XI
RAPPORTO SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI.
Occupazione
e occupabilità dei laureati
a dieci anni dalla
Dichiarazione di Bologna
Edizione del 1/4/2009
di Andrea Cammelli
Indice
- PREMESSA
- TENDENZE DEL MERCATO DEL LAVORO E SPENDIBILITA' DELLE NUOVE LAUREE: UNA VALUTAZIONE COMPLESSA
- CARATTERISTICHE DELL'INDAGINE
- CONDIZIONE OCCUPAZIONALE E FORMATIVA DEI LAUREATI DI PRIMO LIVELLO
- CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI DI SECONDO LIVELLO
- CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI SPECIALISTICI A CICLO UNICO
- CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI PRE-RIFORMA
- APPROFONDIMENTI
Le difficoltà e l'incertezza che caratterizzano la fase attuale di crisi a livello mondiale pongono il Paese di fronte a scelte che devono necessariamente trovare soluzioni possibili e rapide ai problemi immediati che mettono a rischio il sistema produttivo del paese, posti di lavoro, qualità della vita di larga parte della popolazione. Ma sarebbe errore imperdonabile dimenticare di intervenire con provvedimenti lungimiranti là dove è depositato il seme della ripresa, dove è naturalmente radicata la potenzialità di apprendimento e la tensione verso il futuro, dove preme il desiderio di riuscita e si collocano energie fresche per sostenere la competitività, la speranza e la capacità di concorrere su scala internazionale.
Prerequisito indispensabile, per l'Italia in particolare, è il raggiungimento di una nuova, più elevata e diffusa soglia educazionale. Nella prima fase di industrializzazione del Paese tale obiettivo, stimato attorno al 40% di popolazione alfabetizzata, fu raggiunto con diversi decenni di ritardo rispetto ai principali paesi europei. Nel secondo dopoguerra la soglia fu innalzata al livello della scuola media inferiore. Oggi l'esigenza di partecipare da protagonisti alla società della conoscenza obbliga ad elevare tale traguardo al livello dell'istruzione superiore in misura ben più consistente di quanto non sia stato fatto fino ad oggi.
È difficile ipotizzare un futuro simile, scelto come orizzonte condiviso a livello internazionale1, senza destinarvi le risorse necessarie. Tutti gli elementi concorrono a confermarci che la stagione che stiamo attraversando è e sarà durissima. Ma anche nelle annate peggiori si può risparmiare su tutto ma non si può smettere di seminare. Tantomeno nei settori strategici per il futuro.
Le valutazioni possono essere diverse, le responsabilità e gli errori del passato diversamente attribuibili, le scelte di oggi altrimenti motivate, ma c'è un dato inconfutabile che segnala lo sforzo insufficiente del Paese in questa direzione, misurato dalla spesa pubblica nel campo dell'istruzione universitaria. L'Italia vi destina solo lo 0,78% del prodotto interno lordo contro l'1,02 del Regno Unito, l'1,16 della Germania, l'1,21 della Francia, l'1,32 degli Stati Uniti; senza considerare le risorse pubbliche, tra le più elevate in assoluto, spese su questo terreno dai Paesi scandinavi (tutte al di sopra del 2% del PIL). Fra i 27 paesi dell'Unione Europea, in istruzione superiore spendono meno dell'Italia soltanto Malta, Lettonia e Romania. Né le cose vanno meglio nel settore strategico della Ricerca e Sviluppo; il nostro Paese, tra risorse pubbliche (prevalenti) e private, vi destina l'1,10% del PIL risultando così ultimo fra tutti i paesi più sviluppati che indirizzano a quel settore percentuali del proprio PIL almeno doppie.
D'altronde l'insufficienza dello sforzo compiuto ha radici antiche testimoniate dal ridottissimo numero di laureati nella popolazione di età più avanzata. In Italia, nella classe di età 55-64, sono presenti solo 9 laureati su cento; meno della metà di quanto non si riscontri nel complesso dei Paesi OECD (in Francia sono 16; in Germania e Regno Unito 23-24, negli Usa 38).
Ritardi antichi e persistenti che interessano anche, come si vedrà meglio in seguito, le classi di età più giovani. Le stesse alle quali è affidato il difficile compito di portare il Paese fuori dalla crisi, assicurando prospettive di crescita interna e capacità di affrontare le sfide della competizione internazionale.
Vari sono gli elementi che hanno penalizzato e penalizzano la domanda di personale con titolo di studio universitario: sviluppo ritardato dell’economia italiana, frammentazione della domanda di lavoro in unità produttive di dimensioni piccole e piccolissime (vi si concentra, com’è noto, il 95% del complesso delle imprese), bassa scolarizzazione della popolazione di età adulta (come si è visto riguarda anche imprenditori e dirigenti, pubblici e privati, che all’ultimo Censimento -2001- risultavano privi di una formazione universitaria nell’86% dei casi). E tutto ciò rende più difficoltose, per il nostro Paese, le chance di riuscita nella competizione internazionale. Perché non c’è dubbio che in situazioni di crisi economica internazionale e di ristagno dei consumi interni le imprese non possono che riorganizzarsi, per conseguire standard più elevati di produttività introducendo innovazioni per competere sui mercati attraverso la qualità dei prodotti e dei servizi; ed è altrettanto certo che in questo processo la leva più importante da attivare è quella delle risorse umane2.
Le indagini Unioncamere sui fabbisogni occupazionali delle imprese italiane (che come è noto, non comprendono il settore della Pubblica Amministrazione), confermano da tempo la sottoutilizzazione di personale con formazione universitaria, anche quando, nell'ultimo Rapporto, segnalano un incremento che, finalmente, se la crisi che sta squassando il mondo non obbligherà a rivedere anche queste previsioni, consentirebbero di superare quota 10% (per 100 assunti, 10 si ipotizza che saranno laureati)3. Non si dimentichi che nei primi anni 2000 le assunzioni di laureati previste dalle imprese si sono addirittura contratte dal 7,2 al 6,5% (fra il 2001 e il 2003). Anche nella più favorevole delle ipotesi la domanda di capitale umano qualificato in Italia che emerge dalle previsioni Excelsior-Unioncamere risulta meno di un terzo di quella statunitense. Infatti le previsioni elaborate per gli USA nel 2007 (il medesimo anno di riferimento dell'indagine Unioncamere) per il periodo 2006-2016, dicono che la previsione di fabbisogno di laureati risulterà pari al 30,7% del complesso delle nuove assunzioni4.
È evidente che la grave crisi in atto a livello planetario impone, prima di tutto, la ricerca di soluzioni che minimizzino i problemi che colpiscono, giorno dopo giorno, un numero crescente di imprese, di lavoratori e delle loro famiglie. Ma non può mancare la capacità di operare contemporaneamente con una visione di più ampio respiro, in grado di interpretare il futuro ed i nuovi orizzonti che domineranno la scena all'uscita dalla crisi.
Fra le criticità che contraddistinguono il nostro Paese, come si è visto, ci sono il basso livello di risorse destinate all'istruzione, l'insufficiente spesa per ricerca e sviluppo, l'inefficienza che spesso accompagna l'uno e l'altro, la ridotta presenza di capitale umano di alto livello nella popolazione (non solo nelle classi di età più avanzata ma anche in quelle giovanili), il prevalere di piccole e piccolissime imprese in difficoltà a sopportare i costi di personale con titoli di studio universitari e così anche la loro limitata capacità a competere sui mercati internazionali.
In questo contesto garantire al mondo delle imprese l'accesso al credito è certamente azione urgente; ma insufficiente ad assicurare l'uscita dalla crisi con i requisiti necessari per affrontare le sfide future. Occorre anche favorire l'accesso delle imprese, incluse quelle piccole e medie, alle risorse umane più giovani e di qualità formatesi all'università; a quelle più innovative, più ricche di conoscenze linguistiche ed informatiche; a quelle -sempre più numerose- che vantano nel proprio bagaglio formativo stage in azienda ed esperienze internazionali di studio. Con apposite agevolazioni rivolte direttamente alle aziende, alle loro associazioni o a specifici studi/organizzazioni di consulenza e servizio alle aziende stesse, il Governo potrebbe così cogliere un duplice importante obiettivo: sostenere l'iniezione di risorse umane di più elevata qualità nel sistema produttivo, e assicurare alle più giovani generazioni, quelle più capaci e preparate, un futuro lavorativo incoraggiante nel proprio Paese. Evitando, ancora una volta, che un patrimonio di studi e di conoscenze, costato caro al Paese, sia costretto a cercare la propria realizzazione al di là delle Alpi.
Siamo consapevoli che superare la crisi ed uscirne sarà operazione complessa, ma sappiamo anche che sarà realizzabile solo attraverso l'impegno comune delle forze più vitali del Paese.
Tracciare un quadro preciso dell'andamento del mercato del lavoro, italiano ed internazionale, risulta in questa fase decisamente difficoltoso: tante sono le azioni che i governi dei vari Paesi stanno prospettando, o hanno già avviato, per tutelare le proprie aziende così come i propri lavoratori, così come tante sono le ipotesi, avanzate su più fronti, circa la portata e la durata della crisi. Ciò che è certo è che non si tratta di una fase temporanea, di una bolla destinata ad esaurirsi nell'arco di breve tempo.
In questo contesto, è utile ricordare che il periodo di osservazione delle indagini AlmaLaurea si colloca fra l'estate-autunno di un anno e l'autunno dell'anno successivo. L'ultima indagine di cui in queste pagine rendiamo conto ha abbracciato un arco di tempo caratterizzato, all'inizio, da segnali di frenata (autunno 2007, che nel precedente rapporto si era riusciti a fatica ad intravedere), cui ha fatto seguito un 2008 conclusosi con la nota grave crisi che ha finito inevitabilmente per coinvolgere anche l'inserimento lavorativo dei laureati. È però vero la crisi più marcata, a carattere internazionale, è emersa solo alla fine della scorsa estate, ma l'indagine AlmaLaurea non può che averla sfiorata, visto che il periodo di osservazione si è concluso nell'autunno 2008.
Più allarmante è ciò che emerge da un altro significativo punto di osservazione, sensibile alle tendenze più recenti. I segnali indicano che la crisi sta riguardando in modo robusto anche i laureati. Lo rivelano le richieste di laureati inoltrate dal mondo produttivo alla banca dati AlmaLaurea che costituisce sotto questo profilo la base di un vero e proprio indicatore congiunturale. La banca dati AlmaLaurea, infatti, mette a disposizione on line oltre un milione e 200mila curricula laureati dei 52 Atenei aderenti e nell'ultimo anno ha ceduto ad aziende italiane ed estere oltre 460mila curricula. Il primo bimestre 2009, rispetto al corrispondente bimestre dell'anno prima, mostra un calo nelle richieste di laureati del 23%; una contrazione della domanda che coinvolge la quasi totalità dei percorsi di studio anche quelli solitamente al vertice dell'occupazione (meno 35% nel gruppo economico-statistico, meno 24% in Ingegneria).
Una valutazione puntuale circa le chance occupazionali dei laureati, nei primi anni immediatamente successivi al conseguimento del titolo universitario, non può prescindere dal contesto socio-culturale in cui maturano le scelte dei giovani, nonché dalle condizioni del mercato in cui si inseriscono.
L'aumento consistente del numero di laureati nell'ultimo decennio, principalmente per effetto dell'avvio della Riforma, ha accreditato la convinzione che la loro consistenza sia diventata non solo superiore alle necessità del Paese ma, perfino, al di sopra del livello registrato nel complesso dei paesi OECD. Vedremo come le cose procedano in modo diverso. In effetti, dalla vigilia della Riforma ad oggi il sistema universitario italiano ha licenziato un numero di laureati doppio: sono oltre 300mila nel 2007 rispetto ai poco più di 152mila nel 19995. Ma la crescita, raggiunto il massimo nel 2005, si è già arrestata: il numero di laureati risulta sostanzialmente stabile negli ultimi due anni ed è destinato a contrarsi nel prossimo futuro per effetto del calo degli immatricolati ridottisi negli ultimi cinque anni di oltre il 9%. Una riduzione dovuta all'effetto combinato del calo demografico, della diminuzione degli immatricolati in età più adulta (particolarmente consistenti negli anni immediatamente successivi all'avvio della riforma) e, ancora, del minor passaggio dalla scuola secondaria superiore all'università (che aveva raggiunto i valori più elevati fra il 2002 e il 2004) a cui non è estranea la crescente difficoltà di tante famiglie di sopportare i costi diretti ed indiretti dell'istruzione universitaria.
Né lo scenario è destinato a migliorare tenuto conto dell'evoluzione della popolazione giovanile in Italia. Nei prossimi 10 anni, da qui al 2017, i giovani di età 19-24, nonostante l'apporto robusto di popolazione immigrata, si ridurranno ulteriormente di oltre il 3%. D'altronde l'Italia, nell'intervallo 1984-2007, ha visto contrarsi del 42% la propria popolazione 19enne. Un declino che, come era stato facile ipotizzare6, ha visto i giovani contesi fra il mondo dell'università e quello del lavoro e che, paradossalmente, ha reso meno problematico il tema della loro occupazione.
Nel 2006, secondo la documentazione OECD più frequentemente richiamata, fra i giovani italiani di età 25-34 i laureati costituivano il 17%. Poco più della metà della media dei paesi OECD (33%) mentre in Germania erano 22 su cento, nel Regno Unito 37, in Spagna e negli USA 39, in Francia 41, in Giappone 54 su cento. Ungheria e Messico ne avevano, rispettivamente, 21 e 19 su cento. Che l'Italia possa puntare alla ripresa economica ed a competere nella società della conoscenza sul terreno dello sviluppo, dell'innovazione e della ricerca con una dotazione di capitale umano di questa consistenza appare difficilmente immaginabile. A meno che non si pensi ad una divisione internazionale del lavoro in cui l'Italia è destinata ad occupare un ruolo ancillare sia nella manifattura che nei servizi.
Si è ricordato più sopra che altra è stata la lettura data allo stesso fenomeno, da parte di organismi autorevoli e solitamente attenti. Pur attingendo alla medesima fonte OECD, ma facendo riferimento all'indicatore che si concentra sull'età tipica alla laurea (23-25 anni per l'Italia), si è arrivati a concludere che, nel nostro Paese, la percentuale di laureati rispetto alla popolazione di quella classe di età è lievitata, fra il 2000 e il 2006, dal 19 al 39% superando, quindi, perfino la media OECD (37%). Se le cose stessero davvero in questi termini l'interrogativo “perché continuare a spendere tanto” apparirebbe legittimo. Tanto più in una situazione caratterizzata da carenza di risorse, tagli necessari e in un clima alimentato da una generalizzata campagna di critiche (che da giustamente severe si sono fatte via via gratuitamente denigratorie) nei confronti del sistema universitario italiano.
Ma questa lettura della documentazione OECD non tiene conto di elementi essenziali che, tenuti nella necessaria considerazione, ridimensionano la consistenza della percentuale di laureati italiani, fino a confermarne la collocazione ben al disotto della media OECD7. I risultati di elaborazioni più correttamente impostate portano infatti a conclusioni assai diverse dalla rilettura proposta da organismi autorevoli richiamati poc'anzi: fra i giovani italiani di 23-25 anni laureatisi nel 2006 il titolo di dottore, anziché il 39%, non riguardava che il 5,3%8!
In ogni caso limitare la misura della consistenza del capitale umano di elevata formazione in una data popolazione, circoscrivendo l'analisi ai soli laureati che hanno conseguito il titolo in un determinato anno è esercizio errato. Tanto più grave quando tale misura venga utilizzata per operare confronti a livello internazionale, analizzando fenomeni -come quello in esame- che risentono in modo rilevante degli effetti prodotti dall'introduzione di riforme, da modifiche normative, da mutamenti nelle politiche di diritto allo studio, ecc. che si traducono, nel breve periodo, in andamenti erratici di difficile interpretazione. Ne è una dimostrazione la documentazione OECD che negli anni 2004-2005-2006 registra per l'Italia una percentuale di laureati rispetto alla popolazione in età tipica pari al 36, 41 e 39% rispettivamente.
La vera e propria rivoluzione che il sistema universitario italiano ha vissuto nell'ultimo decennio non permette più di rispondere, con un solo, sintetico dato, alla domanda “ma i laureati sono apprezzati dal punto di vista occupazionale?”. Ciò è reso complesso dall'articolazione dell'offerta formativa su tre livelli, progettati per rispondere a diverse richieste di professionalità. Se fino ai primi anni 2000 era possibile fornire valutazioni precise sulle tendenze occupazionali dei laureati semplicemente circoscrivendo l'analisi ai corsi quadriennali e quinquennali, oggi non ci si può esimere dall'approfondire il quadro su tutti i livelli e le articolazioni previste dalla Riforma.
La complessità dell'analisi si è accentuata alla luce della crisi tumultuosa, e dalla durata difficile da prevedere, che si è innescata; crisi che sta coinvolgendo, in misura più o meno rilevante, ampie fasce di popolazione, indipendentemente da livello culturale, età, genere, estrazione sociale, area territoriale.
In queste pagine si cercherà di anticipare, con tutte le difficoltà ed i limiti sopra segnalati, qualche elemento di sintesi, rimandando ai successivi capitoli gli approfondimenti sui vari aspetti analizzati, su ciascuna tipologia di laurea indagata oltreché sulle definizioni e sulla metodologia utilizzata.
I principali indicatori utilizzati per l'analisi degli esiti occupazionali dei laureati confermano la crescente difficoltà della capacità attrattiva del mercato del lavoro negli ultimi anni. La valutazione è circoscritta ai soli laureati pre-riforma, gli unici che consentono un'analisi di medio periodo con la disponibilità di una serie storica adeguata. Si tratta di un collettivo decisamente particolare, poiché rappresenta la coda di un sistema universitario destinato ad esaurirsi in breve tempo, ma grazie ad alcune simulazioni l'analisi dello stesso collettivo ha consentito di raggiungere alcune interessanti valutazioni. Simulazioni necessarie per evitare di pervenire a risultati erronei perché condizionati dalle caratteristiche strutturali del collettivo, che vanno modificandosi il tutto il periodo di transizione. Così il collettivo è composto sempre più da lavoratori-studenti, di età mediamente elevata, che conseguono il titolo lavorando già e che frequentemente proseguono la medesima attività lavorativa anche al termine degli studi universitari. L'analisi tout court degli esiti occupazionali dei laureati pre-riforma avrebbe pertanto evidenziato segnali di ripresa nella capacità di assorbimento del mercato del lavoro, in realtà inesistenti. L'evoluzione della condizione occupazionale è stata allora correttamente analizzata ponendo tutti i laureati delle generazioni in esame nelle medesime condizioni di partenza in termini di regolarità negli studi, condizione occupazionale alla laurea (lavorava o meno) e percorso di studio compiuto (perché è noto che il processo riformatore non è stato avviato negli stessi tempi in tutti gli ambiti disciplinari).
In conclusione: se i laureati dell'intervallo considerato (2000-2007) avessero la medesima struttura (per le tre variabili poco fa richiamate) dei laureati del 2000 (quelli che hanno conseguito il titolo prima della Riforma e le cui caratteristiche strutturali erano allora sostanzialmente stabili nel tempo), il tasso di occupazione risulterebbe in calo, nell'ultima rilevazione, di 0,5 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione, d'altra parte, figurerebbe in rialzo di oltre 3 punti percentuali. Dilatando l'arco temporale agli ultimi sette anni la quota di laureati occupati avrebbe subito una contrazione di ben 6 punti percentuali; di analoga entità si stima anche la crescita del tasso di disoccupazione.
La contrazione della quota di occupati non si è tradotta, tuttavia, in un minor numero di neo-dottori assorbiti dal mercato del lavoro, dato, come si è visto, il forte aumento dei laureati usciti in questo periodo dal sistema universitario. Infatti, a fronte del calo dell'occupazione già visto, l'ammontare dei laureati che ha fatto il proprio ingresso nel mercato del lavoro è salito di oltre il 35% (da circa 55mila nel 2001 a 74mila nel 2007)9.
Resta comunque confermato che al crescere del livello di istruzione, cresce anche l'occupabilità. I laureati infatti sono in grado di reagire meglio ai mutamenti del mercato del lavoro, perché dispongono di strumenti culturali e professionali più adeguati. Nell'intero arco della vita lavorativa (fino a 64 anni), la laurea risulta premiante: chi è in possesso di un titolo di studio universitario presenta un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore di chi ha conseguito un diploma di scuola secondaria superiore (78 contro 67%)10. Anche il guadagno premia i titoli di studio superiori: misurato per la stessa classe di età, è più elevato del 65% rispetto a quello percepito dai diplomati di scuola secondaria superiore. Un differenziale retributivo in linea con quanto rilevato in Germania (+64%) e Regno Unito (+59%)11.
Anche la documentazione AlmaLaurea conferma che, a cinque anni dal conseguimento del titolo universitario, la stragrande maggioranza dei laureati è inserita nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione, per la generazione più recente, è pari all'84,6% (ma altri 7,4 proseguono gli studi). La capacità attrattiva del mercato del lavoro mostra segnali di rallentamento anche a cinque anni dalla laurea (-1,7 punti percentuali negli ultimi quattro anni), senza evidenziare, al momento, criticità particolari. L'analisi del tasso di disoccupazione per quanto in lieve aumento (circa un punto percentuale negli ultimi quattro anni) rimane su livelli fisiologici (5,5% per la generazione più recente). Stime attendibili per il futuro, comprensibilmente, è difficile farne.
Altri sono gli elementi a conferma del positivo inserimento dei laureati nel mercato del lavoro: la stabilità dell'occupazione, che a cinque anni dalla laurea si estende fino a coinvolgere il 70% degli occupati (anch'essa in lieve calo –per ora non preoccupante- negli ultimi quattro anni), l'efficacia del titolo nel mercato lavoro, che sottolinea l'uso che i laureati fanno delle competenze acquisite durante gli studi, nonché la richiesta formale e sostanziale del titolo ai fini dell'assunzione.
Nota dolente è rappresentata dalle retribuzioni che, a cinque anni dalla laurea, seppure superiori nominalmente a 1.300 euro, hanno visto il loro valore reale ridursi, nell'ultimo quadriennio, in misura significativa (circa 6%).
La valutazione dell'interesse che il mercato del lavoro ha dimostrato nei confronti dei titoli di studio previsti dalla Riforma universitaria, così come il confronto circa il differente apprezzamento dei laureati di vecchio e nuovo ordinamento, deve essere necessariamente sviluppata tenendo conto della complessa articolazione dell'offerta formativa. Non si deve inoltre dimenticare che la comparazione avviene fra popolazioni di laureati diverse per obiettivi, formazione, durata degli studi, età al conseguimento del titolo; diversità spesso ancora poco note al mondo del lavoro.
Un'analisi puntuale deve inoltre essere posta al riparo da ogni possibile elemento di disturbo, soprattutto dalla diversa incidenza della prosecuzione di un'attività lavorativa iniziata prima della laurea. Una preoccupazione non solo teorica tenendo conto che il 35% dei laureati di primo e secondo livello del 2007 lavorava alla laurea (tra gli specialistici a ciclo unico è invece solo del 14,5%).
Ma non si deve neppure dimenticare che nelle popolazioni analizzate è diversa l'incidenza della prosecuzione della formazione post-laurea e che un confronto diretto della situazione occupazionale risulterebbe penalizzante in particolare per i laureati di primo livello, i quali, in larga parte, proseguono i propri studi iscrivendosi alla laurea specialistica, rimandando così l'ingresso effettivo, a pieno titolo, nel mondo del lavoro. L'ingresso posticipato nel mercato del lavoro dei laureati di primo livello trova conferma nella consistenza di quanti lavorano o cercano (forze di lavoro), che rappresentano circa la metà del collettivo dei laureati triennali, mentre è prossimo al 90% tra i laureati di secondo livello.
Per questi motivi approfondimenti rigorosi volti a monitorare la risposta del mercato del lavoro è necessario che siano circoscritti alle sole popolazioni che hanno iniziato a lavorare una volta acquisita la laurea, con l'ulteriore delimitazione agli individui interessati ad inserirsi nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione, calcolato limitatamente a questa sottopopolazione, risulta ad un anno pari al 69% tra i laureati di primo livello: un valore nettamente più alto rispetto a quello rilevato tra i colleghi sia post che pre-riforma (per questi ultimi pari al 51%12).
Tra i laureati specialistici l'occupazione riguarda 53 laureati su cento e, seppure inferiore a quella rilevata tra i colleghi di primo livello, risente del fatto che si tratta delle prime leve di laureati, per definizione i migliori.
Coloro che hanno compiuto il percorso di studi esclusivamente nel nuovo ordinamento (i laureati “puri”, pari all'83% del complesso), essendo tra i primi, presentano infatti performance particolarmente brillanti negli studi: l'80% di loro ha frequentato più del 75% delle lezioni; si laureano a 26 anni, con un voto medio di 109 su 110, il 70 di loro ha concluso gli studi in corso; durante gli studi il 56% ha svolto stage, il 12% è andato all'estero con programmi europei; il 75,5% conosce bene l'inglese. Si confrontino le performance dei laureati pre riforma nel 2001 (quando il 45% dei corsi erano quadriennali, rispetto ai 5 anni previsti per tutti dal 3+2!). I laureati di allora che avevano frequentato più del 75% delle lezioni erano stati il 54%. Avevano concluso i loro studi ad un'età di 28 anni, con una votazione alla laurea di 102,5 su 110, con una regolarità che riguardava solo 9,5 laureati su cento. Avevano svolto stage il 18%, erano andati all'estero con programmi comunitari 8 laureati su cento; solo il 55,5% conosceva bene l'inglese. Un confronto più preciso deve però concentrarsi sui soli laureati pre-riforma con performance analoghe a quelle dei laureati specialistici appena usciti dall’università. La misura più adeguata è verosimilmente quella legata alla regolarità negli studi: concentrandosi allora sui soli laureati pre-riforma che hanno conseguito il titolo al più entro un anno fuori corso (erano solo il 27%, contro il 97% degli specialistici puri) il quadro si modifica leggermente, pur non alterandone sostanzialmente il contenuto. Naturalmente si contrae significativamente l’età alla laurea (26 anni) e migliora il curriculum formativo: il voto alla laurea è pari a 105,9, il 71% degli studenti frequenta regolarmente le lezioni, il 64% conosce bene l’inglese, il 25% partecipa a stage, l’11% matura esperienze di studio all’estero. Tutti valori, questi, migliori sì ma comunque inferiori a quelli rilevati tra i laureati specialistici puri. Sul piano del merito, così frequentemente richiamato, questi giovani hanno dunque dato risposte concrete. Sarà capace di rispondere adeguatamente anche il mercato del lavoro?
Tra i laureati specialistici è consistente la quota di chi decide di proseguire la propria formazione iscrivendosi in particolare a dottorati di ricerca, tirocini o praticantati. Vero è che, se i laureati di secondo livello si trovassero soffocati tra due realtà, un mercato del lavoro non in grado di assorbirli viste le mutate condizioni economiche, e un'università senza le risorse sufficienti a finanziare la ricerca, rischieremmo di sacrificare, di vaporizzare, il capitale umano migliore uscito dalle università fino a questo momento costringendolo, nella migliore delle ipotesi, a cercare altrove soddisfazione alle proprie aspettative.
I laureati specialistici a ciclo unico13 rappresentano una realtà molto particolare, mostrando un tasso di occupazione nettamente inferiore alla media, a causa dell'elevata quota di chi prosegue la propria formazione con attività necessarie alla libera professione. È vero che si tratta, frequentemente, di attività di formazione retribuite, cosicché facendo riferimento al tasso di occupazione ISTAT-Forze di Lavoro, la loro posizione risulta decisamente avvantaggiata (79%, circa 4 punti superiori a quelli rilevati tra i colleghi di primo livello e specialistici).
L'analisi del tasso di disoccupazione, limitato al collettivo citato in precedenza, conferma le considerazioni fin qui sviluppate. I laureati di primo livello presentano una quota di disoccupati pari al 16,5%, simile a quella rilevata per i laureati di secondo livello (14%). Gli specialistici a ciclo unico, frequentemente impegnati in attività formative retribuite, mostrano un tasso di disoccupazione significativamente più contenuto (9%).
Qualche ulteriore elemento circa la capacità attrattiva del mercato del lavoro e, soprattutto, l'evoluzione dei percorsi di studio dei laureati di primo livello, viene dalla prima indagine sperimentale condotta sui laureati del 2005 intervistati a tre anni dal conseguimento del titolo. L'arco di tempo triennale non consente però di cogliere appieno la transizione dall'università al mercato del lavoro. I laureati di primo livello, infatti, si trovano generalmente in una fase di transizione: all'incremento del numero di occupati (prossimo ai 10 punti percentuali), non trascurabile ma inevitabilmente contenuto visto che buona parte dei laureati risulta ancora impegnato negli studi universitari, si affianca una parte che ha da poco concluso gli studi specialistici e si è appena affacciata sul mercato del lavoro: i più fortunati hanno già trovato un impiego, molti sono ancora alla ricerca. Ma tanti stanno ancora studiando.
L'analisi delle caratteristiche del lavoro svolto conferma i risultati sostanzialmente positivi raggiunti dai laureati post-riforma (soprattutto se confrontati con quelli dei laureati pre-riforma degli anni precedenti), in particolare in termini di retribuzioni ed efficacia del titolo.
Il guadagno ad un anno supera complessivamente i 1.100 euro netti mensili (1.117 per gli specialistici, 1.128 per il primo livello, 1.140 per gli specialistici a ciclo unico), con valori e differenziali comprensibilmente diversi fra gruppi disciplinari. Retribuzioni significativamente più consistenti di quelle rilevate per i laureati pre-riforma (1.010 euro con la simulazione presentata nel paragrafo precedente).
Anche l'efficacia del titolo universitario si dimostra apprezzabile fin dal primo anno dalla laurea: il titolo risulta almeno abbastanza efficace per oltre 87 laureati post-riforma su cento (9 punti percentuali in più di quanto registrato fra i laureati pre-riforma) e sfiora la massima efficacia (98%) tra gli specialistici a ciclo unico! Un valore elevatissimo ma comprensibile considerata la particolare natura di questi percorsi di studio.
Senza particolari variazioni rispetto al passato la stabilità del lavoro, sostanzialmente analoga in tutti i percorsi di studio (e prossima al 40%), con la sola eccezione dei laureati specialistici che vedono la stabilità arrestarsi al 28%. La particolare situazione dei laureati di secondo livello risente significativamente dell'elevata variabilità esistente all'interno dei vari percorsi disciplinari: la stabilità lavorativa raggiunge infatti i valori minimi nei gruppi letterario (11%), psicologico (13%), geo-biologico (16%) e politico-sociale, che rappresentano complessivamente un terzo dei laureati specialistici. I valori massimi si registrano invece tra i laureati delle professioni sanitarie (72%) e di ingegneria (38%).
Gli esiti occupazionali brevemente richiamati evidenziano al loro interno forti differenze, che in generale accomunano tutti i tipi di lauree esaminate. Differenze che riguardano gli esiti occupazionali di donne e uomini, dei laureati del Nord rispetto a quelli del Sud, dei puri rispetto agli ibridi, di coloro che lavorano nel pubblico rispetto a quanti sono inseriti nel settore privato.
Differenze, talvolta consistenti, che confermano quanto la realtà sia decisamente più complessa ed articolata di quanto si pensi, e che le sintesi non riescono a far emergere.
Ciò che pare più evidente è che, a differenza degli altri titoli, la laurea di primo livello rinvia nel tempo, a dopo il conseguimento del titolo specialistico, ogni valutazione; la prosecuzione degli studi universitari sposta infatti in avanti l'accertamento di diversità, che pure, in alcuni casi -come a livello territoriale- già sono presenti. Proprio per ciò che riguarda il quadro territoriale, gli esiti occupazionali e formativi complessivi dei laureati di primo livello delineano differenze più contenute, seppure significative, rispetto a quelle da tempo rilevate tra i laureati pre-riforma (tra i quali, si ricorda, il divario Nord-Sud ha sempre superato, per tutte le generazioni considerate nelle rilevazioni AlmaLaurea, i 20 punti percentuali). Ma limitando l'analisi ai laureati che non lavoravano al momento della laurea e che hanno manifestato, alla vigilia della conclusione degli studi, l'intenzione di non proseguire la propria formazione, le differenze territoriali si accentuano fino a superare i 21 punti percentuali (attestandosi ai consueti livelli verificati sui laureati pre-riforma): ad un anno dal conseguimento della laurea triennale dichiara di lavorare il 75% dei residenti al Nord e il 54% dei residenti al Sud.
In termini di differenze di genere, invece, le scelte compiute dai laureati di primo livello maschi e femmine appaiono poco differenziate di fronte all'inserimento nel mercato del lavoro ed anche di fronte alla prosecuzione degli studi con la laurea specialistica.
Una valutazione puntuale circa le differenze esistenti tra pubblico e privato è desumibile dall'analisi sui laureati pre-riforma a cinque anni dal titolo. In termini di tipologia dell'attività lavorativa i due settori sono fortemente differenziati, ma un'analisi puntuale non può dimenticare le modifiche intervenute in seguito all'avvio della Riforma Biagi; una riforma che ha riguardato in misura differente il settore pubblico e quello privato, abolendo solo in quest'ultimo i contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Il confronto tra i due settori consente di sottolineare come, ancora a cinque anni, la precarietà caratterizzi ampiamente il settore pubblico (64%, in particolare legato alla maggiore diffusione dei contratti a tempo determinato) contrariamente a ciò che avviene nel settore privato, dove la stabilità è raggiunta dal 69% di chi vi lavora. Pur non dimenticando che, complessivamente, gli occupati nel pubblico sono lievemente più soddisfatti del proprio lavoro rispetto ai colleghi del privato, la precarietà del lavoro incide significativamente sulla soddisfazione che i laureati manifestano nei confronti della propria attività lavorativa. Se è vero che gli assunti con un contratto stabile nel settore pubblico manifestano generalmente migliori livelli di soddisfazione (su scala 1-10, in media 8,6 contro 7,4 di chi è assunto, col medesimo contratto, nel privato), coloro che possono contare solo su contratti a termine manifestano insofferenza, soprattutto se assunti nel pubblico (in media 4,6 contro 5,3 del privato). È verosimile che in questo caso entrino in gioco le diverse opportunità/probabilità di vedere il proprio contratto stabilizzarsi in breve tempo.
L'indagine 2008 sulla condizione occupazionale ha coinvolto quasi 300mila laureati di 47 università italiane (due più dell'anno passato). La rilevazione è stata estesa a tutti i laureati post-riforma dell'anno solare 2007 (di primo e di secondo livello e specialistici a ciclo unico) che sono stati intervistati (con doppia tecnica di rilevazione, telefonica e via web) a circa un anno dalla laurea. Sono stati coinvolti anche i laureati pre-riforma, in particolare quelli delle sessioni estive degli anni 2007, 2005 e 2003 intervistati ad uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo. L'obiettivo è di indagare le esperienze lavorative e formative compiute nel primo quinquennio dalla laurea.
L'indagine 2008 sulla condizione occupazionale dei laureati ha introdotto una rilevante novità nel disegno di rilevazione. La sperimentazione compiuta due anni fa sui soli laureati di primo livello dell'intero anno solare 200514 è stata quest'anno riproposta ed estesa a tutti i laureati post-riforma del 2007, comprendendo pertanto anche coloro che hanno concluso gli studi con una laurea specialistica. Grazie all'elevato numero di laureati coinvolti, la rilevazione consente di disporre di elaborazioni fino a livello di corso di laurea, così da rispondere alle richieste avanzate dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca15 ed alle crescenti esigenze conoscitive degli atenei, soprattutto di quelli di più ridotte dimensioni.
