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Home > Università> Occupazione> Indagine sperimentale (2007) > Presentazione

DOPO LA LAUREA DI PRIMO LIVELLO:
INDAGINE SPERIMENTALE SUI LAUREATI DELL’ANNO SOLARE 2005

di Andrea Cammelli

Indice

  1. CARATTERISTICHE DELL’INDAGINE
  2. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE E FORMATIVA DEI LAUREATI DI PRIMO LIVELLO
  3. PROSECUZIONE DELLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA
  4. CARATTERISTICHE DEL LAVORO SVOLTO DAI LAUREATI
  5. NOTE METODOLOGICHE


Torna all'indice del capitolo 1. CARATTERISTICHE DELL’INDAGINE

1.1 METODOLOGIA DELL’INDAGINE
1.2 ELEVATISSIMO TASSO DI RISPOSTA: 86%
1.3 PRINCIPALI CARATTERISTICHE DEI LAUREATI POST-RIFORMA

L’indagine sulla condizione occupazionale e formativa ha coinvolto tutti i laureati di primo livello dell’intero anno solare 2005; si tratta di quasi 80mila dottori di 41 università italiane. Il Progetto di Ricerca, il primo in questo campo a coinvolgere tutti i laureati di un anno solare, è stato avviato con l’obiettivo di monitorare il procedere della riforma e il riscontro del mercato del lavoro, in particolare indagando i percorsi lavorativi e le scelte formative compiuti dai laureati nel primo anno successivo al conseguimento del titolo universitario. La partecipazione dei laureati è stata eccezionale, tanto che il tasso di risposta ha superato l’86%.


La prima indagine sulla condizione occupazionale dei laureati di primo livello dell’anno solare 2005 delle università aderenti al Consorzio AlmaLaurea ha coinvolto quasi 80mila laureati a circa un anno di distanza dal conseguimento del titolo. L’originalità dell’indagine, che come si vedrà meglio in seguito è stata condotta in tre differenti momenti al fine di garantire il medesimo intervallo temporale tra laurea e intervista, deriva dalla sperimentazione di una tecnica mista di rilevazione (CATI e CAWI), sviluppata per rispondere alle necessità di monitorare collettivi di laureati numericamente rilevanti e via via crescenti e, nel contempo, riuscire a contenere i costi. La sperimentazione è stata realizzata senza oneri aggiuntivi per gli atenei consorziati.

L’indagine ha natura ancora prevalentemente sperimentale, ed è stata avviata con lo scopo di soddisfare le esigenze conoscitive avanzate dal Ministero (soprattutto visto il periodo che sta vivendo il mondo universitario, incentrato sulla revisione delle classi di laurea) e di rispondere alle richieste degli atenei, soprattutto di quelli di più ridotte dimensioni, che da tempo sollecitano una documentazione articolata anche a livello di corso di laurea, documentazione non sempre disponibile considerando la ridotta popolazione dei soli laureati della sessione estiva 1.

La rilevazione ha coinvolto 41 università delle 50 attualmente aderenti al Consorzio (comprendendo per la prima volta Camerino, Castellanza-LIUC, Lecce, Tuscia e Valle d’Aosta). Più precisamente, in complesso l’indagine ha coinvolto 79.761 laureati del 2005, così suddivisi nelle tre sessioni di laurea: 23.799 della sessione straordinaria (gennaio-aprile), 17.013 della sessione estiva (maggio-agosto) e 38.949 di quella autunnale (settembre-dicembre). Si tratta ancora di un collettivo decisamente eterogeneo al suo interno. Infatti, come si vedrà meglio in seguito e come è stato più volte evidenziato nelle recenti indagini AlmaLaurea, solo una parte del collettivo esaminato può essere considerata a pieno titolo “figlia della riforma”: quella che ha compiuto per intero ed esclusivamente il percorso predisposto per acquisire il titolo di primo livello.

Torna all'indice del capitolo 1.1 Metodologia dell’indagine

Per garantire la massima comparabilità delle informazioni raccolte, si è scelto di intervistare i laureati allo stesso intervallo di tempo dal conseguimento del titolo. L’indagine è stata perciò organizzata prevedendo tre diversi periodi di rilevazione, modulati a seconda della sessione di laurea: tra giugno e luglio 2006 sono stati pertanto intervistati i laureati della sessione straordinaria, tra settembre e novembre quelli della sessione estiva e, infine, tra gennaio e febbraio 2007 quelli della sessione autunnale.

Mentre i laureati della sessione estiva, rientrando nella consolidata indagine sulla condizione occupazionale dei laureati (che si ricorda sono intervistati a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo), sono stati contattati telefonicamente tramite metodologia CATI (Computer Assisted Telephone Interview), quelli delle altre due sessioni sono stati sottoposti ad una metodologia mista, CAWI (Computer Assisted Web Interview) e CATI2. In particolare, tutti i laureati in possesso di posta elettronica (pari all’82%) sono stati contattati via e-mail ed invitati a compilare un questionario ospitato sul nostro sito web; la procedura di rilevazione ha previsto anche un sollecito dopo circa una settimana dall’avvio della rilevazione. Successivamente, tutti coloro che non hanno risposto al questionario on-line, sono stati contattati telefonicamente, al fine di innalzare il tasso di rilevazione e portarlo agli usuali livelli raggiunti da AlmaLaurea.

Da questi primi elementi evidenziati ne consegue che ai laureati della sessione estiva è stato possibile somministrare un ampio questionario, articolato e ricco di domande. Per i secondi, invece, al fine di rendere il questionario più “appetibile” ed adatto alla sommistrazione via web, si è dovuto procedere alla preparazione di una versione ridotta, che ha comunque rilevato le principali informazioni sulla condizione occupazionale e formativa.


	Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati di primo livello dell’anno solare 2005 [ Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati di primo livello dell’anno solare 2005 ]


Torna all'indice del capitolo 1.2 Elevatissimo tasso di risposta: 86%

Nonostante la doppia metodologia di indagine, o forse grazie a questa peculiarità, i tassi di risposta raggiunti in tutte e tre le fasi di rilevazione sono elevati: 86,4% nel complesso. Il tasso di risposta complessivo si presenta, naturalmente, diversificato a seconda del metodo di somministrazione utilizzato. Mentre ha risposto l’83% dei laureati contattati telefonicamente, la percentuale scende, pur rimanendo su livelli eccezionali, fino al 37% in caso di metodologia CAWI; in quest’ultimo caso è stato pertanto necessario recuperare telefonicamente quante più interviste possibile. Il ruolo svolto da questo secondo tipo di contatto (CATI) è risultato fondamentale, dal momento che ha recuperato l’82% dei laureati che non avevano risposto all’indagine via web.

Naturalmente è verosimile che l’ottimo risultato raggiunto, come per altro sottolineato anche nei precedenti rapporti di AlmaLaurea, derivi dall’interesse riscosso tra i laureati, dalla cura con cui l’indagine è stata condotta, unitamente al costante aggiornamento della banca-dati.


 Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati di primo livello dell’anno solare 2005 [Fig. Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati di primo livello dell’anno solare 2005]


Torna all'indice del capitolo 1.3 Principali caratteristiche dei laureati post-riforma

La valutazione delle caratteristiche dei laureati post-riforma costituisce un presupposto fondamentale per un’analisi articolata degli esiti occupazionali. I laureati del nuovo ordinamento mostrano infatti caratteristiche strutturali e performance di studio spesso profondamente diverse rispetto a quelle dei laureati provenienti dal vecchio ordinamento, che hanno fino ad ora caratterizzato in larga parte il panorama nazionale. Diversità che caratterizzano anche i laureati di primo livello al loro interno, perchè in questo collettivo convivono al momento due popolazioni molto diverse: coloro che hanno compiuto il loro percorso di studi per intero ed esclusivamente nel nuovo ordinamento (in questo volume definiti puri) e coloro che hanno ottenuto il titolo di primo livello concludendo un percorso di studi iniziato nel vecchio ordinamento (che abbiamo definito ibridi). Tali differenze finiscono inevitabilmente per incidere in misura significativa sugli esiti occupazionali e formativi dei diversi collettivi; in particolare per i primissimi laureati post-riforma puri, le cui performance, proprio perché si tratta dei “primi”, non possono che essere le migliori in assoluto.

Nella generazione di laureati post-riforma presa in esame (anno solare 2005) i puri sono 47.887 e rappresentano una quota consistente (72%) dei laureati di primo livello. Conseguentemente, 18.759 laureati su cento provengono dal vecchio ordinamento (28%) 3.

I laureati puri sono significativamente più numerosi, in particolare, nei gruppi giuridico (85%), politico-sociale e linguistico (75%, entrambi). Viceversa, gli ibridi sono decisamente più presenti tra i laureati dei gruppi medico, ingegneria, insegnamento, chimico-farmaceutico, scientifico ed agrario, dove le percentuali oscillano tra il 31 e il 40%. Con riferimento al gruppo medico (si tratta dei laureati delle classi di laurea in professioni sanitarie -infermieristiche, ostetrica, della riabilitazione e della prevenzione) è necessario sottolineare che si tratta di persone, mediamente di età elevata, che frequentemente hanno conseguito il titolo di primo livello essendo già in possesso di un precedente diploma universitario e che in generale lavoravano al conseguimento del titolo, pur non proseguendo la medesima attività dopo la laurea triennale. I risultati occupazionali di questo collettivo, decisamente particolari, si devono pertanto interpretare alla luce di queste considerazioni, non dimenticando inoltre che, anche gli esiti complessivi risentono del peso di questo gruppo (pari al 13,5% del totale dei laureati).

Come era d’attendersi, alla luce delle riflessioni sopraesposte, gli indicatori relativi alla riuscita negli studi mettono in luce le buone performance dei laureati di primo livello, in particolare in termini di regolarità negli studi: infatti, oltre la metà dei laureati ha ottenuto il titolo in corso, anche se una quota consistente (28%) conclude gli studi con un anno di ritardo; quota quest’ultima che raggiunge il 34% tra i puri e, invece, il 18% degli ibridi, tra i quali un 62%, invece, conclude gli studi con almeno due anni fuori corso. Ne consegue che l’età media alla laurea è significativamente diversa all’interno dei due collettivi: 24 anni per i laureati puri, 28 per gli ibridi.

Anche con riferimento alle votazioni si rileva che i laureati puri hanno generalmente ottenuto ottime votazioni di laurea (quasi un quinto si è laureato con il massimo dei voti, contro 12 su cento tra gli ibridi): in media il voto è 103 (contro 100 degli ibridi).


Torna all'indice del capitolo 2. Condizione occupazionale e formativa dei laureati di primo livello

2.1 GRUPPI DI CORSI DI LAUREA
2.2 LAUREE SCIENTIFICHE SOSTENUTE DAL MiUR
2.3 DIFFERENZE DI GENERE
2.4 DIFFERENZE TERRITORIALI

Ad un anno dal conseguimento del titolo è consistente la quota di laureati che decide di proseguire la propria formazione iscrivendosi ad un corso di laurea specialistica, in particolare tra i laureati puri, ovvero tra i veri e propri figli della riforma.

Rispetto ai laureati pre-riforma, le differenze di genere sono poco consistenti sia di fronte all’inserimento nel mercato del lavoro che alla prosecuzione degli studi con la laurea specialistica. In termini territoriali, invece, le differenze appaiono significative fin dal primo anno successivo al conseguimento del titolo e confermano un differente approccio dei laureati nei confronti del mercato del lavoro.


Ad un anno dal conseguimento del titolo i laureati di primo livello presentano un tasso di occupazione pari al 48,5%. Oltre al 32% dedito esclusivamente al lavoro non bisogna dimenticare una quota significativa di laureati (16,4%) che si è posto l’obiettivo ambizioso di coniugare studio e lavoro. Parallelamente, è impegnato esclusivamente negli studi specialistici il 43% dei laureati. Solo 5 laureati di primo livello su cento, infine, non lavorando e non essendo iscritti alla laurea specialistica, si dichiarano alla ricerca di lavoro. La restante quota, pari al 3%, è composta da laureati che non lavorano né cercano e non sono iscritti alla laurea specialistica (soprattutto perché impegnati in altre attività di formazione).

Gli esiti occupazionali complessivamente considerati sono però fortemente influenzati dalla disomogeneità interna al collettivo dei laureati post-riforma: i laureati puri sono generalmente più interessati alla specialistica rispetto a quanto non avvenga tra gli ibridi. Si osserva, infatti, che tra i primi gli iscritti alla specialistica sono 70 su cento mentre tra i secondi sono 42 su cento; corrispondentemente, sono questi ultimi ad essere più frequentemente occupati (61%) rispetto a quanto non avvenga tra i puri (40%). Inoltre, anche la quota di chi, non lavorando e non essendo iscritto alla specialistica, è alla ricerca di un lavoro è più alta tra i laureati ibridi (9%) rispetto ai puri (4%).


Condizione occupazionale e formativa ad un anno per puri/ibridi [Fig. Condizione occupazionale e formativa ad un anno per puri/ibridi ]

Torna all'indice del capitolo 2.1 Gruppi di corsi di laurea4

La situazione occupazionale e formativa ad un anno dalla laurea è molto diversificata considerando i vari percorsi di studio. I laureati di primo livello dell’area disciplinare tecnico-scientifica5 presentano un tasso di occupazione (53%) superiore di 8 punti percentuali a quello dei colleghi dell’area delle scienze umane e sociali (45%): tale quota comprende una parte di laureati che si dedica esclusivamente al lavoro (rispettivamente 42 e 25%), un’altra che coniuga studio e lavoro (11 e 20%, rispettivamente). I rimanenti sono in larga parte impegnati nello studio “full-time”, quindi senza svolgere attività lavorative, con l’iscrizione alla laurea specialistica (40% e 45%).

Più nel dettaglio, la quasi totalità dei neo-laureati del gruppo medico risulta già occupata ad un anno dalla laurea (88% lavora, di cui 3,5% lavora e studia). Il peso di questo collettivo (13,5%, si ricorda) condiziona anche gli esiti occupazionali complessivi; se ad esempio, escludessimo dall’analisi tale collettivo, il tasso di occupazione complessivo scenderebbe al 42% (18% coniugando studio e lavoro); corrispondentemente, la quota di laureati impegnati nella specialistica salirebbe al 67%. Il gruppo medico è composto, come già sottolineato, dai laureati delle classi relative alle professioni sanitarie, che hanno ottenuto il titolo mentre stavano già svolgendo un’attività lavorativa. Per motivi in parte simili risultano molto buoni anche gli esiti occupazionali dei laureati del gruppo insegnamento, il cui tasso di occupazione raggiunge il 65% (tra questi, il 21% lavora ed è iscritto alla specialistica). I percorsi di studio che alimentano il maggior numero di laureati iscritti alla laurea specialistica sono quello psicologico (90 su cento, 32 dei quali lavorano anche), il giuridico (87 su cento, 17 dei quali lavorano anche) e il geo-biologico (83 su cento, 15,5 dei quali sono anche occupati).

