinvolgimento nei processi decisionali. Per gli altri aspetti del lavoro le differenze tra i due settori non sono apprezzabili.

Una soddisfazione maggiore si registra tra coloro che lavorano a tempo pieno (in media 7,5 contro 6,5 tra gli occupati part-time ad un anno; 7,5 contro 7 a cinque anni). A cinque anni dalla laurea il tempo parziale vede ovviamente penalizzati soprattutto gli aspetti legati alla stabilità/sicurezza, alle prospettive di guadagno o di carriera, al prestigio del lavoro, al coinvolgimento nei processi decisionali e alla possibilità di acquisire professionalità, mentre si trae maggiore soddisfazione (sempre rispetto a coloro che lavorano a tempo pieno) dal tempo libero, dall’utilità sociale del proprio lavoro e dalla flessibilità dell’orario.

Nel corso del primo anno successivo al conseguimento del titolo risultano lievemente più appagati coloro che lavorano al Nord rispetto a quelli occupati al Sud (7,4 contro 7). A cinque anni, però, i giudizi si appaiano sul livello del “sette e mezzo”, anche se coloro che lavorano al Nord sono più soddisfatti della stabilità/sicurezza sul lavoro; mentre l’utilità sociale del lavoro e le prospettive di carriera sono gli aspetti che rendono più soddisfatti i laureati che lavorano al Sud.

Soddisfazione per il lavoro svolto a confronto [Fig. Soddisfazione per il lavoro svolto a confronto]


Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto ad uno e cinque anni [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto ad uno e cinque anni]


Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per genere [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per genere]


Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per settore di attività [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per settore di attività]


Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per tempo pieno/parziale [Fig. Soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto a cinque anni per tempo pieno/parziale]




Torna all'indice generale 4. APPROFONDIMENTI

4.1 FORMAZIONE CONTINUA SUL POSTO DI LAVORO
4.2 STUDI ALL’ESTERO E SOCRATES ERASMUS: IL VALORE AGGIUNTO
4.3 PARTECIPAZIONE A MASTER
4.4 IL VALORE AGGIUNTO DEGLI STAGE
4.5 CONOSCENZE INFORMATICHE E OCCUPAZIONE

In questa sezione sono illustrati approfondimenti compiuti sui laureati pre-riforma, in taluni casi grazie a specifiche domande inserite nel questionario sulla condizione occupazionale per la rilevazione 2006. In tal modo il Consorzio AlmaLaurea si propone di offrire, di anno in anno, importanti spunti di riflessione ai tanti interessati all’evoluzione del mercato lavorativo dei giovani ad elevato livello di istruzione.

Torna all'indice del capitolo 4.1 Formazione continua sul posto di lavoro

Nella rilevazione di quest’anno, per approfondire il tema sempre più attuale del lifelong learning, sono state introdotte alcune domande volte ad indagare le attività di formazione seguite dagli occupati pre-riforma nel corso dell’ultimo anno lavorativo; attività promosse dal datore di lavoro e dirette a migliorare le competenze professionali. È considerata formazione non solo la partecipazione a corsi specifici (master inclusi), ma anche a seminari, convegni, lezioni. Questo tema è tanto più attuale se si tiene conto che a livello europeo si sta compiendo uno sforzo importante per individuare un insieme di indicatori, comuni ai Paesi membri, al fine di monitorare la partecipazione e l’efficacia di queste attività di formazione. Si consideri che in Italia solo un quinto dei lavoratori partecipa ad attività formative (rispetto ad una media europea del 40 per cento) e solo un quarto delle imprese realizza attività di formazione (rispetto ad una media europea del 60 per cento) 61. Il quadro diviene ancora più critico se si considera che, tra il 2007 e il 2013, i fondi europei per la formazione continua privilegeranno i Paesi che hanno aderito recentemente all’Unione 62.

Con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo aumenta sia la quota di occupati che ha avuto la possibilità di partecipare ad attività di formazione durante un anno 63, sia il numero di attività svolte: la percentuale di partecipanti a corsi di formazione passa infatti dal 42 per cento tra i neo-laureati (in media si tratta di 3 attività in un anno), al 52 per cento a tre anni e al 58 per cento dopo cinque anni (in media 4 attività seguite). Mentre a uno e tre anni la maggiore partecipazione ad attività di formazione è caratteristica peculiare degli uomini, a cinque anni dalla laurea il differenziale di genere di fatto si annulla (è pari a 0,8 punti percentuali, riguardando il 57,7 per cento delle donne e il 58,5 per cento degli uomini).

La partecipazione ad attività di formazione è più consistente tra i laureati dei gruppi medico e chimico-farmaceutico, e ciò è confermato in ciascun anno di rilevazione: ad esempio, ad un anno dalla laurea, tra i primi (anche se la percentuale di occupati è come noto nettamente inferiore alla media) la quota di partecipanti è pari al 62 per cento, tra i secondi si assesta al 49 per cento.

Generalmente i laureati hanno la possibilità di accedere a corsi di formazione durante l’orario di lavoro: ciò avviene nel 61 per cento dei casi; per un ulteriore 9 per cento la frequenza ai corsi avviene sia durante che fuori l’orario lavorativo. Dunque un occupato su tre ha aggiornato o migliorato le proprie competenze al di fuori del proprio orario. Più dell’80 per cento dei laureati del gruppo scientifico e di ingegneria ha svolto queste attività durante l’orario di lavoro.

Com’era da attendersi data la natura stessa del rapporto lavorativo, gli occupati con contratto di inserimento o apprendistato partecipano in misura significativa ad attività di formazione, che ad un anno coinvolge il 59,5 per cento dei neo-assunti. Anche coloro che lavorano stabilmente hanno buone possibilità di parteciparvi (48 per cento ad un anno, che cresce al 50 per cento tra i lavoratori con contratto a tempo indeterminato); ma le adesioni sono significative anche tra i lavoratori atipici (38 per cento, in particolare tra coloro che hanno un contratto a tempo determinato). Molto spesso i lavoratori atipici hanno la possibilità di frequentare corsi di formazione durante l’orario di lavoro e ciò fa presupporre che le aziende decidano di investire sui propri lavoratori indipendentemente dal fatto che siano inseriti stabilmente in organico oppure che abbiano contratti a termine.

Sia a uno che a cinque anni, coloro che lavorano nei servizi partecipano più degli altri ad attività formative (43 per cento ad un anno, rispetto a 38-39 per cento dei settori agricoltura e industria; 60 per cento a cinque, contro 52,5 e 57 degli altri settori) 64 mentre non si evidenziano differenze significative tra settore pubblico e privato.

Ad un anno dal conseguimento del titolo un quarto delle attività ha avuto come obiettivo la formazione di personale neo-assunto; naturalmente tale quota si riduce a cinque anni (attestandosi all’8 per cento), quando acquistano importanza i corsi di aggiornamento (pari al 62 per cento a cinque anni). Sia ad uno che a cinque anni quasi un terzo degli occupati partecipa ad attività riguardanti la formazione per nuove mansioni da svolgere.