Il dilatarsi del numero di laureati post-riforma coinvolti (oltre 140mila, nel complesso) unitamente alle difficoltà finanziarie delle università ed alla riduzione del contributo ministeriale al Consorzio, hanno imposto una profonda revisione dello strumento di indagine (ma anche la dolorosa contrazione del questionario somministrato), al fine di abbatterne i costi ed i tempi di rilevazione (per tanti atenei tutto ciò si è tradotto in un cospicuo risparmio). Ciò si è realizzato in particolar modo con l'introduzione della doppia metodologia di rilevazione, CAWI (Computer-Assisted Web Interview) e CATI (Computer-Assisted Telephone Interview). Più nel dettaglio, i laureati in possesso di posta elettronica (complessivamente pari all'85%) sono stati contattati via e-mail ed invitati a compilare un questionario ospitato sul sito web di AlmaLaurea. Successivamente, i non rispondenti sono stati contattati telefonicamente, al fine di garantire i livelli di copertura usualmente raggiunti da AlmaLaurea16.
La tradizionale rilevazione sui laureati pre-riforma ha invece mantenuto la consolidata impostazione di rilevazione, utilizzando la metodologia CATI. Ma anche su questo terreno le motivazioni già ricordate hanno costretto alla contrazione del questionario somministrato (rimasto integro – comunque - al fine di garantire la necessaria comparabilità, per i laureati intervistati a cinque anni dalla conclusione degli studi). L'indagine ha pertanto riguardato tutti i laureati (circa 64mila) della sessione estiva degli anni 2007, 2005 e 2003, coinvolti rispettivamente a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo.
L'indagine è stata estesa quest'anno a 47 università delle 52 attualmente aderenti al Consorzio (comprendendo per la prima volta la Seconda Università di Napoli e Roma Foro Italico)17, dei quali 39 coinvolti anche nell'indagine a tre anni dal conseguimento del titolo e 27 in quella a cinque anni18. Per questi collettivi è possibile tracciare una vera e propria analisi diacronica degli esiti occupazionali e delle esperienze lavorative compiute nei primi cinque anni dal conseguimento del titolo19.
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Dall'analisi circoscritta ai laureati della sessione estiva ad indagini estese a tutti i laureati |
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Specifici approfondimenti hanno consentito di verificare, per i laureati del vecchio ordinamento, la sostanziale rappresentatività dei laureati della sessione estiva rispetto al complesso della popolazione dell'anno solare in relazione alle variabili più fortemente associate con la condizione occupazionale dei laureati (area geografica di residenza, ateneo, gruppo disciplinare, genere, regolarità negli studi ed età alla laurea, voto di laurea, esperienze di lavoro durante gli studi, intenzione alla laurea di proseguire gli studi). Focalizzandosi sulla sola sessione estiva, come AlmaLaurea ha fatto fin'ora per i laureati pre-riforma, si è garantita l'essenziale identità dell'intervallo di tempo trascorso tra laurea ed intervista e si sono ridotti i costi di rilevazione. |
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Ma la transizione tra vecchio e nuovo ordinamento ha portato ad una modifica della composizione per sessione di laurea, in particolare per i laureati di primo e secondo livello. Si è ridotta la consistenza del contingente della sessione estiva (23% del complesso dei laureati di primo livello e 26% di quelli di secondo livello, rispetto al tradizionale terzo tra quelli pre-rifoma). Inoltre, fra i laureati post-riforma del 2007, le diversità riguardano anche le caratteristiche strutturali della popolazione indagata che, nella sessione estiva, vede in particolare una diversa composizione per gruppi di corsi di laurea e regolarità negli studi. I laureati specialistici a ciclo unico presentano invece una situazione ancora diversa, risultando molto più simili ai laureati pre-riforma. |
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Tutto ciò, assieme alla crescente esigenza di disporre di documentazione attendibile fino a livello di corso di laurea, ha spinto AlmaLaurea a rendere sistematica l'estensione della rilevazione sugli esiti occupazionali all'intera popolazione dei laureati post-riforma dell'anno solare. Un ampliamento di particolare rilevanza che consentirà alle università aderenti al Consorzio AlmaLaurea di disporre tempestivamente della documentazione, disaggregata per singolo corso di laurea, richiesta dal Ministero con il decreto sulla trasparenza (DM 544/2007; DD 61/2008).
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La popolazione di laureati esaminata in questo Rapporto si articola nelle due componenti pre e post-riforma (quest'ultima, a sua volta, in primo livello, secondo livello, nonché a ciclo unico), aumentando inevitabilmente il grado di complessità nell'interpretazione delle analisi compiute. Ma anche questo rapporto, come l'annuale pubblicazione sul Profilo dei Laureati, si fonda sulla convinzione che “sebbene i numeri non dicano tutto, i dati empirici costituiscano la base indispensabile per ogni accertamento rigoroso e che in assenza di valutazioni attendibili, autonomia e responsabilità diventino parole vuote ovunque, anche nell'attività di qualsiasi università”20. Resta però vero che ogni valutazione è resa più difficoltosa “dal modificarsi, anno dopo anno, lungo tutta la fase di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento, della composizione della popolazione indagata (con i laureati del vecchio ordinamento in riduzione e quelli del nuovo in crescita), e delle sue stesse caratteristiche strutturali. Modifiche e ripensamenti introdotti in itinere hanno aperto nuove fasi di transizione complicando ulteriormente il già complesso quadro di riferimento”21. In questo contesto, tra l'altro, gli elementi di difficoltà e complessità appena menzionati si fondono inevitabilmente con le mutate condizioni del mercato del lavoro, che negli ultimi anni hanno influenzato in misura consistente le chance occupazionali dei laureati, in particolare di quelli che hanno appena terminato il percorso universitario.
Con tali premesse, l'analisi della composizione dei collettivi indagati diventa fondamentale, al fine di valutarne con precisione gli esiti occupazionali e di approfondire le tendenze più recenti del mercato del lavoro. Ciò è ancor più vero se si tiene conto che i laureati pre-riforma usciti dal sistema universitario italiano sono gli “ultimi” (quelli con performance meno brillanti, forse i più scadenti) di un processo formativo in via di esaurimento. Al contrario, i laureati di secondo livello sono invece i “primi” ad aver sperimentato a pieno la riforma universitaria (come è noto, i corsi di primo livello sono stati attivati nel 2001; in alcuni atenei già dall'anno 2000), pertanto le loro performance risultano migliori rispetto al complesso dei laureati. In questo contesto, esauritesi le prime coorti di laureati, ovviamente più brillanti (in termini di votazioni, di regolarità, ecc.), i laureati di primo livello rappresentano la popolazione verosimilmente più vicina alla stabilizzazione delle proprie caratteristiche strutturali.
In questo paragrafo si illustrano le principali differenze esistenti tra i vari collettivi in esame, in particolare in termini di riuscita negli studi22.
I laureati di primo livello
Come già accennato, i laureati del nuovo ordinamento mostrano caratteristiche strutturali e performance di studio spesso profondamente diverse rispetto ai loro colleghi usciti nel medesimo anno con un percorso di vecchio ordinamento. Diversità che caratterizzano anche i laureati di primo livello al loro interno, perché in questo collettivo convivono, seppure con peso differente, due popolazioni decisamente eterogenee: coloro che hanno compiuto il loro percorso di studi per intero ed esclusivamente nel nuovo ordinamento (li abbiamo definiti puri), che costituiscono oramai larga parte (85%) dei laureati triennali, e coloro che hanno ottenuto il titolo di primo livello concludendo un percorso di studi iniziato nel vecchio ordinamento (definiti ibridi)23.
Nella generazione dei laureati di primo livello del 2007 i puri rappresentano una quota consistente (come si è appena detto pari all'85%) e in progressivo aumento (erano 81 su cento lo scorso anno e 72 su cento tra i laureati del 2005). Di conseguenza quasi un quinto della popolazione esaminata quest'anno proviene ancora dal vecchio ordinamento; un collettivo in netta diminuzione, ma tuttora di una certa consistenza. I laureati puri sono ancor più numerosi, in particolare, nei gruppi linguistico ed economico-statistico, dove la loro presenza sfiora il 90%. Viceversa, gli ibridi sono decisamente più presenti tra i laureati dei gruppi insegnamento, chimico-farmaceutico e agrario, dove rappresentano circa un quinto dei laureati.
Mentre i laureati di primo livello nel loro complesso sono oramai avviati alla stabilizzazione delle proprie caratteristiche, gli indicatori relativi alla riuscita negli studi continuano a mettere in luce le migliori performance dei laureati puri, in particolare in termini di regolarità negli studi: infatti, il 45,5% ha ottenuto il titolo in corso (sono solo il 30% tra gli ibridi), cui si deve aggiungere una consistente quota di laureati che conclude gli studi con uno (30%) o due anni di ritardo (17%)24. Ma differenze interessanti si riscontrano anche in termini di età al conseguimento del titolo (complessivamente, per i laureati di primo livello, pari a 26 anni): i puri terminano in media a 24,6 anni, mentre tra gli ibridi si superano ampiamente i 30 anni (per la precisione si tratta di 31,1 anni). Infine, in termini di votazioni alla laurea tra puri e ibridi si rilevano differenze contenute, eppure significative: in media il voto è 101,7 tra i primi, contro 100,5 tra i secondi. Le migliori performance dei puri sono confermate anche a livello di gruppo disciplinare, in particolare per quel che riguarda la regolarità negli studi e l'età alla laurea.
Esaminando le esperienze di lavoro compiute durante il periodo di studi, si nota che un'ampia maggioranza di laureati, sia puri che ibridi, vanta nel proprio bagaglio formativo tale tipo di esperienza. Ma le attività lavorative più impegnative (in termini di tempo ad esse dedicato) sono più diffuse tra gli ibridi (riguardando il 27%, contro il 6% dei puri), mentre le attività saltuarie, part-time, coinvolgono in misura più consistente i puri (il 66% si dichiara infatti studente-lavoratore, contro il 59% degli ibridi). La conclusione è che a giungere al termine del percorso di primo livello privi di qualunque tipo di esperienza lavorativa sono 27 laureati puri su cento mentre tra gli ibridi sono 13 su cento.
I laureati di secondo livello
Se per i laureati di primo livello le performance di studio sono in via di consolidamento, per i laureati specialistici la transizione risulta tuttora in corso: trattandosi delle prime leve uscite dall'università25, i laureati specialistici presentano fisiologicamente performance più brillanti.
Anche per i laureati di secondo livello è utile la distinzione in puri e ibridi. I primi, che costituiscono l'83% dei laureati specialistici del 200726, sono in proporzione più consistenti nei gruppi giuridico, chimico-farmaceutico ed economico-statistico (all'interno dei quali tale quota è prossima al 90%). All'opposto, gli ibridi sono più presenti tra i laureati delle professioni sanitarie, rappresentando circa il 60%. Si tratta, è bene sottolineare, di persone mediamente di età elevata (43 anni), che provengono per la maggior parte da lauree di primo livello in scienze infermieristiche e che in generale proseguono la medesima attività lavorativa già avviata prima di iscriversi alla laurea specialistica. Ma anche nei gruppi insegnamento e letterario gli ibridi sono decisamente più numerosi e costituiscono circa un quarto del complesso dei laureati.
Come è intuibile, le migliori performance in termini di regolarità negli studi sono appannaggio dei puri, che nella misura del 70% terminano il proprio percorso di secondo livello nei tempi previsti dall'ordinamento (contro il 55% tra gli ibridi). Le differenze tra i due collettivi sono confermate anche dall'età media alla laurea: 26 anni per i puri, 30 anni per gli ibridi. In entrambi i casi, le tendenze fin qui illustrate risultano confermate anche a livello di gruppo disciplinare.
Infine, in termini di votazioni medie si riscontrano differenze significative, seppure non elevate, tra puri e ibridi: i primi conseguono il titolo di secondo livello con un voto medio pari a 109, contro 108 dei secondi (le migliori votazioni dei laureati puri sono confermate anche a livello di percorso formativo concluso). È però vero che il voto medio tende a mimetizzare alcune differenze significative tra i due gruppi di laureati: a titolo esemplificativo, infatti, si consideri che il 50% dei puri ha ottenuto il massimo dei voti, contro il 41% degli ibridi.
Per quanto riguarda le esperienze lavorative compiute durante il periodo di studi, analogamente a quanto rilevato per i laureati di primo livello, i lavoratori-studenti sono marcatamente più presenti tra gli ibridi (dove rappresentano ben il 23%, contro il 7% fra i puri). All'estremo opposto, il 28% dei laureati puri non ha maturato alcuna esperienza di lavoro nel biennio specialistico, contro il 16% degli ibridi.
I laureati specialistici a ciclo unico
Da quest'anno il collettivo degli specialistici a ciclo unico è stato analizzato separatamente, al fine di metterne in luce le peculiarità di curriculum nonché le scelte occupazionali e formative compiute dopo il conseguimento del titolo universitario27.
I laureati specialistici a ciclo unico, appartenenti a sei differenti percorsi di studio28, sono per la maggior parte puri (58%). I puri rappresentano la totalità dei laureati del gruppo giuridico (la percentuale è superiore al 99%!), ma sono significativamente diffusi anche nel chimico-farmaceutico (69%). Gli ibridi sono invece più numerosi tra i laureati in architettura (58%), in medicina (46%) e veterinaria (45%). È opportuno sottolineare che l'elevata quota di laureati ibridi è dovuta in particolar modo al corso di medicina e chirurgia, che raccoglie oltre la metà dei laureati a ciclo unico. Come si può intuire, la maggior parte dei laureati di questo percorso di studio (si ricorda, l'unico con durata legale di 6 anni), si è immatricolata prima del 2001 al corso pre-riforma di medicina e chirurgia, passando successivamente al nuovo ordinamento.
Nei percorsi specialistici a ciclo unico, dove la riforma universitaria non ha introdotto modificazioni significative, la distinzione tra laureati puri e ibridi non assume lo stesso interesse rilevato per gli altri collettivi in esame. In questa sede si ritiene comunque opportuno fornire qualche dettaglio ulteriore sui risultati di studio dei laureati puri e ibridi, mentre illustrando gli esiti occupazionali, come si vedrà meglio in seguito, ci si limiterà agli aspetti essenziali.
Le migliori performance dei laureati puri risultano ancor più rafforzate all'interno del collettivo dei laureati specialistici a ciclo unico: trattandosi, come già anticipato, dei primi laureati usciti dall'università riformata non possono che essere i migliori, sia in termini di regolarità negli studi (l'82% si laurea in corso, contro il 9% degli ibridi), che di età al conseguimento del titolo (25,6 anni contro 27,6 degli ibridi), che di voto di laurea (107,6 per i puri contro 104 dei colleghi).
La natura dei percorsi formativi a ciclo unico (che richiedono generalmente un elevato impegno in termini di obbligo di frequenza alle lezioni e di carico didattico) fa sì che le esperienze lavorative compiute durante gli studi siano davvero poco frequenti: il 47,5% dei puri, ed il 39% degli ibridi giungono al traguardo della laurea privi di qualunque tipo di esperienza di questo genere. I lavoratori-studenti, d'altra parte, rappresentano poco più dell'1% dei laureati specialistici a ciclo unico, senza distinzioni tra puri e ibridi.
I laureati pre-riforma
Approfondimenti specifici, compiuti sulle ultime otto coorti di laureati pre-riforma, mettono in luce la progressiva modifica delle caratteristiche strutturali dei collettivi esaminati. E questo dopo una prima fase di miglioramento delle performance di studio riconducibile al trasferimento di una parte di popolazione caratterizzata da consistenti criticità dai vecchi percorsi alle lauree di primo livello. Trattandosi di corsi ad esaurimento, infatti, è naturale che le caratteristiche dei laureati delle ultime generazioni siano andate modificandosi ed abbiano lasciato sempre più spazio a lavoratori-studenti che conseguono il titolo in ritardo rispetto ai tempi previsti. Tra i laureati del 2000 e quelli del 2007, ad esempio, è aumentata di 19 punti la quota di coloro che hanno conseguito il titolo oltre 4 anni fuori corso (dal 44 al 63%). Ma anche età alla conclusione degli studi e votazioni alla laurea sono peggiorate significativamente negli ultimi anni: la prima è aumentata da 27,7 a 29,6 anni, la seconda è diminuita da 103 a 101,5.
Come accennato, nel periodo considerato è lievitata di ben 13 punti percentuali la quota di laureati che si dichiara occupata già alla data del conseguimento del titolo (dal 28 al 41%). Comprensibilmente ciò si traduce nella diminuzione della quota di laureati intenzionati a proseguire la propria formazione (scesa dal 66 al 50%). Sotto questo aspetto il modificarsi della struttura del collettivo pre-riforma incide anche sull'andamento complessivo del tasso di occupazione nel tempo, come si vedrà meglio in seguito.
L'interesse che l'indagine riscuote tra i laureati sin dal suo avvio, la cura con cui la stessa è stata preparata e condotta, unitamente al costante aggiornamento della banca-dati, si traducono nelle elevatissime percentuali di rispondenti: per i laureati pre-riforma, 88 su cento ad un anno dalla conclusione degli studi; 82 su cento a tre anni; 75,5 su cento a cinque anni.
Una riflessione più articolata meritano invece i laureati post-riforma, i quali, come è stato accennato, sono stati oggetto di una doppia tecnica di indagine, CAWI e CATI. L'ampia disponibilità di indirizzi di posta elettronica (complessivamente pari, per i laureati post-riforma del 2007, all'85%, che sale all'86% tra i laureati specialistici e scende lievemente all'83% tra quelli a ciclo unico), nonché la necessità di contenere i costi di rilevazione, hanno suggerito di contattare i laureati via e-mail, invitandoli a compilare un questionario ospitato sul sito internet di AlmaLaurea. Il disegno di ricerca, che ha previsto due solleciti, ha condotto a tassi di risposta all'indagine CAWI inusualmente elevati per rilevazioni di questo tipo: complessivamente pari al 41% (rispetto alle e-mail inviate), ha raggiunto il 43% tra gli specialistici, mentre è significativamente più contenuto tra i laureati a ciclo unico (30%29).
Durante la seconda fase di rilevazione, tutti coloro che, per vari motivi, non avevano compilato il questionario on-line, sono stati contattati telefonicamente, al fine di elevare i tassi di partecipazione agli standard abituali. Al termine della rilevazione, il tasso di risposta raggiunto tra i laureati di primo livello è stato pari all'88%, analogo a quello dei laureati di secondo livello (89%); lievemente inferiore la quota di intervistati tra gli specialistici a ciclo unico (85%).
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I servizi che AlmaLaurea offre ai propri laureati |
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Da diversi anni AlmaLaurea rende disponibili ai propri laureati numerosi servizi: controllo della documentazione ufficiale dei curricula e aggiornamento degli stessi, consultazione e risposta alle offerte di lavoro, alert per le offerte di lavoro, bacheca dell'offerta formativa post-laurea, certificazione delle performance del laureato a fini concorsuali e/o borsa di studio all'estero. Inoltre, la banca dati AlmaLaurea, dall'autunno del 2008, si è proiettata sui mercati esteri: tutta la documentazione e i curricula, che consentono la comparabilità delle discipline di studio a livello europeo, sono disponibili in lingua inglese. I servizi di ricerca e di selezione sono stati predisposti al fine di agevolare nell'utilizzazione le aziende di tutto il mondo. La molteplicità dei servizi offerti costituisce un elemento nevralgico del crescente processo di “fidelizzazione” dei laureati e un fattore insostituibile per l'aggiornamento continuo della banca-dati. |
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A
testimonianza dell'efficacia del sistema AlmaLaurea, lo
studio di M. F. Bagues e M. Sylos Labini, presentato a Boston
nell'ambito della conferenza del National Bureau of Economic
Research, dimostra che i laureati degli Atenei aderenti ad
AlmaLaurea, rispetto ai laureati di Atenei non aderenti, hanno
maggiori possibilità di trovare lavoro, traggono maggiore
soddisfazione dal loro lavoro e hanno maggiore mobilità
territoriale. Consultabile su:
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Specifici approfondimenti, compiuti per valutare l'esistenza di distorsioni dovute ad eventuali differenti caratteristiche strutturali dei laureati intervistati rispetto a quelli che non hanno partecipato all'indagine, evidenziano l'esistenza di alcune differenze che non compromettono però la rappresentatività complessiva dei risultati30. Ciò è confermato nonostante tassi di risposta parzialmente diversi a livello territoriale (più contenuti quelli che si registrano tra i residenti al Centro) e per percorso di studio (indipendentemente dal tipo di corso, più ampia ad un anno dalla laurea la partecipazione dei laureati dei gruppi ingegneria e scientifico; a tre anni quella dei gruppi psicologico e agraria; a cinque quella di educazione fisica e ingegneria). Maggiore di circa un paio di punti, infine, la partecipazione delle donne.
Esulano da tali considerazioni i residenti all'estero, data l'oggettiva difficoltà nel rintracciarli (il tasso di risposta per questo collettivo supera comunque il 64% ad un anno e raggiunge quasi il 50% a cinque anni).
Nell'interpretazione di questi dati si tenga conto che nell'indagine telefonica, circa la metà dei contatti falliti (9% del complesso dei laureati contattati) è dovuta a problemi di recapito telefonico o all'impossibilità di prendere contatto con il laureato (perché ad esempio all'estero o per altri motivi temporaneamente assente).
Su base annua, i laureati del 2007 coinvolti nell'indagine rappresentano quasi i due terzi di tutti i laureati italiani; una popolazione che assicura un significativo quadro di riferimento dell'intero sistema universitario, soprattutto se si tiene conto delle principali caratteristiche del collettivo osservato. Infatti, la popolazione dei laureati (sia pre che post-riforma) coinvolta nell'indagine presenta una composizione per gruppi di corsi di laurea e per genere pressoché identica a quella del complesso dei laureati italiani; la configurazione per aree geografiche, invece, vede sovrarappresentato in particolare il Nord-Est (e in parte anche il Centro) e più ridotta la presenza di quanti hanno concluso gli studi in atenei del Nord-Ovest e del Sud (e delle Isole, in particolare per i laureati di primo livello e per quelli pre-riforma). Anche se la distribuzione per area geografica non rispecchia perfettamente la situazione italiana, i principali indicatori dell'occupazione rilevati da AlmaLaurea non sono significativamente diversi da quelli rilevati a livello nazionale31.
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La procedura di riproporzionamento |
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Si tratta di una procedura iterativa che attribuisce ad ogni laureato intervistato un “peso”, in modo tale che le distribuzioni relative alle variabili oggetto del riproporzionamento siano -il più possibile- simili a quelle osservate nell'insieme dei laureati italiani. Le variabili considerate in tale procedura sono: genere, facoltà (questa solo per i laureati pre-riforma), gruppo disciplinare, area geografica dell'ateneo, area di residenza alla laurea. Per ottenere stime ancora più precise è stata considerata l'interazione tra la variabile genere e tutte le altre sopraelencate. Intuitivamente, se un laureato possiede caratteristiche sociografiche molto diffuse nella popolazione, ma non nel campione AlmaLaurea, ad esso sarà attribuito un peso proporzionalmente più elevato; contrariamente, ad un laureato con caratteristiche diffuse nel campione AlmaLaurea ma non nel complesso della popolazione verrà attribuito un peso proporzionalmente minore (CISIA-CERESTA, Manuale di SPAD. Versione 4.5, Parigi, 2001). |
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Ulteriori approfondimenti, compiuti tenendo in considerazione anche l'interazione tra area geografica dell'ateneo e regione di residenza del laureato, hanno permesso di verificare che i laureati delle università di AlmaLaurea sono in grado di rappresentare con buona precisione tutti i laureati italiani, verosimilmente perché le variabili considerate nella procedura riescono a cogliere la diversa composizione e natura del collettivo, indipendentemente dalla presenza/assenza di determinati atenei.
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Resta però vero che i laureati coinvolti nelle indagini AlmaLaurea, pur provenendo da un sempre più nutrito numero di atenei italiani, non sono ancora in grado di rappresentarne la totalità. Inoltre, poiché di anno in anno cresce il numero di atenei coinvolti nella rilevazione, si incontrano problemi di comparabilità nel tempo fra i collettivi indagati. Per ottenere stime rappresentative del complesso dei laureati italiani che tengano conto di questi due ordini di considerazioni, i risultati delle indagini AlmaLaurea sulla condizione occupazionale sono stati sottoposti ad una particolare procedura statistica di “riproporzionamento” (vedi box azzurro).
Gli esiti occupazionali dei laureati di primo livello intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo sono sostanzialmente stabili rispetto all'analoga indagine di due anni fa. Dopo la laurea triennale, un'ampia parte della popolazione decide di proseguire la propria formazione iscrivendosi alla laurea specialistica. Qualora, però, i laureati decidano di inserirsi direttamente sul mercato del lavoro, questo pare apprezzarne la preparazione. Ciò è confermato da vari aspetti: stabilità lavorativa, retribuzioni ed efficacia del titolo, tra gli altri. La prima indagine sperimentale, svolta a tre anni dal conseguimento del titolo, sottolinea con forza che i laureati di primo livello si trovano in una fase di transizione: all'incremento del numero di occupati, non trascurabile ma inevitabilmente contenuto visto che buona parte dei laureati risulta ancora impegnato negli studi universitari, si affianca una quota significativa di laureati che hanno da poco terminato gli studi specialistici, che si sono appena affacciati sul mercato del lavoro. Tra i laureati di primo livello le differenze territoriali e, soprattutto, quelle di genere risultano più contenute rispetto a quelle rilevate da tempo nelle indagini AlmaLaurea; ciò verosimilmente perché le fasce più deboli sul fronte occupazionale decidono di ritardare l'ingresso sul mercato, potendo contare su una possibilità formativa in più, la laurea specialistica.
Ad un anno dal conseguimento del titolo i laureati di primo livello presentano un tasso di occupazione pari al 48%: il 32,5% dedito esclusivamente al lavoro, il 16% con l'obiettivo di coniugare studio e lavoro. Parallelamente, si dedica esclusivamente agli studi specialistici il 42% dei laureati. Solo 7 laureati di primo livello su cento, infine, non lavorando e non essendo iscritti alla laurea specialistica, si dichiarano alla ricerca di lavoro32.
La situazione si presenta stabile rispetto a quella osservata nell'analoga indagine di due anni fa33 (allora il tasso di occupazione era del 49%, di cui il 33% impegnato esclusivamente nel lavoro), ma il risultato è dovuto, almeno in parte, alla mutata composizione del collettivo in esame. Infatti, è aumentata la quota di laureati puri (saliti dal 72,5% tra i laureati 2005 fino all'85 tra quelli del 2007), generalmente più attratti dalla specialistica rispetto a quanto non avvenga tra gli ibridi. Più nel dettaglio, si osserva un aumento del tasso di occupazione (rispettivamente, di 2 punti percentuali per i puri e 7 per gli ibridi) ed un'analoga diminuzione dell'iscrizione alla specialistica (o magistrale); rimane su valori sostanzialmente stabili la quota di chi, non lavorando e non essendo iscritto alla specialistica, è alla ricerca di un lavoro. L'aumento, comunque contenuto, dell'occupazione tra i laureati puri si spiega, almeno in parte, dalla relativa contrazione della quota di chi si laurea nei tempi previsti che, dotata di migliori performance, è generalmente quella più interessata a proseguire la propria formazione con la laurea specialistica: infatti, tra i puri, i laureati in corso erano il 63% nel 2005; tale quota è pari al 45,5% nel 2007. Si osserva contemporaneamente un aumento della quota di puri che lavoravano al momento della laurea (dal 26% tra i laureati del 2005 al 30 tra quelli del 2007); per gli ibridi si è passati invece dal 42% del 2005 al 52,5 del 2007. Tutto ciò è un'ulteriore conferma che i collettivi esaminati sono avviati verso un consolidamento delle proprie caratteristiche relative alla riuscita negli studi, consolidamento non ancora completamente terminato; ciò è particolarmente vero per i laureati puri, per i quali l'aumento delle esperienze lavorative durante gli studi e delle quote di irregolari dimostrano la lenta stabilizzazione del collettivo verso performance più rappresentative della composizione “a regime” dei laureati (rispetto a quelle ottime rilevate tra i primissimi usciti dall'università riformata).
Gruppi disciplinari
La situazione occupazionale e formativa ad un anno dalla laurea è molto diversificata considerando i vari percorsi di studio. Un'elevatissima quota di neo-laureati delle professioni sanitarie risulta già occupata ad un anno dalla laurea (84% lavora, 2,5% lavora e studia)34. Questo collettivo merita una particolare riflessione. Come si vedrà meglio in seguito, infatti, si tratta di laureati che possono contare, fin dal primo anno successivo al conseguimento del titolo, su una più alta stabilità contrattuale (soprattutto grazie alla diffusione di contratti a tempo indeterminato), nonché su più alti livelli di efficacia e di retribuzione. Ciò è il segno da un lato dell'elevata richiesta (peraltro nota) di queste professioni da parte del mercato del lavoro, ma anche del contenuto marcatamente professionalizzante del percorso formativo.
Molto buoni anche gli esiti occupazionali dei laureati dei gruppi educazione fisica ed insegnamento, il cui tasso di occupazione è pari, rispettivamente, al 69,5 e al 63% (la quota di chi lavora ed è iscritto alla specialistica è del 28 e 21%, rispettivamente). Come si vedrà meglio in seguito, però, tra i laureati di questi ultimi due percorsi disciplinari è significativamente più alta della media la componente di chi prosegue il lavoro iniziato prima della conclusione degli studi di primo livello (64 e 54%).
I gruppi di corsi con i più alti tassi di iscrizione alla laurea specialistica sono invece quelli psicologico (82 su 100, 27 dei quali lavorano anche), geo-biologico e ingegneria (80 su cento, 13 dei quali sono anche occupati). Ma in termini assoluti il maggior numero di iscritti alla specialistica proviene dai gruppi economico-statistico, ingegneria, politico-sociale e letterario (ognuno dei quali rappresenta oltre il 10% del complesso degli iscritti).
Lauree sostenute dal MIUR
L'indagine condotta consente di approfondire i risultati e le valutazioni dei laureati di alcuni percorsi di studio (tra gli altri, chimica, fisica, matematica) oggetto di appositi progetti finalizzati all'avvicinamento dei giovani alle scienze nonché ad incoraggiarne le immatricolazioni35. Tali progetti sembrano aver innescato un'inversione di tendenza in quella che è stata definita “crisi delle vocazioni scientifiche”36. “La realtà è che in Italia nell'ultimo secolo la scienza […] è stata lentamente confinata in un ruolo secondario […] fino agli attuali abissi di incomprensione e disinformazione”37.
Ad un anno dal conseguimento del titolo la prosecuzione della formazione con una laurea specialistica coinvolge, in particolare, i laureati delle classi in scienze e tecnologie fisiche, matematiche e chimiche (i tassi di prosecuzione sono, rispettivamente, 78, 72 e 67%). In queste classi, la quota di chi riesce a coniugare studio e lavoro oscilla tra il 14,5% dei laureati delle classi in scienze matematiche e il 12% di quelli di scienze e tecnologie chimiche. Decisamente più contenuta la prosecuzione degli studi tra i laureati di scienze statistiche (proseguono “solo” 44 laureati su cento). Corrispondentemente, il tasso di occupazione ad un anno è molto più consistente tra i laureati in scienze statistiche (49%), rispetto a quanto non avvenga tra i loro colleghi di scienze e tecnologie chimiche (26,5%), scienze matematiche (24,5%) o fisiche (20%).
Tasso di occupazione, disoccupazione e forze lavoro secondo la definizione ISTAT
Diversi sono gli elementi che possono essere tenuti in considerazione per valutare gli esiti occupazionali e formativi dei laureati. Oltre agli aspetti fin qui esaminati, è interessante valutare anche la portata delle forze di lavoro, che rappresentano la parte di giovani interessata ad inserirsi nel mercato del lavoro. Tale componente, complessivamente pari al 63% dei laureati triennali, scende al 58% se si considerano i laureati puri, che pertanto si confermano più interessati alla prosecuzione della formazione con il biennio specialistico. L'analisi distinta per percorso disciplinare conferma le tendenze rilevate nei precedenti paragrafi: nell'ambito delle professioni sanitarie, così come nei gruppi insegnamento ed educazione fisica le forze di lavoro sono decisamente consistenti (le quote sono, rispettivamente, 95, 82 e 80%); all'opposto, non raggiungono neppure il 40% tra ingegneri e laureati del geo-biologico.
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Definizione di tasso di occupazione, disoccupazione e forze di lavoro |
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Nella maggior parte delle tavole e delle considerazioni sviluppate in questo Rapporto sono considerati “occupati” (analogamente all'indagine ISTAT sull'inserimento professionale dei laureati) gli intervistati che dichiarano di svolgere un'attività lavorativa retribuita, anche non in regola, con esclusione delle attività di formazione (tirocinio, praticantato, dottorato, specializzazione). |
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Per completezza, però, in alcune tavole è riportato il tasso di occupazione utilizzato dall'ISTAT nell'indagine sulle Forze di Lavoro: secondo questa impostazione (meno restrittiva) sono considerati occupati tutti coloro che dichiarano di svolgere una qualsiasi attività, anche di formazione o non in regola, purché preveda un corrispettivo monetario. L'adozione di questa seconda definizione permette di ridisegnare gli esiti occupazionali dei laureati, in particolare premiando i percorsi di studio dove sono largamente diffuse attività di tirocinio, praticantato, dottorato, specializzazione. |
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Il tasso di disoccupazione è invece ottenuto dal rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro. Le persone in cerca di occupazione (o disoccupati) sono tutti i non occupati che dichiarano di essere alla ricerca di un lavoro, di aver effettuato almeno un'azione di ricerca di lavoro “attiva” nei 30 giorni precedenti l'intervista e di essere immediatamente disponibili (entro due settimane) ad accettare un lavoro, qualora venga loro offerto. A questi devono essere aggiunti coloro che dichiarano di aver già trovato un lavoro, che inizieranno però in futuro, ma sono comunque disposti ad accettare un nuovo lavoro entro due settimane, qualora venga loro offerto (anticipando quindi l'inizio del lavoro). |
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Le forze di lavoro, infine, sono date dalla somma delle persone in cerca di occupazione e degli occupati. Per dettagli, cfr. ISTAT, La nuova rilevazione sulle forze di lavoro, Roma, 2004.
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Considerazioni queste che risultano confermate anche circoscrivendo l'analisi ai soli laureati puri: in tal caso i valori relativi alle forze di lavoro si contraggono, come si è visto per il complesso dei laureati di primo livello, ma non si modificano le graduatorie qui descritte.
Il tasso di disoccupazione risulta invece pari al 16%, anche se si deve ricordare che tale valore è calcolato su una quota di forze lavoro decisamente contenuta (il 63% sopra menzionato).
In tal caso, le più alte percentuali di disoccupati si rilevano nei gruppi geo-biologico (pochissime forze di lavoro, 39%), letterario (forze di lavoro, 58,5%, inferiori alla media), politico-sociale, linguistico, agrario e giuridico (forze di lavoro, 51%, inferiori alla media), tutti con tassi superiori al 20%. I livelli minimi si riscontrano invece tra i laureati delle professioni sanitarie (7%) e dei gruppi scientifico (9%, calcolato però su una quota di forze di lavoro, 54%, inferiore alla media) ed educazione fisica (11%).