È interessante sottolineare, perché ci si poteva attendere diversamente, che anche tra i laureati puri è diffusa la quota di chi conserva, dopo la laurea di primo livello, il medesimo lavoro e che riguarda 35 laureati su cento (in particolare nei gruppi giuridico, psicologico ed educazione fisica); si tratta in larga parte di lavori occasionali, saltuari, compiuti durante gli studi universitari e mantenuti anche dopo la laurea di primo livello. La quota di laureati che continua il medesimo lavoro è comunque inferiore a quella riscontrata per gli ibridi (42%).


 Condizione occupazionale e formativa ad un anno per gruppi di corsi di laurea [Fig. Condizione occupazionale e formativa ad un anno per gruppi di corsi di laurea ]


 Occupazione per gruppi di corsi di laurea [Fig. Occupazione per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 2.2 Lauree scientifiche sostenute dal MiUR6

L’indagine condotta consente di approfondire i risultati e le valutazioni dei laureati di alcuni percorsi di studio (tra gli altri, chimica, fisica, matematica) oggetto di appositi progetti finalizzati all’avvicinamento dei giovani alle scienze nonché ad incoraggiarne le immatricolazioni7. Argomento decisamente attuale, dato che negli ultimi anni è emersa da più parti l’esigenza di valutare ed approfondire le motivazioni alla base della cosiddetta “crisi delle vocazioni scientifiche”.

Ad un anno dal conseguimento del titolo la prosecuzione della formazione con una laurea specialistica coinvolge, in particolare, i laureati delle classi in scienze e tecnologie fisiche, matematiche e chimiche (gli iscritti alla laurea specialistica sono, rispettivamente, il 90, l’83 e l’84% dei laureati di primo livello di ciascuna delle classi considerate). In queste classi, la quota di chi riesce a coniugare studio e lavoro è rispettivamente del 10, 18 e 13%.

Decisamente più contenuta la prosecuzione degli studi tra i laureati della quarta classe oggetto del progetto MiUR, scienze statistiche (proseguono 57 laureati su cento di cui 16 riescono ad affiancare il lavoro allo studio). Corrispondentemente, il tasso di occupazione ad un anno è molto più consistente tra i laureati in scienze statistiche (49%), rispetto a quanto non avvenga tra i loro colleghi di scienze matematiche (30%), scienze e tecnologie chimiche (27%) o fisiche (17%).


 Condizione occupazionale e formativa ad un anno delle lauree scientifiche sostenute dal MiUR [Fig. Condizione occupazionale e formativa ad un anno delle lauree scientifiche sostenute dal MiUR]


Torna all'indice del capitolo 2.3 Differenze di genere

Le scelte concretamente compiute dai laureati maschi e femmine, nella fase di transizione della riforma universitaria che stiamo osservando, appaiono poco differenziate sia di fronte all’inserimento nel mercato del lavoro (si dedica esclusivamente al lavoro il 31,5% dei primi contro il 33% delle seconde), sia di fronte alla prosecuzione degli studi con la laurea specialistica (si dedica esclusivamente allo studio il 46 e il 41, rispettivamente).

Le differenze sono contenute e le tendenze ancora poco delineate: le donne presentano un tasso di occupazione di 2 punti percentuali più alto di quello degli uomini (49 contro 47%), ma risultano più frequentemente alla ricerca di un lavoro (6 femmine su cento, contro 4 maschi). Tale tendenza non sempre risulta confermata a livello di gruppo di corso di laurea, a rafforzare l’ipotesi che l’attuale situazione è tutt’altro che univocamente definita.

L’analisi distinta per laureati puri e ibridi mostra ancora un leggero vantaggio delle donne rispetto ai loro colleghi: tra gli ibridi si dedica esclusivamente ad un’attività lavorativa il 46% delle donne contro il 45% degli uomini; tra i puri si rileva una differenza di 4 punti percentuali (il tasso di occupazione è rispettivamente del 25 e 21%).

La laurea di primo livello parrebbe quindi annullare, o comunque ridurre consistentemente, le differenze di genere osservate da anni sui laureati pre-riforma e confermate anche da tutte le rilevazioni ufficiali inerenti il mercato del lavoro. Il dubbio pertanto è che la nuova struttura universitaria, che prevede un’organizzazione dei corsi su due livelli successivi, abbia spostato più avanti l’impatto con il mercato del lavoro. Se tali ipotesi risultassero confermate, pertanto, le differenze di genere si ripresenterebbero solo al termine della laurea specialistica, un risultato questo certo non auspicabile.


 Condizione occupazionale e formativa ad un anno per genere [Fig. Condizione occupazionale e formativa ad un anno per genere]

Torna all'indice del capitolo 2.4 Differenze territoriali

Ad un anno dal conseguimento del titolo risultano già evidenti le differenze territoriali ben note nel panorama italiano e da anni evidenziate nei rapporti AlmaLaurea relativi agli esiti occupazionali dei laureati pre-riforma.

L’analisi, compiuta considerando l’area geografica di residenza, indipendentemente dall’ateneo di conseguimento della laurea di primo livello, evidenzia che il tasso di occupazione è pari al 53,5% tra i residenti al Nord (il 17% coniuga studio e lavoro) e al 39% al Sud e nelle Isole (il 14% studia e lavora contemporaneamente), con un differenziale occupazionale superiore ai 14 punti percentuali.

Non si deve però dimenticare che gli esiti occupazionali e formativi sono strettamente correlati alle esperienze lavorative compiute durante gli studi universitari e alle inclinazioni (ovvero alla volontà di proseguire la propria formazione oltre la laurea di primo livello) dei laureati. E probabilmente risultano ancor più legati alla necessità che i laureati hanno di proseguire la propria formazione: il diverso dinamismo dei mercati locali influenzano certamente le scelte dei giovani, i quali attuano tutte le strategie necessarie ad incrementare le proprie chance occupazionali, compresa quindi l’iscrizione alla laurea specialistica. Tutti elementi questi che risultano avere un’incidenza differente nel territorio nazionale: al Sud, ad esempio, le attività lavorative compiute durante l’università sono meno frequenti (la quota di laureati che lavorava al momento della laurea è pari al 37% al Nord rispetto al 24% al Sud). Inoltre, anche a causa delle difficoltà occupazionali, al Sud è maggiore la quota di laureati che dichiara di volere proseguire la propria formazione dopo la laurea triennale (73%, contro 64% al Nord).