Quali sono gli argomenti trattati? Quasi la metà degli occupati ad un anno (ma la quota è analoga anche a cinque anni) frequenta corsi aventi come argomento il tipo di attività svolta all’interno dell’azienda, 15 su cento attività aventi come argomento l’informatica o uso di software specifici, altri 14 le tecniche di produzione, vendita, distribuzione e marketing. Tra uno e cinque anni cresce la quota di chi frequenta attività di formazione aventi ad oggetto l’aggiornamento legislativo: risulta del 12 per cento ad un anno, del 22 a cinque anni.

Con una certa frequenza si rileva una corrispondenza tra tipologia di attività formativa e titolo conseguito. I laureati del gruppo linguistico, ad esempio, partecipano in particolare a corsi di lingua straniera (18 per cento ad un anno, contro una media del 3,5), i laureati del gruppo scientifico a corsi di informatica (53 per cento, contro una media del 15), gli architetti ad attività attinenti la sicurezza sul lavoro (19 per cento, contro una media del 7), mentre i laureati del gruppo giuridico ad attività di aggiornamento legislativo (34 per cento, contro una media del 12).

Indipendentemente dal collettivo esaminato, chi ha partecipato ad attività di formazione dichiara in generale di aver notato un miglioramento delle proprie condizioni lavorative: i laureati “soddisfatti”, pari al 95 per cento sia ad uno che a cinque anni ed equamente distribuiti tra uomini e donne, si contrappongono ai pochi laureati che dichiarano di non aver avuto alcun giovamento (5 per cento circa). In generale (ovvero per tre occupati su quattro), a trarne beneficio sono le competenze professionali sul lavoro; resta invece contenuto il miglioramento della competitività dell’azienda, sempre secondo le opinioni dei lavoratori (7-8 per cento), delle opportunità di cambiare lavoro o di conservare il posto, della retribuzione o progressione in carriera (tutti oscillanti tra il 3 e il 5 per cento) 65.

La partecipazione ad attività di formazione sembra avere effetti sui livelli retributivi, in particolare nel breve periodo: ad un anno dalla laurea, infatti, chi ha partecipato ad almeno un’attività formativa guadagna il 21 per cento in più di chi non ha maturato tale esperienza; a cinque anni tale divario si riduce, ma resta comunque significativo (11 per cento). Ma analizzando tali risultati nel dettaglio si evidenzia che le migliori retribuzioni sono percepite da coloro che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea e hanno partecipato ad attività di formazione: il loro guadagno è pari a 1.233 euro mensili, il 22 per cento in più rispetto a chi prosegue il lavoro ma non ha partecipato ad alcuna attività di formazione (1.014 euro). Tali differenze non sono tra l’altro attribuibili alla composizione dei collettivi per posizione lavorativa; infatti, a parità di posizione nella professione guadagna di più chi ha partecipato ad almeno un’attività di formazione.

Partecipazione ad attività di formazione nel lavoro svolto per genere a confronto [Fig. Partecipazione ad attività di formazione nel lavoro svolto per genere a confronto]


Partecipazione ad attività di formazione nel lavoro svolto ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Partecipazione ad attività di formazione nel lavoro svolto ad un anno per gruppi di corsi di laurea]


Partecipazione ad attività di formazione ad un anno per tipologia dell’attività lavorativa e modalità di svolgimento [Fig. Partecipazione ad attività di formazione ad un anno per tipologia dell’attività lavorativa e modalità di svolgimento]


Principale obiettivo dell’attività di formazione a confronto [Fig. Principale obiettivo dell’attività di formazione a confronto]


Principale argomento trattato durante l’attività di formazione a confronto [Fig. Principale argomento trattato durante l’attività di formazione a confronto]


Effetti dell’attività di formazione a confronto [Fig. Effetti dell’attività di formazione a confronto]


Guadagno mensile netto per partecipazione ad attività di formazione a confronto [Fig. Guadagno mensile netto per partecipazione ad attività di formazione a confronto]


Torna all'indice del capitolo 4.2 Studi all’estero e Socrates Erasmus: il valore aggiunto 66

Le esperienze di studio all’estero compiute durante gli studi coinvolgono 10 laureati del 2005 su cento (6 su cento con Erasmus o altro programma dell’Unione Europea). Nello specifico, le esperienze nell’ambito di un programma dell’Unione Europea oltre a coinvolgere, in misura rilevante come è evidente, i laureati del gruppo linguistico (22 su cento), riguardano anche significativamente quelli del politico-sociale (10) e di architettura (9). Nel contesto europeo l’Italia assume una posizione di particolare rilievo vedendo le sue università collocarsi tra le prime in Europa per numero di studenti ospitati (Bologna, Firenze, Roma La Sapienza, rispettivamente al 4°, 10° e 11° posto) e per numero di studenti inviati (le stesse sopraccitate, rispettivamente al 2°, 15° e 7° posto, più Padova al 18° posto) 67.

Ad un anno dal conseguimento del titolo l’esperienza di studio all’estero con programma dell’Unione Europea si traduce in un differenziale in termini di occupazione poco apprezzabile, ma comunque in aumento rispetto alla rilevazione 2005, nei confronti di chi non è mai andato oltralpe per studiare (lavora il 53 contro il 51 per cento). Invece a cinque anni di distanza dalla laurea l’apprezzamento in termini occupazionali aumenta: il differenziale rispetto a chi non vanta nel proprio bagaglio formativo un’esperienza di studio all’estero è per i laureati Erasmus di 4 punti percentuali (89 contro 85 per cento), e risulta ulteriormente incrementato rispetto alla rilevazione 2005 (era di poco superiore ai 2 punti percentuali).

Occorre però tenere presente che le esperienze lavorative compiute durante gli studi influenzano, riducendole, le possibilità di trascorrere periodi di studio all’estero e, analogamente, gli esiti occupazionali dopo la laurea (in termini di tasso di occupazione e caratteristiche del lavoro). Concentrando perciò l’attenzione su coloro che non lavoravano al conseguimento del titolo, il differenziale occupazionale risulta decisamente più apprezzabile: il tasso di occupazione ad un anno è pari al 47 per cento tra i laureati Erasmus, al 43 per cento per coloro che non hanno mai studiato al di fuori del nostro Paese. In generale tale tendenza è confermata anche a livello di percorso di studio (con le eccezioni di: architettura, ingegneria, letterario e politico-sociale). Il differenziale Erasmus-nessuna esperienza all’estero rimane consistente anche a cinque anni (88 per cento e 82,5, rispettivamente). Anche in tal caso la situazione resta confermata nella maggior parte dei percorsi di studio.

Dall’analisi del tempo necessario ai laureati per trovare un impiego dopo la laurea emergono alcuni interessanti spunti di riflessione. Considerando coloro che a cinque anni dal conseguimento del titolo risultano occupati, avendo però trovato un lavoro solo dopo il conseguimento del titolo, emerge che i laureati Erasmus impiegano in media 3,6 mesi per trovare un’occupazione 68; i laureati che hanno compiuto un’altra esperienza di studio all’estero impiegano in media 4,9 mesi, mentre coloro che non vantano analoghe esperienze 5,9 mesi. È evidente che tali tempi di ingresso risultano per tutti i collettivi esaminati decisamente contenuti, ma comunque le differenze sono tutt’altro che trascurabili.