Nel caso dei laureati di primo livello, infine, l'analisi del tasso di occupazione (secondo la definizione Forze di Lavoro) non è interessante, perché la quota di laureati impegnati in attività formative retribuite è decisamente contenuta.
Differenze di genere
Le scelte concretamente compiute dai laureati maschi e femmine, nella fase finale di transizione della riforma universitaria che stiamo osservando, appaiono poco differenziate sia di fronte all'inserimento nel mercato del lavoro (si dedica esclusivamente al lavoro il 32% dei primi contro il 33 delle seconde) ed anche di fronte alla prosecuzione degli studi con la laurea specialistica (si dedica esclusivamente allo studio il 44 e il 40%, rispettivamente).
Anche se le differenze sono minime e le tendenze meno chiare rispetto a quanto storicamente osservato tra i laureati pre-riforma38, le donne risultano ancora lievemente meno favorite rispetto agli uomini, non tanto per quel che riguarda il tasso di occupazione (che, anzi, è lievemente più alto per le donne: 48,6% contro 48% per gli uomini), quanto per la quota maggiore di donne che cercano lavoro (8 su cento, contro 5 su cento tra gli uomini). Se si analizzano le differenze di genere a livello di gruppo disciplinare si nota che tali tendenze sono generalmente confermate.
L'analisi distinta per laureati puri e ibridi evidenzia che mentre per questi ultimi il tasso di occupazione non è sostanzialmente diverso tra uomini e donne, tra i puri è pari al 41% per i primi e al 44 per le seconde; contemporaneamente, si dedica esclusivamente allo studio il 52% degli uomini e il 45% delle donne. È però vero che questo risultato è probabilmente influenzato dalla composizione per percorso di studio.
Differenze territoriali
Ad un anno dal conseguimento del titolo gli esiti occupazionali e formativi dei laureati di primo livello delineano differenze territoriali più contenute, seppure significative, rispetto a quelle da tempo rilevate tra i laureati pre-riforma (tra i quali, si ricorda, il divario Nord-Sud ha sempre superato, per tutte le generazioni considerate, i 20 punti percentuali). I dati, che considerano l'area geografica di residenza del laureato indipendentemente dalla sede universitaria presso cui ha compiuto i propri studi, evidenziano un differenziale occupazionale pari a 16 punti percentuali: il tasso di occupazione è infatti pari al 56% tra i residenti al Nord (tra i quali il 17% coniuga studio e lavoro) e al 40% al Sud (di questi, il 14% studia e lavora contemporaneamente). Il vantaggio occupazionale dei residenti nelle aree settentrionali risulta confermato anche tra i laureati puri (lavora il 51% contro il 33% dei colleghi del Sud) e tra gli ibridi (le percentuali sono, rispettivamente, 80 e 56%).
Se l'impegno in un'attività lavorativa pare essere caratteristica peculiare dei laureati settentrionali, la prosecuzione degli studi con la laurea specialistica contraddistingue in particolare i colleghi meridionali, i quali si dichiarano iscritti ad un corso di secondo livello, indipendentemente dalla condizione lavorativa, nella misura del 62% (contro il 53% del Nord). Le differenze territoriali qui illustrate sono generalmente confermate nell'analisi per gruppo disciplinare e si dimostrano consistenti anche considerando il tasso di disoccupazione, che raggiunge il 26,5% per i laureati del Sud, ben 18 punti in più dei colleghi del Nord.
In tale contesto i laureati residenti al Centro si collocano di fatto in una condizione intermedia: dal punto di vista occupazionale paiono più simili ai colleghi settentrionali, mentre l'approccio alla laurea specialistica li avvicina più ai laureati del Sud. Infatti, il tasso di occupazione dei residenti al Centro è pari al 51% (5 punti più basso rispetto al Nord, ma ben 11 punti superiore al Sud), mentre la quota che si dichiara iscritta alla laurea di secondo livello è pari al 57,5% (a metà strada fra i valori del Nord e del Sud).
L'analisi degli effetti che il mercato del lavoro locale ha sugli esiti occupazionali dei laureati deve necessariamente tener conto di tutti gli elementi che possono intervenire, direttamente o meno, sui risultati e sulle chance lavorative. Soprattutto se si tiene conto che le esperienze occupazionali compiute durante gli anni universitari sono molto più frequenti al Nord rispetto al Sud (tanto che i laureati di primo livello che al conseguimento del titolo si dichiarano occupati sono pari al 40,5% tra i primi contro il 26,5% dei secondi). Ma esiste un altro elemento da tenere in considerazione: l'intenzione di proseguire la formazione dopo la laurea di primo livello. Nelle regioni settentrionali, la quota di laureati che, alla vigilia del conseguimento della laurea triennale, dichiara di voler proseguire la propria formazione iscrivendosi alla specialistica è pari al 72%, contro l'85% di chi risiede nel Mezzogiorno, differenza confermata anche a livello di gruppo disciplinare.
Per le evidenze emerse fino ad ora pare corretto limitare l'analisi ai laureati che non lavoravano al momento della laurea e che hanno manifestato, alla vigilia della conclusione degli studi, l'intenzione di non proseguire la propria formazione. Se ci si concentra su questo collettivo più circoscritto, le differenze territoriali in termini occupazionali si accentuano fino a superare i 21 punti percentuali (attestandosi agli storici livelli verificati da AlmaLaurea sui laureati pre-riforma): ad un anno dal conseguimento della laurea triennale dichiara di lavorare il 75% dei residenti al Nord e il 54% dei residenti al Sud (in entrambi i casi la quota di laureati che coniuga studio e lavoro, compresa nelle percentuali appena citate, è praticamente irrisoria: 2-3%).
Il contesto economico e del mercato del lavoro influenzano pertanto le strategie che i giovani mettono in atto per massimizzare le proprie chance occupazionali. Non è quindi un caso che tra i giovani residenti al Sud sia significativamente più elevata la quota che sostiene di essersi iscritta alla laurea di secondo livello per motivi lavorativi (31%, contro 18% tra coloro che risiedono al Nord): una parte perché ritiene che “sia necessaria per trovare un lavoro”, un'altra quota (decisamente più modesta) che ha optato per la prosecuzione della formazione universitaria “non avendo trovato un lavoro”.
Ad un anno dal conseguimento del titolo di primo livello, le scelte maturate dai laureati sono variegate, anche per l'ampiezza dell'offerta formativa, tanto che solo 4 laureati su 10 (quota in linea con quanto rilevato nell'analoga rilevazione di due anni fa) terminano con la laurea triennale la propria formazione universitaria. Il 57,5% risulta iscritto, al momento dell'intervista, ad un corso di laurea specialistica39; tale valore, inferiore di un solo punto percentuale rispetto alla rilevazione del 2006, comprende anche una quota modesta di iscritti ad un corso quadriennale del vecchio ordinamento (si tratta di uno 0,4%, in larga parte proveniente dai corsi non riformati di scienze della formazione primaria)40.
Il 32,5% dei laureati di primo livello, come si è già accennato, si dedica esclusivamente allo studio mentre una consistente quota tenta di coniugare studio e lavoro (16%).
Precedenti percorsi formativi
La prosecuzione degli studi con l'iscrizione alla laurea di secondo livello è fortemente influenzata dal percorso formativo di primo livello: riguarda infatti 82 laureati su cento del gruppo psicologico, 80 del gruppo geo-biologico, altrettanti del gruppo ingegneria e raggiunge i valori minimi, ma comunque significativi, fra i laureati dei gruppi educazione fisica (47%) e insegnamento (44)41.
I laureati ibridi risultano decisamente meno interessati alla prosecuzione della formazione specialistica rispetto a coloro che hanno compiuto il proprio percorso di studi interamente (ed esclusivamente) nel nuovo ordinamento: 34% dei primi contro il 63% dei secondi. Ciò è confermato in tutti i gruppi di corsi di laurea, in particolare in quelli di ingegneria e dello scientifico, dove, rispettivamente, l'87 e il 72% dei puri è iscritto alla specialistica (oltre 40 punti percentuali in più rispetto agli ibridi).
Questa diversa propensione a proseguire gli studi era già stata manifestata alla vigilia della laurea, quando quasi l'81% dei puri aveva dichiarato di volersi iscrivere ad una laurea specialistica (quota a dire il vero decisamente superiore rispetto a quella concretamente realizzata ad un anno dalla laurea, pari al 63%), contro il 64% degli ibridi (realizzata ad un anno nella misura del 34%). Tra questi ultimi, all'estremo opposto, oltre un terzo aveva dichiarato di non essere interessato ad alcun tipo di formazione post-laurea (era solo il 19% tra i puri).
Motivazioni per proseguire
La principale motivazione all'origine della prosecuzione degli studi con la specialistica è legata alla necessità di migliorare le opportunità di trovare lavoro (60%), mentre più di un terzo dei laureati è spinto dal desiderio di migliorare la propria formazione culturale. La tendenza è confermata all'interno di tutti i gruppi, tranne per i laureati delle professioni sanitarie per i quali il desiderio di migliorare la propria formazione risulta particolarmente elevato (64%). Naturalmente ciò è legato alla ridotta prosecuzione della formazione specialistica rilevata tra i laureati di questi percorsi: è verosimile che chi decide di continuare gli studi lo faccia soprattutto per migliorare la propria formazione culturale, più che per poter contare su migliori opportunità lavorative. Infine, per i laureati del gruppo psicologico e giuridico, più di altri, l'iscrizione alla specialistica viene vissuta come una vera e propria necessità per accedere al mondo del lavoro (rispettivamente 41 e 40%).
Coerenza con gli studi di primo livello
Le scelte formative post-laurea mostrano una buona coerenza con il percorso di primo livello concluso, poiché quasi tre quarti dei laureati (quota stabile rispetto alla rilevazione del 2006) si sono orientati verso corsi di laurea specialistica da loro stessi ritenuti “naturale” proseguimento del titolo triennale; coerenza che si accentua in particolare tra i laureati dei gruppi giuridico (86%), ingegneria (83,5%) e scientifico (81,5%). Minore coerenza si rileva nei gruppi politico-sociale e linguistico, dove comunque circa 65 laureati su cento ritengono la specialistica il “naturale” proseguimento del titolo di primo livello. Esulano da tali considerazioni i laureati delle professioni sanitarie, che evidenziano generalmente una relativa minore coerenza con il percorso formativo di primo livello concluso (“solo” il 48% ritiene che la laurea di secondo livello prescelta rappresenti il proseguimento naturale di quella appena terminata).
Inoltre, 22 laureati su cento si sono iscritti ad un corso che, pur non rappresentando il proseguimento “naturale” della laurea di primo livello, rientra nello stesso ambito disciplinare. La restante quota (4%; in linea con la precedente indagine) ha scelto invece un diverso settore disciplinare; ciò è vero in particolare nei gruppi delle professioni sanitarie, linguistico e politico-sociale (rispettivamente 14% per il primo e 7% per gli ultimi due). Resta da approfondire se e in che misura la coerenza rilevata sia frutto di scelte libere oppure sia vincolata al riconoscimento di crediti.
Ateneo e facoltà scelti
Iscrivendosi al corso di secondo livello, 85 intervistati su cento hanno confermato la scelta dell'ateneo di conseguimento della laurea triennale; a questi si aggiungono altri 7 su cento che hanno cambiato università pur rimanendo nella medesima area geografica42. Particolarmente “fedeli” al proprio ateneo risultano i laureati delle università del Nord-Ovest (che confermano la scelta dell'ateneo nell'89,5% dei casi), rispetto a quanto avviene tra i colleghi delle altre aree geografiche. I percorsi più inclini al cambiamento di ateneo sono quelli legati alle professioni sanitarie (il 40% dei laureati iscritti al biennio specialistico, forse anche in virtù del “numero programmato”, ha optato per un'università differente da quella di conseguimento della triennale), ma il fenomeno della mobilità è apprezzabile anche nei gruppi linguistico, educazione fisica e politico-sociale, tutti e tre con una quota di laureati che ha cambiato ateneo superiore al 20%. Naturalmente è il caso di ricordare solo brevemente che è verosimile che il cambio di università sia decisamente più frequente in corrispondenza dei percorsi di studio poco diffusi sul territorio nazionale: in tal caso spostarsi per ragioni formative è una condizione necessaria per intraprendere gli studi prescelti. Non a caso, infatti, più di 90 laureati su cento dei gruppi giuridico e ingegneria (è noto che per entrambi esiste un'ampia offerta formativa su tutto il nostro Paese) preferiscono proseguire gli studi presso l'ateneo di conseguimento del titolo di primo livello.
Interessante a tal proposito rilevare che i laureati di primo livello che hanno compiuto, nel corso del triennio, un'esperienza di studio all'estero nell'ambito di programmi Erasmus dimostrano di essere più disponibili a cambiare sede universitaria iscrivendosi alla specialistica. Le esperienze di studio all'estero coinvolgono una quota contenuta di laureati di primo livello (5%), eppure ne incentivano la mobilità: ben il 29% cambia ateneo, contro il 14% di chi non ha maturato tale tipo di esperienza. Tale relazione è confermata in tutti i percorsi disciplinari (con la sola eccezione delle professioni sanitarie).
Inoltre, indipendentemente dall'ateneo di iscrizione, 72 laureati su cento hanno confermato con l'iscrizione alla specialistica la scelta della facoltà. Valore che potrebbe ulteriormente dilatarsi tenendo conto delle numerose denominazioni che le facoltà sono andate assumendo dopo la Riforma43.
Confermano ampiamente le proprie scelte i laureati dei gruppi giuridico (96%), economico-statistico (93%) e agrario (91%). All'estremo opposto si trovano invece i laureati delle professioni sanitarie che nel 56% dei casi si iscrivono ad una facoltà diversa da quella di conseguimento della laurea triennale. I laureati in educazione fisica ed ingegneria risultano altrettanto frequentemente iscritti ad una facoltà diversa da quella di conseguimento della triennale (le quote sono 67 e 57%, rispettivamente), ma il cambiamento in questi casi è spesso solo formale, legato alla diversa denominazione della facoltà.
L'analisi combinata della mobilità geografica e di quella formativa mostra che 64,5 laureati su cento proseguono la formazione iscrivendosi ad un corso di laurea specialistica presso lo stesso ateneo e la stessa facoltà in cui hanno conseguito il titolo di primo livello, mentre solo 7 laureati su cento cambiano sia l'uno che l'altra. I restanti confermano solo parzialmente le scelte compiute precedentemente (20 su cento cambiando facoltà ma non ateneo; 7,5 su cento ateneo ma non facoltà). Anche in questo caso il percorso formativo appena concluso risulta determinante: infatti, confermano ateneo e facoltà i laureati del gruppo giuridico (88%), seguiti da quelli dei gruppi economico-statistico (83) e agrario (82). All'estremo opposto, si collocano i laureati di educazione fisica e quelli delle professioni sanitarie, rispettivamente con il 28 e il 39%.
Naturalmente, in taluni casi il cambiamento dell'ateneo determina, automaticamente, anche quello della facoltà, a causa della diversa articolazione dell'offerta formativa di ciascuna sede. La natura di questo cambiamento diventa allora solo formale: dai dati emerge infatti che, tra quei sette laureati su cento che cambiano ateneo e facoltà, solo una modesta quota (12,5%) si indirizza verso un settore disciplinare radicalmente diverso.
Oltre la laurea di primo livello: perché non si prosegue
Come si è visto, 40 laureati su cento con la laurea di primo livello hanno terminato la propria formazione universitaria: di questi, oltre i tre quarti risultano occupati già ad un anno.
Per quasi la metà degli intervistati (47%) la ragione della non prosecuzione, quale che sia il percorso formativo concluso, è dovuta alla difficoltà di conciliare studio e lavoro; un ulteriore 11% lamenta la mancanza di uno specifico corso nell'area disciplinare di interesse. Questa tendenza è confermata in tutti i gruppi, anche se con diversa incidenza. In particolare, per i laureati dei gruppi scientifico, economico-statistico ed ingegneria è elevata la quota di chi lamenta la difficoltà nel conciliare studio e lavoro (dal 57% dei primi al 55% degli ultimi) mentre tale motivazione è più bassa della media nei gruppi linguistico e letterario (rispettivamente, 33 e 32%). Nel gruppo chimico-farmaceutico, invece, ben il 22,5% dichiara di non aver trovato un corso di interesse.
Quelli indicati dai laureati 2007 come principali motivi della non prosecuzione degli studi specialistici rispecchiano quanto dichiarato dai colleghi della rilevazione di due anni fa, ma con intensità diverse: in particolare, rispetto ai laureati 2005 è diminuita di 7 punti percentuali la difficoltà di conciliare studio e lavoro, così come è diminuita di circa 3 punti la quota di chi lamenta l'assenza di un qualche corso di interesse. Oltre a quanti hanno dichiarato che non erano interessati a proseguire (cresciuti dal 7 al 13%), ad essere aumentata in misura significativa è la quota di laureati che non si è iscritta alla specialistica per motivi personali (aumentata dal 5,5 al 10%), forse perché sono mutate le caratteristiche del collettivo, oramai stabilizzato nelle proprie performance.
A determinare il tasso di occupazione ad un anno dall'acquisizione del titolo concorrono 41 laureati su cento che proseguono l'attività intrapresa prima della laurea (+2 punti rispetto alla rilevazione del 2006). Un ulteriore 15,5% lavorava al momento della laurea, ma ha dichiarato di avere cambiato lavoro dopo la conclusione degli studi (+0,8 rispetto alla rilevazione del 2006).
La prosecuzione dell'attività precedente all'acquisizione del titolo caratterizza soprattutto i laureati dei gruppi educazione fisica (64%), giuridico (63), psicologico (62,5) ed insegnamento (54), mentre all'opposto, è meno diffuso della media tra i laureati dei gruppi chimico-farmaceutico (29,5%) e linguistico (32%). A tal proposito, è importante sottolineare che i laureati delle professioni sanitarie hanno attraversato una fase di profonda modificazione delle proprie caratteristiche strutturali. Durante i primi anni di avvio della Riforma molti infermieri, radioterapisti, ecc. in possesso di vecchi diplomi universitari optarono per un corso di primo livello, potendo contare frequentemente sul riconoscimento di crediti formativi maturati grazie alle precedenti esperienze formative e lavorative. Si trattava di persone, mediamente di età elevata, inserite già da tempo nel mercato del lavoro: naturalmente tutti questi elementi influenzavano significativamente le loro performance lavorative. La generazione più recente di laureati ha subìto una profonda variazione delle proprie caratteristiche. In particolare, non si tratta più di laureati che proseguono il lavoro precedente alla laurea (la quota di chi ha iniziato il lavoro dopo l'università è pari al 63%); nonostante questo, i risultati occupazionali si dimostrano decisamente buoni, segno della grande richiesta di questo tipo di professioni da parte del mercato del lavoro.
La prosecuzione del lavoro avviato durante gli studi di primo livello è, come ci si poteva attendere, significativamente più diffusa tra i laureati ibridi (52%, +10 punti rispetto alla rilevazione del 2006). Ma tale prosecuzione è apprezzabile anche tra i laureati puri, riguardando il 35% degli occupati (in particolare nei gruppi educazione fisica e giuridico); è però vero che si tratta frequentemente di attività saltuarie, a tempo parziale, verosimilmente affiancate allo studio.
Ad un anno dalla laurea il lavoro stabile riguarda 43 laureati su cento (che lavorino soltanto o siano impegnati anche nello studio), soprattutto grazie alla diffusione dei contratti a tempo indeterminato che caratterizzano più di un terzo degli occupati. Rispetto all'indagine di due anni fa, si assiste ad un decremento della stabilità lavorativa (-1,5 punti percentuali), tutto a carico della componente legata al lavoro alle dipendenze a tempo indeterminato.
Il 40% degli occupati dichiara invece di avere un contratto atipico (+0,8 punti rispetto all'indagine 2006); in particolare, il 16% degli occupati ha un contratto di collaborazione mentre 19 laureati su cento hanno un contratto a tempo determinato.
Gruppi disciplinari
L'elevata richiesta delle professioni sanitarie da parte del mercato del lavoro è confermata anche dalla stabilità lavorativa ad un anno dalla conclusione degli studi, che risulta su livelli decisamente elevati (il 60% degli occupati può contare su un lavoro stabile, in particolare a tempo indeterminato); tutto ciò, tra l'altro, non risulta legato alla prosecuzione del lavoro precedente alla laurea che, come si è appena visto, è tra i livelli più bassi in assoluto. Ma anche i pochi laureati del gruppo giuridico che lavorano presentano una buona stabilità occupazionale: 53%, cui però si affianca anche un'elevata quota di chi dispone di un contratto atipico (30%). Valori di stabilità superiori alla media si rilevano anche tra i laureati del gruppo insegnamento (46%), mentre all'opposto si ritrovano i percorsi educazione fisica, linguistico, geo-biologico e letterario, all'interno dei quali la stabilità non raggiunge il 30%.
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Lavoro stabile e lavoro atipico |
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Il lavoro stabile è individuato dalle posizioni lavorative dipendenti a tempo indeterminato e da quelle autonome propriamente dette (imprenditori, liberi professionisti e lavoratori in proprio). La scelta di classificare le posizioni autonome nell'area del lavoro stabile deriva dall'accertamento che questo tipo di lavoro non è considerato dai laureati un “ripiego”, un'occupazione temporanea in mancanza di migliori opportunità. La verifica è stata compiuta attraverso le indagini AlmaLaurea realizzate in questi anni con riferimento a: soddisfazione per il lavoro svolto, guadagno, ricerca di una nuova occupazione. |
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Il lavoro che abbiamo definito atipico (temporaneo o precario, secondo altre impostazioni) comprende il contratto dipendente a tempo determinato, il contratto di collaborazione (collaborazione coordinata e continuativa; occasionale, contratto a progetto e di consulenza), il lavoro interinale, il contratto di associazione in partecipazione, il contratto di prestazione d'opera, il lavoro intermittente, il lavoro ripartito e il lavoro occasionale accessorio, attivo per ora sperimentalmente solo in alcune province. Abbiamo compreso in questa categoria anche i lavori socialmente utili, di pubblica utilità ed il piano di inserimento professionale, che pure non prevedono l'instaurarsi di un vero e proprio rapporto lavorativo. Abbiamo inoltre deciso di tenere distinti i contratti di inserimento/formazione lavoro e quelli di apprendistato, che pure in un'accezione più ampia avremmo potuto comprendere tra i lavori atipici, una volta verificata, sicuramente nel caso dei laureati esaminati, la loro natura di anticamera del lavoro stabile.
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Chi lavora, chi lavora e studia e chi prosegue il lavoro iniziato prima della laurea
Ovviamente, il quadro generale che stiamo tratteggiando non deve dimenticare l'articolata struttura del collettivo di primo livello, composto non solo da coloro che si dedicano esclusivamente ad un'attività lavorativa (67% del complesso degli occupati) ma anche da una quota rilevante che coniuga studio e lavoro (33%). Inoltre, a fianco di coloro che proseguono il lavoro iniziato prima di ottenere il titolo triennale (41% degli occupati) ci sono i laureati che sono entrati nel mercato del lavoro solo al compimento degli studi universitari (43%). Come ci si poteva attendere, infatti, la stabilità lavorativa (in particolare il contratto a tempo indeterminato) riguarda in misura assai più consistente coloro che sono impegnati esclusivamente nel lavoro (51 occupati su cento) rispetto a quanto avviene tra coloro che contemporaneamente studiano (28%). Elevata stabilità caratterizza anche gli occupati che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea (60%, contro 32 di chi ha iniziato a lavorare dopo).
Al contrario, il lavoro atipico coinvolge soprattutto gli studenti-lavoratori (46,5%, contro 37 tra chi lavora solamente) e coloro che sono entrati nel mercato del lavoro dopo la laurea (50%, contro 26 di chi prosegue il lavoro iniziato prima del conseguimento della triennale)44. Per ciò che riguarda i primi, ciò è dovuto quasi esclusivamente alla diversa diffusione dei contratti di collaborazione, che riguardano un quarto degli studenti-lavoratori e solo il 12% di chi esclusivamente lavora. Analogamente, la maggiore diffusione dei contratti a tempo determinato caratterizza in particolare coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea (26%, contro 8 di chi prosegue il lavoro iniziato prima), tra i quali sono consistenti anche i contratti di collaborazione (18 contro 13%, rispettivamente).
Differenze di genere
La stabilità riguarda in misura assai più consistente gli uomini (49%) delle loro colleghe (39%); entrambe le quote sono in linea con la rilevazione 2006 (pari, rispettivamente, a 50,5 e 41%). Le differenze di genere sono legate alla diversa composizione delle due componenti del lavoro stabile, entrambe a favore della popolazione maschile: il lavoro autonomo riguarda, rispettivamente, 11 uomini e 6 donne su cento; il contratto a tempo indeterminato coinvolge il 38% degli uomini e il 33% delle donne. Tali tendenze sono confermate anche a livello di percorso disciplinare, con la sola eccezione del gruppo chimico-farmaceutico, all'interno del quale le donne possono contare in misura lievemente maggiore (+0,7 punti) su attività stabili.
Tra i laureati di primo livello il lavoro atipico risulta caratteristica peculiare delle donne (43%, contro il 36% degli uomini). Tale differenziale è dovuto in particolare alla diversa diffusione del contratto a tempo determinato che riguarda quasi il 22% delle donne e il 15% degli uomini.
Infine, in analogia a quanto si vedrà più avanti tra i laureati pre-riforma, il lavoro senza contratto è più diffuso tra la popolazione femminile (10 contro 7,5% degli uomini).
Differenze territoriali
Ad un anno dal conseguimento del titolo non si rilevano differenze elevate in termini di stabilità lavorativa, che risulta leggermente più consistente al Sud (45 contro 43% del Nord45) ed è legata alla diversa diffusione del lavoro autonomo (9 e 7%, rispettivamente). Se non esistono differenze nella diffusione del lavoro atipico (prossimo al 40% per entrambe le aree territoriali), il divario è più marcato se si considerano gli occupati assunti con un contratto di inserimento o apprendistato, più diffuso al Nord (10 contro 5%). I differenziali, tra l'altro, non si modificano sostanzialmente neppure considerando i soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea.
È però vero che le scarse differenze territoriali qui rilevate potrebbero risultare sottodimensionate soprattutto vista la diversa mobilità geografica, per motivi lavorativi, rilevata a seconda dell'area di residenza. È però vero che tra i laureati post-riforma tale fenomeno è probabilmente più contenuto, vista l'elevata quota di chi prosegue la propria formazione iscrivendosi alla laurea di secondo livello.
4.4 Retribuzione dei laureati 46
Ad un anno dal conseguimento del titolo il guadagno mensile netto dei laureati di primo livello è pari in media a 1.033 euro (era 1.015 euro nella rilevazione del 2006; +1,8%), con notevoli differenze tra chi prosegue l'attività lavorativa iniziata prima del conseguimento del titolo (1.071 euro contro 1.066 della rilevazione di due anni fa) e chi l'ha iniziata al termine degli studi di primo livello (1.011 euro contro 981 dell'indagine 2006, pari a +3,1%). Un'analisi più precisa deve però tener conto dei salari reali, ovvero della svalutazione avvenuta in questi anni: in tal caso, le retribuzioni risultano diminuite del 3% dal 2006 al 200847. La situazione risulta ancor più problematica tra chi prosegue il medesimo lavoro iniziato prima della laurea: in tal caso la contrazione delle retribuzioni supera addirittura il 5%.
Le retribuzioni degli ibridi, come ci si poteva attendere vista la più consistente presenza di lavoratori-studenti che proseguono il medesimo lavoro anche dopo il conseguimento del titolo, sono significativamente più elevate rispetto a quelle dei laureati puri e superano i 1.175 euro (erano 1.060 euro nella rilevazione 2006); per i puri si scende a 958 euro (924 nell'analoga indagine di due anni fa). La prosecuzione della formazione attraverso la laurea specialistica, oltre a ridurre la stabilità contrattuale, determina anche retribuzioni inferiori a quelle di chi è impegnato solo in un'attività lavorativa: 732 contro 1.179 euro, rispettivamente (erano 712 e 1.162 euro nell'indagine 2006). E ciò risulta tra l'altro verificato in tutti i gruppi di corsi di laurea.
Gruppi disciplinari
Differenze retributive si riscontrano anche all'interno dei vari percorsi di studio: guadagni più elevati sono infatti associati ai laureati delle professioni sanitarie, dei gruppi giuridico ed economico-statistico (rispettivamente 1.304, 1.095 e 1.088 euro). Si ricorda che i laureati degli ultimi due percorsi disciplinari mostrano un tasso di occupazione inferiore alla media.
Livelli retributivi nettamente inferiori alla media si riscontrano invece tra i laureati dei gruppi geo-biologico, letterario, educazione fisica ed architettura, le cui retribuzioni sono infatti inferiori agli 800 euro mensili. Ad eccezione dei gruppi geo-biologico e architettura, negli altri percorsi ciò è dovuto anche ad un'elevata percentuale di laureati che studia e lavora.
Differenze di genere
Gli uomini guadagnano il 23% in più delle colleghe (1.158 euro contro 942). Per entrambi, le retribuzioni nominali sono lievemente in aumento rispetto all'indagine 2006: +1,4 e +2% per uomini e donne rispettivamente. Ma in termini reali, ovvero tenendo conto della svalutazione monetaria, le retribuzioni degli uomini sono diminuite di 3,4 punti percentuali, mentre quelle delle donne di circa 3 punti.
Le differenze retributive di genere sono rilevanti e risultano confermate sia tra quanti lavorano soltanto (nell'indagine più recente, 1.087 euro per le donne e 1.308 per gli uomini), sia tra coloro che studiano e lavorano (634 contro 861, rispettivamente). Le differenze di genere sono confermate all'interno di ciascun gruppo, in particolare in quello psicologico, dove gli uomini a dodici mesi dalla conclusione degli studi, anche perché più frequentemente proseguono il lavoro iniziato prima della laurea, guadagnano il 77% in più delle colleghe (1.278 contro 721 euro delle donne).
Le differenze di genere all'interno dei vari percorsi di studio si attenuano, pur restando significative, se si considerano i soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea, lavorano a tempo pieno e non sono contemporaneamente impegnati negli studi specialistici: complessivamente, il divario si ferma al 5,4%, sempre a favore degli uomini (1.258 euro contro 1.193 delle donne). Un'analisi approfondita, che ha tenuto conto del complesso delle variabili che possono avere un effetto sui differenziali retributivi di genere (percorso di studio, iscrizione alla specialistica, prosecuzione del lavoro precedente alla laurea, tempo pieno/parziale)48, mostra che a parità di condizioni gli uomini guadagnano in media 160 euro in più al mese.
Differenze territoriali
Le retribuzioni medie dei laureati di primo livello non risultano particolarmente differenziate a seconda dell'area geografica di residenza: i laureati del Nord guadagnano in media 1.051 euro, contro 1.036 dei colleghi del Sud. È però vero che circoscrivendo l'analisi ai laureati che hanno iniziato a lavorare dopo il conseguimento del titolo, i differenziali aumentano: i primi dichiarano di percepire in media 1.067 euro netti al mese, quasi il 10% in più rispetto ai laureati del Sud, che possono contare su circa 972 euro.
Come si è visto, coloro che coniugano studio e lavoro percepiscono guadagni mediamente più bassi; ciò si verifica in particolare al Sud (sempre isolando coloro che si sono inseriti nel mercato dopo la laurea: 681 euro contro 707 dei colleghi del Nord). Ma i residenti nelle aree meridionali possono contare su retribuzioni mediamente più contenute anche isolando coloro che lavorano senza contemporaneamente studiare (1.090 euro contro 1.168 del Nord).
Già a un anno dalla laurea l'efficacia del titolo di primo livello risulta complessivamente buona: è almeno abbastanza efficace per 76 laureati di primo livello su cento (-2 punti rispetto alla rilevazione 2006), in particolare tra i laureati delle professioni sanitarie (96%) e dei gruppi educazione fisica (85%) e scientifico (83%). Il titolo risulta complessivamente più efficace tra coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il conseguimento della triennale (è almeno abbastanza efficace per 82 occupati su cento) rispetto a quanti, invece, proseguono la medesima attività lavorativa (69%).
Approfondendo l'analisi sulle variabili che compongono l'indice di efficacia, si nota che ad un anno dalla laurea 43 occupati su cento utilizzano le competenze acquisite durante il percorso di studi in misura elevata, mentre 36 su cento dichiarano un utilizzo contenuto; ne deriva che circa un laureato di primo livello su cinque ritiene di non sfruttare assolutamente le conoscenze apprese nel corso del triennio universitario. Sono in particolare i laureati delle professioni sanitarie, così come quelli di educazione fisica e del gruppo insegnamento, a sfruttare maggiormente ciò che hanno appreso all'università (le percentuali di quanti dichiarano un utilizzo elevato sono, rispettivamente, 77, 57 e 49,5%); all'estremo opposto, coloro che hanno la sensazione di non sfruttare ciò che hanno studiato all'università hanno conseguito il titolo nei gruppi geo-biologico (53%) e letterario (45%).
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Indice di efficacia della laurea L'indice sintetizza due aspetti relativi all'utilizzazione delle competenze acquisite durante gli studi e alla necessità formale e sostanziale del titolo acquisito per il lavoro svolto. Cinque sono i livelli di efficacia individuati: - molto efficace, per gli occupati la cui laurea è richiesta per legge o di fatto necessaria, e che utilizzano le competenze universitarie acquisite in misura elevata; - efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge ma è comunque utile e che utilizzano le competenze acquisite in misura elevata, oppure il cui titolo è richiesto per legge e che utilizzano le competenze in misura ridotta; - abbastanza efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge, ma di fatto è necessaria oppure utile, e che utilizzano le competenze acquisite in misura ridotta; - poco efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso e che utilizzano in misura ridotta le competenze acquisite, oppure il cui titolo non è richiesto ma utile e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite; - per nulla efficace, per gli occupati la cui laurea non è richiesta per legge né utile in alcun senso, e che non utilizzano assolutamente le competenze acquisite. Le classi sono mutuamente esclusive ma non esaustive, non comprendendo le mancate risposte e gli intervistati che non rientrano nelle categorie definite.
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Per ciò che riguarda la seconda componente dell'indice di efficacia, il 29% degli occupati dichiara che la laurea di primo livello è richiesta per legge per l'esercizio della propria attività lavorativa, cui si aggiungono altri 14 laureati su cento che ritengono il titolo non richiesto per legge ma di fatto necessario. Ancora, la laurea triennale risulta utile per 37,5 occupati su cento mentre non viene considerata né richiesta né tantomeno utile per 19 occupati su cento. Come ci si poteva attendere, sono ancora i laureati delle professioni sanitarie a dichiarare, in misura decisamente più consistente (82%!), che il titolo di primo livello è richiesto per legge. All'opposto, i laureati dei gruppi geo-biologico e letterario, più degli altri e nella misura del 43 e 40%, non riconoscono alcuna utilità del titolo di primo livello per la propria attività lavorativa. Si ricorda che si tratta di percorsi formativi con tassi di occupazione contenuti ad un anno (in particolare per il gruppo geo-biologico), caratterizzati da una forte presenza di lavoratori-studenti.