Risulta evidente, pertanto, che gli esiti occupazionali devono essere valutati tenendo conto di questi importanti elementi e cercando, per quanto possibile, di porre i laureati nelle medesime condizioni di partenza. Solo in questo modo, infatti, si riesce ad apprezzare il reale impatto dei laureati con il mercato del lavoro, e la sua capacità attrattiva. Isolando i laureati che non lavoravano al momento della laurea e che non avevano manifestato l’intenzione di proseguire la propria formazione dopo la laurea di primo livello, le differenze territoriali in termini occupazionali si accentuano ulteriormente e superano i 22 punti percentuali (valori analoghi a quelli rilevati nell’indagine più recente sui laureati pre-riforma ad un anno dal conseguimento del titolo): dichiara di lavorare il 74% dei residenti al Nord e il 51% dei residenti al Sud (in entrambi i casi la quota di laureati che coniuga studio e lavoro è praticamente irrisoria e pari al 2-3%). Questi elementi suggeriscono il diverso impatto e la differente capacità attrattiva dei mercati del lavoro locali: alcuni approfondimenti specifici hanno permesso di verificare che i laureati residenti al Sud trasferitisi al Nord per frequentare la laurea triennale assumono un comportamento, nei confronti delle strategie lavorative, molto simile a quello dei colleghi residenti al Nord, forse perché sostenuti, non a caso, da famiglie economicamente più agiate. Il quadro che ci si presenta suggerisce la riproposizione del fenomeno del brain drain a livello nazionale, dove il Sud potrebbe ritrovarsi progressivamente privato delle proprie, migliori, risorse.


 Condizione occupazionale e formativa ad un anno per area di residenza alla laurea [Fig. Condizione occupazionale e formativa ad un anno per area di residenza alla laurea]


Torna all'indice del capitolo 3. Prosecuzione della formazione universitaria 8

3.1 PRECEDENTI PERCORSI FORMATIVI
3.2 MOTIVAZIONI PER PROSEGUIRE
3.3 COERENZA CON GLI STUDI DI PRIMO LIVELLO
3.4 OLTRE LA LAUREA DI PRIMO LIVELLO: PERCHÉ NON SI PROSEGUE

L’offerta formativa post-laurea influenza direttamente le scelte compiute dai laureati di primo livello, che mostrano in generale interesse a proseguire la propria formazione, in particolare per completare ed arricchire le proprie conoscenze ma anche per difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro. Interessante inoltre sottolineare la buona coerenza esistente tra corso di laurea specialistica scelto e titolo di primo livello conseguito, dal momento che la maggior parte si orienta verso corsi ritenuti il “naturale” proseguimento del titolo di primo livello. E chi non prosegue la propria formazione? Di solito è perché esistono impedimenti di carattere lavorativo (lavorava già al conseguimento del titolo di primo livello, oppure ha trovato successivamente un lavoro che l’ha distolto dalla prosecuzione della formazione).


Le scelte maturate dai laureati dopo il conseguimento del titolo di primo livello sono influenzate dal maggiore o minore dinamismo del mercato del lavoro, nonché variegate e direttamente proporzionali all’offerta formativa, sempre più ampia, a disposizione: corsi di laurea specialistica, ulteriori corsi di laurea triennale, per non parlare di master, universitari e non universitari, e di altre attività di formazione. Tratteggiare un quadro completo e preciso risulta allora comprensibilmente difficile.

Concentrando, per ora, l’attenzione sui soli corsi di laurea universitari, si rileva che ad un anno dalla laurea triennale il 60% degli intervistati risulta iscritto ad un corso di laurea specialistica9. A tale quota andrebbero aggiunti coloro che, dopo un solo anno, hanno abbandonato il corso specialistico (1,7%) oppure che lo hanno addirittura già concluso (0,7%); si tratta in realtà di valori modesti, in parte frutto di carriere del tutto particolari (conversioni di precedenti percorsi formativi) e comunque ininfluenti rispetto alle considerazioni sviluppate in questo contesto.

Il 43% dei laureati di primo livello, come si è già accennato, si dedica esclusivamente allo studio mentre una consistente quota tenta di coniugare studio e lavoro (oltre il 16%).

Torna all'indice del capitolo 3.1 Precedenti percorsi formativi

La prosecuzione degli studi, come accennato in precedenza, è fortemente influenzata dal percorso formativo di primo livello: riguarda infatti oltre 90 laureati su cento del gruppo psicologico, 87 su cento del giuridico, 83 del gruppo geo-biologico e raggiunge i valori minimi, ma comunque significativi, fra i laureati dei gruppi insegnamento (44%) ed educazione fisica (46%). In realtà, il minimo assoluto (4,5%) si riscontra in corrispondenza dei laureati provenienti dalle classi di laurea nelle professioni sanitarie del gruppo medico, le cui peculiarità sono state tratteggiate nei precedenti paragrafi.

I laureati ibridi, di età ormai già avanzata, come si è visto, sono decisamente meno interessati alla prosecuzione della formazione specialistica rispetto a coloro che hanno compiuto il proprio percorso di studi interamente (ed esclusivamente) nel nuovo ordinamento: 42% dei primi contro il 70% dei secondi. Ciò è confermato in tutti i gruppi di corsi di laurea, in particolare in quelli giuridico e psicologico, dove la quasi totalità dei puri (rispettivamente, 94 e 93%) è iscritta alla specialistica.

Questa diversa propensione a proseguire gli studi era già stata manifestata alla vigilia della laurea, quando oltre il 69% dei puri aveva dichiarato di volersi iscrivere ad una laurea specialistica, contro il 45% degli ibridi. Tra questi ultimi, all’estremo opposto, un terzo aveva dichiarato di non essere interessato ad alcun tipo di formazione post-laurea (era solo il 16% tra i puri).


 Iscrizione alla laurea specialistica per gruppi di corsi di laurea [Fig. Iscrizione alla laurea specialistica per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 3.2 Motivazioni per proseguire

La principale motivazione all’origine della prosecuzione degli studi con la specialistica è data dalla volontà di completare e arricchire la propria formazione (66%), mentre quasi un terzo dei laureati (31%) ha sentito questa come scelta “quasi obbligata” per accedere al mondo del lavoro. La tendenza è confermata all’interno di tutti i gruppi (con la sola eccezione di quello giuridico) anche se risulta particolarmente elevato il desiderio di migliorare la propria formazione tra i laureati dei gruppi medico (87%), ingegneria (76) e scientifico (73). Come anticipato, per i laureati del giuridico, più di altri, l’iscrizione alla specialistica viene invece vissuta come una necessità per accedere al mondo del lavoro (55%).


 Motivazioni delle scelte post-laurea [Fig. Motivazioni delle scelte post-laurea]


 Motivi di iscrizione alla laurea specialistica per genere [Fig. Motivi di iscrizione alla laurea specialistica per genere]


Torna all'indice del capitolo 3.3 Coerenza con gli studi di primo livello

Le scelte formative post-laurea mostrano una buona coerenza con il percorso di primo livello concluso, poiché oltre tre quarti dei laureati si sono orientati verso corsi di laurea specialistica ritenuti il “naturale” proseguimento del titolo triennale, coerenza che si accentua in particolare tra i laureati del gruppo giuridico (88%), ingegneria (85%), psicologico e scientifico (dove sfiora l’83%). Minore coerenza si rileva nei gruppi medico, insegnamento, linguistico e politico-sociale, dove comunque la quota di laureati che ritengono la specialistica il “naturale” proseguimento del titolo di primo livello oscilla tra il 59 e il 64%.