Per valutare adeguatamente l’effettivo valore aggiunto offerto dalle esperienze di studio all’estero sono stati considerati anche tipologia dell’attività lavorativa ed efficacia della laurea, che però mostrano differenze tutto sommato contenute, sia ad uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo. L’analisi circoscritta ai laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea evidenzia che a cinque anni la stabilità lavorativa riguarda il 65 per cento dei laureati Erasmus e il 70 per cento di chi non ha studiato all’estero; ma tale risultato è dovuto ad una minore diffusione tra i primi delle attività autonome (17 per cento, contro 24 per cento di chi non ha mai studiato all’estero). Anche l’analisi dell’efficacia della laurea non evidenzia particolari differenze tra i collettivi esaminati.

Dal punto di vista retributivo il vantaggio offerto dalle esperienze di studio all’estero risulta discreto. Ad un anno dalla laurea per i laureati Erasmus il guadagno mensile è pari a 1.089 euro (+7 per cento rispetto a 1.017 euro di chi non vanta tali esperienze). A cinque anni dal conseguimento del titolo universitario il vantaggio in termini di retribuzione diminuisce (e si contrae significativamente rispetto alla rilevazione 2005): i laureati che hanno compiuto un’esperienza di studio all’estero guadagnano 1.364 euro al mese (cifra che resta invariata sia per chi ha scelto Erasmus sia per chi ha compiuto altre esperienze), cioè solamente il 5 per cento in più dei loro colleghi che non sono stati all’estero (si tratta di meno di 70 euro).

Il settore privato pare valorizzare maggiormente l’esperienza Erasmus, per lo meno in termini economici: ma l’analisi circoscritta a coloro che lavorano a cinque anni e hanno iniziato a lavorare dopo la laurea evidenzia, in realtà, che nelle aziende private il differenziale retributivo fra i laureati che hanno svolto Erasmus (o un altro programma europeo) e quanti sono privi di tale esperienza formativa è di poco superiore a quello che emerge nel settore pubblico (5,9 punti percentuali il primo, 5,3 il secondo).

Studiare all’estero favorisce certamente la percezione del mercato del lavoro come un mercato internazionale e agevola la mobilità territoriale: l’analisi per area geografica di lavoro mostra che trovano un’occupazione all’estero 4 laureati su cento ad un anno dalla laurea e 3 su cento a cinque. Sono in particolare coloro che hanno già soggiornato all’estero durante gli studi a lavorare oltralpe: ad un anno dal conseguimento del titolo universitario vi troviamo 16 laureati Erasmus su cento e 9 laureati con altre esperienze di studio all’estero su cento, mentre a cinque anni dalla laurea sono, rispettivamente, 13 e 7. Su cento laureati che non hanno mai compiuto esperienze di studio all’estero solo 2 sono occupati in un altro Paese (percentuale simile sia ad uno che a cinque anni dal termine degli studi universitari).

I segnali di lieve miglioramento registrati rispetto alla precedente indagine su alcuni indicatori, non contrastano col dubbio, che permane, circa la capacità del sistema Paese di apprezzare in misura adeguata il valore aggiunto conferito da questo tipo di esperienza. Lo stesso lavoro all’estero di una quota significativa di laureati Erasmus conferma questa sensazione.

Condizione occupazionale per esperienze di studio all’estero a confronto [Fig. Condizione occupazionale per esperienze di studio all’estero a confronto]


Tasso di occupazione a cinque anni e tempo medio per trovare lavoro per esperienze di studio all’estero [Fig. Tasso di occupazione a cinque anni e tempo medio per trovare lavoro per esperienze di studio all’estero]


Guadagno mensile netto per esperienze di studio all’estero a confronto [Fig. Guadagno mensile netto per esperienze di studio all’estero a confronto]


Settore di attività a cinque anni per esperienze di studio all’estero [Fig. Settore di attività a cinque anni per esperienze di studio all’estero]


Quota che lavora all’estero per esperienze di studio all’estero [Fig. Quota che lavora all’estero per esperienze di studio all’estero]


Torna all'indice del capitolo 4.3 Partecipazione a master

Ad un anno dalla conclusione degli studi la partecipazione a master -universitari e di altro tipo– riguarda quasi il 14 per cento dei laureati pre-riforma, una quota in lieve aumento (0,2 punti percentuali) rispetto alla precedente rilevazione. Anche quest’anno si evidenzia il sorpasso dei corsi proposti o realizzati dalle università rispetto a quelli di altri enti: li hanno conclusi o li stanno frequentando al momento dell’intervista 8 laureati su cento, contro il 6 per cento dei laureati che hanno scelto un master non universitario.

La partecipazione a master coinvolge in misura differente i laureati a seconda del percorso formativo concluso: da poco più del 25 per cento tra i laureati del gruppo politico-sociale, al 7 per cento circa tra i laureati del gruppo scientifico. Un’esperienza formativa, tra l’altro, che complessivamente coinvolge uomini e donne in proporzione analoga (anche se con una diversa rappresentazione a livello di percorso di studio), ed alla quale accedono in misura più consistente i laureati provenienti da famiglie più favorite rispetto ai giovani di famiglie operaie (15,5 per cento contro 12) 69.

La capacità dei master di favorire l’accesso al mercato del lavoro non è riscontrabile in misura evidente nel primo anno dopo la laurea. Gli approfondimenti che seguono sono pertanto concentrati, più opportunamente, sul valore aggiunto che i master hanno apportato ai laureati del 2001 a cinque anni dal conseguimento del titolo. I laureati che hanno concluso questo tipo di attività formativa sono 3.209 (pari al 23 per cento di tutti gli intervistati), ripartiti in misura pressoché identica tra chi ha portato a termine un master universitario (12 per cento) o di altro tipo (11 per cento).

Giudizi contenuti (in media 6,3 nella scala 1-10), ma comunque sufficienti, sono espressi circa l’utilità del master in ambito lavorativo (ad esempio per trovare lavoro o per avanzamenti di carriera). Particolarmente appagati in tal senso i laureati dei gruppi chimico-farmaceutico (7,2), ingegneria (7) e medico (7); all’estremo opposto, è appena sufficiente il giudizio dei laureati del letterario (6), insufficiente invece quello dell’agrario (5,6). Le opinioni espresse, tra l’altro, non variano significativamente a seconda del tipo di master frequentato: sia per i master universitari che per quelli non universitari i giudizi sono assai prossimi, rispettivamente pari a 6,2 e 6,5.

Sotto il profilo occupazionale l’approfondimento realizzato pone l’interrogativo del pieno apprezzamento sul mercato del lavoro dell’investimento formativo compiuto 70. Infatti, non si registrano differenze significative tra coloro che hanno terminato un master non universitario rispetto ai colleghi che non hanno concluso un’esperienza analoga: entrambi i collettivi lavorano, dopo cinque anni, nell’85 per cento circa dei casi. Più apprezzati, invece, i master universitari di primo livello, che vedono l’occupazione di chi li ha conclusi migliorare rispetto a quanti non vantano il medesimo bagaglio formativo (88 contro 85 per cento). Dello stesso segno, seppure in misura più ridotta, la migliore occupabilità dimostrata dai master universitari di secondo livello (87 per cento).