Tra i laureati impegnati solo nell'attività lavorativa il titolo acquisito risulta più efficace di quanto non si rilevi tra i colleghi impegnati su ambedue i fronti, studio e lavoro. Infatti, tra i primi la laurea risulta essere almeno “abbastanza efficace” per 83 laureati su cento, ben 22 punti percentuali in più rispetto a coloro che stanno frequentando anche la specialistica.
La differenza in termini di efficacia del titolo è data sicuramente anche dal diverso utilizzo delle conoscenze acquisite durante gli studi: dichiarano di sfruttare in misura elevata le competenze apprese ben 49 laureati su cento impegnati esclusivamente in un'attività lavorativa e solo 29,5 laureati su cento che coniugano studio e lavoro.
Il titolo conseguito risulta almeno “abbastanza efficace” per 77,5 uomini su cento, +3 punti rispetto alle colleghe; tutto ciò risulta indipendente dalla tipologia di laureato esaminato (studente-lavoratore; esclusivamente lavoratore; prosegue il lavoro iniziato prima della laurea; ha iniziato a lavorare dopo il titolo di primo livello) e trova conferma all'interno di ciascun gruppo ove le numerosità permettano confronti (con le sole eccezioni dei gruppi educazione fisica ed insegnamento, dove il titolo è almeno “abbastanza efficace” più per le donne che per gli uomini, con uno scarto di circa 2 punti percentuali).
4.6 Indagine sperimentale sugli esiti occupazionali dei laureati di primo
livello dopo tre anni dal conseguimento del titolo
La prima indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati di primo livello dell'anno solare del 2005 a tre anni dal conseguimento del titolo ha riguardato oltre 79.000 laureati, di cui quasi 54.000 in possesso di e-mail. Dato il carattere sperimentale dell'indagine, questa è stata effettuata esclusivamente con tecnica CAWI (vedi box azzurro per i dettagli organizzativi) ed avvalendosi delle forze operative interne ad AlmaLaurea, così da non gravare con costi aggiuntivi sugli Atenei consorziati.
La composizione del collettivo registra una prevalenza della componente femminile rispetto a quella maschile (59 contro 41%), quota di fatto verificata anche circoscrivendo l'analisi al collettivo dei soli intervistati.
Il tasso di risposta è superiore alla media tra i laureati dei gruppi ingegneria, geo-biologico e scientifico (rispetto a coloro che possiedono un indirizzo di posta elettronica risulta del 43, 42% e 41% rispettivamente), più modesto tra i laureati delle professioni sanitarie (21%), nonché nei gruppi educazione fisica, insegnamento e giuridico (27, 28 e 30%, rispettivamente). Come si vedrà meglio in seguito, i laureati di questi percorsi disciplinari presentano caratteristiche occupazionali (quota di occupati e prosecuzione del lavoro precedente all'acquisizione del titolo) tali da giustificare la minore disponibilità (anche di tempo) a rispondere all'intervista via web. Il differente livello di partecipazione dei laureati determina una sovrarappresentazione, tra gli intervistati, degli ingegneri ed una sottorappresentazione dei laureati delle professioni sanitarie.
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L'organizzazione dell'indagine sui laureati di primo livello del 2005 intervistati a tre anni dal conseguimento del titolo |
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L'indagine, compiuta con metodologia CAWI (Computer-Assisted Web Interview), è stata condotta tra giugno e luglio 2008 e ha coinvolto tutti i laureati dell'anno solare 2005 in possesso di indirizzo di posta elettronica: si tratta di oltre 54.000 laureati, pari al 68% del complesso della popolazione. Analogamente alla rilevazione sui laureati post-riforma del 2007, tutti i laureati in possesso di posta elettronica sono stati contattati via e-mail ed invitati a compilare un questionario ospitato sul sito web di AlmaLaurea. La procedura di rilevazione, che ha previsto due solleciti, ha condotto ad un tasso di risposta del 34% (sui laureati in possesso di e-mail), corrispondente al 23% sull'intera popolazione dell'anno solare. È difficile valutare la portata di un tale risultato, dal momento che sono davvero rare, quantomeno nel nostro Paese, esperienze analoghe a quella compiuta dal Consorzio. Comunque, il tipo di questionario somministrato (decisamente sintetico), il generale interesse dimostrato dai laureati verso le iniziative svolte dal Consorzio AlmaLaurea nonché la procedura di rilevazione, sono tutti elementi che ci spingono a ritenere apprezzabile il tasso di risposta ottenuto. |
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Il 54% dei laureati del 2005 ha studiato in Atenei del Nord, il 27% al Centro ed il 19% al Sud; la distribuzione degli intervistati evidenzia in particolare uno sbilanciamento a favore degli atenei settentrionali (che rappresentano il 59%, contro il 23 di quelli del Centro e il 18% del Sud), soprattutto perché tra i laureati di queste università è maggiore la diffusione dell'indirizzo e-mail49.
Analoga situazione si verifica anche in termini di residenza al conseguimento del titolo: sul complesso della popolazione indagata, 48 laureati su cento risiedono nel Nord d'Italia, 23 al Centro e 28,5 al Sud. Anche in tal caso, però, tra gli intervistati sono relativamente più numerosi i residenti al Nord (52%) rispetto a quelli delle aree centrali e meridionali (20 e 27%).
Vista la rappresentatività non puntuale del collettivo degli intervistati rispetto al complesso della popolazione indagata, inevitabile in caso di indagini di questa natura, ma anche per ottenere stime rappresentative dei laureati italiani, è stata effettuata la consueta operazione di riproporzionamento (per dettagli, cfr. § 3.3 )50. In tal modo, tra l'altro, anche i confronti diacronici rispetto all'analoga indagine compiuta ad un anno dal conseguimento del titolo sono risultati più corretti.
Condizione occupazionale e formativa a tre anni
A tre anni dal conseguimento del titolo i laureati di primo livello presentano un tasso di occupazione pari al 58%; oltre al 45% dedito esclusivamente al lavoro si aggiunge una quota significativa di laureati (13%) che si è posto l'obiettivo di coniugare studio e lavoro. Tra uno e tre anni dal conseguimento del titolo il tasso di occupazione cresce, seppure non in misura così rilevante (dal 49 al 58%), condizionato com'è dalla quota rilevante di giovani che continuano gli studi di secondo livello e che rappresentano, a tre anni, il 23,5% dei laureati (si tratta della parte dedita esclusivamente allo studio; era il 43% ad un anno). A questi si aggiungono 14 laureati su cento che, non lavorando e non essendo iscritti alla specialistica, si dichiarano alla ricerca di lavoro, nonché 4 laureati su cento che non lavorano né cercano (soprattutto perché impegnati in attività formative diverse dalla specialistica). Rispetto all'analoga indagine, al momento l'unica disponibile a livello nazionale, compiuta dall'ISTAT nel 2007 su un campione di laureati del 2004, il tasso di occupazione rilevato da AlmaLaurea risulta inferiore di 15 punti percentuali51. Il confronto non è però del tutto adeguato, poiché il collettivo del 2004 è estremamente disomogeneo al suo interno: a fianco dei primissimi laureati puri, con performance di studio particolarmente brillanti, si affianca una quota considerevole di laureati ibridi, generalmente già inserita nel mercato del lavoro.
Gli esiti occupazionali complessivamente considerati sono però fortemente influenzati dalla disomogeneità interna al collettivo dei laureati post-riforma: così come rilevato ad un anno, i laureati puri (che rappresentano il 71,5%52 del complesso dei laureati indagati) sono generalmente più interessati alla specialistica rispetto a quanto non avvenga tra gli ibridi. Si osserva, infatti, che tra i primi gli iscritti alla specialistica sono 40 su cento mentre tra i secondi sono 31 su cento; corrispondentemente, sono questi ultimi ad essere più frequentemente occupati (68%) rispetto a quanto non avvenga tra i puri (53%). Questi risultati sono confermati anche dall'analisi del tasso di disoccupazione53 a tre anni, che risulta pari al 20% tra i puri e al 14% tra gli ibridi; anche la componente delle forze di lavoro è più elevata tra gli ibridi, proprio perché più frequentemente inserita nel mercato del lavoro (la percentuale è pari all'82%, contro il 73% tra i puri).
Interessante a tal proposito rilevare che, tra uno e tre anni, si riduce il divario occupazionale tra laureati puri e ibridi (+20 punti percentuali ad un anno, +15 a tre anni). La riduzione della distanza tra i due gruppi è verosimilmente giustificata dalla crescente quota di laureati (soprattutto puri) che termina il percorso universitario di secondo livello e si inserisce nel mercato del lavoro: a tre anni dalla laurea, infatti, dichiara di aver terminato gli studi il 40% dei puri che si sono iscritti alla specialistica (è solo il 25% tra gli ibridi). Il differenziale registrato ad un anno, pertanto, più che rispecchiare la concreta capacità attrattiva del mercato, sottolinea con forza le diverse scelte formative compiute dai laureati puri e ibridi (i primi, come già ricordato, decisamente più interessati a proseguire gli studi universitari).
Un'analisi delle transizioni tra uno e tre anni dalla laurea. Alcuni utili elementi di riflessione derivano dall'analisi dell'evoluzione, tra uno e tre anni, della condizione occupazionale e formativa dei laureati; elementi che permettono di valutare, in misura più accurata, le scelte formative e le dinamiche occupazionali dei laureati di primo livello. Per i motivi più volte ricordati, si è però preferito concentrare l'attenzione sui soli laureati che non lavoravano alla laurea. La stragrande maggioranza (89%) dei laureati di primo livello che, ad un anno, lavoravano senza essere contemporaneamente impegnati nella formazione specialistica continuano a dichiararsi occupati, anche dopo tre anni dal conseguimento del titolo; una parte residuale, pari al 6%, si dichiara invece alla ricerca di un lavoro, mentre, tre laureati su cento dichiarano di essere tornati in formazione, pur continuando a lavorare. Circa la metà (46%) dei laureati che ad un anno erano impegnati esclusivamente nella formazione specialistica confermano la propria posizione a tre anni di distanza; una quota rilevante ha però già terminato la formazione e si dichiara in cerca di lavoro (22%) oppure già occupato (15%). Ancora, larga parte (41%) di coloro che ad un anno coniugavano studio e lavoro conservano la medesima condizione anche a tre anni; il 25% ha terminato il proprio percorso universitario e lavora, mentre una quota analoga (21%) ha lasciato il lavoro e si dedica esclusivamente agli studi specialistici. Della componente residuale (pari al 7%) che ad un anno dalla laurea si dichiarava in cerca di lavoro, il 66% è riuscito nel proprio intento e si dichiara occupato; il 26% è invece ancora alla ricerca di un impiego, mentre il 5% è tornato in formazione e si dichiara attualmente iscritto alla specialistica.
Gruppi disciplinari54. Naturalmente anche per il collettivo in esame si rilevano significative differenze tra percorso e percorso, confermando nella maggior parte dei casi la geografia occupazionale già evidenziata nel corso dell'analisi ad un anno. Infatti, la quasi totalità dei laureati delle professioni sanitarie risulta occupata a tre anni dalla laurea (93% lavora, di cui 6% lavora e studia); consistenti anche gli esiti occupazionali dei laureati del gruppo insegnamento, il cui tasso di occupazione supera il 69% (tra questi, il 24% lavora ed è iscritto alla specialistica) e dei laureati del gruppo economico-statistico (la quota di occupati è del 48%, di cui 16% lavora e studia). I gruppi disciplinari con i più alti tassi di iscrizione alla laurea specialistica sono invece quelli psicologico (61 su 100, 22 dei quali lavorano anche), architettura (50 su cento, 14 dei quali sono anche occupati) e ingegneria (49 su cento, 12 dei quali sono anche occupati). Da queste considerazioni ne deriva che il tasso di disoccupazione raggiunge livelli fisiologici tra i laureati delle professioni sanitarie (4%), mentre tocca il massimo tra quelli dei gruppi geo-biologico (36%), letterario e linguistico (30% in entrambi i casi).
La crescita occupazionale tra uno e tre anni ha però coinvolto i laureati dei gruppi disciplinari in misura differente. Tralasciando i laureati delle professioni sanitarie, che già risultavano perfettamente inseriti nel mercato del lavoro fin dal primo anno successivo al conseguimento del titolo, l'incremento del tasso di occupazione risulta particolarmente apprezzabile tra i laureati dei gruppi economico-statistico (il numero di occupati è salito di 18 punti, passando dal 46 al 64%), ingegneria (+16 punti percentuali, dal 30,5 all'47%), scientifico, giuridico e architettura (+11 punti in tutti i casi). Resta invece invariata, tra uno e tre anni, la quota di occupati dei gruppi psicologico ed educazione fisica: se per i primi questo è spiegabile con un elevato tasso di prosecuzione degli studi con la laurea specialistica (a tre anni ancora pari al 61%, contro una media del 37%), per i secondi la situazione si presenta più articolata. Innanzitutto, il numero di laureati occupati ad un anno dal conseguimento del titolo era già decisamente più elevato della media (63% contro il già citato 49%); ciò rende più difficile rilevare significativi apprezzamenti in termini di incremento del tasso di occupazione. Un'analisi delle transizioni tra uno e tre anni dalla laurea, attraverso una vera e propria analisi longitudinale, rileva che circa i tre quarti dei laureati in educazione fisica che lavoravano ad un anno dichiarano, a tre anni, di essere ancora impegnati in un'attività lavorativa. Inoltre, pur essendo il collettivo in esame numericamente contenuto, si ritiene utile sottolineare che il 34% dei laureati che ad un anno era iscritto ad un corso di laurea specialistica dichiara, a tre anni, di essere alla ricerca di un lavoro. Verosimilmente si tratta di persone che hanno terminato da poco il percorso di studi specialistico e si sono appena affacciati sul mercato del lavoro.
Lauree sostenute dal MIUR. Sono occupati a tre anni dal conseguimento del titolo di primo livello il 68% dei laureati in scienze statistiche, il 37% dei laureati in scienze matematiche, il 35,5% dei laureati in scienze e tecnologie chimiche e solo il 24% in scienze e tecnologie fisiche.Di questi la quota di chi coniuga lavoro e studio è solamente del 3% tra i laureati in scienze e tecnologie chimiche, sale al 12% di scienze matematiche e scienze e tecnologie fisiche fino al 14% di scienze statistiche.
Rispetto ad un anno cresce il numero di occupati in tutti i corsi sostenuti dal MIUR, di 8 punti percentuali tra i laureati in scienze matematiche e scienze e tecnologie fisiche ai 20 punti percentuali dei laureati in scienze statistiche. Elevata a tre anni risulta inoltre la quota di chi cerca lavoro soprattutto tra i lauureati in scienze e tecnologie fisiche e scienze e tecnologie chimiche (20% per entrambi).
Differenze di genere55. Come già rilevato tra i laureati di primo livello coinvolti nella rilevazione ad un anno, gli esiti occupazionali di uomini e donne appaiono molto simili sia di fronte all'inserimento nel mercato del lavoro (a tre anni si dedica esclusivamente ad un'attività lavorativa il 44,5% dei primi contro il 45 delle seconde) sia di fronte alla prosecuzione degli studi con la laurea specialistica (risulta ancora impegnato esclusivamente nello studio il 24,5 e il 23%, rispettivamente); è però vero che tale situazione risente della composizione per percorso disciplinare. Tra l'altro, il quadro si presenta analogo a quello rilevato, sui medesimi laureati, nell'indagine 2006.
Differenze minime si rinvengono anche dall'analisi del tasso di disoccupazione, pari al 17% per gli uomini e al 19% per le donne (-1,5 punti percentuali a favore dei primi). Le tendenze fin qui illustrate risultano però meno chiare rispetto a quanto storicamente osservato tra i laureati pre-riforma, poiché a seconda del percorso disciplinare considerato si rilevano disomogeneità evidenti: le donne risultano infatti maggiormente penalizzate nei gruppi scientifico, giuridico, ingegneria, chimico-farmaceutico, insegnamento e linguistico con variazioni nel tasso di disoccupazione che oscillano dai 10 punti percentuali tra i laureati del gruppo scientifico ai 4 punti tra quelli del linguistico. Le donne risultano invece avvantaggiate nei percorsi di educazione fisica (-9 punti rispetto agli uomini), politico-sociale e letterario (-3 punti in entrambi i casi).
L'analisi distinta per laureati puri e ibridi evidenzia che in entrambi i gruppi il tasso di occupazione non è sostanzialmente diverso tra uomini e donne, mentre si differenzia per quanto riguarda la prosecuzione degli studi: tra i puri si dedica esclusivamente allo studio il 28% degli uomini contro il 24,5% delle donne mentre tra gli ibridi tale percentuale è del 18% sia per gli uomini che per le donne. Anche in questo caso, però, tali evidenze non risultano confermate all'interno di tutti i gruppi disciplinari: infatti, tra i laureati puri le donne risultano maggiormente impegnante nello studio se provenienti dai gruppi agrario, architettura, giuridico, ingegneria, letterario, psicologico e scientifico. La mancanza di differenziazioni di genere all'interno del collettivo degli ibridi deriva invece dalla composizione per percorso di studio: i laureati ibridi sono meno dediti allo studio rispetto alle colleghe in tutti i gruppi disciplinari, con la sola eccezione dei laureati dei gruppi letterario, educazione fisica (+7 punti, rispettivamente), politico-sociale e linguistico (+2 punti, rispettivamente). La complessità dei risultati evidenziati, nonché la difficoltà nel determinare tendenze chiare ed inequivocabili confermano ancora una volta l'articolazione e la frammentazione esistente all'interno del collettivo di laureati di primo livello.
Differenze territoriali56. In termini occupazionali le differenze Nord-Sud57 si confermano consistenti anche tra i laureati di primo livello coinvolti nella rilevazione a tre anni: si dichiara infatti occupato il 68,5% dei residenti al Nord contro il 45% dei residenti al Sud. Tra l'altro, il differenziale Nord-Sud è aumentato significativamente tra un'indagine e l'altra, da +13 punti ad un anno a +23 punti a tre anni. Il lievitare del divario territoriale tra uno e tre anni è verosimilmente legato alle quote, via via crescenti, di laureati che terminano gli studi specialistici e si inseriscono nel mercato del lavoro. I differenziali territoriali, a tre anni, risultano confermati, seppure con diversa intensità, anche a livello di percorso disciplinare.
Prosecuzione della formazione universitaria
A tre anni dal conseguimento del titolo di primo livello, il 37% dei laureati risulta ancora iscritto ad un corso di laurea specialistica58 mentre il 26% non risulta più iscritto perché ha già terminato il corso (23%) o perché lo ha abbandonato (3%). Tra uno e tre anni è aumentata considerevolmente la quota di laureati che ha concluso con successo gli studi specialistici (naturalmente era solo l'1% ad un anno; è diventato il 23% a tre anni); la parte di laureati che ha invece deciso di abbandonare gli studi è cresciuta di poco, dall'1 al 3%. Di conseguenza, nel periodo considerato è diminuita la quota di chi risulta iscritto alla laurea specialistica (era il 59% ad un anno; è sceso al 37%) e ciò si verifica all'interno di tutti i gruppi disciplinari dove le numerosità permettano confronti attendibili.
Tralasciando le professioni sanitarie che, come più volte sottolineato, di rado proseguono ulteriormente la formazione universitaria, l'aumento della quota di laureati che dichiara di aver terminato il biennio specialistico risulta aumentata, nel periodo considerato, in tutti i gruppi disciplinari: le percentuali più consistenti, a tre anni, si rilevano in corrispondenza dei percorsi giuridico (43% ha concluso con successo la specialistica) e geo-biologico (41,5%). All'estremo opposto, insegnamento e chimico-farmaceutico (14 e 17%, rispettivamente).
A tre anni dalla laurea non si registrano differenze tra laureati puri e laureati ibridi che coniugano lavoro e studio, differentemente da quanto si rileva tra chi ha deciso di dedicarsi esclusivamente allo studio: infatti, sono in misura maggiore i laureati puri a dedicarsi esclusivamente allo studio (26 contro 18%). A queste considerazioni si aggiunga che una maggiore quota di laureati puri ha già concluso il corso di laurea di secondo livello (nel complesso, 28% contro 11,5% dei colleghi ibridi; diventano 40,5% e 24%, rispettivamente, se si considerano i soli laureati che si sono iscritti alla specialistica). Verosimilmente la maggiore rapidità dei laureati puri nel conseguire il titolo di secondo livello è determinato dalla percentuale più consistente di chi ha preferito dedicare tutto il proprio tempo allo studio, senza affiancarvi qualche attività lavorativa. La più alta presenza, tra i puri, di studenti che hanno già terminato il percorso specialistico risulta confermata in tutti i gruppi disciplinari.
Dalle considerazioni qui tracciate sono stati esclusi, per ovvi motivi, i laureati delle professioni sanitarie. Si tratta, per la maggior parte, di laureati puri che, avendo già raggiunto fin dal primo anno dal conseguimento del titolo la piena occupazione (90%), difficilmente decidono di proseguire la propria formazione iscrivendosi alla laurea specialistica (l'87,5% non si è infatti iscritto ad un corso di secondo livello).
Prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea
Fra i laureati di primo livello occupati, 23 su cento proseguono l'attività intrapresa prima della laurea (altri 17 su cento hanno dichiarato di avere cambiato lavoro dopo la conclusione degli studi). Ciò è più frequente tra i laureati di educazione fisica (49 su 100), insegnamento (34 su cento) e psicologico (31 su cento); superiore alla media anche per i laureati del gruppo giuridico (29%) e delle professioni sanitarie (26%).
Come era facile attendersi, tra uno e tre anni dalla laurea diminuisce consistentemente la quota di occupati che dichiara di proseguire il lavoro iniziato prima del titolo di primo livello (dal 39% al 23%). Aumenta corrispondentemente la quota di laureati che ha iniziato a lavorare dopo la laurea (dal 46 al 59%), frutto degli inserimenti nel mondo del lavoro successivi al primo anno dal conseguimento del titolo; tale quota è pertanto destinata ad aumentare ulteriormente negli anni successivi, quando nuove leve di laureati di primo livello, una volta terminati gli studi universitari, decideranno di inserirsi nel mercato.
Il quadro generale qui illustrato risulta confermato in tutti i percorsi disciplinari, ad eccezione del gruppo educazione fisica dove la quota già molto elevata di chi prosegue rimane sostanzialmente stabile nel corso del tempo.
Tipologia dell'attività lavorativa59
A tre anni dalla laurea il lavoro stabile riguarda 52 laureati su cento (che lavorino soltanto o siano impegnati anche nello studio), soprattutto grazie alla diffusione dei contratti a tempo indeterminato che caratterizzano 45 laureati su 100). Rispetto all'indagine di due anni fa, si assiste ad un incremento della stabilità lavorativa (+7 punti percentuali), tutto a carico della componente legata al lavoro alle dipendenze a tempo indeterminato (+9%).
Un terzo dei laureati rientra invece nell'ambito del lavoro atipico (era il 39% ad un anno dalla laurea); in particolare, il 17% ha un contratto di collaborazione/consulenza mentre il 12% ha un contratto alle dipendenze a tempo determinato. Tra uno e tre anni, diminuisce la quota di contratti a tempo determinato nonché la percentuale di lavoratori senza contratto, mentre restano sostanzialmente stabili nel tempo lavoratori autonomi, collaboratori ed altri lavoratori atipici.
Oltre al già citato aumento dei contratti a tempo indeterminato, si registra un altrettanto significativo incremento dei contratti di inserimento e apprendistato, dovuto probabilmente all'entrata nel mondo del lavoro di laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea.
Gruppi disciplinari. L'elevata richiesta di professioni sanitarie da parte del mercato del lavoro è confermata anche dalla consistente quota di occupati stabili, in particolare a tempo indeterminato, sia ad uno che a tre anni dalla conclusione degli studi (69 e 79%, rispettivamente). Tutto ciò risulta, almeno in parte, legato alla prosecuzione del lavoro precedente alla laurea che, come si è appena visto, è per i laureati delle professioni sanitarie lievemente più alta della media.
Il lavoro stabile risulta in linea con la media complessiva anche tra i laureati dei gruppi scientifico (53%), ingegneria (52%) ed economico-statistico (51%). I restanti percorsi disciplinari registrano, invece, una quota di occupati stabili decisamente inferiore alla media, con un minimo in corrispondenza dei laureati dei gruppi geo-biologico (28%), psicologico (29%), educazione fisica (30%) e letterario (32%). Per tutti (tranne che per educazione fisica) la più ridotta stabilità lavorativa è verosimilmente associata all'elevata quota di laureati ancora impegnata in corsi universitari di secondo livello; infatti, il lavoro atipico è decisamente più diffuso tra gli occupati dei gruppi in esame, riguardando quote superiori al 50%. La crescita della stabilità tra uno e tre anni dal conseguimento del titolo, già evidenziata in precedenza, è confermata all'interno di tutti i gruppi disciplinari ed in particolare in quelli scientifico (+21 punti percentuali), linguistico (+18,5), ingegneria (+15) e chimico-farmaceutico (+14,5).
I contratti di inserimento e di apprendistato coinvolgono, in particolar modo, gli occupati dei gruppi economico-statistico (21%), chimico-farmaceutico ed ingegneria (16%).
Chi lavora, chi lavora e studia e chi prosegue il lavoro iniziato prima della laurea. Ovviamente, il quadro generale che si sta tratteggiando deve tener conto anche dell'articolata struttura del collettivo di primo livello, che si ricorda essere composto non solo da coloro che si dedicano esclusivamente ad un'attività lavorativa (45% del complesso degli occupati), ma anche da una quota rilevante che coniuga studio e lavoro (13%). Inoltre, a fianco di coloro che proseguono il lavoro iniziato prima di ottenere il titolo triennale (23% degli occupati) ci sono i laureati che sono entrati nel mercato del lavoro solo al compimento degli studi universitari (59%). Come ci si poteva attendere, infatti, la stabilità lavorativa (in particolare il contratto a tempo indeterminato) riguarda in misura assai più consistente coloro che sono impegnati esclusivamente nel lavoro (57 occupati su cento, +4 punti rispetto alla rilevazione ad un anno) rispetto a quanto avviene tra coloro che contemporaneamente studiano (37%; +10 punti rispetto all'analoga indagine ad un anno). Elevata stabilità caratterizza anche gli occupati che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea (71%, contro 46 di chi ha iniziato a lavorare dopo; rispetto alla rilevazione ad un anno le percentuali sono aumentate, rispettivamente, di 10 e 11,5 punti). Tali differenze sono confermate all'interno di tutti i gruppi disciplinari laddove le numerosità permettano confronti.
Al contrario, il lavoro atipico coinvolge soprattutto gli studenti-lavoratori (46%, contro 29 tra chi lavora solamente) e coloro che sono entrati nel mercato del lavoro dopo la laurea (36%, contro 20% di chi prosegue il lavoro iniziato prima del conseguimento della triennale). Ciò è dovuto soprattutto alla diversa diffusione dei contratti di collaborazione, che riguardano più di un quarto degli studenti-lavoratori (solo il 14% di chi esclusivamente lavora). Analogamente, la maggiore diffusione delle collaborazioni caratterizza in particolare coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea (18%, contro 11 di chi prosegue il lavoro iniziato prima), tra i quali sono consistenti anche i contratti a tempo determinato (14 e 6%, rispettivamente).
Differenze di genere. La stabilità lavorativa riguarda in misura assai più consistente gli uomini (57%) delle loro colleghe (49%). Le differenze di genere sono confermate anche quando si concentra l'attenzione sulle due componenti del lavoro stabile, che risultano entrambe a favore della popolazione maschile: il lavoro autonomo riguarda, rispettivamente, 9 uomini e 6 donne su cento; il contratto a tempo indeterminato coinvolge il 48% dei primi e il 43% delle seconde. Ne consegue che il lavoro atipico risulta caratteristica peculiare delle donne (36%, contro il 28% degli uomini). Tale differenziale è dovuto in particolare alla diversa diffusione del contratto a tempo determinato, che riguarda il 14,5% delle donne e il 9% degli uomini.
La maggiore stabilità lavorativa tra gli uomini e la più elevata diffusione di contratti atipici tra le donne è confermata, seppure con intensità diverse, all'interno di ciascun gruppo disciplinare, così come tra chi prosegue il lavoro e chi ha iniziato a lavorare dopo la laurea triennale, tra chi lavora solamente e chi coniuga lavoro e studio. Rispetto all'analoga rilevazione ad un anno, il divario uomini-donne si conferma costante, sia per ciò che riguarda il lavoro stabile, sempre a favore degli uomini (+9 punti ad un anno; +8 punti a tre anni), sia per il lavoro atipico, sempre più diffuso tra le donne (+7 punti ad un anno; +8 punti a tre anni). Per quanto riguarda le attività lavorative non regolamentate, il lieve svantaggio (3 punti) rilevato tra le donne ad un anno (10% per le donne, 7% per gli uomini), viene di fatto ad annullarsi nel triennio successivo al conseguimento del titolo (riguardando il 4,5% delle occupate, contro il 3,5% degli occupati).
Professione svolta: le unità professionali
Le recenti normative60 che hanno istituito le classi di laurea prevedono che, nella definizione degli ordinamenti didattici dei corsi, le università debbano, tra l'altro, individuare i relativi “sbocchi professionali anche con riferimento alle attività classificate dall'ISTAT”. Le università sono quindi tenute a specificare, in sede di attivazione dei corsi di laurea, le professioni a cui ciascuno di essi prepara, utilizzando la Nomenclatura e classificazione delle Unità Professionali (NUP06) ISTAT-Isfol61.
Al fine di valutare l'opportunità di rilevare tale tipo di informazione, così da fornire agli Atenei consorziati un ulteriore strumento idoneo a soddisfare i requisiti ministeriali sopraccitati, è stato introdotto, in via sperimentale e per i laureati di primo livello coinvolti nell'indagine a tre anni, un quesito ad hoc. Tale quesito, che ripropone esattamente le modalità ufficiali, è risultato decisamente complesso da sottoporre via web a causa dell'articolata classificazione su vari livelli62.
A tre anni dal conseguimento del titolo 33 laureati su cento svolgono professioni intellettuali, scientifiche o di elevata specializzazione. Più nel dettaglio, 12 occupati su cento sono specialisti della salute (soprattutto infermieri ed ostetrici professionisti), 7 su cento sono specialisti in scienze umane, sociali e gestionali mentre 6 su cento sono ingegneri o architetti. Come ci si poteva attendere, si tratta, nella maggior parte dei casi, di laureati in discipline sanitarie, in ingegneria, architettura o del gruppo scientifico.
Ventidue occupati su cento sono inquadrati come impiegati, la maggior parte dei quali (circa tre quarti) con mansioni di segreteria o contabilità che non prevedono un diretto contatto con il pubblico (al contrario del restante quarto). Si tratta principalmente di laureati dei gruppi economico-statistico, linguistico, giuridico e politico sociale.
Inoltre, più del 20% degli occupati svolge professioni tecniche, distribuiti tra professioni tecniche nelle scienze della salute e della vita (7%), nelle scienze fisiche, naturali e dell'ingegneria (5,5%), nei servizi pubblici e alle persone (5%), nelle amministrazioni e nelle attività finanziarie e commerciali (4%). Gli occupati che ricoprono mansioni di questo tipo hanno conseguito un titolo, in particolare, in educazione fisica, nei gruppi scientifico, chimico-farmaceutico, agrario e nelle professioni sanitarie.
Residuali sono le quote di laureati che svolgono professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi (7%; soprattutto commessi, addetti all'accoglienza clienti) o come legislatori, dirigenti ed imprenditori (4%; si tratta prevalentemente di imprenditori o gestori di piccole imprese). Irrilevante, infine, l'incidenza quantitativa delle professioni non qualificate (2% degli occupati), di coloro che lavorano nelle forze armate (1%), nonché di artigiani, operai specializzati, agricoltori, conduttori di impianti e operai semiqualificati di macchinari fissi e mobili.
Retribuzione dei laureati63
A tre anni dal conseguimento del titolo il guadagno mensile netto dei laureati di primo livello è pari in media a 1.141 euro (era 1.015 ad un anno; +12%, ma in termini reali l'incremento è del 7%), con notevoli differenze tra chi prosegue l'attività lavorativa iniziata prima del conseguimento del titolo (1.229 euro contro 1.066 della rilevazione di due anni fa; +15%) e chi l'ha iniziata al termine degli studi di primo livello (1.114 euro contro 981 dell'indagine 2006; +14%). Le retribuzioni degli ibridi, come ci si poteva attendere, sono significativamente più elevate rispetto ai laureati puri e superano i 1.200 euro (erano 1.060 euro nella rilevazione 2006); per i puri si scende a 1.098 euro (erano 924 nell'analoga indagine di due anni fa). La prosecuzione della formazione attraverso la laurea specialistica, oltre a ridurre la stabilità contrattuale, determina anche retribuzioni inferiori rispetto a quelle di chi è impegnato solo in un'attività lavorativa: 908 contro 1.210 euro, rispettivamente (erano 712 e 1.162 euro, nell'indagine 2006). Le differenze qui evidenziate risultano confermate in tutti i gruppi di corsi di laurea.
Gruppi disciplinari64. Più nel dettaglio, all'interno dei vari percorsi di studio si riscontrano differenze retributive apprezzabili: guadagni più elevati sono infatti associati ai laureati delle professioni sanitarie, nonché dei gruppi ingegneria ed economico-statistico (rispettivamente 1.365, 1.233 e 1.210 euro). Livelli nettamente inferiori si riscontrano invece tra i laureati dei gruppi psicologico, letterario ed educazione fisica, le cui retribuzioni sono infatti inferiori ai 900 euro mensili.
Con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo il guadagno risulta in aumento per tutti i gruppi disciplinari, in particolare per il geo-biologico, il chimico-farmaceutico, ingegneria e il linguistico, all'interno dei quali l'incremento tra uno e tre anni è superiore al 20%.
Se si isola il collettivo dei laureati che lavorano solamente, hanno iniziato a lavorare dopo la laurea e lavorano a tempo pieno, risulta che le retribuzioni aumentano, rispetto ai valori medi sopraccitati, in tutti i gruppi di corsi di laurea (con la sola eccezione dell'economico-statistico: -2%). Permangono però, anche se tendono ad attenuarsi, le differenze tra i vari percorsi.
Differenze di genere. Gli uomini, a tre anni dalla laurea, guadagnano il 20% in più delle colleghe (1.258 euro contro 1.052; differenziale analogo all'indagine ad un anno). Per entrambi, le retribuzioni nominali sono in aumento rispetto all'indagine 2006: +10 per gli uomini, +14% per le donne.
Le differenze retributive di genere sono rilevanti e risultano confermate sia tra quanti lavorano soltanto (nell'indagine a tre anni 1.125 euro per le donne e 1.321 per gli uomini), sia tra coloro che studiano e lavorano (805 contro 1.044, rispettivamente). Le differenze di genere sono confermate all'interno di ciascun gruppo, in particolare in quello psicologico, architettura ed insegnamento, dove gli uomini a tre anni dalla conclusione degli studi, anche perché più frequentemente proseguono il lavoro iniziato prima della laurea, guadagnano oltre il 30% in più delle colleghe.