Inoltre, un quinto dei laureati si è iscritto ad un corso nell’ambito dello stesso settore disciplinare anche se ritiene che questa scelta non rappresenti il proseguimento “naturale” della laurea di primo livello. La restante quota (4%) ha scelto invece un diverso settore disciplinare; ciò è vero in particolare nei gruppi medico e linguistico (rispettivamente 15 e 8%).


 Caratteristiche della laurea specialistica rispetto a quella di primo livello per gruppi di corsi di laurea [Fig. Caratteristiche della laurea specialistica rispetto a quella di primo livello per gruppi di corsi di laurea]

Torna all'indice del capitolo 3.4 Oltre la laurea di primo livello: perché non si prosegue

Trentanove laureati su cento hanno terminato la propria formazione universitaria con la laurea di primo livello: di questi, 4 su 5 risultano occupati già ad un anno, di norma proseguendo l’attività lavorativa iniziata prima del titolo triennale.

Per oltre la metà dei laureati (53,5%) la ragione della non prosecuzione, quale che sia il percorso formativo concluso, è dovuta a motivi lavorativi (il laureato, ad esempio, lavora o lavorava già al momento della laurea, oppure ha trovato successivamente un lavoro che l’ha spinto a non iscriversi; in secondo luogo, l’assenza di un corso nell’area disciplinare di interesse o la mancata attivazione del corso scelto (14%).

Questa tendenza è confermata in tutti i gruppi, anche se con diversa incidenza. In particolare, per i laureati dei gruppi ingegneria, scientifico ed economico-statistico è particolarmente elevata la quota di chi ha scelto di non iscriversi per motivi lavorativi (rispettivamente, 66, 65 e 63%) mentre tale motivazione è più bassa della media nei gruppi educazione fisica e letterario (38%) e linguistico (39%); tra questi ultimi, invece, per circa un quarto dei laureati la non prosecuzione degli studi universitari è determinata dall’assenza di un corso nell’area disciplinare di interesse o dalla mancata attivazione del corso scelto. Infine, quote non trascurabili si sono rivolte ad altre attività di formazione post-laurea: si tratta del 9%, che sale al 17% tra i laureati del gruppo letterario, al 15% tra quelli del politico-sociale, al 14% nel linguistico e al 13% ad educazione fisica.


 Motivazioni delle scelte post-laurea [Fig. Motivazioni delle scelte post-laurea]


 Motivi della NON iscrizione alla laurea specialistica per genere [Fig. Motivi della NON iscrizione alla laurea specialistica per genere]



Torna all'indice del capitolo 4. CARATTERISTICHE DEL LAVORO SVOLTO
DAI LAUREATI

4.1 CONDIZIONE OCCUPAZIONALE ALLA LAUREA
4.2 TIPOLOGIA DELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA
4.3 GUADAGNO MENSILE NETTO
4.4 EFFICACIA DELLA LAUREA NELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA
4.5 LAUREATI PRE E POST-RIFORMA: UN CONFRONTO DIFFICILE, SE NON IMPOSSIBILE

In analogia con le altre indagini AlmaLaurea compiute sui laureati di primo livello, è ancora elevata la quota di occupati che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea, le cui caratteristiche occupazionali sono ovviamente profondamente diverse rispetto a quelle di coloro che si affacciano sul mercato del lavoro dopo aver terminato gli studi. Infatti, proseguire il lavoro iniziato prima della laurea, così come scegliere di dedicarsi esclusivamente ad un’attività lavorativa (senza proseguire gli studi specialistici) determina maggiore stabilità contrattuale, guadagno più elevato e più alta efficacia della laurea nel lavoro svolto.


La complessità dell’attuale mercato del lavoro, unitamente alla fase di transizione del sistema universitario, tuttora in atto, rende estremamente difficile l’analisi delle caratteristiche dei laureati occupati. Il quadro generale che stiamo tratteggiando non deve infatti dimenticare l’articolata struttura del collettivo di primo livello, composto non solo da coloro che si dedicano esclusivamente ad un’attività lavorativa ma anche da una quota rilevante che coniuga studio e lavoro. Inoltre, a fianco di coloro che proseguono il lavoro iniziato prima di ottenere il titolo triennale ci sono i laureati che sono entrati nel mercato del lavoro solo al compimento degli studi universitari.

Torna all'indice del capitolo 4.1 Condizione occupazionale alla laurea

Fra i laureati di primo livello occupati, 40 su cento proseguono l’attività intrapresa prima della laurea (altri 15 su cento hanno dichiarato di avere cambiato lavoro dopo la conclusione degli studi). La quota di chi ha mantenuto lo stesso lavoro anche dopo la laurea è significativa tra i laureati del gruppi giuridico e psicologico (entrambi pari al 54%), ma anche educazione fisica (51%). All’estremo opposto si trovano invece i laureati dei gruppi linguistico e chimico-farmaceutico, la cui quota di laureati che prosegue l’attività precedente alla laurea non raggiunge il 30%. È naturale pertanto che le caratteristiche dell’attività lavorativa svolta sono strettamente collegate alla diversa incidenza della prosecuzione del lavoro in ciascun gruppo di corso.


 Occupati: prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea per gruppi di corsi di laurea [Fig. Occupati: prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea per gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 4.2 Tipologia dell’attività lavorativa

Ad un anno dalla laurea il lavoro stabile riguarda 43 laureati su cento, soprattutto grazie alla diffusione dei contratti a tempo indeterminato che caratterizzano un terzo degli occupati.


Lavoro stabile e lavoro atipico

Il lavoro stabile è individuato dalle posizioni lavorative dipendenti a tempo indeterminato e da quelle autonome propriamente dette (imprenditori, liberi professionisti e lavoratori in proprio). La scelta di classificare le posizioni autonome nell’area del lavoro stabile deriva dall’accertamento che questo tipo di lavoro non è considerato dai laureati un “ripiego”, un’occupazione temporanea in mancanza di migliori opportunità. La verifica è stata compiuta attraverso le indagini AlmaLaurea realizzate in questi anni con riferimento a: soddisfazione per il lavoro svolto, guadagno, ricerca di una nuova occupazione.

Il lavoro atipico (temporaneo o precario, secondo altre definizioni) comprende il contratto dipendente a tempo determinato, il contratto di collaborazione (coordinata e continuativa; occasionale e contratto a progetto), il lavoro interinale, il contratto di associazione in partecipazione e il lavoro occasionale accessorio, attivo per ora sperimentalmente solo in alcune province. Abbiamo compreso in questa categoria anche i lavori socialmente utili, di pubblica utilità ed il piano di inserimento professionale, che pure non prevedono l’instaurarsi di un vero e proprio rapporto lavorativo. Abbiamo inoltre deciso di tenere distinti i contratti di inserimento/formazione lavoro e quelli di apprendistato, che pure in un’accezione più ampia avremmo potuto comprendere tra i lavori atipici, una volta verificata, sicuramente nel caso dei laureati esaminati, la loro natura di anticamera del lavoro stabile.


Il 40% degli occupati dichiara invece di avere un contratto atipico; in particolare, 18 laureati occupati hanno un contratto di collaborazione, altrettanti sono assunti a tempo determinato. Degna di attenzione è la quota dei laureati che lavorano senza contratto: 9 su cento.