L’interrogativo di cui sopra si ripropone affrontando il tema della stabilità del lavoro, che risulta addirittura più ridotta tra i laureati che hanno frequentato un qualunque tipo di master rispetto a quella raggiunta dai laureati privi di tale esperienza: infatti, all’interno del primo gruppo svolge un lavoro stabile, rispettivamente, il 56, 61,5 e 62,5 per cento dei laureati che hanno concluso un master universitario di primo, di secondo livello o di altro tipo. Tra coloro che non vantano tale tipo di esperienza la stabilità lavorativa riguarda il 74 per cento degli occupati.

Anche per quanto riguarda il guadagno l’esperienza correlata al master non risulta apprezzata: chi ha concluso tale attività formativa (di qualunque tipo e livello) guadagna in media 1.303 euro (-1,3 per cento rispetto a quanti non l’hanno intrapresa, corrispondente a 1.320 euro); ma su tale risultato incidono le diverse retribuzioni rilevate a seconda del tipo di master concluso. Nel dettaglio, retribuzioni inferiori alla media si rilevano tra i laureati che hanno concluso un master universitario di primo livello (1.255 euro, 65 euro in meno rispetto a chi non l’ha svolta). Ma chi ha concluso un master universitario di secondo livello guadagna 39 euro in più rispetto a chi non ha svolto alcuna attività di formazione (1.359 euro contro i già citati 1.320 euro, pari a +3 per cento). Praticamente irrilevanti le differenze rispetto a chi ha concluso un altro tipo di master, la cui retribuzione è pari a 1.326 euro.

Evoluzione della quota che partecipa a master ad un anno [Fig. Evoluzione della quota che partecipa a master ad un anno]


Partecipazione a master ad un anno per gruppi di corsi di laurea e genere [Fig. Partecipazione a master ad un anno per gruppi di corsi di laurea e genere]


Utilità del master in ambito lavorativo a cinque anni per gruppi di corsi di laurea [Fig. Utilità del master in ambito lavorativo a cinque anni per gruppi di corsi di laurea]


Condizione occupazionale per partecipazione a master a confronto [Fig. Condizione occupazionale per partecipazione a master a confronto]


Condizione occupazionale per tipo di master frequentato a confronto [Fig. Condizione occupazionale per tipo di master frequentato a confronto]


Guadagno mensile netto a cinque anni per partecipazione a master [Fig. Guadagno mensile netto a cinque anni per partecipazione a master]


Torna all'indice del capitolo 4.4 Il valore aggiunto degli stage

Tirocini e stage nel corso degli studi sono attività che toccano una percentuale ancora contenuta, eppure crescente negli ultimi anni, di laureati del vecchio ordinamento: fanno parte del bagaglio formativo realizzato durante gli studi di 16 dottori su cento 71. Si tratta di esperienze che hanno coinvolto prevalentemente i laureati dei gruppi insegnamento (65 per cento) e agrario (64 per cento), mentre risulta poco diffusa tra i laureati dei gruppi psicologico, politico-sociale, architettura, economico-statistico, scientifico, letterario, linguistico e giuridico (la quota di chi ha svolto uno stage non raggiunge il 10 per cento).

L’esperienza di stage maturata durante gli studi si associa, già nei 12 mesi successivi al conseguimento della laurea, ad un significativo vantaggio in termini occupazionali rispetto a chi non vanta un’analoga esperienza (+10 punti percentuali), vantaggio che risulta in leggero aumento rispetto a quello della precedente rilevazione.

Tale vantaggio si presenta ancor più accentuato (e confermato generalmente anche all’interno dei gruppi di corsi di laurea) anche per quel 12 per cento di laureati che realizzano un’esperienza di stage/tirocinio formativo dopo l’acquisizione del titolo. Il tasso di occupazione passa infatti dal 64,5 per cento di chi ha concluso in azienda questo tipo di esperienza formativa al 52,5 per cento di coloro che non l’hanno svolta (con un differenziale di 12 punti percentuali, 3 in meno di quello registrato nell’indagine dell’anno passato).

Il vantaggio in termini occupazionali si accentua ulteriormente, raggiungendo i 19,5 punti percentuali, se si considerano i laureati che non lavoravano al conseguimento del titolo: in tal caso, risulta occupato ad un anno dalla laurea il 61,5 per cento di chi ha concluso uno stage, rispetto al 42 per cento di chi non ha maturato tale esperienza. Ovviamente non va sottovalutato che questo tipo di attività formativa può essere favorita da una pluralità di elementi (percorso di studio compiuto, reti di conoscenze; dinamismo differenziale dei diversi settori del mercato del lavoro, ecc.) che naturalmente incidono in misura significativamente diversa sugli esiti occupazionali. Non a caso, infatti, l’esperienza di stage post-laurea risulta particolarmente diffusa fra i neo-dottori dei corsi politico-sociale ed economico-statistico (21,5 e 19,5 per cento, rispettivamente), e assai meno fra medici (3,5 per cento), psicologi e giuristi (5 per cento circa per entrambi); leggermente più utilizzata fra gli uomini rispetto alle donne (13 per cento per i primi e 12 per le seconde) e soprattutto fra i laureati residenti al Nord (14,5 per cento) rispetto a quelli del Mezzogiorno (10 per cento).

L’utilità dello stage quale primo strumento usato dalle aziende per la selezione del personale è confermata dall’elevata quota di laureati che ha ottenuto l’impiego proseguendo tale tirocinio (25,5 per cento, in lieve contrazione rispetto alla precedente rilevazione).

Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage prima della laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage prima della laurea]


Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage post-laurea [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per partecipazione a stage post-laurea]


Torna all'indice del capitolo 4.5 Conoscenze informatiche e occupazione

Ad un anno dalla laurea conoscono bene almeno uno strumento informatico oltre 75 laureati su cento 72; particolarmente diffusa la capacità di navigare in Internet (che accomuna 71 laureati su cento) e l’utilizzo di programmi di video-scrittura (59 per cento dei laureati). La capacità di realizzare siti web e gestire reti di trasmissione dati, al contrario, è limitata e coinvolge 10 intervistati su cento.

Se è vero che 17 laureati su cento conoscono bene 6 o più strumenti informatici, è altrettanto vero che ce ne sono 11 su cento che non ne conoscono bene neanche uno; altri 13 ne conoscono al massimo due e 12 su cento almeno tre. I percorsi di studio che forniscono maggiori cognizioni informatiche (almeno 6 strumenti conosciuti molto bene) sono ingegneria, scientifico, architettura ed economico-statistico. Gli uomini hanno conoscenze informatiche più ampie delle donne, e tali differenze sono confermate all’interno di tutti i gruppi di corsi di laurea.

Il tasso di occupazione aumenta all’aumentare del numero di strumenti informatici conosciuti (dal 46 per cento tra chi non conosce bene nemmeno uno strumento, al 60 per cento tra chi conosce bene almeno 6 strumenti); questa tendenza è confermata nella maggior parte dei percorsi di studio. Inoltre, a buone conoscenze informatiche si associano generalmente (e risultano confermate in molti percorsi di studio) maggiore efficacia della laurea e guadagni più elevati.