Le differenze di genere all'interno dei vari percorsi di studio, laddove le numerosità lo permettono, si attenuano, pur restando significative, se si considerano i soli laureati che lavorano solamente, hanno iniziato a lavorare dopo la laurea e lavorano a tempo pieno: ad esempio, nel gruppo architettura il differenziale retributivo scende di 19 punti percentuali (era il 39% sul totale degli occupati). Analizzando questo sottoinsieme di laureati si nota inoltre che alcune tendenze si invertono: nei gruppi educazione fisica e letterario infatti le retribuzioni migliori su questo sottoinsieme sono appannaggio delle donne (rispettivamente +13 e +9%).
Un'analisi approfondita65, che ha tenuto conto del complesso delle variabili che possono avere un effetto sui differenziali retributivi di genere (percorso di studio, iscrizione alla specialistica, prosecuzione del lavoro precedente alla laurea, attività a tempo pieno o parziale), mostra che a parità di condizioni gli uomini guadagnano in media 146 euro in più al mese.
Efficacia66 della laurea nell'attività lavorativa
A tre anni dalla laurea l'efficacia del titolo di primo livello, già elevata ad un anno (78%) aumenta ulteriormente: il titolo risulta almeno abbastanza efficace per 84 laureati occupati su cento, in particolare tra i laureati delle professioni sanitarie (97,5%) e dei gruppi scientifico e ingegneria (88% per entrambi).
Approfondendo l'analisi sulle variabili che compongono l'indice di efficacia, si nota che a tre anni dalla laurea 45 occupati su cento utilizzano le competenze acquisite durante il percorso di studi di primo livello in misura elevata, mentre 41 su cento dichiarano un utilizzo contenuto; ne deriva che il 14% degli occupati ritiene di non sfruttare assolutamente le conoscenze apprese nel corso del triennio universitario.
Sono in particolare i laureati delle professioni sanitarie, così come quelli del gruppo chimico-farmaceutico, a sfruttare maggiormente ciò che hanno appreso all'università (le percentuali di quanti dichiarano un utilizzo elevato sono, rispettivamente, 77,5 e 49%); all'estremo opposto, coloro che di fatto non sfruttano assolutamente quanto appreso all'università hanno conseguito il titolo in particolare nei gruppi letterario (22%), psicologico (27%) e politico-sociale (28%). Infine, tra uno e tre anni, l'incremento più consistente nell'utilizzo delle competenze acquisite all'università si registra in corrispondenza dei laureati dei gruppi giuridico e geo-biologico tra (rispettivamente +15 e +11 punti percentuali rispetto alla rilevazione ad un anno).
Per ciò che riguarda la seconda componente dell'indice di efficacia, il 33% degli occupati dichiara che la laurea di primo livello è richiesta per legge per l'esercizio della propria attività lavorativa, cui si aggiungono altri 21 laureati su cento che ritengono il titolo non richiesto per legge ma di fatto necessario. La laurea triennale, infine, non risulta né richiesta né utile in alcun senso per 13 occupati su cento.
Come ci si poteva attendere, sono sempre i laureati delle professioni sanitarie a dichiarare, in misura decisamente più consistente rispetto agli altri laureati, che il proprio titolo di primo livello è richiesto per legge (riguarda ben 87 occupati su 100). All'opposto, i laureati dei gruppi letterario e scientifico, più degli altri, non riconoscono alcuna utilità del titolo di primo livello per la propria attività lavorativa (le percentuali sono, rispettivamente, 9 e 10%). Si ricorda che si tratta di laureati più frequentemente impegnati ancora in un corso di laurea specialistica.
Chi lavora, chi lavora e studia e chi prosegue il lavoro iniziato prima della laurea. Come si può facilmente intuire, tra i laureati dediti esclusivamente ad un'attività lavorativa il titolo acquisito risulta più efficace di quanto non si rilevi tra i colleghi impegnati su ambedue i fronti, studio e lavoro. Infatti, tra i primi la laurea risulta essere almeno “abbastanza efficace” per l'86,5% degli occupati, ben 12 punti percentuali in più rispetto a coloro che stanno frequentando anche la specialistica. Il differenziale risulta confermato anche analizzando distintamente le due componenti dell'indice, e risulta pari a 13 punti percentuali in termini di utilizzo elevato delle competenze acquisite con il titolo di primo livello e di 15 punti percentuali per quanto concerne la richiesta “per legge” della laurea.
La laurea risulta inoltre più efficace tra coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea (l'87% la ritiene almeno abbastanza efficace) rispetto a chi prosegue il lavoro iniziato prima della laurea (77%). Ciò risulta confermato anche analizzando le due componenti dell'indice: sia in termini di elevato utilizzo delle competenze, sia per quanto concerne la richiesta “per legge” del titolo, tra chi prosegue e chi ha iniziato a lavorare dopo la laurea si rilevano 10 punti percentuali di differenza.
Differenze di genere. Il titolo conseguito risulta almeno “abbastanza efficace” per 86 uomini su cento, +4 punti rispetto alle colleghe (di fatto invariato rispetto alla rilevazione ad un anno). Tutto ciò risulta indipendente dalla tipologia di laureato esaminato (studente-lavoratore; esclusivamente lavoratore; prosegue il lavoro iniziato prima della laurea; ha iniziato a lavorare dopo il titolo di primo livello) e trova conferma all'interno di ciascun gruppo ove le numerosità permettano confronti significativi (con la sola eccezione del gruppo letterario, dove il titolo è almeno “abbastanza efficace” lievemente più per le donne, con uno scarto rispetto agli uomini di 1,4 punti percentuali).
Gli esiti occupazionali ad un anno dal conseguimento del titolo risultano decisamente buoni, pur risentendo almeno in parte della quota, tutt'altro che trascurabile, di laureati che proseguono il medesimo lavoro iniziato prima del termine degli studi universitari. La risposta sostanzialmente positiva fornita dal mercato del lavoro alle prime leve di laureati specialistici, che si ricorda essere necessariamente i migliori proprio perché i “primi”, è confermata anche dall'analisi delle retribuzioni, dell'efficacia della laurea ma anche della tipologia dell'attività lavorativa. Tra i laureati di secondo livello emergono differenze territoriali e di genere, a favore prevalentemente dei laureati residenti al Nord e degli uomini.
La percentuale dei laureati che ad un anno dal conseguimento del titolo si dichiara occupata è pari al 63%; corrispondentemente, 19 intervistati su cento sono alla ricerca attiva di lavoro, mentre la restante quota, pari al 18%, è composta da laureati che non lavorano né cercano un impiego.
La percentuale di laureati occupati sale addirittura al 71% tra i laureati ibridi, mentre si contrae fino al 60% tra i colleghi puri. Tale risultato deve però essere interpretato alla luce di due ordini di fattori: innanzitutto, la diversa incidenza legata alla prosecuzione di un'attività lavorativa già avviata nel corso degli studi universitari, che riguarda ben il 45,5% degli ibridi contro il 23,5% dei puri. Ne deriva che circa sei laureati puri su dieci hanno iniziato l'attuale impiego dopo la laurea; sono solo quattro su dieci tra gli ibridi. Il secondo fattore è legato alle diverse aspettative e aspirazioni che i due gruppi di laureati hanno: i puri, perché alimentati da migliori performance di studio, sono più interessati a proseguire ulteriormente la propria formazione culturale. Ben il 39%, contro il 29% degli ibridi, risulta al momento dell'intervista impegnata in una qualche attività formativa post-laurea (principalmente tirocini o praticantati, dottorati di ricerca e stage in azienda)67.
La valutazione sulla capacità attrattiva del mercato del lavoro può allora essere più opportunamente esaminata considerando gli esiti occupazionali dei soli laureati che non lavoravano al conseguimento del titolo: in tal caso il tasso di occupazione scende inevitabilmente, pur restando su livelli decisamente buoni, al 53%, pur restando sempre a favore dei laureati ibridi (lavorano 56 laureati su cento). È però vero che lo scarto rispetto ai colleghi puri si contrae considerevolmente (+3 punti, che corrisponde ad un tasso di occupazione pari al 53%). È verosimile che in questo caso resti prevalentemente in gioco l'elemento legato alle diverse aspirazioni dei due collettivi, aspirazioni che, come già messo in luce in precedenza, spronano i laureati puri a proseguire la formazione più frequentemente di quanto non avvenga tra gli ibridi.
L'area della disoccupazione68 coinvolge 11 laureati specialistici del 2007 su cento, senza apprezzabili differenze tra laureati puri e ibridi, anche se le forze di lavoro sono lievemente più numerose tra i secondi (94%, contro 90% dei puri). A conferma delle considerazioni sopra sviluppate, escludendo dall'analisi tutti coloro che hanno dichiarato di lavorare al momento della laurea, il tasso di disoccupazione tra i neo-laureati aumenta inevitabilmente di 3 punti percentuali, che salgono però fino a 6 punti tra i laureati ibridi (restano invece fermi a 3 punti tra i puri).
Gruppi disciplinari
Ad un anno dalla laurea specialistica gli esiti occupazionali sono notevolmente differenziati a seconda del percorso formativo considerato. Tra i laureati dei gruppi ingegneria, architettura e insegnamento le chance occupazionali sono decisamente buone, dal momento che il tasso di occupazione è ovunque superiore al 77%. Naturalmente esulano da queste considerazioni i laureati delle professioni sanitarie, di fatto tutti occupati ad un anno dalla laurea: si tratta in generale di infermieri che proseguono la medesima attività lavorativa iniziata già prima di iscriversi alla laurea specialistica.
Il numero di laureati specialistici che si dichiarano occupati ad un anno dal conseguimento del titolo è invece inferiore alla media in particolare nei gruppi scientifico (55%), letterario (52%), psicologico (47%), chimico-farmaceutico (38%), geo-biologico (35,5%) e giuridico (24%). Ma non è detto che questo sia sintomo della scarsa capacità attrattiva del mercato del lavoro. Spesso, infatti, i laureati di questi percorsi, probabilmente perché alimentati da migliori performance di studio, decidono di proseguire ulteriormente la propria formazione partecipando ad attività post-laurea quali tirocini, dottorati, specializzazioni, non sempre retribuiti. Tale scelta riguarda ben l'87,5% dei laureati nel gruppo giuridico (in particolare di tratta di praticantati necessari allo svolgimento della libera professione), il 58 nel geo-biologico e il 56 nel chimico-farmaceutico (per entrambi si tratta in particolare di dottorati di ricerca), il 52,5 nello psicologico (tirocini), il 45 nello scientifico (soprattutto dottorati di ricerca), il 41 nel letterario (scuole di specializzazione in particolar modo).
Adottando la definizione di occupato delle Forze di Lavoro che, si ricorda, è meno restrittiva perché considera occupati anche coloro che sono in formazione retribuita, il tasso di occupazione complessivo lievita di quasi 18 punti percentuali, fino a raggiungere l'80,5%. L'aumento più consistente si rileva però nei gruppi sopra-citati: nel chimico-farmaceutico l'incremento è di ben 50 punti percentuali (ed il tasso di occupazione raggiunge l'88% degli intervistati), nel geo-biologico è di 38,5 punti (e tocca il 74%), nello scientifico e nel giuridico è di circa 30 punti (arrivando, rispettivamente, all'86 e al 54%). Più contenuto il rialzo nei restanti due percorsi di studio, quello psicologico e quello letterario, dove adottando questa seconda definizione il tasso occupazionale aumenta rispettivamente di 13 e 16 punti.
Ciò non toglie che, in alcuni casi, ad un'elevata partecipazione ad attività formative (anche retribuite) si affianca una consistente quota di laureati disoccupati: riprendendo gli esempi sopra citati, è quanto avviene, in particolare, nei gruppi psicologico (il tasso di disoccupazione è pari al 28%), letterario (20%), geo-biologico (17%) e giuridico (16%).
Differenze di genere
Già ad un anno dalla laurea le differenze fra uomini e donne in termini occupazionali risultano significative (10 punti percentuali: lavorano 58 donne e 68 uomini su cento). Le donne risultano meno favorite non solo perché presentano un tasso di occupazione decisamente più basso, ma anche perché si dichiarano più frequentemente alla ricerca di un lavoro: il tasso di disoccupazione è infatti pari al 14%, praticamente il doppio rispetto a quello rilevato per gli uomini (7%). Tale divario risulta tutto a carico dei laureati puri; tra gli ibridi, infatti, il differenziale si riduce fino a 3 punti percentuali.
I differenziali di genere fin qui evidenziati risentono però, almeno in parte, della composizione per percorso di studio e del diverso peso di uomini e donne all'interno di ciascuno. Gli uomini risultano avvantaggiati in particolare nei gruppi giuridico e geo-biologico, all'interno dei quali il tasso di occupazione maschile è superiore a quello femminile di 9,5 punti percentuali. Non si deve però dimenticare che all'interno di questi percorsi il numero di occupati ad un anno dalla laurea è decisamente contenuto. All'opposto, nei gruppi linguistico, letterario e politico-sociale sono le donne a mostrare tassi di occupazione superiori a quelli maschili, con un picco del 20% nel linguistico (si ricorda che in questo percorso gli uomini rappresentano la netta minoranza).
Differenze territoriali
Le differenze Nord-Sud69 si confermano rilevanti anche tra i laureati di secondo livello coinvolti nell'indagine ad un anno dal conseguimento del titolo, anche se risultano decisamente più contenute rispetto a quanto storicamente evidenziato tra i laureati pre-riforma. La disparità territoriale, superiore a 13 punti percentuali, corrisponde ad un tasso di occupazione pari al 68% tra i residenti al Nord e al 54% tra coloro che risiedono nelle aree meridionali.
Il divario tra Nord e Sud è confermato anche a livello di percorso disciplinare; aumenta anzi consistentemente nei gruppi educazione fisica, linguistico e chimico-farmaceutico, fino a superare addirittura i 20 punti percentuali. Solo i laureati del gruppo scientifico presentano uguali chance occupazionali, sia che risiedano al Nord che al Sud del nostro Paese.
In termini occupazionali le differenze Nord-Sud risultano confermate anche tra i laureati puri e tra quelli ibridi, seppure su livelli diversi: i secondi, infatti, poiché più frequentemente già inseriti nel mercato del lavoro, presentano esiti occupazionali migliori. Più nel dettaglio, tra gli ibridi lavora il 78% dei residenti al Nord, contro il 64% dei residenti al Sud (+14 punti percentuali), tra i puri le quote sono, rispettivamente, 66 e 49% (+17 punti)70. Isolando allora più opportunamente l'analisi ai soli laureati puri le differenze territoriali risultano confermate anche a livello di percorso di studio, con la sola eccezione, anche in questo caso, del gruppo scientifico (il divario Nord-Sud è di fatto inesistente).
Le evidenze generali fin qui emerse risultano confermate anche dall'analisi del tasso di disoccupazione, che raggiunge il 18,5% tra i laureati del meridione, circa 12 punti in più rispetto ai colleghi residenti al Nord. Anche in questo caso i differenziali territoriali risultano confermati in tutti i gruppi disciplinari, con punte di oltre 20 punti di divario tra i laureati dei gruppi giuridico e psicologico.
In tale contesto i laureati residenti al Centro si collocano di fatto in una condizione intermedia, e ciò risulta confermato anche a livello di percorso disciplinare: complessivamente, il 62% dei residenti nelle aree centrali si dichiara occupato ad un anno dalla laurea, mentre uno su dieci cerca attivamente un lavoro.
Fra i laureati di secondo livello occupati, 32 su cento proseguono l'attività intrapresa prima del conseguimento della laurea specialistica (per 17 su cento si tratta di un lavoro iniziato ancor prima di iscriversi al biennio specialistico). Altri 13 su cento hanno invece dichiarato di avere cambiato il lavoro solo dopo la conclusione degli studi specialistici. Ne deriva che oltre la metà dei laureati occupati si è inserita nel mercato del lavoro solo al termine degli studi specialistici.
Tralasciando i laureati delle professioni sanitarie (per gli ovvi motivi già citati in precedenza), la prosecuzione del lavoro antecedente alla laurea è più frequente tra i laureati di educazione fisica, la maggior parte dei quali (66%) ha ottenuto il titolo lavorando. Tale quota è altrettanto significativa tra i laureati dei gruppi insegnamento (57%), psicologico e politico-sociale (40% in entrambi i casi). L'area di coloro che conseguono il titolo lavorando presenta tratti caratteristici, che di fatto prescindono dal tipo di titolo e dal percorso formativo intrapreso: si tratta infatti di laureati di età elevata (33 anni contro 28 del complesso dei laureati specialistici), con un contratto di lavoro stabile, che verosimilmente auspicano di ottenere miglioramenti nella propria attività lavorativa ed avanzamenti di carriera.
Corrispondentemente, la quota di chi decide di inserirsi nel mercato del lavoro solo al termine del biennio specialistico è decisamente più ampia tra i laureati dei gruppi ingegneria, chimico-farmaceutico e geo-biologico, tutti con percentuali superiori al 68%.
5.2 Tipologia dell'attività lavorativa71
Ad un anno dalla laurea il lavoro stabile riguarda 40 laureati su cento, soprattutto grazie alla diffusione dei contratti a tempo indeterminato che caratterizzano un terzo degli occupati. Data la natura del collettivo in esame, il lavoro autonomo coinvolge solo 6 occupati su cento: sono infatti pochi i percorsi di studio specialistici (architettura, educazione fisica, agrario, giuridico) che, per loro natura, prevedono l'avvio di un'attività professionale. Non a caso, infatti, è proprio in corrispondenza di queste aree disciplinari che si rileva una quota di lavoratori autonomi apprezzabilmente superiore alla media (rispettivamente pari a 23; 15,5; 13 e 11%).
A parte i laureati delle professioni sanitarie, ai quali il posto fisso è di fatto garantito (il 92% è assunto con un contratto a tempo indeterminato!, cui si aggiunge un ulteriore 3% impegnato in attività autonome), il lavoro stabile è relativamente più diffuso fra gli occupati dei gruppi insegnamento (47,5%), economico-statistico e politico-sociale (per entrambi 42%), nonché ingegneria (41%, lievemente superiore alla media). Anche in tal caso la più elevata quota di lavoratori stabili è determinata dalla consistente presenza di contratti a tempo indeterminato.
È comunque utile ricordare che la maggior parte dei percorsi di studio ad elevata stabilità lavorativa sono composti da laureati entrati da tempo nel mercato del lavoro, i quali frequentemente proseguono il lavoro iniziato addirittura prima di iscriversi alla specialistica. Si citano, tra gli altri, i gruppi insegnamento e politico-sociale (31 e 24%, rispettivamente).
Il 41% degli occupati dichiara invece di essere stato assunto con un contratto atipico; in particolare, il 20% degli occupati ha un contratto di collaborazione mentre 18 laureati su cento hanno un contratto a tempo determinato (la restante quota lavora con altre forme atipiche). Il lavoro atipico coinvolge soprattutto i laureati dei gruppi geo-biologico, letterario, psicologico, in corrispondenza dei quali le percentuali lievitano fino a superare il 60%.
Risulta altresì apprezzabile la diffusione dei contratti di inserimento e apprendistato che, probabilmente anche in virtù della più giovane età, coinvolgono circa il 15% degli occupati ad un anno, in particolare laureati in economia-statistica o ingegneria (tutti con percentuali superiori al 20%).
Se si considerano i laureati che proseguono l'attività iniziata prima della laurea il lavoro stabile sale fino a coinvolgere ben 66 occupati su cento (58 con contratto a tempo indeterminato). Corrispondentemente, tra coloro che hanno mantenuto il medesimo impiego anche dopo il conseguimento del titolo specialistico, solo 25 su cento rientrano nella sfera del lavoro atipico, soprattutto per la maggiore diffusione dei contratti di collaborazione e consulenza (14%; i contratti a tempo determinato si fermano invece al 9%).
Differenze di genere
Ad un anno dalla laurea gli uomini possono contare più delle colleghe su un lavoro stabile (le quote sono, rispettivamente, 46 e 35%); un differenziale, questo, imputabile soprattutto alla diversa presenza dei contratti a tempo indeterminato, che coinvolgono 38 uomini e 30 donne su cento (il lavoro autonomo, invece, riguarda l'8% dei primi ed il 5% delle seconde).
Corrispondentemente, il lavoro atipico è di fatto connotata al femminile, estendendosi fino a 47 occupate su cento (rispetto al 35,5% dei colleghi). Il questo caso, il differenziale di genere è legato in particolar modo alla maggiore diffusione dei contratti di collaborazione e consulenza (23 e 16,5%, rispettivamente).
Le differenze di genere sono confermate anche approfondendo ulteriormente l'analisi fino a livello di percorso disciplinare, nonché per prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea. Tra l'altro, se si circoscrive più opportunamente l'analisi ai soli laureati che non lavoravano al momento della laurea, il differenziale uomo-donna si dilata (a favore dei primi) fino a raggiungere 14 punti percentuali (tutto ciò sia in termini di stabilità che di “atipicità” lavorativa).
Differenze territoriali
Apparentemente, gli occupati del Sud mostrano una migliore stabilità lavorativa rispetto ai colleghi residenti al Nord (il differenziale, addirittura di 6 punti percentuali, si traduce in una quota di occupati stabili rispettivamente pari a 44% e 38%); tutto ciò risulterebbe determinato in particolare dalla diversa diffusione del contratto a tempo indeterminato (31,5% tra i residenti al Nord, contro 37% tra quelli del Sud). Ma il condizionale è d'obbligo, visto che è significativamente diversa, nelle due aree, la prosecuzione del lavoro precedente alla laurea specialistica. Tra i residenti al Sud, infatti, quasi il 40% degli occupati prosegue la medesima attività lavorativa avviata ben prima di terminare gli studi universitari; tra i colleghi delle aree settentrionali, invece, tale quota non raggiunge nemmeno il 27% (il differenziale è pari a 13 punti percentuali).
Concentrando allora più opportunamente l'attenzione sui soli laureati che hanno iniziato a lavorare al termine del biennio specialistico, la stabilità lavorativa torna, come storicamente rilevato nei rapporti AlmaLaurea, appannaggio dei residenti al Nord (29%, contro 25% dei colleghi meridionali), anche se le differenze non sono tanto ampie quanto ci si sarebbe potuti attendere. Tale divario non risulta però sempre confermato a livello di percorso disciplinare: tra i laureati del gruppo geo-biologico, ad esempio, sono i residenti al Sud a mostrare una migliore stabilità lavorativa (11 contro 18% dei laureati del Nord); nei percorsi letterario e scientifico, invece, non si rilevano differenze tra Nord e Sud degne di nota.
Interessante al riguardo rilevare che anche in termini di diffusione di attività lavorative non regolamentate non si registrano ampie differenze tra Nord e Sud (con la selezione di cui sopra le percentuali sono, rispettivamente, 3 e 4%).
È però vero che, come già accennato per i laureati post-riforma, i differenziali territoriali possono risultare sotto-stimati soprattutto vista la diversa mobilità geografica rilevata al Sud rispetto alle aree del Nord. Considerando infatti la regione di residenza e non quella di lavoro è verosimile che le caratteristiche occupazionali dei laureati del Sud risultino migliori di quanto non sia in realtà, soprattutto in virtù della quota, tutt'altro che irrilevante, di coloro che decidono di spostarsi al Centro o al Nord per trovare un lavoro corrispondente alle proprie aspettative.
La coerenza tra percorso formativo intrapreso e relativo sbocco professionale può essere misurata considerando, tra l'altro, il ramo di attività economica dell'azienda in cui il laureato ha trovato lavoro. Naturalmente non si tratta di una misura puntuale, perché non è detto che la mancata corrispondenza tra ramo e percorso disciplinare sia necessariamente sintomo di incoerenza tra i due aspetti. Infatti, considerando l'ambito in cui opera l'azienda non si tiene conto delle mansioni effettivamente svolte dalla persona: ad esempio, un laureato in giurisprudenza che lavora presso un'azienda chimica non necessariamente svolge un lavoro incoerente con il proprio percorso di studi (magari potrebbe essere impiegato presso l'ufficio legale).
Ad un anno dal conseguimento del titolo i laureati appartenenti ai gruppi disciplinari che prevedono una formazione più specifica, meno generalista, si concentrano in pochi settori di attività economica. Ad esempio, il 91% dei laureati delle professioni sanitarie opera nella sanità; oltre il 50% dei laureati del gruppo architettura lavora nella progettazione e costruzione di fabbricati e impianti, cui si deve aggiungere un ulteriore 21% assunto presso studi di consulenza o professionali. Elevata concentrazione in pochi rami di attività economica si rileva anche per i laureati dei gruppi educazione fisica ed insegnamento: in entrambi i casi, infatti, il 70% degli occupati è assorbito da soli 3 rami (servizi ricreativi, culturali, sportivi; istruzione; sanità per i primi; istruzione; servizi sociali e personali; sanità per i secondi).
All'estremo opposto, il gruppo politico-sociale distribuisce i propri laureati in numerosi settori economici (ben 9 rami raccolgono infatti il 70% degli occupati); elevata frammentazione si rileva anche per i gruppi linguistico (7 rami), economico-statistico ed ingegneria (6 rami in entrambi i casi).
5.4 Retribuzione dei laureati72
Ad un anno dal conseguimento del titolo di secondo livello, il guadagno mensile netto è pari in media a 1.178 euro; naturalmente anche in tal caso si rilevano evidenti differenze tra chi prosegue l'attività lavorativa iniziata prima del conseguimento del titolo (1.291 euro) e chi l'ha iniziata al termine degli studi di secondo livello (1.117 euro). Ne deriva che le retribuzioni degli ibridi, come ci si poteva aspettare, sono più elevate rispetto ai laureati puri: per i primi è pari a 1.226 euro, contro 1.147 euro dei secondi.
Differenze retributive si rilevano anche all'interno dei vari percorsi di studio (si tralasciano anche in tal caso i laureati delle professioni sanitarie): guadagni più elevati sono infatti associati ai laureati dei gruppi economico-statistico e ingegneria (circa 1.320 euro in entrambi i casi). Nettamente inferiori risultano invece le retribuzioni dei laureati dei gruppi psicologico e letterario (il guadagno mensile netto non supera mediamente i 900 euro mensili).
Gli uomini guadagnano il 25% in più delle donne (1.312 euro contro 1.053); le differenze di genere sono confermate all'interno di ciascun gruppo, in particolare nel giuridico dove gli uomini guadagnano ben il 44% in più delle colleghe. Le differenze di genere all'interno dei percorsi di studio si attenuano, pur restando significative, se si considerano i soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea e che lavorano a tempo pieno (anche se naturalmente in tal caso le numerosità si riducono): per riprendere l'esempio sopra citato, nel gruppo giuridico il differenziale tra uomini e donne si contrae dal 44 al 13% (corrispondente a 138 euro).
Non si rilevano differenze significative fra residenti al Nord e al Sud (le retribuzioni si approssimano a 1.175 euro in entrambi i casi). Il divario territoriale riemerge con forza, però, non appena si limita più opportunamente l'analisi ai soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo il conseguimento del titolo di secondo livello: in tal caso le retribuzioni tra residenti al Nord e al Sud si riassestano su valori pari a 1.149 e 1.046 euro (+10%)73. Tutto ciò, tra l'altro, indipendentemente dal percorso di studio compiuto.
Infine, le differenze di genere sopra richiamate risultano confermate a livello territoriale, anche isolando i soli laureati che lavorano a tempo pieno (per evitare distorsioni legate alla maggiore diffusione, tra le donne, di attività part-time).
5.5 Efficacia74 della laurea nell'attività lavorativa
L'efficacia del titolo di secondo livello risulta complessivamente buona (è almeno abbastanza efficace per 84 laureati su cento); risulta particolarmente accentuata tra i laureati dei gruppi architettura e ingegneria (93,5%), economico-statistico (89%) e scientifico (86%). Inferiore alla media, invece, tra coloro che hanno conseguito una laurea in lettere, psicologia, scienze politiche o sociologia (le percentuali sono inferiori al 74%). In particolare per gli ultimi due gruppi disciplinari, incide verosimilmente sul risultato più modesto la consistente quota di laureati che prosegue il lavoro precedente alla laurea specialistica.
Approfondendo anche in tal caso l'analisi sull'efficacia della laurea analizzando nel dettaglio le variabili che compongono l'indice, si rileva che ad un anno dalla laurea 45 occupati su cento utilizzano le competenze acquisite durante il percorso di studi in misura elevata, mentre 42 su cento dichiarano farne un utilizzo ridotto; ne deriva che 13 laureati su cento ritengono di non sfruttare assolutamente le conoscenze apprese nel corso del biennio specialistico. Per ciò che riguarda la seconda componente dell'indice di efficacia, il 18% degli occupati dichiara che la laurea specialistica è richiesta per legge per l'esercizio della propria attività lavorativa, cui si aggiungono altri 25 laureati su cento che ritengono il titolo, non richiesto per legge, ma di fatto necessario. La laurea specialistica, infine, non risulta né richiesta né utile in alcun senso per 12 occupati su cento.
Sono in particolare i laureati dei gruppi architettura, agrario e ingegneria a sfruttare maggiormente ciò che hanno appreso all'università (le percentuali di quanti dichiarano un utilizzo elevato sono, rispettivamente, 58, 53 e 50%). A parte il gruppo architettura (all'interno del quale ben 42 laureati su cento dichiarano che la laurea è richiesta per legge) in tutti gli altri percorsi disciplinari la maggior parte degli occupati ritiene che la laurea sia tutto sommato utile per l'esercizio della propria attività lavorativa.
Un altro interessante elemento di approfondimento deriva dall'analisi del ruolo della laurea specialistica nell'esercizio del proprio lavoro: agli occupati è stato infatti chiesto di esplicitare se, a loro giudizio, la laurea di secondo livello ha permesso di ottenere conoscenze utili allo svolgimento della propria attività lavorativa. Un laureato occupato su cinque ritiene che la laurea di secondo livello sia fondamentale (quota che cresce considerevolmente tra i laureati dei gruppi chimico-farmaceutico, ingegneria e architettura); un occupato ogni due (in particolare all'interno delle professioni sanitarie) ritiene invece che sia utile. D'altra parte, 18,5 occupati su cento ritengono che sarebbe stato sufficiente il titolo di primo livello ed infine 12 su cento addirittura dichiarano che sarebbe bastato un titolo non universitario. È naturale che quest'area sia composta in particolare da laureati che proseguono il lavoro precedente alla laurea. Ciò spiega, tra l'altro, la più alta presenza di laureati dei gruppi insegnamento e delle professioni sanitarie, per chi ritiene sufficiente la triennale; psicologico, letterario e linguistico per chi dichiara invece che basterebbe un titolo non universitario.
Larga parte dei laureati specialistici a ciclo unico opta, al termine degli studi universitari, per la prosecuzione della propria formazione, in particolare frequentando tirocini e praticantati o scuole di specializzazione. Si tratta, naturalmente, di attività necessarie all'avvio della libera professione che coinvolgono, ad un anno dal conseguimento del titolo, soprattutto i laureati in giurisprudenza e medicina. Per quanto riguarda gli altri percorsi disciplinari, è decisamente elevata la quota di occupati tra architetti e farmacisti, mentre tra i veterinari il tasso di occupazione risulta più contenuto, ma sempre superiore alla media. Le attività lavorative compiute durante gli studi sono poco frequenti, verosimilmente perché l'organizzazione didattica non consente di coniugare facilmente studio e lavoro: ne deriva che è altrettanto contenuta la quota di chi prosegue il lavoro iniziato durante l'università. Stabilità lavorativa, efficacia della laurea e retribuzioni, pur con notevoli differenze tra percorso e percorso, risultano complessivamente positive.
Tra i laureati specialistici a ciclo unico la percentuale di occupati ad un anno dal conseguimento del titolo è pari al 46%. Una quota decisamente consistente, del 40%, è invece composta da laureati che non lavorano né cercano; come si vedrà meglio in seguito, il collettivo dei laureati specialistici a ciclo unico è decisamente particolare, perché composto da laureati di percorsi di studio75 che prevedono, al termine degli studi universitari, un ulteriore periodo di formazione (si tratta di tirocini o scuole di specializzazione) necessario all'accesso alla libera professione. Infine, la restante parte, del 14%, è formata da laureati che non lavorano ma sono alla ricerca attiva di un impiego.
Il tasso di disoccupazione, che costituisce una misura più puntuale della condizione lavorativa dei laureati poiché neutralizza l'effetto legato a coloro che sul mercato del lavoro neppure si presentano76, è prossimo al 9%; un valore decisamente contenuto, soprattutto se rapportato con quello usualmente rilevato ad un anno nelle indagini AlmaLaurea (tra i laureati pre-riforma, ad esempio, il tasso di disoccupazione è sempre stato, anche nei periodi economicamente più favorevoli, superiore al 15%). Ciò dimostra che larga parte dei laureati specialistici a ciclo unico decide, per i motivi già evidenziati, di ritardare l'ingresso nel mercato lavorativo così da dedicarsi alla preparazione per la libera professione.
Infatti, indipendentemente dalla condizione lavorativa, oltre il 50% degli intervistati dichiara di essere impegnato in un'attività formativa (la percentuale sale al 78% se si considerano anche coloro che hanno già terminato la formazione post-laurea): si tratta in prevalenza di tirocini e praticantati (nel 52% dei casi già conclusi, nel 7% ancora in corso al momento dell'intervista) e di specializzazioni (1% concluse, 34% in corso).
Per il collettivo in esame, come già evidenziato (cfr. § 3.1), la distinzione tra laureati puri e ibridi non fornisce indicazioni particolarmente significative soprattutto perché, sostanzialmente, tra i due collettivi non esistono differenze strutturali rilevanti: il tasso di occupazione, infatti è pari al 46% tra i primi contro il 45% dei secondi. Analogo differenziale si rileva anche considerando il tasso di disoccupazione.
Si è già detto che le esperienze lavorative compiute durante gli studi sono piuttosto rare, tanto che solo il 14,5% dei laureati specialistici a ciclo unico ha dichiarato di lavorare al conseguimento del titolo; per ovvi motivi, all'interno di questo collettivo il tasso di occupazione ad un anno dal conseguimento del titolo è decisamente più elevato e pari al 64%. Visto però il peso assolutamente contenuto di coloro che giungono alla laurea lavorando, il tasso di occupazione complessivo non varia considerevolmente se si isolano coloro che non lavoravano alla laurea (per questi la percentuale è pari al 43%).
Gruppi disciplinari
I laureati specialistici a ciclo unico delle sei classi sopra menzionate appartengono a cinque soli gruppi disciplinari: agrario (che comprende i soli veterinari), architettura, chimico-farmaceutico (con i soli farmacisti), giuridico e medico.
Ad un anno dalla laurea, la condizione occupazionale varia molto in funzione del percorso di studio: esiti occupazionali molto buoni si rilevano in particolare per i laureati in architettura (lavora il 71% degli intervistati) ed in farmacia (69%). Superiore alla media (54%) anche il tasso di occupazione dei laureati veterinari.
I laureati dei gruppi giuridico e medico presentano invece un tasso di occupazione molto contenuto (rispettivamente 32% e 14%), poiché il loro ingresso nel mercato del lavoro è naturalmente ritardato a causa dell'ulteriore formazione necessaria all'esercizio della professione. Infatti i laureati di questi percorsi sono frequentemente impegnati in attività post-laurea quali praticantati (che coinvolgono, al momento dell'intervista, il 91% dei giuristi) e scuole di specializzazioni (riguardano il 57% dei medici).