Chi lavora, chi lavora e studia e chi prosegue il lavoro iniziato prima della laurea. Come accennato in precedenza, il collettivo dei laureati di primo livello è estremamente disomogeneo: a coloro che si dedicano esclusivamente al lavoro (66% del complesso degli occupati) si affiancano coloro che coniugano studio e lavoro (34%). Inoltre, a fianco di coloro che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea (40% degli occupati) ci sono i laureati che hanno iniziato a lavorare solo dopo la laurea di primo livello (45%).

Come ci si poteva attendere la stabilità lavorativa (in particolare il contratto a tempo indeterminato) riguarda in misura assai più consistente coloro che sono impegnati solo nel lavoro (52 occupati su cento) rispetto a quanto non avvenga tra coloro che contemporaneamente studiano (26%). Elevata stabilità caratterizza anche gli occupati che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea (60%, contro 32 di chi ha iniziato a lavorare dopo).

Al contrario, il lavoro atipico coinvolge soprattutto gli studenti-lavoratori (48%, contro 36% tra chi lavora solamente) e coloro che sono entrati nel mercato del lavoro dopo la laurea (49%, contro 26% di chi prosegue il lavoro iniziato prima del conseguimento della triennale). Ciò è dovuto quasi esclusivamente alla diversa diffusione dei contratti di collaborazione, che riguardano il 28,5% degli studenti-lavoratori e solo il 13% di chi esclusivamente lavora. Analogamente, la maggiore diffusione dei contratti di collaborazione caratterizza in particolare coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea (20%, contro 15% di chi prosegue il lavoro iniziato prima), tra i quali sono consistenti anche i contratti a tempo determinato (25% contro 8%, rispettivamente).

Gruppidi corsi di laurea. I laureati appartenenti all’area tecnico-scientifica raggiungono più facilmente la stabilità contrattuale (53 su cento, 18 punti percentuali in più rispetto ai colleghi dell’area delle scienze umane e sociali); per contro, tra coloro che sono in possesso di una laurea umanistica si rileva un diffuso ricorso ai contratti atipici che interessa 44 intervistati su cento (9 punti percentuali in più dei rispondenti con laurea tecnico-scientifica).

Scendendo più nel dettaglio, i laureati di primo livello del gruppo medico presentano il livello di stabilità dell’attività lavorativa in assoluto più elevato, raggiungendo il 70,5%. Seguono i dottori nei gruppi economico-statistico e giuridico con il 44,5% e il 40%, rispettivamente.

Ciò, tra l’altro, non dipende esclusivamente dall’elevata quota di laureati che proseguono il lavoro iniziato prima del conseguimento del titolo. Tale quota risulta infatti pari al 54% nel gruppo giuridico, al 46% in quello economico-statistico contro un valore medio pari al 40%; la quota risulta invece inferiore alla media per il gruppo medico (34%). Resta però vero che in quest’ultimo gruppo si osserva una migliore stabilità anche tra coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il conseguimento del titolo (sfiora il 60% contro il valore medio del 32%).

Differenze di genere. La stabilità riguarda in misura più consistente gli uomini (esattamente il 50%) rispetto alle loro colleghe (39%). Ciò è dovuto alla diversa diffusione nelle componenti maschile e femminile del lavoro autonomo ma soprattutto del lavoro a tempo indeterminato. Più nel dettaglio il lavoro autonomo riguarda, rispettivamente, 11 uomini occupati su cento e 6 donne, il contratto a tempo indeterminato riguarda il 39% degli uomini e il 32,5% delle donne.

Tra i laureati di primo livello il lavoro atipico sembra essere caratteristica peculiare delle donne (43%, contro il 35,4% degli uomini). Tale differenziale è dovuto in particolare alla diversa diffusione del contratto a tempo determinato che riguarda un quinto delle donne e 14 uomini su cento. Infine, il lavoro senza contratto riguarda quasi 10 donne e solo 7 uomini su cento. Tali evidenze sono confermate all’interno dei vari gruppi disciplinari fatta eccezione per il chimico-famaceutico dove il contratto a tempo determinato riguarda 26 uomini e 20 donne su 100.

La stabilità è appannaggio degli uomini non solo tra chi prosegue il lavoro iniziato prima della laurea (68 uomini e 53 donne su 100), ma anche tra chi ha iniziato a lavorare dopo laurea (35 uomini e 28 donne), così come la maggiore stabilità contrattuale è verificabile sia tra chi lavora solamente (58,5 uomini e 48 donne) sia tra chi lavora e studia (32 uomini e 21 donne).


 Tipologia dell’attività lavorativa per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea]


Torna all'indice del capitolo 4.3 Guadagno mensile netto10

Ad un anno dal conseguimento del titolo il guadagno mensile netto dei laureati di primo livello è pari in media a 991 euro con notevoli differenze tra chi prosegue l’attività lavorativa iniziata prima del conseguimento del titolo (1.043 euro) e chi l’ha iniziata al termine degli studi di primo livello (955 euro). Le retribuzioni degli ibridi, come ci si poteva attendere, sono più elevate di quelle dei puri di 137 euro: rispettivamente, 1.038 euro per i primi e 902 per i secondi. La prosecuzione della formazione attraverso la laurea specialistica, oltre a ridurre la stabilità contrattuale, determina anche retribuzioni inferiori a quelle di chi è impegnato solo in un’attività lavorativa: 694 contro 1.142 euro, rispettivamente. E ciò risulta tra l’altro verificato in tutti i gruppi di corsi di laurea.

Ma differenze retributive si riscontrano, indipendentemente dalla prosecuzione dell’attività formativa, anche all’interno dei vari percorsi di studio: guadagni più elevati sono infatti associati ai laureati dell’area tecnico-scientifica (1.114 euro), le cui retribuzioni superano di 225 euro netti quello dei colleghi dell’area delle scienze umane e sociali (889 euro). Tra gli occupati della prima area la prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea non incide in maniera significativa sulla retribuzione: il guadagno dei primi (1.120 euro) è di poco superiore (12 euro) a quello dichiarato da coloro che hanno iniziato l’attività lavorativa dopo la laurea (1.108 euro). Le differenze sono invece più accentuate tra gli intervistati dell’area delle scienze umane e sociali: chi prosegue il lavoro iniziato prima della conclusione degli studi dichiara un guadagno mensile netto (990 euro) superiore di quasi 200 euro di quello espresso da quanti hanno trovato un’occupazione una volta conseguito il titolo (793 euro).

A livello di gruppo di corso di laurea, le retribuzioni più elevate sono riscontrate tra i laureati dei gruppi medico ed economico-statistico (rispettivamente 1.307 e 1.081 euro), anche se ciò è dovuto, almeno per il gruppo economico-statistico, all’elevata quota di laureati che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea. Livelli nettamente inferiori si riscontrano invece tra i laureati dei gruppi psicologico, geo-biologico, letterario ed educazione fisica, le cui retribuzioni sono comprese, nell’ordine, tra i 654 e 728 euro mensili. In tali gruppi le minori retribuzioni sono in parte spiegate dall’elevata percentuale di laureati che studia e lavora.

Dall’analisi del guadagno mensile netto emergono anche differenze di genere: gli uomini guadagnano 1.132 contro i 900 euro delle donne.