Se si concentra l’attenzione su coloro che hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo la laurea, si rileva che la padronanza degli strumenti informatici riguarda prevalentemente -tra le posizioni alle dipendenze- impiegati ad alta/media qualificazione e dirigenti/direttivi (conosce bene almeno sei strumenti informatici il 27 per cento dei primi ed il 20,5 per cento dei secondi); liberi professionisti e imprenditori tra gli autonomi (32 i primi e 22,5 per cento gli altri). Confermando i risultati della precedente rilevazione, sono numerosi gli insegnanti totalmente privi di conoscenze informatiche, anche se distribuiti in modo differente per grado di insegnamento e genere. Un valore complessivamente così modesto delle conoscenze informatiche è in gran parte dovuto ai docenti, prevalentemente donne, delle scuole elementari e materne. Un’analisi più approfondita consentirà di apprezzare la differente padronanza degli strumenti informatici verosimilmente esistente fra docenti di materie tecnico-scientifiche e i loro colleghi.

Conoscenza degli strumenti informatici ad un anno [Fig. Conoscenza degli strumenti informatici ad un anno]


Condizione occupazionale ad un anno per strumenti informatici conosciuti [Fig. Condizione occupazionale ad un anno per strumenti informatici conosciuti]


Strumenti informatici conosciuti ad un anno per posizione nella professione [Fig. Strumenti informatici conosciuti ad un anno per posizione nella professione]




Torna all'indice generale 5. NOTE METODOLOGICHE

5.1 CLASSE SOCIALE
5.2 CLASSIFICAZIONE ISTAT DEI GRUPPI DI CLASSI/CORSI DI LAUREA

Torna all'indice del capitolo 5.1 Classe sociale

Per la classe sociale dei laureati si è adottato lo schema proposto da A. Cobalti e A. Schizzerotto nel 1994 73. La classe sociale, definita sulla base del confronto fra la posizione socio–economica del padre e quella della madre del laureato, si identifica con la posizione di livello più elevato fra le due (principio di “dominanza”). Infatti la posizione socio–economica può assumere le modalità borghesia, classe media impiegatizia, piccola borghesia e classe operaia; la borghesia domina le altre tre, la classe operaia occupa il livello più basso, mentre la classe media impiegatizia e la piccola borghesia si trovano in sostanziale equilibrio (nessuna delle due domina l’altra; entrambe dominano la classe operaia e sono dominate dalla borghesia). La classe sociale dei laureati con genitori l’uno dalla posizione piccolo–borghese, l’altro dalla posizione classe media impiegatizia corrisponde alla posizione socio–economica del padre (in questa situazione non sarebbe possibile scegliere fra la classe media impiegatizia e la piccola borghesia sulla base del principio di dominanza).

La posizione socio–economica di ciascun genitore è funzione dell’ultima posizione nella professione:

– gli imprenditori con almeno 15 dipendenti, i liberi professionisti e i dirigenti appartengono alla borghesia;

– gli impiegati con mansioni di coordinamento, i direttivi o quadri e gli intermedi sono nella classe media impiegatizia;

– i lavoratori in proprio, gli imprenditori con meno di 15 dipendenti, i soci di cooperative e i coadiuvanti familiari appartengono alla piccola borghesia;

– gli impiegati esecutivi e gli operai, subalterni e assimilati sono nella classe operaia.

La classe sociale dei laureati con madre casalinga (padre casalingo) corrisponde alla posizione del padre (della madre).

Torna all'indice del capitolo 5.2 Classificazione ISTAT dei gruppi di classi/corsi di laurea

Di seguito è riportata la classificazione adottata dall’ISTAT per la definizione dei gruppi di classi/corsi di laurea.

Laureati post-riforma. Aggregazione delle classi di laurea in gruppi:

Agrario: Scienze e tecnologie agrarie, agroalimentari e forestali; Scienze e tecnologie zootecniche e produzioni animali.

Architettura: Disegno industriale; Scienze dell’architettura e dell’ingegneria edile; Urbanistica e scienze della pianificazione territoriale e ambientale.

Chimico-farmaceutico: Scienze e tecnologie chimiche; Scienze e tecnologie farmaceutiche.

Economico-statistico: Scienze dell'economia e della gestione aziendale; Scienze economiche; Scienze statistiche.

Educazione fisica: Scienze delle attività motorie e sportive.

Geo-biologico: Biotecnologie; Scienze biologiche; Scienze della terra; Scienze e tecnologie per l’ambiente e la natura; Scienze geografiche.

Giuridico: Scienze dei servizi giuridici; Scienze giuridiche.

Ingegneria: Ingegneria civile e ambientale; Ingegneria dell’informazione; Ingegneria industriale.

Insegnamento: Scienze dell’educazione e della formazione.

Letterario: Filosofia; Lettere; Scienze dei beni culturali; Scienze e tecnologie delle arti figurative, della musica, dello spettacolo e della moda; Scienze storiche; Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali.

Linguistico: Lingue e culture moderne; Scienze della mediazione linguistica.

Medico: Professioni sanitarie della prevenzione; Professioni sanitarie della riabilitazione; Professioni sanitarie, infermieristiche e professione sanitaria ostetrica; Professioni sanitarie tecniche.

Politico-sociale: Scienze del servizio sociale; Scienze del turismo; Scienze dell’amministrazione; Scienze della comunicazione; Scienze politiche e delle relazioni internazionali; Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace; Scienze sociologiche.

Psicologico: Scienze e tecniche psicologiche.

Scientifico: Scienze e tecnologie fisiche; Scienze e tecnologie informatiche; Scienze matematiche.

Laureati pre-riforma. Aggregazione dei corsi di laurea in gruppi:

Agrario: Agricoltura tropicale e subtropicale; Biotecnologie agroindustriali; Medicina veterinaria; Scienze agrarie; Scienze agrarie tropicali e subtropicali; Scienze della produzione animale; Scienze delle preparazioni alimentari; Scienze e tecnologie agrarie; Scienze e tecnologie alimentari; Scienze e tecnologie delle produzioni animali; Scienze forestali; Scienze forestali ed ambientali.

Architettura: Architettura; Pianificazione territoriale ed urbanistica; Pianificazione territoriale, urbanistica ed ambientale; Storia e conservazione dei beni architettonici ed ambientali.

Chimico-farmaceutico: Biotecnologie; Biotecnologie farmaceutiche; Chimica; Chimica e tecnologia farmaceutiche; Chimica industriale; Farmacia.

Economico-statistico: Discipline economiche e sociali; Economia ambientale; Economia aziendale; Economia bancaria; Economia bancaria, finanziaria e assicurativa; Economia del commercio internazionale e dei mercati valutari; Economia del turismo; Economia delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali; Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari; Economia e commercio; Economia e finanza; Economia e legislazione per l’impresa; Economia marittima e dei trasporti; Economia politica; Marketing; Scienze bancarie e assicurative; Scienze economiche; Scienze economiche e bancarie; Scienze economiche e sociali; Scienze statistiche, demografiche e sociali; Scienze statistiche e demografiche; Scienze statistiche ed attuariali; Scienze statistiche ed economiche; Statistica; Statistica e informatica per l’azienda; Scienze turistiche.

Educazione fisica: Scienze motorie.

Geo-biologico: Biotecnologie; Biotecnologie agrarie vegetali; Biotecnologie industriali; Biotecnologie mediche; Biotecnologie veterinarie; Scienze ambientali; Scienze biologiche; Scienze geologiche; Scienze naturali.