Adottando pertanto la definizione alternativa di occupato77, che considera anche coloro impegnati in formazione retribuita, il tasso di occupazione complessivo lievita di oltre 30 punti percentuali, fino a raggiungere il 79,5%. L'incremento più consistente si rileva in corrispondenza del gruppo medico (+50 punti: il tasso di occupazione sale all'82%). Passando da una definizione all'altra, nel gruppo giuridico l'aumento è di circa 20 punti percentuali e, seppure sia un incremento più alto della media, porta il tasso di occupazione a fermarsi al 34%; quota, questa, decisamente più bassa rispetto agli altri percorsi disciplinari in esame.
L'andamento del tasso di disoccupazione all'interno dei gruppi di corsi conferma le considerazioni fin qui esposte: il valore medio (che si ricorda è pari al 9%) schizza al 32% tra i laureati del gruppo giuridico. È decisamente superiore alla media anche tra i veterinari (18%). Tra i medici, invece, si rileva il valore più contenuto della quota di disoccupati (6%).
Differenze di genere
Le differenze in termini occupazionali fra uomini e donne non paiono rilevanti come per le altre tipologie di corsi esaminate; anzi, per la prima volta la quota di donne occupate risulta, seppure di poco, superiore a quella dei colleghi (lavorano 46 donne e 45 uomini su cento). Ma tale tendenza risente inevitabilmente della composizione per percorso disciplinare. Nei gruppi agrario e chimico-farmaceutico il differenziale occupazionale a favore delle donne, infatti, si intensifica ulteriormente: nel primo il tasso di occupazione è pari al 57% contro il 49 degli uomini; nel secondo le quote sono, rispettivamente, del 71 e 65%. Tra l'altro, si tratta dei percorsi a più alta presenza femminile, dal momento che le donne rappresentano il 72% dei laureati del chimico-farmaceutico e il 66,5% di quelli dell'agrario. Nei restanti ambiti disciplinari risultano favoriti gli uomini, anche se le differenze sono più contenute: nel gruppo giuridico il divario di genere è di 4,8 punti, nel medico è di 1,4 (per entrambi i percorsi il tasso di occupazione è però modesto); tra gli architetti, infine, le differenze, seppur a favore della componente maschile, sono praticamente irrilevanti (0,6 punti), soprattutto tenendo conto delle ottime performance occupazionali rilevate già ad un anno dal conseguimento del titolo.
Sono analogamente contenute anche le differenze in termini di tasso di disoccupazione: il divario, di 0,6 punti percentuali a favore della componente femminile, si traduce in una quota di disoccupati dell'8% (contro il 9 degli uomini). Comunque, a livello di percorso disciplinare non sempre tale tendenza risulta verificata. L'analisi di fatto conferma quanto rilevato in termini occupazionali, anche se nel gruppo chimico-farmaceutico le differenze tendono ad attenuarsi, pur restando sempre a favore della componente femminile (il tasso di disoccupazione e del 7%, contro il 9% tra gli uomini), mentre tra i laureati del gruppo giuridico il divario di genere si accentua a sfavore delle donne (il tasso di disoccupazione è del 37%, +10,8 punti rispetto agli uomini).
Differenze territoriali
In termini occupazionali le differenze territoriali78 sono anche in questo caso a favore delle aree del Nord: il tasso di occupazione, del 52,5%, è decisamente più elevato rispetto a quello rilevato tra i residenti al Sud (39%; il differenziale è di 13,5 punti percentuali).
Il divario tra Nord e Sud, seppure con intensità variabile, è confermato in tutti i percorsi disciplinari in esame, superando i 24 punti tra architetti ed agrari e contraendosi fino a 7 punti tra i pochi medici occupati.
Le tendenze fin qui illustrate trovano conferma anche nell'analisi del tasso di disoccupazione, che raggiunge il 13% tra i laureati del Sud, contro il 4% dei colleghi residenti al Nord. Il differenziale, pari a 9 punti percentuali si mantiene significativo, seppure con intensità diverse, in tutti i gruppi disciplinari esaminati.
Come più volte sottolineato, i laureati residenti al Centro si trovano di fatto in una posizione intermedia fra la condizione occupazionale dei laureati del Nord e quella dei laureati del Sud.
Come già anticipato, le esperienze lavorative durante gli studi universitari costituiscono una realtà praticamente residuale. Ne deriva che solo 10 occupati su cento proseguono, ad un anno dal conseguimento del titolo, l'attività intrapresa prima della laurea; un ulteriore 10% lavorava al momento della laurea, ma ha dichiarato di aver cambiato attività dopo la conclusione degli studi. Di fatto, quindi, la stragrande maggioranza dei laureati specialistici a ciclo unico (80% degli occupati) si è dedicata esclusivamente allo studio, iniziando a lavorare solo dopo l'ottenimento del titolo.
Ciò risulta confermato in tutti i gruppi disciplinari, con la sola eccezione di quello giuridico, all'interno del quale ben il 42,5% degli occupati ha mantenuto lo stesso lavoro anche dopo la laurea. Bisogna però ricordare che la quota di laureati occupati è decisamente ridotta in questo percorso di studio: l'insieme di coloro che hanno mantenuto il medesimo impiego anche dopo la laurea è comunque costituita da persone di età elevata, che hanno già portato a termine una precedente esperienza universitaria.
6.2 Tipologia dell'attività lavorativa79
Ad un anno dalla laurea il lavoro stabile riguarda 38 laureati specialistici a ciclo unico su cento, di fatto equamente distribuiti tra lavoratori autonomi effettivi (20%) e dipendenti con contratto a tempo indeterminato (18%). Naturalmente, anche nel caso degli specialistici a ciclo unico la più alta stabilità lavorativa si rileva in corrispondenza di coloro che proseguono il lavoro precedente alla laurea (52%, contro 36% di chi ha iniziato a lavorare dopo il conseguimento del titolo), anche se si ricorda che costituiscono la netta minoranza della popolazione esaminata.
Il 43% degli occupati dichiara invece di essere stato assunto un contratto atipico; in particolare, 20 laureati su cento hanno un contratto a tempo determinato, 19 su cento un contratto di collaborazione o consulenza. Il lavoro atipico caratterizza in particolare (45%) la fascia di popolazione che si è inserita nel mercato del lavoro solo dopo aver conseguito la laurea.
Si rileva significativa anche la presenza di occupati assunti con contratti di inserimento o apprendistato: si tratta di 10 laureati specialistici a ciclo unico su 100 che hanno in generale iniziato a lavorare solo al termine degli studi universitari. Infine, 8 occupati su cento lavorano senza alcuna regolamentazione contrattuale.
Gruppi disciplinari
Dopo un anno dalla laurea, la maggiore stabilità lavorativa è registrata fra gli occupati del gruppo chimico-farmaceutico (47%), all'interno del quale addirittura il 40% è assunto con un contratto a tempo indeterminato.
L'elevata stabilità rilevata all'interno di questo percorso disciplinare non risulta tra l'altro correlata alla prosecuzione del lavoro precedente al conseguimento del titolo, che coinvolge infatti solo il 10% degli occupati. Elevata stabilità lavorativa si rileva anche tra i pochissimi laureati occupati del gruppo giuridico, i quali, si ricorda, hanno generalmente conservato il medesimo impiego anche dopo il termine degli studi universitari.
A parte i gruppi appena citati, per i quali la stabilità lavorativa è determinata principalmente dalla maggiore diffusione dei contratti a tempo indeterminato, nei restanti tre percorsi in esame è associata all'ampia diffusione di lavori a carattere autonomo: riguardano 33 veterinari, 27 architetti e 26 medici occupati su cento.
Oltre la metà dei pochi medici occupati è assunto con un contratto atipico (equamente distribuiti tra contratti a tempo determinato e collaborazioni). Il lavoro atipico è ampiamente diffuso anche tra gli architetti (42%), i quali possono contare soprattutto su contratti di collaborazione o consulenza (35%).
Infine, nei gruppi agrario e architettura è significativa la presenza di lavoratori senza contratto (21 laureati su cento per il primo, 19,5 nel secondo): si tratta di laureati che svolgono attività lavorative in ambiti coerenti con il proprio percorso formativo, ma per le quali rilevano livelli di efficacia e retribuzioni inferiori rispetto ai colleghi occupati in altre forme contrattuali.
Differenze di genere
All'interno del collettivo dei laureati specialistici a ciclo unico non si rilevano differenze evidenti tra uomini e donne in termini di tipologia dell'attività lavorativa. Per tutte le tipologie contrattuali, infatti, le differenze rientrano nell'ordine di qualche punto percentuale. Ad un anno dalla laurea la stabilità del lavoro coinvolge in proporzioni analoghe uomini e donne (39 contro 38%); mentre i contratti a tempo indeterminato riguardano il 15,5% degli uomini e il 19% delle donne, le attività autonome coinvolgono il 23% dei primi e il 19% delle seconde.
Approfondendo l'analisi a livello di percorso disciplinare le tendenze risultano confermate; l'unica eccezione è costituita dal gruppo agrario, all'interno del quale le donne possono contare più frequentemente su impieghi stabili (47 contro 39% degli uomini, che rappresentano la minoranza del collettivo in esame), sia per ciò che riguarda i contratti a tempo indeterminato (13 e 9% rispettivamente) che per le attività autonome (34 e 30%).
Il lavoro atipico è lievemente più diffuso tra gli uomini (44%, contro 42% delle colleghe); la più elevata presenza maschile è dovuta in particolare alla diffusione dei contratti di collaborazione e consulenza, che riguardano il 21% degli uomini e il 17% delle donne. A livello di percorso disciplinare si nota che le donne sono assunte con contratti atipici in particolare nei gruppi architettura (46%, contro 37% dei colleghi).
Ne deriva che le assunzioni con contratti di inserimento o apprendistato sono più frequenti tra le donne (11 contro 8%). Per ciò che riguarda le attività non regolamentate non si rilevano differenze degne di nota.
Differenze territoriali
Anche in tal caso i differenziali Nord-Sud possono essere messi in luce solo considerando l'area di residenza alla laurea. Non si riesce quindi a tener conto delle quote, tutt'altro che inconsistenti tra i laureati delle aree meridionali, relative a coloro che decidono di spostarsi per motivi lavorativi. Pertanto, i differenziali territoriali di seguito illustrati, peraltro già apprezzabili, possono in realtà risultare sotto-stimati rispetto a quanto non sia in realtà.
Nel complesso, i laureati residenti al Nord sono più stabili dei loro colleghi del Sud (40 contro 36%, rispettivamente). Tale differenziale è dovuto in particolar modo alla più alta presenza di attività autonome tra gli occupati del Nord (23%, contro 17% dei colleghi del Sud). La maggiore stabilità lavorativa dei residenti al Nord non risulta confermata tra i laureati dei gruppi agrario e chimico-farmaceutico, all'interno dei quali sono i residenti del Sud che raggiungono quote più consistenti di lavoratori stabili.
Corrispondentemente, le forme di lavoro cosiddette atipiche sono significativamente più diffuse tra i residenti nelle regioni meridionali: nel complesso il lavoro atipico riguarda 40 occupati su cento al Nord, rispetto a 46 su cento al Sud. Le differenze risultano significative anche a livello di gruppo.
Infine, le attività lavorative non regolamentate da alcun contratto sono più diffuse fra i residenti del Sud (8,5%, contro 5% del Nord).
Già ad un anno dal termine degli studi universitari si rileva una buona coerenza tra titolo conseguito e ramo di attività economica in cui si esercita la propria attività lavorativa. La quasi totalità (93%) dei pochi medici occupati opera infatti nel settore della sanità; il 68% dei laureati del gruppo chimico-farmaceutico lavora presso farmacie o tutt'al più (17%) nel ramo della sanità (si tratta verosimilmente di farmacie ospedaliere); il 57% degli architetti rientra nel settore dell'edilizia (progettazione e costruzione di fabbricati ed impianti), cui vanno aggiunti altri 27 laureati su cento che lavorano presso studi professionali e di consulenza; la metà dei veterinari svolge la professione nel proprio settore, mentre altri 28 su cento lavorano nella sanità (verosimilmente ASL). Solo i pochissimi occupati del gruppo giuridico risultano distribuiti su numerosi rami di attività economica: il più diffuso è la consulenza legale (20%), cui segue quello della pubblica amministrazione (18%). Si ricorda infatti che si tratta frequentemente di persone che proseguono il lavoro precedente alla laurea.
6.4 Retribuzione dei laureati80
A dodici mesi dalla laurea, il guadagno mensile netto è pari in media a 1.131 euro. Tale valore, decisamente consistente se si considera che solo una minoranza prosegue l'attività lavorativa avviata durante l'università, è influenzato in particolare delle elevate retribuzioni associate ai laureati del gruppo chimico-farmaceutico (1.213 euro in media), frequentemente occupati.
Differenze retributive rilevanti si notano anche tra i pochi laureati occupati del gruppo medico (1.286 euro). Per tutti gli altri percorsi disciplinari (escluso il giuridico che ha pochissimi laureati occupati) le retribuzioni sono invece inferiori, non raggiungendo neppure i 1.000 euro tra i laureati in architettura e veterinaria (847 e 762 euro, rispettivamente).
Gli uomini guadagnano il 10% in più delle colleghe (1.205 euro contro 1.092). Le differenze di genere sono confermate all'interno di ciascun gruppo, in particolare tra architetti (+17%, corrispondente a 917 euro per gli uomini e 786 per le donne) e medici (+14%, che si traduce in 1.391 e 1.225 euro, rispettivamente). Concentrando allora l'analisi, come di consueto, sui soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea e che lavorano a tempo pieno, le differenze di genere si riducono all'8% (1.338 euro per gli uomini, 1.243 per le donne) e risultano generalmente confermate anche a livello di percorso disciplinare, anche se in taluni casi le numerosità si riducono consistentemente. Riprendendo le considerazioni sviluppate poco fa, si rileva che tra gli architetti il differenziale di genere, con l'opportuna selezione appena menzionata, si acuisce (+22% a favore degli uomini), al contrario di ciò che avviene tra i medici, tra i quali il divario si riduce (8%).
Consistentemente più elevate risultano le retribuzioni dei laureati che risiedono al Nord (1.201 euro), rispetto ai loro colleghi che abitano nelle regioni meridionali (1.101 euro) o al Centro (997 euro). Tali tendenze sono confermate anche nella disaggregazione per genere (indipendentemente dalla residenza, le donne guadagnano costantemente meno dei loro colleghi uomini) e per percorso disciplinare (con la sola eccezione del gruppo agrario, all'interno del quale i residenti del Nord percepiscono il 21% in meno dei colleghi del Sud). Si ricorda, però, che anche in tal caso non si tiene conto dell'area territoriale in cui i laureati svolgono il proprio lavoro.
6.5 Efficacia81 della laurea nell'attività lavorativa
L'efficacia risulta complessivamente molto buona (è almeno abbastanza efficace per 97 laureati su cento), soprattutto per i laureati dei gruppi medico e chimico-farmaceutico (le percentuali sono pari a 98 e 97,5, rispettivamente). Decisamente inferiore alla media è il livello di efficacia dei laureati del gruppo giuridico (78%), anche se ciò trova spiegazione, verosimilmente, nella ridotta quota di occupati, i quali proseguono nella maggior parte dei casi il medesimo lavoro precedente alla laurea.
Anche in questo caso risulta interessante approfondire le considerazioni fin qui esposte tenendo conto, distintamente, delle variabili che compongono l'indice di efficacia. Ad un anno dalla laurea 74 occupati su cento utilizzano in misura elevata le competenze acquisite durante il percorso di studi, mentre 22 su cento dichiarano un utilizzo contenuto; di conseguenza, solo quattro occupati su cento ritengono di non sfruttare in alcun modo le conoscenze apprese nel corso degli studi universitari. Si conferma la situazione anomala del gruppo giuridico all'interno del quale, per i motivi già citati, ben il 26% degli occupati non fa assolutamente ricorso alle competenze apprese durante gli studi universitari. In tutti gli altri ambiti disciplinari la situazione si presenta decisamente migliore, in particolare per i medici, tra i quali ben l'87% utilizza in misura elevata le conoscenze acquisite.
Per ciò che riguarda la seconda componente dell'indice di efficacia, ben 81 occupati su cento dichiarano che la laurea è richiesta per legge per l'esercizio della propria attività lavorativa, 8 su cento ritengono che sia di fatto necessaria (anche se formalmente non richiesta per legge), cui si aggiungono altri 8 su cento che la reputano utile. Assolutamente residuale (3%) la quota di chi non la ritiene né richiesta né tantomeno utile. Si distinguono in particolare i laureati in medicina per i quali, come ci si può facilmente attendere, la laurea è richiesta per legge per la quasi totalità degli occupati (92%). Diversa anche in questo caso la situazione del gruppo giuridico, all'interno del quale la maggior parte degli intervistati (53%) dichiara che la laurea è solo utile per l'esercizio dell'attività lavorativa.
Il collettivo dei laureati pre-riforma presenta caratteristiche strutturali decisamente particolari, dal momento che rappresentano la coda di un sistema universitario destinato ad esaurirsi in breve tempo. L'analisi degli esiti occupazionali ad un anno, tenuto conto della modificata struttura del collettivo, evidenzia segnali di frenata della capacità attrattiva del mercato del lavoro. Ma anche la stabilità lavorativa e le retribuzioni mostrano, ad un anno, segni di contrazione. A cinque anni dal conseguimento del titolo, però, le difficoltà del mercato del lavoro risultano più attutite, dal momento che larga parte dei laureati è già inserito nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione risulta però lievemente in calo rispetto alle precedenti rilevazioni. Con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo migliorano significativamente stabilità lavorativa e retribuzioni, pur con notevoli differenze tra percorso e percorso, tra uomini e donne, tra Nord e Sud, tra pubblico e privato.
L'analisi delle recenti tendenze del mercato del lavoro, in particolare se riferita alla capacità di assorbimento dei neo-laureati, risulta al momento decisamente problematica. Tutto ciò per vari motivi, primo tra tutti il fatto che per disporre di un'ampia serie storica si deve necessariamente ricorrere agli esiti occupazionali dei laureati pre-riforma, per i quali si dispone di informazioni circa l'inserimento nel mercato del lavoro di circa 10 coorti successive. Ma i laureati pre-riforma non sono più in grado di rappresentare l'intera popolazione universitaria dal momento che, come più volte è stato sottolineato, costituiscono un collettivo in via di esaurimento e caratterizzato da performance particolari. Per tali motivi, si ritiene opportuno tratteggiare brevemente le caratteristiche occupazionali dei laureati pre-riforma ad un anno, rimandando all'analisi a cinque anni per avere indicazioni più stabili circa l'inserimento lavorativo dei laureati.
La percentuale di occupati ad un anno dal conseguimento del titolo, adottando la definizione ISTAT utilizzata nell'indagine sulla condizione occupazionale dei laureati (che esclude fra gli occupati i laureati in formazione, anche se retribuita)82, risulta “apparentemente” aumentata, nelle ultime due rilevazioni, di 2,3 punti percentuali (dal 52,6 fra i laureati del 2005 al 54,9 fra quelli del 2007). “Apparentemente” perché, come si vedrà ancor meglio in seguito, tali risultati devono essere interpretati alla luce del profondo processo di trasformazione in atto all'interno del sistema universitario italiano: i laureati pre-riforma, che rappresentano la coda del vecchio sistema, affiancano frequentemente lo studio universitario alle esperienze lavorative. Infatti, la quota di laureati che si dichiara occupata al conseguimento del titolo è aumentata negli ultimi due anni di ben 9,3 punti percentuali (dal 31,7 al 41%). L'incremento del tasso di occupazione, quindi, più che comprovare una migliore capacità di assorbimento dei giovani ad elevato livello di istruzione, conferma ancora una volta che i laureati in esame sono già da tempo inseriti pienamente nel mercato del lavoro.
L'analisi dell'andamento dell'occupazione circoscritta ai soli laureati pre-riforma che non risultavano occupati al conseguimento del titolo, ridisegna completamente il quadro precedentemente delineato: in tal caso, infatti, la quota di occupati risulta diminuita, nell'ultimo biennio, di 1,3 punti percentuali (dal 43,2 al 41,9%). Tra l'altro, aspetto ancor più interessante, le ultime 8 coorti di laureati che hanno tentato l'inserimento nel mercato del lavoro solo al termine degli studi universitari hanno incontrato difficoltà via via crescenti, tanto che nell'intervallo considerato il tasso di occupazione è sceso dal 49 al già citato 41,9%. Ma anche in tal caso trarre da queste percentuali indicazioni circa le tendenze del mercato lavorativo è fuorviante, oltreché formalmente errato: infatti, i laureati pre-riforma delle ultime coorti giunti alla laurea senza lavorare presentano caratteristiche decisamente peculiari, soprattutto in termini di riuscita negli studi (di fatto sono gli ultimi di un sistema avviato all'estinzione; sono gli ultimi nonostante non lavorassero al conseguimento del titolo). Per tale motivo, confrontarli con i colleghi di qualche anno prima, usciti da un sistema universitario completamente diverso, non ancora riformato e basato tutto su corsi di laurea di durata generalmente quadriennale o quinquennale, risulta sbagliato.
Una conferma che le recenti tendenze occupazionali risentono inevitabilmente del modificarsi della struttura della popolazione si evince considerando la composizione dei laureati per percorso di studio, regolarità e attività lavorativa svolta o meno al momento della laurea. Se i laureati degli anni esaminati (2000-2007) avessero la stessa struttura (per le tre variabili richiamate più sopra) dei laureati del 2000 (quelli che hanno conseguito il titolo prima della Riforma e le cui caratteristiche strutturali erano allora sostanzialmente stabili nel tempo) il tasso di occupazione risulterebbe in calo, nell'ultima rilevazione, di 0,5 punti percentuali; negli ultimi sette anni di rilevazione la quota di laureati occupati sarebbe diminuita di 6 punti.
Andamento dell'occupazione nei gruppi disciplinari
Date le premesse esposte in precedenza si ritiene opportuno fornire solo qualche breve indicazione circa le differenze occupazionali esistenti a livello di percorso disciplinare. Perché, se è vero che l'occupazione varia molto in funzione del percorso di studio, è altrettanto vero che le esperienze lavorative compiute nel corso dell'università risentono significativamente del carico didattico e dell'organizzazione delle lezioni, molto diversi a seconda del percorso formativo intrapreso. Infatti, la quota di laureati che si dichiara occupata al conseguimento del titolo (complessivamente pari al 41%, come già accennato), sale fino a superare il 50% nei gruppi psicologico (55%), politico sociale (53%) e insegnamento (50%).
È pertanto più opportuno sviluppare un confronto tra percorsi di studio isolando i laureati che non lavoravano alla laurea, così da porre tutti i percorsi di studio nelle medesime condizioni iniziali. Così operando, e pur con tutte le cautele del caso, il massimo di occupazione si registra fra i laureati in ingegneria (74%). Il tasso di occupazione è superiore al 60% anche nei gruppi chimico-farmaceutico (67%) ed insegnamento (62%); architettura sfiora invece il 60% (59 per la precisione). I gruppi medico, psicologico e giuridico mostrano tassi di occupazione decisamente contenuti (rispettivamente, 32, 20 e 12%), ma in tal caso l'ingresso nel mercato del lavoro è ovviamente ritardato per l'ulteriore formazione necessaria all'esercizio della professione.
In realtà, l'unico gruppo disciplinare che può essere trattato nel dettaglio è quello dell'insegnamento, al cui interno sono presenti i laureati del corso non riformato di scienze della formazione primaria (rappresentano circa i due terzi del complesso del gruppo), che mostra un ottimo tasso di occupazione ad un anno dalla laurea, pari al 71% (per omogeneità, anche in tal caso sono isolati i laureati che non lavoravano alla laurea).
Prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea
A determinare il tasso di occupazione ad un anno dall'acquisizione del titolo concorrono 35 laureati su cento che proseguono l'attività intrapresa prima della laurea (+7 punti rispetto alla precedente rilevazione). Un ulteriore 20% lavorava al momento della laurea, ma ha dichiarato di avere cambiato lavoro dopo la conclusione degli studi (+2 punti rispetto all'indagine 2007). L'aumento significativo della quota già occupata al momento della laurea (indipendentemente dal fatto che abbia conservato o meno il medesimo lavoro una volta conseguito il titolo) conferma, come già anticipato, la modifica delle caratteristiche strutturali del collettivo di laureati pre-riforma (gli ultimi di un sistema universitario in via di esaurimento).
La prosecuzione dell'attività precedente all'acquisizione del titolo caratterizza soprattutto i laureati dei gruppi psicologico (59,5%), giuridico (55%), letterario (48%), politico-sociale (43%) ed economico-statistico (41%): si tratta di un'area alimentata prevalentemente da studenti non più giovanissimi (33 anni) che verosimilmente hanno conseguito il titolo non solo per approfondire la propria preparazione professionale ma per ottenere anche avanzamenti di carriera e miglioramenti nella propria posizione lavorativa.
L'indagine 2008 rileva in corrispondenza dell'apparente aumento della percentuale di occupati, un incremento di circa un punto percentuale anche della quota di laureati che si dichiara in cerca di occupazione (salita, complessivamente, dal 26,2% della rilevazione 2006 al 27,1 della più recente). Ciò significa che è diminuita significativamente la parte di laureati che decide di non inserirsi nel mercato del lavoro subito dopo il conseguimento del titolo universitario: infatti, la quota che dichiara di non cercare lavoro (nella maggior parte dei casi perché ancora impegnata in formazione post-laurea) è passata dal 21,2% della rilevazione 2006 al 18 di quella più recente. Ancora una volta non si devono dimenticare gli effetti del modificarsi della composizione dei collettivi intervenuta nel corso degli ultimi anni in seguito alla riforma universitaria.
Tasso di disoccupazione secondo la definizione ISTAT-Forze di Lavoro
D'altra parte l'ammontare di quanti sono in cerca di occupazione non identifica tout court la disoccupazione vera e propria che, per essere tale, presuppone la ricerca “attiva” del lavoro e la disponibilità ad iniziarlo. Così definita la disoccupazione coinvolge il 19,6% del complesso dei laureati del 2007.
Ma ancora una volta, isolando i laureati che non lavoravano al conseguimento del titolo il tasso di disoccupazione sale, dopo la sostanziale stabilità rilevata lo scoro anno, fino al 26,5% (+4,7 punti percentuali rispetto all'analoga rilevazione di due anni fa).
Anche in tal caso, se i laureati dell'ultima generazione indagata avessero la stessa struttura (per gruppo disciplinare, regolarità negli studi e condizione occupazionale alla laurea) dei laureati del 2000, il tasso di disoccupazione apparirebbe in aumento di 3,1 punti. Negli ultimi sette anni di rilevazione la quota di laureati disoccupati sarebbe aumentata di 6 punti.
Il dilatarsi del tempo di ingresso nel mercato del lavoro, da tempo segnalato nei Rapporti AlmaLaurea, fa sentire i propri effetti sugli esiti occupazionali anche a tre anni dal conseguimento del titolo. Per la coorte più recente si è infatti riscontrata una leggera contrazione del tasso di occupazione (da 71,8 a 71,4%), che va a sommarsi alla costante, seppure contenuta, riduzione già messa in luce nelle tre precedenti indagini (il tasso di occupazione è infatti sceso, dal 2005, di 2,4 punti percentuali).
Resta però vero che per i laureati del 2005 l'occupazione si è dilatata di circa 19 punti percentuali rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo. Ad esclusione dei laureati dei percorsi ad alta formazione post-laurea, quasi tutti gli altri percorsi di studio vedono l'occupazione su valori decisamente superiori alla media, alcuni (ingegneria e architettura soprattutto) addirittura prossimi alla piena occupazione. Rispetto alla precedente rilevazione nella maggior parte dei gruppi disciplinari si riscontra una contrazione del tasso di occupazione superiore a 2 punti percentuali: ciò avviene in particolar modo nei percorsi umanistici (insegnamento, letterario, linguistico). Solo i laureati in giurisprudenza vedono migliorate, nel corso dell'ultimo anno, le proprie chance occupazionali (il tasso di occupazione è infatti aumentato di 4,5 punti percentuali).
Il confronto con l'unica indagine nazionale disponibile evidenzia, come già ricordato, che il tasso di occupazione rilevato dall'ISTAT nel 2007 è superiore di circa un punto rispetto a quello accertato da AlmaLaurea nel medesimo anno di rilevazione83.
Tasso di occupazione secondo la definizione ISTAT-Forze di Lavoro
Un'analisi accurata delle tendenze del mercato del lavoro italiano deve tenere in considerazione anche la definizione di occupato adottata dall'ISTAT nell'indagine sulle Forze di Lavoro (che comprende fra gli occupati anche coloro che sono in formazione retribuita) ed utilizzata anche nelle più recenti indagini europee84.
È bene ricordare che questa seconda definizione di occupato pare decisamente più appropriata al fine di una seria valutazione dell'efficacia esterna di percorsi di studio caratterizzati da esigenze formative che vanno ben al di là degli anni previsti dai curricola tradizionali: non si tratta solo dei laureati della facoltà medica impegnati nella specializzazione, ma più in generale anche dei loro colleghi di numerose facoltà scientifiche e di giurisprudenza.
Utilizzando questa definizione, meno restrittiva, il tasso di occupazione lievita di circa dieci punti percentuali raggiungendo complessivamente il valore di 81 (-0,5 punti percentuali rispetto alla rilevazione dell'anno precedente). Beneficiano di questo incremento soprattutto i laureati di alcuni gruppi di corsi di laurea ad alta formazione post-laurea: in particolare i gruppi medico (che vede il tasso di occupazione dilatarsi da 30 a 95,5%), geo-biologico (da 58 a 80), scientifico (da 65 a 86). I laureati del gruppo giuridico, che registrano un incremento di circa 5 punti percentuali, restano in assoluto quelli con il tasso di occupazione, a tre anni dalla laurea, più basso: 60%. Concorrono a questo risultato più circostanze, tra cui certamente la conclusione del periodo di tirocinio e praticantato, verosimilmente appena avvenuta.
Tasso di disoccupazione secondo la definizione ISTAT-Forze di Lavoro
In concomitanza con la seppur lieve contrazione del tasso di occupazione si rileva un sostanziale aumento del tasso di disoccupazione che è pari, tra i laureati del 2005, al 10% (contro l'8,8 della precedente rilevazione). Non bisogna però dimenticare che, rispetto a quando furono intervistati ad un anno, la disoccupazione si è contratta in misura significativa (dal 17,8 al già citato 10%).
Da alcuni anni, le evidenze empiriche emerse nelle indagini di AlmaLaurea hanno suggerito di estendere la rilevazione oltre la soglia del triennio post-laurea. È chiaro, infatti, che un'indagine circoscritta ai tre anni successivi alla conclusione degli studi, per quanto approfondita, accentua gli elementi di omogeneità che caratterizzano i primi approcci al mondo del lavoro piuttosto che evidenziarne le differenze. L'ampliamento dell'intervallo temporale di osservazione consente, invece, di analizzare la reale portata del valore aggiunto della formazione post-laurea nell'accesso alle posizioni lavorative più ambite dal laureato e più richieste dai settori avanzati del sistema economico del Paese, oltre che restituire un'immagine più nitida dell'efficacia esterna dei differenti percorsi formativi85. L'estensione dell'indagine a cinque anni ha consentito inoltre di continuare ad esplorare due pianeti rimasti a lungo semisconosciuti: quello dei laureati del gruppo giuridico e quello del gruppo medico, le cui performance sono illustrate più avanti.
L'occupazione, a cinque anni dal conseguimento del titolo, si è estesa complessivamente a 85 laureati su cento, con una lieve contrazione rispetto all'analoga rilevazione precedente, di 0,4 punti percentuali (la contrazione sale a 1,7 punti se si considera l'intervallo 2008-2005). Rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo, il tasso di occupazione è lievitato di quasi 30 punti percentuali.
Occupazione nei gruppi disciplinari
L'incremento del tasso di occupazione tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo ha coinvolto i laureati in misura differente e risulta particolarmente apprezzabile per i gruppi giuridico (il numero di occupati è salito di 55 punti, passando dal 27 all'82%), psicologico (+34 punti percentuali, dal 52 all'87%) ed economico-statistico (+33 punti, dal 57 al 90%). Per i laureati dei gruppi ingegneria (occupati al 95%), architettura (93%) ed economico-statistico (90%) a cinque anni si può parlare di piena occupazione. Rimane assai elevata la quota di laureati in medicina che prosegue la formazione post-laurea: 34%, tanto che il tasso di occupazione, pari al 60%, è significativamente inferiore alla media.
Rispetto alla rilevazione dell'anno precedente, l'occupazione risulta sensibilmente in diminuzione per i laureati dei gruppi geo-biologico (-6 punti percentuali) e letterario (-3,6 punti percentuali), mentre è in aumento nei gruppi medico (+3,5) e giuridico (+1,9).
La rappresentazione per gruppi di corsi, che riprende quella utilizzata dal Ministero dell'Università e dall'ISTAT nelle statistiche ufficiali, sconta in taluni casi aggregazioni di percorsi di studio profondamente diversi, che il mondo universitario condivide sempre meno. Così è stato scorporato il gruppo chimico-farmaceutico, nel quale i laureati in farmacia mostrano un tasso di occupazione a cinque anni significativamente più alto dei colleghi chimici (88 contro 82%, rispettivamente), in parte perché tra questi ultimi è praticamente doppia la quota di chi sta ancora studiando (12%). Non a caso considerando occupati anche coloro che sono in formazione retribuita le differenze tra i due percorsi di fatto si annullano (tasso di occupazione: 94% per i farmacisti, 94,5% per i chimici).
Ma si è deciso di scorporare anche il gruppo agrario, all'interno del quale i laureati in medicina veterinaria risultano avere, a cinque anni, un tasso di occupazione più elevato dei colleghi (84,5 contro 82%); anche in questo caso, però, le differenze si annullano considerando occupati anche coloro che sono impegnati in un'attività formativa retribuita (tasso di occupazione: 91% per i medici veterinari, identico a quello rilevato per gli agrari).
È evidente che queste disaggregazioni riducendo, a volte in misura rilevante, la consistenza dei collettivi esaminati, riducono la solidità delle conclusioni.
Tasso di occupazione secondo la definizione ISTAT-Forze di Lavoro
L'adozione della definizione di occupato dell'indagine Forze di Lavoro fa lievitare complessivamente la quota di occupati da 85 a 88,5 laureati su cento, tendenzialmente in calo nelle ultime rilevazioni (-0,9 punti rispetto all'indagine dell'anno precedente, -1,8 rispetto a quella del 2005). È però vero che all'interno dei percorsi di studio la quota può aumentare in misura decisamente consistente: l'adozione della definizione alternativa di occupato fa infatti lievitare la quota di medici che lavorano fino al 93,5% (+34 punti percentuali). Anche nei gruppi geo-biologico e scientifico l'utilizzo di questa seconda definizione innalza significativamente il numero di occupati (+11 e +10,5 punti, rispettivamente).
Tasso di disoccupazione secondo la definizione ISTAT-Forze di Lavoro
A cinque anni dalla laurea il tasso di disoccupazione si assesta su livelli che possono essere definiti fisiologici (5,5%), anche se risulta aumentato di quasi un punto percentuale rispetto al valore registrato (4,6%) dalla generazione precedente. L'analisi circoscritta alla generazione dei laureati 2003 mostra però come il tasso di disoccupazione subisca, anno dopo anno, un deciso ridimensionamento, passando dal 18,8% ad un anno al già citato 5,5% a cinque anni dalla conclusione degli studi.