Tali differenze sono confermate all’interno di ciascun gruppo, in particolare nel giuridico, dove gli uomini, anche perché più frequentemente proseguono il lavoro iniziato prima della laurea, guadagnano il 60% in più delle colleghe (1.107 contro 692 euro delle donne). Differenze comunque consistenti (di poco superiori al 44%) si riscontrano anche nei gruppi architettura ed economico-statistico.

Le differenze di genere all’interno dei vari percorsi di studio si attenuano, pur restando significative, se si considerano i soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea e che lavorano a tempo pieno: ad esempio, nel gruppo giuridico il differenziale tra uomini e donne si contrae dal 60 al 13%, nel gruppo architettura dal 45 al 23% e, infine, nell’economico-statistico da 44 al 14%.


 Guadagno mensile netto per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea [Fig. Guadagno mensile netto per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea]


 Guadagno mensile netto per gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto per gruppi di corsi di laurea]


 Guadagno mensile netto per genere e gruppi di corsi di laurea [Fig. Guadagno mensile netto per genere e gruppi di corsi di laurea]


Torna all'indice del capitolo 4.4 Efficacia della laurea nell’attività lavorativa

Già ad un anno dalla laurea l’efficacia risulta complessivamente buona: è almeno abbastanza efficace per 76 laureati di primo livello su cento, in particolare tra i laureati dei gruppi medico (96%), scientifico (83,5%) e insegnamento (82%).

Come era immaginabile, tra i laureati impegnati solo nell’attività lavorativa il titolo acquisito risulta più efficace di quanto non si rilevi tra i colleghi impegnati su ambedue i fronti, studio e lavoro. Infatti, tra i primi la laurea risulta essere almeno “abbastanza efficace” per 84 laureati su cento, ben 23,5 punti percentuali in più rispetto a coloro che stanno frequentando anche la specialistica.


Indice di efficacia della laurea

L’indice sintetizza due aspetti relativi all’utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi e alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto. Cinque sono i livelli di efficacia individuati:

- molto efficace, per gli occupati la cui laurea è richiesta per legge o di fatto necessaria, e che utilizzano le competenze universitarie acquisite in misura elevata;

- efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge ma è comunque utile e che utilizzano le competenze acquisite in misura elevata, oppure il cui titolo è richiesto per legge e che utilizzano le competenze in misura ridotta;

- abbastanza efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge, ma di fatto è necessaria oppure utile, e che utilizzano le competenze acquisite in misura ridotta;

- poco efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso e che utilizzano in misura ridotta le competenze acquisite, oppure il cui titolo non è richiesto ma utile e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite;

- per nulla efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso, e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite.

Le classi sono mutuamente esclusive ma non esaustive, non comprendendo le mancate risposte e gli intervistati che non rientrano nelle categorie definite.


Infine, per i laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea il titolo universitario risulta almeno abbastanza efficace per l’81%, mentre per coloro che proseguono l’attività lavorativa già iniziata prima tale percentuale scende al 71%.

Il titolo conseguito risulta almeno “abbastanza efficace” per 79 uomini su cento, +5 punti rispetto alle colleghe; ciò trova conferma all’interno della maggior parte dei gruppi ove le numerosità permettano confronti e indipendentemente dalla tipologia di laureato esaminato (studente-lavoratore; esclusivamente lavoratore; prosegue il lavoro iniziato prima della laurea; ha iniziato a lavorare dopo il titolo di primo livello.

I laureati dell’area tecnico-scientifica esprimono un giudizio di efficacia complessivamente più alto (il titolo acquisito è almeno abbastanza efficace per 86 laureati su cento, in particolare tra i laureati dei gruppi medico - 96% - e scientifico - 83,5%) rispetto a quello dichiarato dai colleghi con laurea umanistica (69%, tra i quali spiccano i laureati dei gruppi insegnamento - 82% - ed economico-statistico - 78%). La maggiore efficacia della laurea, rilevata tra gli intervistati impegnati solo nell’attività lavorativa, è confermata in entrambe le aree disciplinari analizzate e in particolare in quella tecnico-scientifica; tra quelli che si dedicano solo al lavoro la laurea risulta essere almeno “abbastanza efficace” per 91 laureati su cento, ben 28 punti percentuali in più rispetto a coloro che stanno frequentando anche la specialistica.


 Efficacia della laurea per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea [Fig. Efficacia della laurea per genere, iscrizione alla specialistica e prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea]


Torna all'indice del capitolo 4.5 Laureati pre e post-riforma: un confronto difficile, se non impossibile

L’interesse a valutare il differente apprezzamento dei laureati di vecchio e nuovo ordinamento da parte del mercato del lavoro e i principali aspetti che ne caratterizzano l’accesso, non deve far dimenticare che la comparazione avviene fra due popolazioni di laureati diverse per obiettivi, formazione, durata degli studi, età al conseguimento del titolo, ma anche per la diversa notorietà dei titoli e della loro spendibilità in ambito lavorativo. Un’analisi puntuale deve inoltre essere posta al riparo da ogni possibile elemento di disturbo, soprattutto dalla diversa incidenza della prosecuzione di un’attività lavorativa iniziata prima della laurea. Una preoccupazione non solo teorica se si ricorda che, nell’attuale fase di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento di cui più volte si sono precisati i contorni, fra i laureati di primo livello del 2005 occupati ad un anno dalla conclusione degli studi, il 40% prosegue l’attività lavorativa iniziata prima della laurea. Fra i laureati del vecchio ordinamento del medesimo anno il fenomeno, seppure consistente, coinvolge il 26,5% degli occupati. Ma non si deve neppure dimenticare che nelle due popolazioni è diversa l’incidenza della prosecuzione della formazione post-laurea e che un confronto tout court della situazione occupazionale risulterebbe penalizzante soprattutto per i laureati post-riforma.

Per questi motivi approfondimenti rigorosi volti a monitorare la risposta del mercato del lavoro deve allora guardare alle sole popolazioni che hanno iniziato a lavorare una volta acquisita la laurea, con l’ulteriore delimitazione alle popolazioni interessate ad inserirsi nel mercato del lavoro (che con buona approssimazione rappresentano le forze di lavoro perché non sono considerati i laureati che non lavorando dichiarano di non cercare un lavoro).

Il tasso di occupazione, calcolato limitatamente a questa sottopopolazione, risulta pari al 58% per i laureati pre-riforma e al 65% per i loro colleghi di primo livello. Parallelamente, la quota di coloro che si dichiarano in cerca di occupazione riguarda, rispettivamente, il 42 e il 35%.

Adottando il medesimo criterio di selezione, ma considerando i soli laureati puri che hanno deciso di inserirsi direttamente nel mercato del lavoro (escludendo pertanto dall’analisi coloro che risultano iscritti alla specialistica), i laureati post-riforma risultano avvantaggiati sia rispetto ai tempi di ingresso nel mercato del lavoro sia rispetto alle retribuzioni percepite: per ciò che riguarda il primo aspetto, i laureati post-riforma impiegano in media 1 mese per trovare il primo impiego (si tratta di un valore mediano, calcolato rispetto all’inizio della ricerca) mentre i laureati pre-riforma impiegano 2 mesi. In termini retributivi, i primi guadagnano in media 1.074 euro netti, contro 1.010 euro dei laureati pre-riforma; il vantaggio dei laureati post-riforma risulta tra l’altro confermato sia tra chi lavora a tempo pieno sia tra i lavoratori part-time.