Giuridico: Giurisprudenza; Scienze dell’ammini-strazione; Scienze strategiche.

Ingegneria: Ing. aeronautica; Ing. aerospaziale; Ing. astronautica; Ing. biomedica; Ing. chimica; Ing. civile; Ing. civile dei trasporti; Ing. civile edile; Ing. civile per la difesa del suolo e pianificazione territoriale; Ing. dei materiali; Ing. delle tecnologie industriali; Ing. delle telecomunicazioni; Ing. edile; Ing. edile-architettura; Ing. elettrica; Ing. elettronica; Ing. elettrotecnica; Ing. forestale; Ing. gestionale; Ing. industriale; Ing. informatica; Ing. meccanica; Ing. mineraria; Ing. navale; Ing. navale e meccanica; Ing. nucleare; Ing. per l’ambiente e il territorio; Tecnologie industriali applicate.

Insegnamento: Pedagogia; Scienze dell’educazione; Scienze della formazione primaria.

Letterario: Archivisti paleografi; Bibliotecari; Conservazione dei beni culturali; Conservazione di manoscritti; Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo; Filosofia; Geografia; Lettere; Materie letterarie; Storia; Scienze della cultura; Studi comparatistici.

Linguistico: Interprete; Lingue e civiltà orientali; Lingue e culture europee; Lingue e letterature orientali; Lingue e letterature straniere; Lingue e letterature straniere europee; Lingue e letterature straniere moderne; Traduttore; Traduzione ed interpretazione; Scienze e tecniche della interculturalità.

Medico: Medicina e chirurgia; Odontoiatria e protesi dentaria; Scienze della programmazione sanitaria.

Politico-sociale: Politica del territorio; Relazioni pubbliche; Scienze della comunicazione; Scienze internazionali e diplomatiche; Scienze politiche; Servizio sociale; Sociologia.

Psicologico: Psicologia.

Scientifico: Astronomia; Fisica; Informatica; Matematica; Scienza dei materiali; Scienze dell’informazione.


Note

1 Cfr. A. Cammelli, La riforma alla prova dei fatti, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), VIII Profilo dei laureati italiani. I primi figli della riforma, Bologna, Il Mulino, 2006.

2 Resta esclusa da queste considerazioni una quota significativa di laureati (pari al 16,4 per cento per i laureati del 2005 e al 29,6 per cento per quelli del 2004) per i quali non è possibile ricostruire il percorso universitario (e quindi l’appartenenza ai collettivi puri/ibridi) in quanto non sono disponibili le informazioni relative alle precedenti esperienze universitarie. In particolare, per il 2004 tale quota è così elevata a causa dell’estensione anticipata dell’indagine sulla condizione occupazionale anche ai laureati di Roma La Sapienza, avvenuta su richiesta dell’Ateneo.

3 Tra i laureati pre-rifoma sono compresi anche quelli specialistici a ciclo unico che, per la particolarità delle carriere di studio e per le ridotte numerosità (3 per cento tra i laureati del 2005), possono essere assimilati ai laureati pre-riforma.

4 Le tendenze rilevate sono analoghe a quelle ufficiali del Ministero dell’Università e della Ricerca. Cfr. MUR-Ufficio di Statistica, Indagine sull’Istruzione Universitaria, Roma, annate varie.

5 ISTAT, I laureati e il mercato del lavoro. Inserimento professionale dei laureati. Indagine 2004, Roma, 2006.

6 La restante quota, pari al 3,3 per cento, è composta da laureati che non lavorano né cercano e non sono iscritti alla laurea specialistica (soprattutto perché impegnati in altre attività di formazione).

7 Per approfondimenti, cfr. A. Cammelli, Le lauree scientifiche e tecnologiche: dall’accesso all’Università alla prova del mercato del lavoro, disponibile su www.almalaurea.it/universita/altro/lauree_scientifiche e S. Ghiselli, I laureati nel settore chimico: caratteristiche ed esiti occupazionali, disponibile su www.almalaurea.it/universita/altro/chimica2006.

8 Cfr. D.M. 23 ottobre 2003, Fondo per il sostegno dei giovani e per favorire la mobilità degli studenti e il Progetto lauree scientifiche su www.progettolaureescientifiche.it.

9 M. C. Brandi, Portati dal vento. Il nuovo mercato del lavoro scientifico: ricercatori più flessibili o più precari?, Roma, Odradek Edizioni, 2006.

10 Per approfondimenti si veda M. Gallerani, S. Ghiselli, C. Girotti, Le scelte dopo la laurea di primo livello: i dati dell’indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), VIII Profilo dei laureati italiani. I primi figli della riforma, 2006, op. cit.

11 Le considerazioni sviluppate con riferimento alle caratteristiche della laurea specialistica escludono questa modesta quota di laureati iscritti ad un corso quadriennale.

12 Infine, una quota modesta ma significativa (prossima all’1,4 per cento) prosegue la formazione universitaria con un’ulteriore laurea di primo livello: ciò si riscontra soprattutto fra i laureati nel gruppo politico-sociale, letterario e insegnamento.

13 Si tenga presente che i risultati sono influenzati almeno in parte dalla distribuzione geografica degli atenei aderenti ad AlmaLaurea.

14 Cfr. A.L. Trombetti e A. Stanchi, Laurea e lavoro, Bologna, Il Mulino, 2006, p. 39.

15 Ben il 96 per cento degli occupati, nonostante la delicatezza dell’argomento trattato, ha risposto al quesito “Qual è il guadagno mensile netto che le deriva dal suo attuale lavoro?”.

16 Le retribuzioni sono state rivalutate in base agli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI) al netto dei tabacchi (www.istat.it/prezzi/precon/rivalutazioni)

17 A. Cammelli, La riforma alla prova dei fatti, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), VIII Profilo dei laureati italiani. I primi figli della riforma, 2006, op. cit.

18 Cfr. § 1.3.

19 Sul ritardato sviluppo dell’economia italiana e sulle conseguenti difficoltà del mercato del lavoro, sia dal lato dell’offerta che da quello della domanda di laureati, cfr. G. Antonelli, A. di Francia, G. Guidetti, Domanda e offerta di laureati: una interazione complessa, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), VIII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. I laureati di primo livello alla prova del lavoro, Bologna, Il Mulino, 2006.

20 Un recente rapporto dell’Unione Europea mette in luce che il tasso di occupazione medio dell’Unione, malgrado un rallentamento provvisorio nello sviluppo economico, è aumentato nel 2005 di 0,5 punti percentuali rispetto al 2004 (raggiungendo il 63,8 per cento); il tasso di disoccupazione è sceso di 0,4 punti percentuali (8,7 per cento dell’ultima rilevazione); ma il cammino verso il raggiungimento entro il 2010 degli obiettivi di Lisbona, che prevedono tra l’altro un tasso di occupazione pari al 70 per cento, continua ad essere piuttosto lento (soltanto quattro Stati membri su 25 -Danimarca, Olanda, Svizzera e Regno Unito- hanno già raggiunto tale obiettivo; l’Italia è invece ancora distante: ben 12 punti percentuali). Cfr. European Commission, Employment in Europe 2006, Bruxelles, 2006.