I percorsi di studio in corrispondenza dei quali, a cinque anni, il tasso di disoccupazione risulta più consistente sono il letterario, il geo-biologico e il linguistico (tutti con valori superiori al 10%). Questi sono tra l'altro i tre percorsi dove la quota di laureati disoccupati è aumentata, rispetto alla precedente rilevazione, in misura più consistente: di 5,6 punti nel gruppo geo-biologico, di 4 punti nel letterario, di 2,6 punti nel linguistico.
L'aumento del tasso di disoccupazione coinvolge numerosi altri gruppi disciplinari, tanto che si registra una contrazione di una certa rilevanza solo tra psicologi e medici (-2,5 e -1,6 punti rispetto alla rilevazione 2007).
Applicando la definizione di occupato delle indagini sulle Forze di Lavoro si rileva che i laureati dei quattro corsi di laurea oggetto di progetti finalizzati ad incoraggiarne le immatricolazioni86 denotano una buona condizione occupazionale. Il tasso di occupazione a cinque anni raggiunge il 94,5% a chimica, il 92 a statistica, l'85,5 a matematica, l'85 a fisica: tutti i valori sono complessivamente in linea con la media generale, pari all'89%). Contemporaneamente, dei quattro percorsi in esame, solo matematica presenta un tasso di disoccupazione decisamente superiore alla media complessiva (è pari al 10%, contro la media del 5,5); il valore minimo è rilevato tra i chimici (3%).
Questi risultati contraddicono luoghi comuni molto diffusi. Il problema in Italia non sembra essere tanto l'ingresso dei laureati di questi percorsi nel mondo del lavoro quanto piuttosto il loro numero ridotto. Anche l'Italia, in misura perfino maggiore rispetto a quanto si è verificato nel contesto internazionale, è stata investita dalla crisi delle vocazioni scientifiche e sconta un ritardo sul numero di laureati formati87. Segnali positivi si sono già concretamente manifestati (come si è detto nel cap. ). Ma la questione di fondo, piuttosto che l'occupazione dei laureati attuali, sembra riguardare quella della loro occupabilità il giorno in cui fossero accresciuti in misura superiore alle possibilità di assorbimento di un sistema produttivo come quello italiano che continua a investire poco in ricerca, innovazione e internazionalizzazione.
Ad un anno dalla laurea, le differenze fra uomini e donne in termini occupazionali risultano significative (8 punti percentuali: lavorano 52 donne e 60 uomini su cento) e sostanzialmente stabile in tutti gli anni in esame. Per le motivazioni più volte richiamate e relative alla peculiarità del collettivo dei laureati pre-riforma ad un anno si preferisce affrontare più nel dettaglio l'esame delle differenze di genere a cinque anni dalla laurea.
Le differenze di genere in termini occupazionali restano consistenti anche a cinque anni: analizzando la generazione dei laureati del 2003, la distanza tra uomo e donna è pari a 7 punti percentuali (seppure in calo di 0,5 punti rispetto a quanto rilevato per la generazione precedente).
I vantaggi della componente maschile sono confermati nella quasi totalità dei percorsi di studio e per ogni generazione considerata. A cinque anni dalla laurea gli uomini vantano un maggior tasso di occupazione in tutti i gruppi disciplinari (nel complesso lavorano 89 uomini su cento contro 82 donne), ad eccezione dei gruppi letterario e psicologico dove il tasso di occupazione femminile è più alto di 3 punti percentuali.
Ulteriori elementi utili al completamento del quadro di analisi derivano dalla considerazione che il tasso di disoccupazione femminile è sensibilmente più elevato per le donne (7,2% contro 3,4 degli uomini). Tale differenziale, seppure su livelli diversi, è confermato nella maggior parte dei percorsi di studio, con la sola eccezione dei gruppi linguistico e psicologico (all'interno dei quali il tasso di disoccupazione maschile è lievemente più elevato di quello femminile), nonché medico e politico-sociale (dove non esistono di fatto differenze). Verosimilmente, la migliore condizione lavorativa delle donne in questi percorsi disciplinari è determinata, almeno in parte, dal diverso peso delle due componenti all'interno di ciascun gruppo. Inoltre, nel caso dei medici, si deve ricordare che la maggior parte dei laureati risulta ancora impegnata, a cinque anni dal conseguimento del titolo, in ulteriori attività di specializzazione post-laurea: di fatto, quindi, si tratta di persone che ancora non si sono affacciate sul mercato del lavoro.
Sebbene la situazione occupazionale delle donne laureate sia nettamente migliore rispetto a quella rilevata per il complesso della popolazione italiana, il nostro Paese è ancora complessivamente lontano dai livelli di attività femminili registrati a livello europeo88.
In termini occupazionali le differenze Nord-Sud89 sono rimaste sostanzialmente immutate negli ultimi anni, apparentemente senza aver tratto vantaggi nemmeno nelle fasi di crescita economica. Per tutte le generazioni analizzate, infatti, il differenziale a cinque anni dal conseguimento del titolo si conferma sempre superiore ai 10 punti percentuali. A cinque anni dalla laurea i laureati residenti al Nord sono prossimi alla piena occupazione (lavorano 9 su 10), mentre al Sud l'occupazione coinvolge quasi 8 laureati su 10. È vero che con il passare del tempo dal conseguimento del titolo il differenziale Nord-Sud risulta ridimensionato significativamente, se si considera che, i medesimi laureati, ad un anno dalla laurea presentavano un differenziale superiore a 23 punti percentuali (nel 2004 dichiararono di lavorare 65 laureati del Nord su cento, contro 41 su cento del Sud). La contrazione dei differenziali territoriali è confermata in quasi tutti i percorsi di studio, con la sola eccezione dei gruppi geo-biologico e scientifico, all'interno dei quali col trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo il divario Nord-Sud tende ad aumentare.
In termini di tasso di disoccupazione, parallelamente, il divario tra aree settentrionali e meridionali è pari, a cinque anni, a circa 7 punti percentuali: al Nord non raggiunge il 3% (2,7 per la precisione), al Sud è pari al 9,5%90. Anche in questo caso i differenziali risultano confermati in tutti i gruppi disciplinari, con punte di oltre 10 punti di divario tra i laureati di educazione fisica, del geo-biologico e del letterario.
L'indagine ha consentito di approfondire i meccanismi d'ingresso nel mercato del lavoro attraverso l'analisi delle iniziative, risultate efficaci, e dei tempi impiegati dai laureati che hanno iniziato l'attuale attività lavorativa dopo la laurea. Viste le peculiarità del collettivo pre-riforma ad un anno, si è preferito concentrare l'attenzione sui soli laureati del vecchio ordinamento del 2003, intervistati a cinque anni dal conseguimento del titolo.
Modalità di ingresso91
Con il dilatarsi del tempo trascorso dal conseguimento del titolo assumono particolare rilievo le assunzioni tramite concorso pubblico che coinvolgono, tra i laureati del 2003, 7 occupati su cento (erano solo 3 su cento, sui medesimi laureati, ad un anno). Tale canale è privilegiato dai laureati di alcuni gruppi disciplinari (medico, insegnamento, agrario), all'interno dei quali le quote di chi ha ottenuto il lavoro superando un concorso pubblico oltrepassano il 10%. A cinque anni dal conseguimento del titolo anche l'inizio di un'attività autonoma coinvolge una quota consistente di laureati (14%), più che raddoppiata rispetto alla rilevazione ad un anno; tale modalità caratterizza in particolare i laureati dei gruppi giuridico e architettura (per entrambi, 31%), medico (27%) e agrario (23%). L'iniziativa personale è comunque, a cinque anni dal conseguimento del titolo, la modalità maggiormente utilizzata, ed è stata efficace per 29 occupati su cento (seppure in calo rispetto al dato ad un anno dal titolo). Significativa infine anche la quota di laureati (11%) che ha ottenuto lavoro contattando il datore attraverso segnalazioni di conoscenti (diversa dalla richiesta di essere segnalati a datori di lavoro, che riguarda solo 3 occupati su cento).
L'analisi dei meccanismi d'accesso al mercato del lavoro evidenziano anche in questo caso interessanti differenze di genere. Per gli uomini, a cinque anni dalla laurea assume un'importanza sempre maggiore l'avvio di un'attività autonoma (dal 7,5% ad un anno al 17,5% a cinque anni), in particolare nei gruppi architettura, giuridico e agrario. Tra le donne, le domande per insegnare hanno un particolare rilievo (nelle passate indagini il concorso pubblico era invece la modalità di ingresso favorita dalle donne), seguito dall'avvio di un'attività autonoma: il ricorso al primo canale cresce tra uno e cinque anni di quasi 8 punti percentuali (dal 2 al 10%) e risulta privilegiato nei gruppi scientifico, letterario e insegnamento. L'avvio di attività autonome si rileva in particolare tra le laureate dei gruppi giuridico, educazione fisica ed architettura.
I canali di accesso al mercato del lavoro variano significativamente a seconda dell'area territoriale in cui i laureati operano le proprie scelte e si mettono a disposizione del tessuto economico e produttivo. A cinque anni dal conseguimento del titolo, in particolare, le maggiori difficoltà economiche nonché la struttura economica del Mezzogiorno si traducono nel frequente ricorso, da parte dei laureati, all'avvio di attività autonome (18% per il Sud; 11 per il Nord). Resistenti luoghi comuni sottolineano la tendenza, nel Mezzogiorno d'Italia, ad utilizzare maggiormente le reti di relazioni per la ricerca del lavoro. I risultati delle nostre indagini sembrano mostrare che, almeno per i laureati, le cose vadano diversamente. Il ricorso alle reti informali, comunque definite92, è più praticato fra i laureati residenti al Nord (49%, contro 40% dei colleghi meridionali). È vero che tale ricorso risulta più utilizzato dai ragazzi del Sud che restano nella propria area rispetto a quanti fra loro si sono trasferiti al Nord (41 contro 35,5%), ma ciò avviene, comprensibilmente, proprio per la perdita delle reti di relazioni perché il distacco dalla propria terra d'origine lascia dietro di sé le conoscenze e le reti familiari utili ad un più rapido ingresso nel mercato del lavoro.
Tempi di ingresso
L'analisi dei tempi di ingresso nel mondo del lavoro è stata effettuata sul collettivo a cinque anni dal conseguimento del titolo ed è circoscritta ai soli laureati occupati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea. Per un'analisi puntuale è stato calcolato l'intervallo di tempo trascorso tra l'inizio della ricerca e il reperimento del primo lavoro: in tal modo, pertanto, non si tiene conto dei periodi (più o meno lunghi) trascorsi dai laureati lontano dal mercato del lavoro, verosimilmente perché impegnati in attività di formazione post-laurea. Attività che, come è noto, impegnano gli intervistati in misura differente a seconda della laurea conseguita.
Interessanti spunti di riflessione si traggono innanzitutto dall'analisi dei percorsi di ingresso per tipo di studio intrapreso: il più rapido ingresso nel mercato del lavoro è caratteristica dei laureati in medicina e architettura (valore mediano pari a 1 mese contro 3 mesi del complesso); entro 3 mesi risultano inseriti nel mercato del lavoro i laureati dei gruppi letterario, linguistico, politico sociale, scientifico, economico-statistico, psicologico, chimico-farmaceutico, insegnamento ed ingegneria. Per i rimanenti gruppi disciplinari l'inserimento mediano è di oltre 3 mesi (fino ad un massimo di 6 mesi per i laureati di educazione fisica).
Anche le differenze di genere, pur non particolarmente accentuate, risultano significative sulla base di appropriati test statistici: la metà delle donne impiega 3 mesi per reperire il lavoro, gli uomini 2 mesi. Tale tendenza risulta tra l'altro generalmente confermata in tutti i gruppi, con la sola eccezione dei laureati del gruppo insegnamento, all'interno del quale le donne riescono a trovare lavoro più rapidamente dei “pochi” colleghi uomini (3 mesi contro 4, rispettivamente). Naturalmente tali risultati dovrebbero essere approfonditi accertando il tipo di lavoro effettivamente svolto, in particolare tenendo conto delle diverse aspirazioni, capacità contrattuali, opportunità di ciascun laureato.
Le maggiori difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro dei laureati residenti al Sud sono chiaramente riconoscibili attraverso i corrispondenti tempi di ingresso (valore mediano di 4 mesi), nettamente al di sopra di quelli rilevati tra i residenti al Nord (2 mesi). Tutti questi valori risultano peraltro stabili rispetto alla precedente rilevazione.
L'analisi della documentazione disponibile permette di operare una valutazione sugli effetti delle modifiche introdotte nel mercato del lavoro dalle ultime Riforme. La serie storica a disposizione, in particolare quella ad un anno, deve però essere letta alla luce delle mutate caratteristiche dei laureati pre-riforma.
Ad un anno dalla laurea
Il lavoro stabile93, ad un anno dalla laurea, mostra apparentemente qualche segnale di ripresa: nell'ultimo anno risulterebbe in aumento di circa 3 punti percentuali (dal 39 al 42%). Parallelamente, pare contrarsi il lavoro atipico (dal 48 al 46% nell'ultimo anno). Ma questo è il segnale inequivocabile, ancora una volta, del modificarsi della popolazione in esame, caratterizzata sempre più da lavoratori-studenti che proseguono, dopo la laurea, il medesimo lavoro iniziato prima del termine degli studi universitari.
Se infatti si circoscrive la riflessione ai soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea, la situazione si modifica completamente. Il lavoro stabile risulta negli ultimi anni tendenzialmente in calo e, rispetto alla precedente indagine, si rileva una contrazione di un punto percentuale (dal 30 al 29%); ciò è legato, in particolare, alla diminuzione (-1,6 punti) delle attività di tipo autonomo (coinvolgono attualmente 9 laureati su cento), al contrario dei contratti a tempo indeterminato che sono invece in lieve ripresa (+0,7 punti, attualmente riguardano 19,5 occupati su cento). L'incremento di quest'ultima forma contrattuale sembra andare nella direzione voluta dal legislatore (art. 1, comma 79 della Legge 24 dicembre 2007, n. 247), che ha innalzato l'aliquota pensionistica per gli occupati privi di altra forma previdenziale obbligatoria (in questo contesto il riferimento è in particolare ai contratti a progetto).
Nell'intervallo considerato il lavoro atipico è invece cresciuto (anche in tal caso si considerano i soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea) e, nell'ultimo anno, l'incremento è di quasi 2 punti percentuali: dal 55 al 57%. In particolare, dalla rilevazione precedente sono aumentati consistentemente i contratti a tempo determinato (passati dal 26 al 32%), mentre sono diminuiti i contratti a progetto e le consulenze (dal 26 al 21%).
Quest'anno
si è registrata una battuta d'arresto dei contratti di
inserimento e apprendistato, cui le aziende ricorrono con sempre
minore frequenza (per lo meno per l'assunzione dei laureati
pre-riforma, forse perché la loro età alla laurea è
sempre più elevata):
-1,6 punti percentuali nell'ultimo
anno, portando la loro frequenza al 7,5%. La diffusione dei lavori
senza contratto è rimasta tutto sommato costante
nell'intervallo considerato, tra il 5 e il 7% (quest'anno
è al 6,5%). La diffusione di attività non regolamentate
è analizzata con particolare attenzione, soprattutto in quanto
riferita ad un collettivo ad elevato livello di istruzione, e deve
suggerire una riflessione sull'efficacia delle politiche di
emersione del lavoro irregolare.
A cinque anni dalla laurea
Tra i laureati del 2003 coinvolti nell'indagine longitudinale a cinque anni dalla laurea risultano stabili 70 occupati su cento (valore in linea con la precedente rilevazione); 29 punti percentuali in più rispetto a quando furono intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo.
Il grande balzo in avanti è dovuto in particolar modo all'aumento dei contratti a tempo indeterminato che sono lievitati di ben 19 punti percentuali, raggiungendo quasi il 48% a cinque anni. Il lavoro autonomo, guadagnando 10 punti, è passato invece dal 12 al 22%.
Nel quinquennio si sono ridotti corrispondentemente le quote di lavoro atipico (dal 46 al 27%), i contratti di inserimento (che di fatto scompaiono scendendo dal 7 all'1,5%) e le attività lavorative senza contratto (dal 5 all'1%). Rispetto alla rilevazione del 2007 il lavoro atipico risulta in calo di 0,6 punti percentuali.
Dalla instabilità alla stabilità contrattuale94
Come evolve la tipologia dell'attività lavorativa fra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo? Fra i laureati del 2003 che risultano occupati sia ad uno che a cinque anni dal conseguimento del titolo, coloro che avevano già raggiunto la stabilità lavorativa dopo un solo anno dal conseguimento del titolo (oppure che erano stati assunti con un contratto di inserimento) risultano naturalmente avvantaggiati, tanto che a cinque anni di distanza la stragrande maggioranza (superiore all'86%) permane nella medesima condizione di stabilità. Nella sfera del lavoro atipico si rileva invece che quasi il 70% di chi aveva questo tipo di contratto ad un anno riesce a raggiungere la stabilità entro cinque anni; la restante quota continua invece a lavorare con un contratto atipico.
Anche coloro che ad un anno dalla laurea avevano dichiarato di lavorare senza un contratto regolare riescono generalmente a raggiungere, nel quinquennio, la stabilità del proprio lavoro: ciò si avvera nel 56% dei casi, anche se un ulteriore 39% lavora con un contratto atipico.
Gruppi disciplinari
A cinque anni dal titolo sono i laureati in ingegneria ad avere i livelli più elevati di stabilità, che superano infatti la soglia dell'86% degli occupati (+1 punto percentuale rispetto all'analoga rilevazione dello scorso anno). Elevata stabilità si rileva anche tra i laureati dei gruppi economico-statistico (80%; +1,5 punti rispetto all'indagine 2007), architettura (78%; -1,3 punti) e chimico-farmaceutico (76,5% complessivamente e in lieve calo rispetto alla passata rilevazione; 78% tra i farmacisti, 73% tra i chimici). Nel gruppo agrario si rilevano differenze tra agrari e veterinari (gli occupati stabili raggiungono nel complesso il 64,5%; 60 tra gli agrari, 75 tra i veterinari). Ancora da realizzare la stabilità per i laureati dei gruppi letterario (la percentuale non raggiunge neppure la metà dei propri occupati) e geo-biologico (il valore di stabilità è pari al 51%), ma anche in quelli scientifico e linguistico, i cui tassi di stabilità non raggiungono comunque il 60% degli occupati.
Differenze di genere
La stabilità, a cinque anni dal conseguimento del titolo, riguarda in misura più consistente gli uomini che le loro colleghe, un differenziale imputabile in particolare alla diversa presenza del lavoro autonomo nelle due componenti. Mentre infatti il contratto a tempo indeterminato riguarda il 50% degli uomini e il 46% delle donne, il lavoro autonomo coinvolge 28 uomini e 18 donne su cento.
Corrispondentemente, il complesso variegato dei lavori atipici riguarda in proporzione più donne che uomini: 32 e 20%, rispettivamente. Questa maggiore presenza delle donne tra i lavoratori atipici è dovuta in particolare alla diffusione del contratto a tempo determinato (verosimilmente legato all'insegnamento): a cinque anni è pari al 19%, contro il 10% degli uomini.
Differenze territoriali
A cinque anni dal conseguimento del titolo risultano più diffuse al Sud le attività autonome, sviluppatesi come possibile risposta alle maggiori difficoltà occupazionali: svolgono un lavoro in proprio ben 31 occupati su cento che lavorano al Sud (+1 punto percentuale rispetto alla rilevazione dello scorso anno) e 18 occupati al Nord. I valori, sostanzialmente stabili negli ultimi anni, stanno ad indicare la peculiarità del fenomeno, ovvero la sua strutturalità. Ma esistono significative differenze anche nella diffusione dei contratti a tempo indeterminato, che riguardano il 55% degli occupati al Nord e il 37% di quelli che lavorano al Sud (i valori sono di fatto immutati rispetto alla precedente rilevazione). Il lavoro atipico, d'altro lato, coinvolge il 25% degli occupati al Nord e il 28% di quelli al Sud95.
Settore pubblico e privato
Escludendo dalla riflessione i lavoratori autonomi, risulta che a cinque anni dalla laurea poco più di un quarto di chi ha iniziato l'attuale attività lavorativa dopo aver acquisito il titolo è impegnato nel settore pubblico; in quello privato operano, così, oltre 70 laureati su cento.
I contratti di lavoro sono fortemente differenziati fra i due settori: un'analisi puntuale della diversa capacità attrattiva dei settori pubblico e privato non può dimenticare le modifiche intervenute in seguito all'avvio della Riforma Biagi; una riforma che ha riguardato in misura differente il settore pubblico e quello privato, abolendo solo in quest'ultimo i contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Il confronto tra i due settori consente di sottolineare come, ancora a cinque anni, la precarietà caratterizzi ampiamente il settore pubblico96 (64%, in particolare legato alla maggiore diffusione dei contratti a tempo determinato) contrariamente a ciò che avviene nel settore privato, dove la stabilità è raggiunta dal 69% di chi vi lavora.
Le differenze di genere evidenziate in precedenza si confermano anche nell'articolazione tra settore pubblico e privato: a cinque anni dalla laurea, nel primo ha un contratto a tempo indeterminato il 31% delle donne e il 37% degli uomini. Nel privato le percentuali sono rispettivamente del 63 e del 77%. Corrispondentemente, è più consistente la presenza del lavoro atipico tra le donne, in particolare nel settore pubblico: la quota è pari al 67%, rispetto al 31% rilevato nel privato (per i colleghi uomini le percentuali sono, rispettivamente, 59 e 20%). Il quadro generale qui illustrato non è sempre confermato a livello di percorso disciplinare; ciò significa che talvolta le differenze di genere rilevate sono correlate alle scelte di studio, scelte che spingono, successivamente, ad un inserimento nel settore pubblico anziché in quello privato. Ad esempio, le donne si concentrano come è noto in particolare nei percorsi umanistici, il cui naturale sbocco lavorativo è nel pubblico impiego, in particolare nell'ambito dell'insegnamento.
7.10 Posizione nella professione97
Anche in tal caso l'analisi è circoscritta ai laureati occupati a cinque anni dal conseguimento del titolo. Ciò per una serie di considerazioni: oltre ai limiti derivanti dall'analisi sul collettivo pre-riforma ad un anno, più volte ricordati, l'estensione delle valutazioni ad un intervallo di tempo più ampio è tanto più indispensabile tenuto conto che gli anni immediatamente successivi all'acquisizione della laurea, oltre alle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro che condizionano le scelte lavorative dei neo-laureati, sono sempre più utilizzati da un consistente numero di giovani per sperimentare l'approccio al mondo del lavoro.
A cinque anni dalla laurea sono impiegati di alta e media qualificazione (secondo le definizioni ISTAT) 34,5 occupati su cento (+1 punto rispetto alla rilevazione di un anno fa), altri 9,5 sono occupati come dirigenti o direttivi (valore analogo a quello dell'indagine 2007), mentre gli insegnanti (esclusi i docenti universitari) rappresentano il 12% del collettivo (+1 punto rispetto all'anno scorso)98. Tutte queste posizioni, unitamente agli impiegati esecutivi (6% degli occupati) e ad altre posizioni di minore diffusione, definiscono sostanzialmente l'area del lavoro dipendente, pari al 65% degli occupati. Sull'altro versante, caratterizzato dal lavoro autonomo, i liberi professionisti sono il 16%, i lavoratori in proprio costituiscono il 4% e gli imprenditori circa il 2%; nel complesso, il 23% dei laureati ha trovato un'occupazione autonoma (tutte le percentuali riportate sono analoghe a quelle della precedente rilevazione).
Tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo aumenta in misura consistente l'area del lavoro autonomo (+10 punti percentuali); ciò è dovuto quasi esclusivamente all'incremento dei liberi professionisti. Nel lavoro dipendente aumentano, tra uno e cinque anni, i dirigenti/direttivi (+7 punti) e gli insegnanti (+4,5 punti) mentre, diminuiscono gli impiegati esecutivi (-2 punti).
Per quanto riguarda il background formativo, la laurea in un percorso economico-statistico rappresenta il titolo di accesso preferenziale per molte professioni: tale gruppo rappresenta infatti, a cinque anni, almeno il 22% tra i dirigenti e direttivi, il 26 tra gli impiegati ad alta media qualificazione ed esecutivi. Proviene dal medesimo percorso anche il 38% degli imprenditori. La laurea in legge caratterizza invece oltre il 36% dei liberi professionisti, ma anche dei lavoratori in proprio, seppure con minore rappresentatività (22% circa). Ha una laurea in lettere circa un insegnante su tre. Meno definito è il background formativo dei collaboratori, i quali provengono principalmente dal gruppo giuridico (15%), economico-statistico, letterario e politico-sociale (in tutti i casi pari al 12%).
Differenze di genere
Gli uomini, a cinque anni dal conseguimento del titolo, occupano posizioni di più alto livello rispetto alle donne: in linea con la rilevazione precedente, infatti, sono più rappresentati tra i liberi professionisti (20 contro 13% tra le donne), tra i dirigenti/direttivi (13% contro 7) e tra gli impiegati ad alta media qualificazione (37 contro 33%). Le donne, invece, sono più numerose tra gli insegnanti (18 contro 5), gli impiegati esecutivi (8 contro 5) e tra i collaboratori e consulenti (12 contro 9).
A cinque anni dal termine degli studi i laureati lavorano in media 39 ore settimanali (incluse eventuali ore di straordinario). Particolarmente impegnati risultano i laureati dei gruppi ingegneria, economico-statistico e giuridico; orari di lavoro più ridotti dichiarano invece i laureati dei gruppi educazione fisica, letterario ed insegnamento. Si vedrà meglio più avanti come tutto ciò ha effetti importanti anche dal punto di vista retributivo.
Anche nel calcolo delle ore abitualmente lavorate durante la settimana emerge una sostanziale differenza tra uomini e donne, in parte dovuta anche alla diversa diffusione del part-time. A cinque anni dalla laurea si traduce di fatto in 6 ore lavorate in più alla settimana per gli uomini (42 ore contro 36 delle donne); ciò si verifica in tutti i gruppi di corsi di laurea con punte, ad ingegneria, di 40 ore lavorate dagli uomini e 28 ore tra le donne.
Come era facile attendersi, inoltre, il contratto a tempo parziale è più diffuso tra le donne e coinvolge, a cinque anni, il 19,5% delle laureate e l'8,5% degli uomini.
L'indagine a cinque anni dal conseguimento del titolo consente di apprezzare i percorsi della transizione studi universitari/lavoro, mettendo in luce, generalmente, una maggiore coerenza fra studi compiuti e attività lavorativa svolta. La prima evidenza empirica che emerge è che oltre tre occupati su quattro lavorano, a cinque anni dalla laurea, nel settore dei servizi, circa un quinto nell'industria e solo l'1,3% nell'agricoltura (valori questi stabili rispetto alla precedente rilevazione). Tra industria e servizi, in particolare, esistono differenze profonde, non solo in termini di prospettive occupazionali offerte ai laureati, ma anche in termini di contesto economico e di competitività in cui le aziende dei due settori operano. Questi aspetti, tutt'altro che scontati, sono affrontati nello specifico nel paragrafo , cui si rimanda il lettore per un'analisi più dettagliata.
Qui ci si limita a sottolineare che è stata condotta un'analisi che ha preso in esame i settori di attività economica che vedono la presenza di almeno il 70% dei laureati occupati. A cinque anni dal conseguimento del titolo i laureati appartenenti al gruppo medico si concentrano in un solo settore di attività economica, quello della sanità, evidenziando la tendenziale convergenza verso una migliore corrispondenza tra titolo conseguito e sbocco occupazionale. Elevata concentrazione in pochi rami di attività economica si rileva anche tra i laureati dei gruppi architettura, chimico-farmaceutico e insegnamento: in questi casi, infatti, il 70% degli occupati è assorbito da soli 2 rami (progettazione e costruzione di fabbricati e impianti, consulenze professionali per i primi; commercio e chimica per i secondi99; istruzione e servizi sociali e personali per gli ultimi). All'estremo opposto, il gruppo politico-sociale distribuisce i propri laureati in numerosi settori economici (ben 9 rami raccolgono infatti il 70% degli occupati); elevata frammentazione si rileva anche per i gruppi geo-biologico, ingegneria e linguistico (7 rami).
L'esistenza di due diversi modi di porsi della formazione universitaria, quella specialistica, finalizzata a specifici settori di attività, e quella polivalente, generalista, rende complesso stabilire se e in che misura, e per quanto tempo, ciò alimenti maggiori opportunità di lavoro oppure costringa a cercare comunque un'occupazione quale che sia il settore di attività economica.
A 12 mesi dalla laurea il guadagno mensile netto dei laureati risulta pari a 1.059 euro100, di poco superiore alla precedente rilevazione (1.040 euro). Anche in tal caso però il dato deve essere interpretato con cautela viste le caratteristiche interne al collettivo dei laureati pre-riforma ad un anno.
A tre anni dalla laurea il guadagno raggiunge quota 1.185 euro, proseguendo il lento ma costante trend di crescita delle precedenti rilevazioni (complessivamente +3,8% dal 2004). Nella generazione dei laureati del 2005 il guadagno mensile netto aumenta ovviamente tra uno e tre anni: l'incremento è del 14%.
Anche i laureati del 2003 vedono le proprie retribuzioni aumentare consistentemente, del 36% circa, dalla prima retribuzione dopo un anno (986 euro) a quella a cinque anni (1.343 euro). Una retribuzione, quest'ultima, che risulta stabile rispetto alla precedente rilevazione (1.342 euro).
Ovviamente un'analisi più puntuale deve fare riferimento ai salari reali, tenendo conto della svalutazione avvenuta in questi anni101.
Emerge così che, nel 2008, un neo-laureato guadagna meno di quanto guadagnasse il suo collega sei anni prima!102 E tutto ciò nonostante il collettivo più recente di laureati pre-riforma intervistati ad un anno sia composto da una quota consistente di occupati che proseguono il lavoro precedente alla laurea, generalmente associata a migliori retribuzioni. È però vero che le retribuzioni dei laureati, così come il già citato tasso di occupazione, risultano migliori di quelle rilevate tra quanti sono in possesso di un titolo di studio inferiore: si è già infatti visto che i laureati guadagnano il 65% in più di quanti possiedono un diploma di scuola secondaria superiore103.
L'analisi relativa al valore reale della retribuzione ridimensiona, ovviamente, anche l'incremento retributivo rilevato, per i laureati del 2003, tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo, passando dal 36% nominale al 25% rivalutato. Nell'ultimo quadriennio le retribuzioni reali dei laureati a cinque anni si sono ridotte del 6%.
Gruppi disciplinari
Analogamente alla precedente rilevazione, guadagni più elevati sono percepiti, a cinque anni dal conseguimento del titolo, dai laureati dei gruppi medico ed ingegneria (rispettivamente, 2.026 e 1.678 euro); all'estremo opposto, si trovano i laureati dei gruppi psicologico (1.061 euro), insegnamento (1.069), letterario (1.122) ed educazione fisica (1.162). Tra i laureati del gruppo chimico-farmaceutico, che a cinque anni guadagnano in media 1.405 euro, i farmacisti hanno retribuzioni sensibilmente più elevate dei chimici (rispettivamente 1.412 e 1.386 euro, che corrisponde ad un +1,9% per i farmacisti). Analogamente, nel gruppo agrario (1.247 euro in media) i veterinari guadagnano lievemente di più dei laureati dei corsi in agraria (rispettivamente, 1.281 e 1.233 euro, pari a +3,9%).
Differenze di genere
A cinque anni dalla laurea gli uomini guadagnano più delle loro colleghe: il differenziale, pari al 31% (sullo stesso livello della precedente rilevazione), è dato da 1.547 euro per gli uomini e 1.183 euro per le donne. Ciò è almeno in parte dovuto al diverso numero di ore lavorate, come si è visto mediamente pari a 42 ore settimanali per gli uomini e a 36 per le donne (+17%).
Differenze di genere contraddistinguono ciascuno dei gruppi di corsi di laurea. L'analisi (condotta a cinque anni dall'acquisizione del titolo) con riferimento ai laureati che hanno iniziato l'attuale attività dopo la laurea e lavorano a tempo pieno mette in luce come gli uomini risultino essere costantemente i più favoriti, anche se il differenziale tende a ridursi: nel complesso le retribuzioni (proprio perché si considerano i soli occupati full-time) salgono a 1.581 euro per gli uomini e 1.273 euro per le donne (+24%).
Gli uomini risultano avvantaggiati anche rispetto alla professione svolta104: a identica posizione lavorativa, infatti, le donne guadagnano meno, con percentuali che oscillano dal 7% fra i lavoratori in proprio al 40% fra i liberi professionisti105.
Differenze territoriali
Consistentemente più elevati, a cinque anni dal titolo, i guadagni mensili netti dei laureati che lavorano al Nord (1.392 euro; che lievitano fino a 1.416 euro tra coloro che lavorano al Nord-Ovest e scendono a 1.358 euro al Nord-Est) rispetto ai loro colleghi impegnati nelle regioni centrali (1.314 euro) e soprattutto nel Mezzogiorno (1.188 euro).
Il maggiore guadagno per i laureati che lavorano nelle regioni settentrionali si verifica anche a parità di gruppo di corsi di laurea frequentato. Le tendenze sono tra l'altro indipendenti dalla diversa diffusione delle forme contrattuali e dei contratti a tempo pieno/tempo parziale. Le donne guadagnano costantemente meno dei loro colleghi uomini, soprattutto al Sud: il differenziale oscilla dal 29% tra chi lavora al Nord fino al 34% al Sud.
Un capitolo a parte merita la componente dei laureati che lavorano all'estero, che rappresentano il 3% degli occupati a cinque anni dal conseguimento del titolo. Una popolazione poco agevole da analizzare vista la più difficile reperibilità, soprattutto quella della componente laureatasi in Italia ma con cittadinanza estera. A cinque anni dalla laurea le retribuzioni all'estero risultano più elevate di quelle nazionali (1.987 euro contro 1.343 complessive; +48%)106.
Una valutazione puntuale dei differenziali retributivi territoriali. Si è già visto che le retribuzioni nominali dei laureati, nelle aree settentrionali del Paese, risultano decisamente più consistenti rispetto a quelle rilevate nel Centro e nel Sud. Questo, tra l'altro, risulta confermato in tutte le ultime quattro indagini condotte da AlmaLaurea a cinque anni dal conseguimento del titolo. Ma una valutazione più precisa deve necessariamente tener conto del diverso costo della vita, che modifica inevitabilmente il potere d'acquisto dei laureati. Per la prima volta e in via sperimentale si è pertanto proceduto alla stima, seppur di larga massima, delle retribuzioni reali dei laureati pre-riforma107.
Riuscire a misurare il costo della vita su base regionale è difficile e delicato perché, da un lato, non si dispone di rilevazioni complete e, dall’altro, sono molteplici e variegate le implicazioni di policy possibili. Numerosi sono i problemi da affrontare in analisi più approfondite. Tra questi figurano quello della rappresentatività del paniere effettivo dei beni e servizi consumati, dato che mancano voci, riguardanti nel complesso quasi due terzi della spesa come, ad esempio, l’abitazione, i servizi sanitari, i servizi pubblici e quello della rappresentatività geografica, dato che non sempre le città capoluogo esprimono quanto accade nei contesti territoriali sottostanti e sovrastanti. Comunque, è sembrato opportuno pubblicare queste stime sia al fine di stimolare l’esigenza di un rafforzamento della base di informazioni disponibili, sia al fine di favorire una riflessione più consapevole sulla gamma delle implicazioni di policy possibili.