Ma c’è una considerazione più generale che deve essere ricordata, soprattutto di fronte ad affermazioni, sempre più frequenti, che vogliono le lauree di primo livello “bocciate” o comunque poco gradite dal mercato del lavoro. Le prese di posizione critiche nei confronti della riforma che hanno chiamato in causa persino l’insoddisfazione dei giovani e quelle del mondo imprenditoriale per le nuove figure di laureati, hanno dimenticato che i primi laureati triennali figli esclusivamente dell’università riformata sono usciti dal sistema universitario italiano nell’estate del 2004, in larghissima maggioranza hanno proseguito per la successiva laurea specialistica che stanno portando a termine nel migliore dei casi solo in questi mesi. Quindi i soli laureati post–riforma che il mondo imprenditoriale può avere conosciuto sono, quasi esclusivamente, quelli frutto di conversioni e di passaggi dal vecchio al nuovo ordinamento avvenuti su un retroterra formativo spesso assai tormentato e con percorsi frequentemente abbreviati. Ma in realtà l’università riformata è ancora per gran parte del mondo imprenditoriale e dell’opinione pubblica un oggetto complesso, alle volte misterioso e spesso difficilmente esplorabile. L’esperienza condotta da AlmaLaurea s.r.l., conferma questa valutazione. Fra i numerosi criteri di selezione disponibili per ricercare e selezionare fra i 700mila CV dei laureati presenti in banca dati, la distinzione lauree pre e post-riforma è stata fra quelle meno utilizzate dalle aziende11.


 Condizione occupazionale ad un anno: confronti [Fig. Condizione occupazionale ad un anno: confronti]


 Guadagno mensile netto ad un anno:confronti [Fig. Guadagno mensile netto ad un anno:confronti]


Torna all'indice del capitolo 5. NOTE METODOLOGICHE

Torna all'indice del capitolo 5.1 Classificazione ISTAT dei gruppi di corsi di laurea

Di seguito è riportata la classificazione adottata dall’ISTAT per la definizione dei gruppi di classi/corsi di laurea.

Agrario: Scienze e tecnologie agrarie, agroalimentari e forestali; Scienze e tecnologie zootecniche e produzioni animali.

Architettura: Disegno industriale; Scienze dell’architettura e dell’ingegneria edile; Urbanistica e scienze della pianificazione territoriale e ambientale.

Chimico-farmaceutico: Scienze e tecnologie chimiche; Scienze e tecnologie farmaceutiche.

Economico-statistico: Scienze dell'economia e della gestione aziendale; Scienze economiche; Scienze statistiche.

Educazione fisica: Scienze delle attività motorie e sportive.

Geo-biologico: Biotecnologie; Scienze biologiche; Scienze della terra; Scienze e tecnologie per l’ambiente e la natura; Scienze geografiche.

Giuridico: Scienze dei servizi giuridici; Scienze giuridiche.

Ingegneria: Ingegneria civile e ambientale; Ingegneria dell’informazione; Ingegneria industriale.

Insegnamento: Scienze dell’educazione e della formazione.

Letterario: Filosofia; Lettere; Scienze dei beni culturali; Scienze e tecnologie delle arti figurative, della musica, dello spettacolo e della moda; Scienze storiche; Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali.

Linguistico: Lingue e culture moderne; Scienze della mediazione linguistica.

Medico: Professioni sanitarie della prevenzione; Professioni sanitarie della riabilitazione; Professioni sanitarie, infermieristiche e professione sanitaria ostetrica; Professioni sanitarie tecniche.

Politico-sociale: Scienze del servizio sociale; Scienze del turismo; Scienze dell’amministrazione; Scienze della comunicazione; Scienze politiche e delle relazioni internazionali; Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace; Scienze sociologiche.

Psicologico: Scienze e tecniche psicologiche.

Scientifico: Scienze e tecnologie della navigazione; Scienze e tecnologie fisiche; Scienze e tecnologie informatiche; Scienze matematiche.



1 Alcune considerazioni interessanti sulle motivazioni legate alla circoscrizione dell’indagine ai laureati della sola sessione estiva sono contenute in A. Cammelli, IX rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati, Il Mulino, Bologna.

2 Trattandosi di atenei entrati in AlmaLaurea solo recentemente, i laureati delle università di Castellanza-LIUC, Tuscia e Valle d’Aosta sono stati indagati solo attraverso metodologia CATI.

3 Resta esclusa da queste considerazioni una quota di laureati (pari al 16,4%) per i quali non è possibile ricostruire il percorso universitario (e quindi l’appartenenza ai collettivi puri/ibridi) in quanto non sono disponibili le informazioni relative alle precedenti esperienze universitarie.

4 La classificazione utilizzata è quella adottata da MiUR/ISTAT.

5 Riprendendo la suddivisione proposta da Catalano e Figà Talamanca l’area tecnico-scientifica comprende i gruppi di corsi di laurea: agrario, architettura, chimico-farmaceutico, educazione fisica, geo-biologico, ingegneria, medico, scientifico. L’area delle scienze umane e sociali, invece, raccoglie i gruppi: economico-statistico, giuridico, insegnamento, letterario, linguistico, politico-sociale, psicologico. Per approfondimenti, cfr. G. Catalano e A. Figà Talamanca, Eurostudent. Le condizioni di vita e di studio degli studenti universitari italiani, Bologna, il Mulino, 2002.

6 Per approfondimenti, cfr. A. Cammelli, Le lauree scientifiche e tecnologiche: dall’accesso all’Università alla prova del mercato del lavoro, disponibile su www.almalaurea.it/universita/altro/lauree_scientifiche e S. Ghiselli, I laureati nel settore chimico: caratteristiche ed esiti occupazionali, disponibile su www.almalaurea.it/universita/altro/chimica2006.

7 Cfr. D.M. 23 ottobre 2003, Fondo per il sostegno dei giovani e per favorire la mobilità degli studenti e il Progetto lauree scientifiche su www.progettolaureescientifiche.it.

8 Per approfondimenti si veda M. Gallerani, S. Ghiselli, C. Girotti, Le scelte dopo la laurea di primo livello: i dati dell’indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), VIII Profilo dei laureati italiani. I primi figli della riforma, 2006, op. cit.

9 In realtà tale valore comprende anche una quota irrilevante di iscritti ad un corso quadriennale del vecchio ordinamento (si tratta dello 0,6%, in larga parte proveniente dal gruppo insegnamento). Bisognerebbe infine considerare un’ulteriore quota, altrettanto modesta (1,3%), di laureati che prosegue la formazione universitaria con un’altra laurea di primo livello: ciò si riscontra soprattutto fra i laureati dei gruppi politico-sociale, letterario e insegnamento. Le considerazioni sviluppate con riferimento alle caratteristiche della laurea specialistica escludono le quote di laureati iscritti ad un corso quadriennale o triennale.

10 Ben il 96% degli occupati, nonostante la delicatezza dell’argomento trattato, ha risposto al quesito “Qual è il guadagno mensile netto che le deriva dal suo attuale lavoro?”.

11 A. Cammelli, La riforma alla prova dei fatti, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), VIII Profilo dei laureati italiani. I primi figli della riforma, 2006, op. cit.