21 Il coordinatore della Conferenza Nazionale dei Presidenti dei Corsi di Laurea in Chimica sostiene che “riunire in un unico gruppo i dati relativi ai laureati della classe 21 (Scienze e tecnologie chimiche) e della classe 24 (Scienze e tecnologie farmaceutiche) porti a trarre conclusioni errate, e che sarebbe assai più rappresentativo della realtà che i dati dei laureati in Scienze e tecnologie chimiche venissero analizzati unitamente a quelli delle altre classi di laurea del gruppo «scientifico»” (citato in A. Cammelli, Dinamiche della scelta universitaria in Italia, op. cit.).

22 La stessa definizione è adottata nelle più recenti indagini CHEERS e REFLEX sulla condizione occupazionale dei laureati in Europa. Per i risultati dell’indagine CHEERS, cfr. M. Rostan, Laureati italiani ed europei a confronto. Istruzione superiore e lavoro alle soglie di un periodo di riforme, Milano, LED, 2006.

23 Contrazione analoga è rilevata dall’ISTAT nell’Indagine sulle Forze di Lavoro nel biennio 2004-2005 (cfr. ISTAT, Forze di Lavoro, Roma, annate varie).

24 ISTAT, I laureati e il mercato del lavoro. Inserimento professionale dei laureati. Indagine 2004, op. cit.

25 Valutazioni analoghe hanno portato ad adottare il medesimo intervallo temporale anche nelle già citate indagini a livello europeo CHEERS e REFLEX.

26 Per approfondimenti, cfr. ISTAT, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2005, Roma, 2006.

27 Naturalmente gli indirizzi di posta elettronica sono diversamente diffusi tra i laureati: significativamente presenti tra quelli di ingegneria e dello scientifico, decisamente meno tra i laureati del medico, insegnamento, e architettura. Di conseguenza, più diffusi tra gli uomini rispetto alle donne, così come al Nord rispetto al Sud. Per limitare le distorsioni dovute alla diversa distribuzione degli indirizzi e-mail è stata applicata anche in questo caso la procedura di riproporzionamento (cfr. § 1.3), che ha permesso di ottenere stime rappresentative del complesso dei laureati del 1997-1998.

28 Riprendendo la suddivisione proposta da Catalano e Figà Talamanca l’area tecnico-scientifica comprende i gruppi di corsi di laurea: agrario, architettura, chimico-farmaceutico, educazione fisica, geo-biologico, ingegneria, medico, scientifico. L’area delle scienze umane e sociali, invece, raccoglie i gruppi: economico-statistico, giuridico, insegnamento, letterario, linguistico, politico-sociale, psicologico. Per approfondimenti, cfr. G. Catalano e A. Figà Talamanca, Eurostudent. Le condizioni di vita e di studio degli studenti universitari italiani, Bologna, il Mulino, 2002.

29 Cfr. § 3.1.

30 Per ulteriori approfondimenti, cfr. F. Biasutti, N. Vittorio, Il differenziale occupazionale tra lauree scientifiche e lauree umanistiche, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, VIII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. I laureati di primo livello alla prova del lavoro, 2006, op. cit.

31 Cfr. nota 8.

32 E non si deve neppure dimenticare il problema delle mancate reiscrizioni tra primo e secondo anno, che si attestano complessivamente al 21,5 per cento, ma che raggiungono il 30 per cento nei percorsi scientifici. Per approfondimenti: cfr. A. Cammelli, Dinamiche della scelta universitaria in Italia, op. cit.

33 Cfr. A. Cammelli, Le lauree scientifiche e tecnologiche: dall’accesso all’Università alla prova del mercato del lavoro, op. cit.

34 Cfr. World Economic Forum, The Global Gender Gap Report 2006, Ginevra, 2006; European Commission, Employment in Europe 2006, 2006, op. cit.

35 Si vedano tra gli altri: D. del Boca, Lavoratrici ma anche madri, Il Sole 24 Ore del 06/02/2007; C. Dell’Aringa, Più donne al lavoro? Ridurre il cuneo fiscale, Il Sole 24 Ore del 24/01/2007.

36 L’analisi sulle differenze territoriali è stata effettuata considerando la provincia di residenza dei laureati, indipendentemente dalla sede di studio.

37 Sul differenziale Nord-Sud, cfr. Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, Monitoraggio delle politiche occupazionali e del lavoro, Roma, 2007; SVIMEZ, Rapporto 2006 sull’economia del Mezzogiorno, Bologna, Il Mulino, 2006.

38 Sul medesimo tema, analizzato a livello europeo, si veda anche L. Gallino, La transizione università-lavoro in Europa. Il quadro di riferimento, in A. Cammelli (a cura di), La transizione dall’università al lavoro in Europa e in Italia, Bologna, Il Mulino, 2005.

39 Sul medesimo tema, cfr., ISTAT, I laureati e il mercato del lavoro. Inserimento professionale dei laureati. Indagine 2004, op. cit.

40 Per un’analisi dell’ingresso nel mondo del lavoro a livello europeo, secondo un criterio di analisi che fa riferimento al primo impiego “significativo” (ovvero al primo posto di lavoro mantenuto almeno sei mesi e che preveda un orario lavorativo di almeno 20 ore settimanali), si veda I. Kogan, La transizione dall’istruzione superiore al mercato del lavoro in Europa, in A. Cammelli (a cura di), La transizione dall’università al lavoro in Europa e in Italia, 2005, op. cit.

41 Cfr. decreto legislativo n. 276 del 10 settembre 2003, pubblicato nella G.U. del 9 ottobre 2003.

42 Per la definizione di lavoro stabile e atipico, cfr. § 2.2.

43 L’aumento dei lavori temporanei è confermata anche a livello europeo (cfr. Eurostat, Labour market latest trends. First quarter 2006 data. Employment rate in the EU: trend still up, Bruxelles, 2006). Secondo una recente indagine condotta dal Centro studi di Confindustria, su 1700 imprese associate, flessibilità e stabilità del rapporto di lavoro possono andare di pari passo, dal momento che la flessibilità ha favorito l'inserimento in azienda di persone che altrimenti sarebbero rimaste fuori dal mercato del lavoro (citato su job24.ilsole24ore.com).

44 Fino a qualche anno fa la normativa italiana prevedeva infatti un’agevolazione fiscale, giudicata dalla Commissione Europea incompatibile con le norme europee in materia di concorrenza.

45 Pare non abbia ancora prodotto i propri effetti il decreto ministeriale pubblicato in GU il 31/1/2006 che prevede incentivi economici, per le aziende che vi facciano ricorso, correlati alla stipula di contratti di inserimento alla forza di lavoro femminile: rispetto alla precedente rilevazione, infatti, tale tipologia contrattuale è aumentata, in egual misura, sia per le donne che per gli uomini.

46 Silvia Costa sottolinea che il blocco dei concorsi “impedisce alla pubblica amministrazione di puntare sulle nuove generazioni di laureati. […] La rinuncia ai concorsi sta mettendo in ginocchio non solo l’amministrazione pubblica, ma anche le nuove generazioni, che hanno minore possibilità di essere utili al loro paese una volta ottenuta la qualificazione”. È necessario “un cambiamento profondo perché altrimenti si rischia non solo di privare di possibilità lavorative i giovani più preparati, ma di impoverire l’intero paese”. Cfr. S. Costa, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, VIII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. I laureati di primo livello alla prova del lavoro, 2006, op. cit., pagg. 73-74.

47 Per un’analisi delle trasformazioni in atto nel mercato delle professioni, cfr. A. La Rocca, P. Scalisi, Le professioni della conoscenza in Italia e in Europa. Dieci anni di cambiamento nel mercato del lavoro, in C. Crocetta (a cura di), Metodi e modelli per la valutazione del sistema universitario, Padova, Cleup, 2006.

48 Per un’analisi dei tempi di lavoro, cfr. ISTAT, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2005, 2006, op. cit.

49 Sull’argomento si veda anche ISTAT, Rilevazione quadriennale sulla struttura del costo del lavoro. Indagine 2004, disponibile su www.istat.it.

50 Ben il 95 per cento degli occupati (analogamente allo scorso anno e ai laureati post-riforma) ha risposto al quesito relativo al guadagno percepito.

51 Le retribuzioni sono state rivalutate in base agli indici ISTAT dei prezzi al consumo (cfr. nota 16).

52 Secondo OD&M Consulting, tra il 2001 e il 2006 le retribuzioni dei giovani laureati (under 30) hanno perso potere d’acquisto in tutta Italia: i laureati con 1-2 anni di esperienza, al netto dell’inflazione, registrano un calo delle retribuzioni pari all’8 per cento. Paradossalmente, le difficoltà si accentuano per chi può vantare maggiore esperienza (3-5 anni), la cui contrazione dei guadagni si assesta al 13 per cento (cfr. OD&M in collaborazione con Job24 e il Sole 24 ore, Ottavo rapporto sulle retribuzioni in Italia 2007, Bergamo, 2006). Per ulteriori approfondimenti, cfr. ISTAT, Indicatori trimestrali su retribuzioni lorde, oneri sociali e costo del lavoro nell'industria e nei servizi, comunicato stampa del 13/12/2006.

53 Anche in tal caso il confronto è effettuato isolando i soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea e lavorano a tempo pieno.

54 Le differenze salariali di genere risultano in parte legate alla maggiore presenza degli uomini tra le professioni più prestigiose e meglio remunerate (legislatori e dirigenti) e, contemporaneamente alla più consistente presenza delle donne nelle professioni non qualificate. Cfr. Unione Europea, Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, Plus Partecipation Labour Unemployment Survey. Indagine campionaria nazionale sulle caratteristiche e le aspettative degli individui sul lavoro, I libri del FSE, Catanzaro, 2006.

55 “Essere occupato con forme di lavoro non standard produce differenziali salariali già al momento dell’entrata nel mondo del lavoro, che divengono significativamente più ampi già in presenza di una minima esperienza lavorativa. Tali istituti contrattuali sono nati per dare flessibilità alle imprese e per favorire l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro. Invece il permanere in queste condizioni lavorative e con questa disparità di trattamento sembra un segnale dell’utilizzo delle forme atipiche in maniera differente rispetto alla volontà del legislatore”. Cfr. Unione Europea, Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, Plus Partecipation Labour Unemployment Survey. Indagine campionaria nazionale sulle caratteristiche e le aspettative degli individui sul lavoro, 2006, op. cit.

56 Per la definizione dell’indice, cfr. § 2.4.

57 Per un approfondimento delle tematiche relative alla spendibilità dei titoli universitari nel mercato del lavoro ed un esame critico dei risultati raggiunti da altre indagini, su questi argomenti, in ambito europeo e nazionale Cfr. A. Cammelli, A. di Francia, La laurea serve a qualcosa? Alla ricerca dell’“efficacia esterna”, Bologna, Il Mulino, n. 3, 2004.

58 Per la definizione dell’indice, cfr. § 2.5.

59 Per approfondimenti, cfr. F. Camillo, S. Ghiselli, Dall’aspirazione alla soddisfazione: tipologia di transizione e percorsi laurea-lavoro definiti su basi soggettive, in A. Cammelli (a cura di), La transizione dall’università al lavoro in Europa e in Italia, 2005, op. cit.

60 I lavoratori italiani (complessivamente considerati) risulterebbero abbastanza soddisfatti del proprio lavoro, ma preoccupati di non avere grandi prospettive di avanzamento e di crescita professionale. Cfr. Isfol, La Qualità del lavoro in Italia 2006, comunicato stampa del 9/1/2007.

61 Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Isfol, Rapporto 2005 sulla formazione continua, Roma, Rubbettino, 2006.

62 A. Bulgarelli, Direttore del CEDEFOP (Centro Europeo per lo Sviluppo della Formazione Professionale), intervistata da Job24 il 10/2/2006.

63 Tendenza confermata anche dalla rilevazione effettuata sui lavoratori delle imprese del Centro-Nord. Cfr. Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Rapporto 2004 sulla formazione continua in Italia, Roma, 2005.

64 Si ha conferma di ciò anche in Unioncamere, Rapporto Excelsior 2006. Alcune tendenze evolutive del mercato del lavoro in Italia, Roma, 2006).

65 Sull’argomento si veda anche Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Isfol, Rapporto 2005 sulla formazione continua, 2006, op. cit.

66 Per ulteriori approfondimenti, riferiti alla precedente indagine, cfr. A. Cammelli, S. Ghiselli, G. Mignoli, Le esperienze di studio all'estero: caratteristiche ed esiti occupazionali dei laureati, disponibile (anche in inglese) su www.almalaurea.it/universita/altro/erasmus2006. Si veda anche R. Cagiano de Azevedo, C. Corradi e D. F. Iezzi, Studi all’estero e Socrates/Erasmus: il valore aggiunto, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, VIII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. I laureati di primo livello alla prova del lavoro, 2006, op. cit.

67 Dal discorso di J. Figel, Commissario europeo per l’istruzione e la formazione, in occasione delle celebrazioni per il ventesimo anniversario del Programma Erasmus (dicembre 2006; disponibile su europa.eu.int/italia/news/10f5d7a0d57.html).

68 Si considera il tempo trascorso tra l’inizio della ricerca di un lavoro e il momento in cui è stato trovato.

69 Per la definizione di classe sociale, cfr. Note metodologiche.

70 Per approfondimenti, cfr. L. Pescia, M. Morcellini, I master universitari: ruolo e potenzialità, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, VIII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. I laureati di primo livello alla prova del lavoro, 2006, op. cit.

71 Si ricorda che l’analisi è compiuta sui laureati pre-riforma; le esperienze di stage risultano invece molto più diffuse fra i laureati triennali (57 per cento). cfr. A. Cammelli, C. Cimini, G. P. Mignoli, L’indagine AlmaLaurea 2006 sul profilo dei laureati, Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), VIII Profilo dei laureati italiani. I primi figli della riforma, 2006, op. cit.

72 Si tratta dei laureati che hanno una conoscenza “buona” o “ottima” di almeno uno dei dieci strumenti informatici considerati. La restante parte comprende coloro che non hanno alcuna conoscenza informatica, che hanno conoscenze limitate o discrete oppure che non hanno compilato il questionario.

73 Cfr. A. Cobalti e A. Schizzerotto, La mobilità sociale in Italia, Bologna, Il Mulino, 1994.