Con queste premesse e considerando le retribuzioni reali, i differenziali Nord-Sud si riducono considerevolmente, soprattutto in virtù della significativa contrazione rilevata nelle aree settentrionali, dove il costo della vita risulta decisamente più elevato: così, se in termini nominali, un laureato che lavora al Nord-Ovest guadagna in media 1.416 euro, tale retribuzione corrisponde, in termini reali, a 1.272 euro.
Per i colleghi che lavorano al Nord-Est il guadagno nominale di 1.358 euro mensili si contrae fino a 1.228 euro. Nelle aree centrali la riduzione è decisamente più contenuta (da 1.314 a 1.262, rispettivamente), mentre al Sud, tenendo conto del costo della vita, il guadagno nominale di 1.188 euro sale addirittura a 1.230 euro! A parità di potere d'acquisto, quindi, il differenziale Nord-Sud si contrae al 2% (dal 17% nominale)! Tra l'altro, negli ultimi quattro anni, lo scarto Nord-Sud si sta tendenzialmente riducendo (sempre in termini di parità di potere d'acquisto, era del 2,2% nel 2005).
Le più alte retribuzioni nominali degli occupati al Nord risultano confermate, in misura più o meno consistente, in tutti i percorsi disciplinari (con la sola eccezione del gruppo geo-biologico); ma anche in questo caso, a parità di potere d'acquisto, sono i laureati che lavorano al Sud a guadagnare di più, con differenziali che oscillano dal 18,8% nel gruppo insegnamento allo 0,6% ad architettura. L'unica eccezione è rappresentata dai laureati in giurisprudenza che, tenendo conto del diverso costo della vita, risultano avere retribuzioni più consistenti al Nord.
Analoghe considerazioni possono essere sviluppate tenendo conto della posizione nella professione: le retribuzioni a parità di potere d'acquisto, sono significativamente più elevate al Sud, con la sola eccezione di liberi professionisti e lavoratori in proprio.
Tipologia dell'attività lavorativa
Alla stabilità lavorativa corrisponde generalmente un migliore riconoscimento retributivo. Indipendentemente dall'orario di lavoro (part-time o full-time), il differenziale stabili-atipici è pari a cinque anni dalla laurea al 20,5%: chi svolge un'attività stabile percepisce una retribuzione media di 1.422 euro, che si riduce a 1.180 euro tra gli atipici. Circoscrivendo l'analisi ai soli occupati a tempo pieno le differenze retributive si riducono ma restano significative (stabili: 1.483 euro; atipici: 1.306); ciò è confermato nella maggior parte dei percorsi disciplinari.
Settore pubblico e privato
Il settore privato pare apprezzare di più i laureati in termini di retribuzione: a cinque anni dalla conclusione degli studi gli stipendi in questo settore risultano infatti superiori del 4,5% (1.357 contro 1.298 euro del pubblico). Tale differenziale aumenta lievemente (fino al 5,1%) fra gli occupati a tempo pieno. Isolando chi non lavorava alla laurea le differenze retributive tra privato e pubblico si riducono (3,5%), pur restando significative: 1.337 euro e 1.292, rispettivamente.
Gli uomini che lavorano nel privato, a cinque anni dal titolo, percepiscono retribuzioni mediamente più elevate di quanti sono occupati nel pubblico: il differenziale settoriale, pari all'8%, corrisponde a 1.569 euro contro 1.451. Per le donne la situazione è opposta, visto che in tal caso è il settore pubblico ad offrire migliori chance (e ciò indipendentemente dal tipo di contratto, a tempo pieno o part-time): il differenziale privato-pubblico è pari a -4,9% (1.165 euro contro 1.225, rispettivamente). Se gli uomini risultano comunque meglio retribuiti rispetto alle loro colleghe sia nel pubblico che nel privato ciò trova una parziale giustificazione nel maggior numero di ore lavorate: gli uomini che lavorano nel pubblico dichiarano di lavorare 35 ore alla settimana (sono 44 per i colleghi del privato), contro rispettivamente 29 e 39 ore delle donne108.
Il settore privato, generalmente più “generoso” in termini di retribuzioni, sembra offrire guadagni meno consistenti agli occupati del Sud, che percepiscono (a cinque anni) 1.159 euro, contro i 1.275 di quanti lavorano nel pubblico impiego. La tendenza risulta verificata anche tra gli occupati a tempo pieno.
Settore di attività109
A cinque anni dal conseguimento della laurea sono coloro che lavorano nell'industria (in particolare quella di grandi dimensioni) a percepire le migliori retribuzioni: in media, sono pari a 1.667 euro, rispetto a 1.431 euro dell'industria di piccole dimensioni. Ma il guadagno nel settore dei servizi è ancora inferiore, non raggiungendo neppure 1.300 euro, e senza particolari distinzioni tra pubblico (1.297) e privato (1.293).
Il settore che offre in assoluto le migliori retribuzioni (1.661 euro) è quello della metalmeccanica e meccanica di precisione (dove lavora il 6% degli occupati), seguito dall'industria energetica (1.637 euro) e chimica (1.572 euro). Nelle ultime posizioni della graduatoria si confermano da anni istruzione e ricerca (1.136 euro), servizi ricreativi, culturali e sportivi (1.068 euro) e altri servizi sociali e personali (1.006 euro).
Un approfondimento di indubbio interesse può tenere in considerazione il numero di ore lavorate nei diversi rami di attività; un aspetto di tutto rilievo considerando che il numero medio di ore settimanali lavorate varia da un minimo di 26 ore nell'istruzione ad un massimo di 46 ore nella metalmeccanica e meccanica di precisione. Così facendo, pur con le cautele necessarie (perché l'ammontare del guadagno dichiarato nulla dice sul riconoscimento e sull'entità della componente “straordinario”, che invece è conteggiata nel monte ore lavorate), ovviamente si ridisegna la mappa delle retribuzioni nei diversi rami: l'istruzione sale in vetta alla graduatoria, seguita dalla sanità. A fondo scala si trova invece il settore delle consulenze; poco sopra stampa ed editoria, servizi ricreativi culturali e sportivi e pubblicità/pubbliche relazioni.
7.14 Efficacia110 della laurea nell'attività lavorativa
L'efficacia risulta già ad un anno dalla laurea complessivamente buona (è almeno abbastanza efficace per 81 laureati su cento) 111. Negli anni successivi al completamento degli studi l'efficacia tende ad aumentare di qualche punto percentuale, e ciò avviene soprattutto per effetto del migliore apprezzamento da parte dei laureati dei percorsi di studio che assicurano una formazione polivalente, meno specialistica. Per i laureati del 2003 (ma una tendenza analoga si registra anche per le generazioni precedenti), infatti, i valori di efficacia aumentano di circa 7 punti percentuali tra il primo e il quinto anno: ad un anno dal conseguimento del titolo il titolo risultava almeno abbastanza efficace per 84 occupati su cento e ha raggiunto 91 laureati su cento a cinque anni.
A cinque anni dalla laurea il titolo è ritenuto richiesto per legge da 43 occupati su cento, valore diversamente distribuito tra settore pubblico e privato: nel primo, dove è inserito quasi un quarto dei laureati, la necessità formale della laurea sale al 64%, mentre nel privato scende al 37%. Considerando l'utilizzo, nel lavoro, delle competenze acquisite all'università (l'altra componente dell'indice di efficacia), la differenza tra i due settori si riduce: se oltre il 52% dei laureati dichiara di utilizzarle in misura elevata, ciò riguarda il 60% degli occupati nel pubblico ma solo il 50% nel privato.
7.15 Soddisfazione per il lavoro svolto112
Analogamente alle precedenti rilevazioni, a cinque anni dalla laurea la soddisfazione per il proprio lavoro risulta più che discreta, in media 7,6 nella scala 1-10; rispetto alla rilevazione ad un anno i laureati rilevano un miglioramento nel proprio livello di soddisfazione complessiva (passato dal 7,2 al già citato 7,6). Per tutti i numerosi aspetti dell'attività lavorativa analizzati si raggiunge, a cinque anni, la piena sufficienza; i laureati si dichiarano particolarmente soddisfatti per i rapporti con i colleghi (voto medio pari a 8), l'indipendenza/autonomia (7,8), l'acquisizione di professionalità (7,6), il coinvolgimento nei processi decisionali (7,5). Gli aspetti meno graditi sono, all'opposto, la disponibilità di tempo libero (6,2), nonché le prospettive di guadagno e di carriera (6,6 per entrambe le voci). Tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo per tutti gli aspetti indagati si registra un incremento di soddisfazione, con la sola eccezione del rapporto con i colleghi che fa rilevare, al contrario, una lievissima flessione.
In generale le donne risultano meno soddisfatte del proprio lavoro; in particolare, a cinque anni dalla laurea sono nettamente meno gratificate dalle prospettive di guadagno e di carriera. Fanno eccezione, denotando una maggiore soddisfazione della componente femminile, l'utilità sociale del lavoro e il tempo libero.
A cinque anni si è in generale lievemente più soddisfatti del proprio lavoro nel settore pubblico (in media 7,8 contro 7,5 del privato). Gli aspetti per i quali gli occupati nel pubblico impiego esprimono maggiore soddisfazione sono, a cinque anni dalla laurea, l'utilità sociale del lavoro, il tempo libero e la coerenza con gli studi fatti. Al contrario nel privato danno maggiore soddisfazione le prospettive di guadagno e di carriera. Per gli altri aspetti del lavoro le differenze tra i due settori non sono apprezzabili. Interessante però rilevare che, per quanto riguarda la soddisfazione circa la stabilità/sicurezza del lavoro, coloro che sono occupati con un contratto stabile nel settore pubblico manifestano generalmente migliori livelli di soddisfazione (8,6 contro 7,4 di chi è assunto, col medesimo contratto, nel privato). Ma se, all'opposto, possono contare solo su contratti atipici, è nel privato che rilevano una maggiore soddisfazione (5,3 contro 4,6); è verosimile che in questo caso entrino in gioco le diverse opportunità/probabilità di vedere il proprio contratto stabilizzarsi in breve tempo.
Una soddisfazione maggiore si registra inoltre tra coloro che lavorano a tempo pieno (a cinque anni in media 7,6 contro 7,2 tra gli occupati part-time). A cinque anni dalla laurea il tempo parziale vede ovviamente penalizzati soprattutto gli aspetti legati alla stabilità/sicurezza, alle prospettive di carriera o di guadagno, mentre si trae maggiore soddisfazione (sempre rispetto a coloro che lavorano a tempo pieno) in particolare dal tempo libero.
A cinque anni dal conseguimento del titolo non si rilevano sostanziali differenze tra coloro che lavorano al Nord e gli occupati al Sud: i giudizi si approssimano infatti al 7,5. È però vero che coloro che lavorano al Nord sono particolarmente più soddisfatti della stabilità/sicurezza sul lavoro; mentre l'utilità sociale del lavoro è l'aspetto che rende più soddisfatti i laureati che lavorano al Sud rispetto ai colleghi delle aree settentrionali.
In questa sezione sono illustrati alcuni approfondimenti compiuti, in taluni casi grazie a specifiche domande inserite nel questionario di rilevazione. In tal modo il Consorzio AlmaLaurea si propone di offrire, di anno in anno, importanti spunti di riflessione sull'evoluzione del mercato lavorativo dei giovani ad elevato livello di istruzione.
L'approfondimento, che riguarda le sole laureate del 2003 intervistate a uno e cinque anni dal conseguimento del titolo, intende valutare se, ed eventualmente in che misura, le caratteristiche del lavoro svolto influenzano la tendenza delle donne a fare figli. Analogamente, è parso interessante analizzare se, la scelta delle laureate di diventare madri modifica il loro approccio nei confronti del mercato del lavoro.
Ad un anno dalla laurea le laureate madri rappresentano solo il 6,5% del collettivo femminile indagato (di queste, il 64% ha avuto un solo figlio): si tratta prevalentemente di donne di età alla laurea elevata (34 anni), che hanno conseguito il titolo in tempi più lunghi rispetto alla media. Ciò è legato al fatto che la maggior parte delle occupate, ad un anno dal conseguimento del titolo, continua a svolgere lo stesso lavoro iniziato prima del termine degli studi universitari. È per questi motivi che si ritiene più opportuno concentrarsi sulle sole laureate coinvolte nella rilevazione a cinque anni dal conseguimento del titolo.
Le laureate con figli, a cinque anni dalla laurea, rappresentano il 21% del collettivo indagato (di queste, circa i tre quarti hanno un solo figlio): una quota in aumento rispetto alla rilevazione ad un anno ma che individua un analogo collettivo. Anche in tal caso, infatti, si tratta frequentemente di laureate che continuano a svolgere lo stesso lavoro iniziato prima del conseguimento del titolo (24% contro il 12% del complesso delle laureate); il tasso di occupazione è pari al 74% (più basso della media, pari all'82%).
Ne deriva che le laureate con figli possono contare, più delle altre, su un impiego stabile (70% contro una media del 64%), in particolare a tempo indeterminato (52% contro 26%). In prevalenza dipendenti del pubblico impiego (35,5% contro 29%), soprattutto dell'istruzione (26,5% contro 22%), lavorano di frequente con un contratto a tempo parziale (31% contro una media del 19,5). Probabilmente anche per questo motivo, il guadagno mensile netto è inferiore alla media delle laureate (1.132 contro 1.183 euro, rispettivamente)113, ritenuto inadeguato sia rispetto al titolo di studio conseguito (76%) sia alla posizione lavorativa che ricoprono (64,5%).
Per lo più coniugate, risiedono al Sud (42%) e provengono da famiglie culturalmente ed economicamente meno avvantaggiate (ad esempio, il 12% proviene da famiglie con al più la licenza elementare, contro il 9% della media; il 16% ha almeno un genitore laureato, contro il 20,5% della media).
Le laureate senza figli, invece, sono di fatto pienamente inserite nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione è pari all'84% (contro una media del 82%), mentre le forze di lavoro raggiungono addirittura il 94% (superiore alla media delle laureate, pari al 92%). La maggior parte ha iniziato a lavorare solo dopo il conseguimento del titolo universitario; forse anche per questo motivo è più probabile che dispongano di un contratto di lavoro atipico (34% contro il 32% del complesso delle donne), in particolare di collaborazione. La stragrande maggioranza lavora a tempo pieno (83%), soprattutto in aziende di grandi dimensioni del settore privato (72%). Il guadagno è in media di 1.195 euro netti al mese (superiore alla media) ed è ritenuto adeguato sia rispetto al titolo conseguito che alla posizione ricoperta (rispettivamente per il 28 e il 38%).
In prevalenza nubili, risiedono soprattutto al Nord (41%) e provengono da famiglie medio-borghesi (59% contro 56% della media).
Una valutazione più puntuale della condizione occupazionale delle laureate con e senza figli
Sebbene l'analisi a cinque anni risulti più affidabile, dal momento che le caratteristiche occupazionali sono oramai avviate alla stabilizzazione, la percentuale delle laureate con figli che proseguono l'attività lavorativa intrapresa prima del conseguimento del titolo accademico è, come si è visto, decisamente più elevata (24%) rispetto a quanto rilevato tra le donne senza figli (9%). Dal momento che questo aspetto è tutt'altro che ininfluente, poiché condiziona significativamente le modalità di inserimento nel mercato del lavoro, si è preferito affinare ulteriormente l'analisi considerando le sole laureate che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea.
In realtà, in termini di caratteristiche individuali, di performance negli studi e di condizione occupazionale non si rilevano significative modificazioni rispetto agli aspetti messi in luce in precedenza (pur accentuandosi il differenziale occupazionale tra donne con e senza figli). Si rilevano però alcune interessanti differenze in termini di caratteristiche del lavoro svolto. Tra le donne con figli la percentuale di lavoratrici a tempo parziale cresce infatti fino al 36%; tale risultato suggerisce che la maternità sia relativamente recente e che la necessità di coniugare lavoro e figli le abbia spinte a ridurre il carico lavorativo.
La scelta di diventare madri: incidono le caratteristiche del lavoro svolto?
Per valutare se esistono elementi (ovvero caratteristiche del lavoro) che influenzano la propensione delle laureate a divenire madri, si è circoscritta l'analisi alle sole donne che ad un anno dal conseguimento del titolo non avevano figli, osservando come si evolve, nell'arco del quinquennio successivo alla laurea, condizione lavorativa e maternità, così da coglierne peculiarità ed eventuali aspetti ricorrenti. Si è consapevoli che il periodo di osservazione a disposizione è limitato; è però vero che i risultati cui si è giunti, illustrati di seguito, forniscono comunque qualche utile spunto di riflessione.
Innanzitutto, tra uno e cinque anni dalla laurea il 16% delle laureate decide di avere il primo figlio. A tal proposito, è interessante rilevare che, sempre a cinque anni dalla laurea, il numero di occupate tra le donne ancora senza figli è pari all'84%, mentre per le laureate-madri scende al 73%; a ciò si aggiunga che, tra le prime, le forze di lavoro raggiungono la quasi totalità del collettivo (94%), mentre tra le madri si attestano all'83%. Le tendenze fin qui illustrate risultano verificate anche a livello di percorso di studio, area geografica di residenza e condizione occupazionale alla laurea (lavoravano o meno). Verosimilmente, quindi, la necessità di avere più tempo a disposizione per l'educazione e la cura dei figli (ancora piccoli), spinge una parte delle laureate-madri ad uscire, magari solo temporaneamente, dal mercato del lavoro114. Questo, è ovvio, aggrava ulteriormente la situazione occupazionale delle donne, già generalmente più difficile rispetto a quella dei colleghi uomini.
Per valutare invece quali elementi possono influenzare la scelta delle giovani laureate di diventare madri, si è presa in considerazione, innanzitutto, la tipologia dell'attività lavorativa. Tra le donne che già ad un anno dalla laurea potevano contare su un lavoro stabile, la maternità è significativamente più elevata: nel quinquennio successivo alla laurea, il 22% delle laureate contrattualmente stabilizzate ha scelto infatti di divenire madre, rispetto al 14% rilevato tra le donne che ancora dopo cinque anni dalla laurea lavorano con un contratto atipico.
Tale relazione è confermata in tutti i percorsi di studio, con la sola eccezione dei gruppi letterario e linguistico, all'interno dei quali la propensione a fare figli è la stessa a prescindere dal tipo di contratto posseduto.
Anche il settore di lavoro (pubblico/privato) potrebbe influenzare la scelta delle laureate di diventare madri, in particolare quello pubblico che, come è noto, offre più tutele nei confronti dei lavoratori. In realtà, la situazione si presenta più complessa. Tra le donne che lavoravano da tempo nel pubblico, infatti, la quota di madri a cinque anni è pari al 19%, lievemente più elevata rispetto a quella delle occupate nel privato (17,5%); ciò però dipende dalla più alta percentuale, nel pubblico, di laureate che proseguono il lavoro iniziato prima della laurea che, come ci si poteva attendere, presentano migliori livelli di stabilità. Se allora si isolano coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea, la situazione si ribalta e la presenza di donne madri risulta lievemente più elevata tra le occupate nel settore privato (16 contro 14% del privato). Ma in tal caso le donne inserite nel pubblico impiego difficilmente hanno già raggiunto la stabilità lavorativa, finendo così per limitare le proprie scelte di maternità.
Come si è già visto in precedenza, il lavoro a tempo parziale è maggiormente diffuso tra le donne-madri rispetto alle laureate senza figli. A tal proposito, è importante rilevare che il 19% delle donne con figli ha deciso di passare da un lavoro a tempo pieno (ad un anno) ad un lavoro part-time (a cinque anni), contro il 7% delle laureate senza figli: presumibilmente tale scelta è coincisa con la nascita dei figli, che ha spinto le giovani madri a ridurre il proprio carico lavorativo (si ricorda infatti che l'analisi è circoscritta alle donne ad un anno dalla laurea che non avevano figli).
Le analisi qui presentate evidenziano che una cospicua parte di donne, con la maternità, esce dal mercato del lavoro oppure tutt'al più opta per un lavoro a tempo parziale, probabilmente in seguito alle difficoltà di coniugare figli e lavoro. Tutto ciò mette in luce la fragilità delle politiche a sostegno delle famiglie con la mancanza, ad esempio, di strutture pubbliche per l'accoglienza dei bambini sotto i tre anni (asili nido) nonché l'inadeguatezza di normative a favore della crescita demografica, collocando l'Italia tra gli ultimi posti dell'Unione Europea sia per numero di figli per donna che per investimenti in servizi di cura all'infanzia115.
8.2 Il cambiamento delle imprese nella percezione dei laureati116
Nel corso della rilevazione 2007 si è deciso di approfondire una specifica tematica, relativa all'opinione che i laureati hanno circa l'azienda in cui risultano occupati. La natura stessa dei quesiti (che mirano a fornire indicazioni circa il livello di concorrenza, competitività, innovazione ed investimento in formazione delle aziende) ha spinto a porli ai soli laureati pre-riforma del 2002 assunti con contratti alle dipendenze escludendo quindi, oltre naturalmente ai lavoratori autonomi effettivi, collaboratori e consulenti, lavoratori con contratti di associazione in partecipazione e senza contratto.
Il 74,5% degli occupati alle dipendenze è assunto, a cinque anni dal conseguimento del titolo, con un contratto a tempo indeterminato; la restante parte può contare invece su contratti a tempo determinato (23%) o su contratti di inserimento, apprendistato o altre forme atipiche (quota assolutamente residuale, pari al 2%). Inoltre, oltre il 50% dei laureati alle dipendenze è inquadrato come impiegato ad alta/media qualificazione, il 17% è invece insegnante, il 15% dirigente o direttivo/quadro e solo il 5% si trova in un'altra posizione dipendente.
Ambito territoriale in cui opera l'azienda
Circa un terzo delle aziende in cui sono assunti i laureati operano a livello locale, cui si aggiunge un ulteriore 13,5% che si spingono, al più, a livello regionale. Ne deriva che la restante parte ha un campo d'azione nazionale (25%) o internazionale (29,5%). L'ambito territoriale varia notevolmente, come ci si poteva attendere, a seconda del settore (pubblico o privato) e del ramo di attività economica. Il 61% degli enti pubblici opera infatti a livello locale, mentre il raggio d'azione delle aziende private è decisamente più ampio: per il 29% nazionale e per il 40% internazionale. A livello di ramo di attività economica, operano più frequentemente in ambito internazionale numerose aziende del settore industriale, cui si aggiungono però anche alcune realtà dei servizi: alla metalmeccanica e meccanica di precisione, industria manifatturiera (che comprende stampa ed editoria, elettronica ed elettrotecnica, produzione di piccoli oggetti), chimica/energia si affiancano anche le aziende del settore dei trasporti, comunicazioni e telecomunicazioni. Come era facile attendersi, il raggio d'azione è decisamente più limitato per gli enti della pubblica amministrazione, ma a questi si aggiungono altri settori dai quali ci si sarebbe potuti attendere un più esteso ambito territoriale: istruzione e ricerca, sanità, servizi sociali e personali ma anche ricreativi e culturali.
Ambito territoriale in cui opera l'azienda e area geografica in cui è insediata sono strettamente associati.
Percorrendo il Paese da Nord a Sud si rileva una lievitazione del numero di aziende che operano a livello locale (dal 29% del Nord al 40% del Sud) mentre, parallelamente, decrescono le aziende che operano a livello internazionale (dal 32% del Nord al 18% del Sud).
Tale evidenza è confermata sia nelle aziende del settore pubblico che in quelle del privato, seppure su livelli e con differenziali diversi: il 66% degli enti pubblici del Sud d'Italia operano a livello locale contro il 62% del Nord, il 24% delle aziende private del meridione operano in ambito locale contro il 16% delle aziende del settentrione. Esulano da tali considerazioni i laureati che lavorano all'estero, i quali, come ci si poteva attendere, nel 70% dei casi dichiarano che l'azienda opera a livello internazionale.
Grado di concorrenza e competitività
Oltre il 60% dei laureati dichiara che nel mercato in cui opera l'azienda per cui lavora esiste molta concorrenza; la restante quota si divide equamente tra chi ritiene che vi sia poca concorrenza (19,5%) oppure che non esista affatto (18%). Come ci si poteva attendere, il livello di competizione è strettamente correlato all'ambito territoriale in cui l'azienda opera: il 70% dei laureati inseriti in aziende operative a livello nazionale ritiene che nel mercato vi sia molta concorrenza, percentuale che sale all'82% nel caso di laureati inseriti in contesti internazionali. All'opposto, nelle realtà locali, il livello di concorrenza percepito dai laureati è decisamente modesto (solo il 35% ritiene che vi sia molta competizione, altrettanti dichiarano che non sia assolutamente presente). Ciò è verosimilmente legato alla maggiore presenza, in tali realtà, di enti pubblici che, come si è già visto, operano ampiamente a livello locale e rilevano bassissimi livelli di concorrenza.
Inoltre elevata competizione è percepita nelle aziende del credito e assicurazioni (il 93% dei laureati ivi assunti ritiene che vi sia molta concorrenza), nel settore del commercio (81%), dell'informatica (72%), nonché dei trasporti, comunicazioni e telecomunicazioni (71%). Concorrenza limitata è invece caratteristica dei settori propriamente pubblici, a carattere locale, quali pubblica amministrazione, istruzione e ricerca e sanità, all'interno dei quali quote rilevanti di laureati ritengono che non vi sia assolutamente competizione (le percentuali sono, rispettivamente, 77, 30 e 29%).
Si è chiesto inoltre ai laureati di esprimere un giudizio in termini di competitività dell'azienda per cui lavorano: il 63% ritiene che sia molto competitiva, mentre solo il 30% sostiene che sia poco o per nulla competitiva117. Più elevate quote di competitività (superiori all'80%) sono rilevate tra i laureati inseriti in aziende del credito e assicurazioni, dell'industria manifatturiera, della chimica ed energia e della metalmeccanica.
Per sua stessa natura, il livello di competitività dell'azienda cresce al crescere dell'ambito territoriale in cui essa opera: la percentuale di laureati che ritiene che la propria realtà sia molto competitiva è pari al 43% se l'ambito in cui essa opera è locale, mentre sale all'83% se il raggio d'azione è internazionale. Ne deriva quindi che aziende operanti in ambito locale come la pubblica amministrazione, l'istruzione e ricerca e la sanità sono caratterizzate da contenuta competitività.
Innovazione
Poco più della metà dei laureati occupati (55%) ritiene che nell'azienda in cui è inserito vi sia un elevato grado di innovazione; per il 39% è tutto sommato contenuto mentre solo per il 4% è di fatto inesistente. Anche in tal caso il livello di innovazione cresce al crescere dell'ambito territoriale in cui l'azienda opera (la quota di chi ritiene che l'innovazione sia elevata cresce dal 38% di chi è inserito in realtà locali al 73% di chi lavora in ambito internazionale), del ramo di attività economica (valori minimi si rilevano in corrispondenza dei già citati settori dell'istruzione e ricerca, pubblica amministrazione, servizi sociali, personali, ricreativi e culturali e sanità, con quote relative ad elevati investimenti che oscillano dal 37 al 49%) e del contesto geografico (57% al Nord, 52% al Sud).
Da ultimo, solo il 42% dei laureati dichiara di svolgere un ruolo significativo nell'introduzione di tali innovazioni (sempre che, naturalmente, nell'azienda in cui è inserito vi sia un qualche segnale di rinnovamento). Quota questa che sale tra i dirigenti e direttivi/quadri (52,5%), così come in caso di aziende operanti nel ramo dell'edilizia, della sanità e della metalmeccanica (dal 49 al 56%). A tal proposito è interessante rilevare che in questo caso si analizza l'apporto dato dai laureati all'introduzione delle innovazioni, indipendentemente dal contesto e dal livello di innovazione stesso esistente nelle aziende, che può quindi essere decisamente più contenuto (come nel caso della sanità).
Investimenti in formazione
Per quanto riguarda gli investimenti in formazione la situazione appare decisamente più articolata: il 41% dei laureati dichiara che l'azienda in cui lavora investe molto in formazione, mentre il 46% dichiara si investa poco; la restante quota, di poco superiore al 10%, ritiene addirittura che non si punti assolutamente sulla formazione. Si rilevano però significative differenze, nelle opinioni, a seconda del tipo di contratto con cui i laureati sono assunti: chi dispone di un contratto di inserimento o apprendistato ritiene più frequentemente che l'azienda investa molto in formazione (55%) rispetto a quanto si verifica invece tra chi è assunto con un contratto a tempo indeterminato (44%) o a tempo determinato (34%). In questo caso, in misura più evidente rispetto a quanto rilevato in altri contesti, pare quindi che l'esperienza formativa vissuta sulla propria pelle influenzi significativamente l'opinione che si ha nei confronti della propria azienda (questo giustifica infatti la più alta percentuale, di chi ritiene si investa molto in formazione, rilevata tra chi è assunto con un contratto di inserimento o apprendistato).
Ma anche l'ambito territoriale e il ramo di attività economica in cui opera l'azienda sono correlati agli investimenti in formazione. La percentuale di laureati che dichiara che l'azienda investe molto in formazione aumenta infatti al dilatarsi dell'ambito territoriale: è del 32% in corrispondenza delle aziende che operano a livello locale, sale al 53% se le aziende operano in un contesto internazionale. Elevati investimenti in formazione sono inoltre caratteristica delle aziende operanti nel settore del credito e della chimica ed energia (rispettivamente 63,5 e 57%).
Un'analisi approfondita per valutare il contesto in cui i laureati italiani sono inseriti
Alcuni degli elementi emersi in queste prime analisi descrittive hanno suggerito di approfondire meglio le relazioni esistenti tra le variabili in gioco attraverso un'analisi delle corrispondenze multiple118. Tale analisi ha considerato le informazioni relative al contesto in cui le aziende operano: ambito territoriale, livelli di concorrenza e competitività, investimenti in formazione e grado di innovazione.
L'analisi congiunta degli elementi sopra elencati conferma diverse delle considerazioni fin qui sviluppate: la pubblica amministrazione, in particolare, si trova inserita in un contesto di fatto statico, operando in ambito prevalentemente locale, dove non esistono concorrenza, innovazione né investimenti in formazione. Il settore è ovviamente pubblico, i contratti con cui sono assunti i laureati prevalentemente a tempo determinato. Lievemente migliore la situazione di istruzione e ricerca, ma anche della sanità, che operano sì in ambito locale o tutt'al più regionale, ma con ridotta (invece che inesistente) concorrenza, innovazione e competitività; è però vero che gli investimenti in formazione sono ridotti oppure assenti. La tipologia di azienda, così caratterizzata, appartiene sempre al settore pubblico, opera prevalentemente nelle aree meridionali (o tutt'al più del Centro), ed offre ai propri laureati contratti a termine.
Nell'area caratterizzata invece da aziende inserite nel mercato globale si ritrovano, come ci si poteva attendere, i settori della chimica ed energia, del credito e assicurazioni, della metalmeccanica e meccanica di precisione e dell'industria manifatturiera: qui è elevato il grado di innovazione, l'investimento in formazione, la competitività e la concorrenza. Concorrenza e competitività elevate che caratterizzano anche i settori della comunicazione e telecomunicazione, il commercio, i servizi alle imprese e di consulenza e l'informatica; si tratta di aziende che operano soprattutto a livello nazionale, nel settore privato, principalmente al Nord e che garantiscono ai propri dipendenti, prevalentemente, contratti a tempo indeterminato.
I tirocini formativi svolti durante gli studi, anche perché fortemente incentivati dalla Riforma universitaria, coinvolgono larga parte dei laureati di primo livello (53%119); tale quota, tra l'altro, risulta in aumento rispetto all'analoga rilevazione di due anni fa (era pari al 48%). Si tratta di esperienze che hanno coinvolto in misura consistente i laureati dei gruppi agrario (89,5%), chimico-farmaceutico e psicologico (76% in entrambi i casi), geo-biologico (72%) ed insegnamento (71%). I tirocini formativi riguardano, inoltre, il 57% delle donne e solo il 49% degli uomini; risultano ampiamente diffusi in tutte le aree territoriali, in particolare al Nord (55%).
Meno diffusa l'esperienza di stage svolta dopo la laurea (coinvolge 9 laureati su 100): ciò è giustificato dal fatto che larga parte dei laureati di primo livello decide di proseguire la propria formazione iscrivendosi alla laurea specialistica. Gli stage post-laurea coinvolgono in particolare i laureati dei gruppi economico-statistico, politico-sociale e chimico-farmaceutico (12% in tutti i casi), senza particolari distinzioni di genere ma con lievi differenze in base all'area geografica di residenza (10% al Nord, 9% al Centro, 7% al Sud).
L'esperienza di stage maturata durante gli studi si associa, già nei 12 mesi successivi al conseguimento della laurea, ad un significativo vantaggio in termini occupazionali rispetto a chi non vanta un'analoga esperienza (quasi +7 punti percentuali): lavora infatti il 49% di chi ha effettuato un tirocinio durante gli studi e solo il 43% di chi non l'ha effettuato.
Tralasciando le professioni sanitarie, di cui si sono più volte sottolineate le peculiarità, il vantaggio occupazionale dato dall'esperienza di stage è generalmente confermato a livello di percorso disciplinare, salvo alcune eccezioni. Infatti, tra i laureati dei gruppi psicologico ed insegnamento si rileva un miglior tasso di occupazione tra coloro che non hanno maturato alcuna esperienza di tirocinio formativo durante gli studi; ciò è probabilmente dovuto alla più frequente prosecuzione del lavoro iniziato prima della laurea. Per i laureati del gruppo agrario e politico-sociale, invece, non esiste di fatto alcun vantaggio occupazionale legato all'esperienza di stage.
Analogo vantaggio occupazionale (+6,5 punti percentuali) si rileva tra coloro che realizzano un'esperienza di stage o tirocinio formativo dopo l'acquisizione del titolo: il tasso di occupazione sale infatti dal 49% tra chi non ha effettuato questo tipo di esperienza al 55,5% tra chi la può vantare nel proprio bagaglio formativo. Tale vantaggio in termini occupazionali è confermato, con diverse intensità, in tutti i gruppi disciplinari ad eccezione dei laureati nelle professioni sanitarie e nel gruppo insegnamento per le motivazioni già descritte sopra.
Resta però vero che su tali risultati esercitano un effetto non indifferente la scelta di proseguire la formazione iscrivendosi alla laurea specialistica e la condizione lavorativa al conseguimento del titolo: il primo elemento, come più volte sottolineato, allontana i giovani dal mercato del lavoro, mentre il secondo, all'opposto, fa lievitare il tasso di occupazione. A titolo esemplificativo, si consideri che concentrando l'attenzione sui laureati che hanno deciso di inserirsi nel mercato del lavoro solo al termine degli studi universitari (senza proseguire gli studi), il vantaggio occupazionale determinato dall'esperienza di stage svolta durante gli studi è pari a 6,5 punti percentuali (è occupato il 70,5% di chi lo ha svolto e solo il 64% di chi non l'ha effettuato); vantaggio, questo, lievemente in calo rispetto a quanto rilevato sul complesso dei laureati. Tali evidenze, tralasciando le professioni sanitarie, sono confermate all'interno di ogni gruppo disciplinare, ad eccezione di architettura, politico-sociale e psicologico.
La mobilità territoriale per motivi di studio e lavoro è un fenomeno che AlmaLaurea monitora da tempo e che è stato ampiamente approfondito, nella precedente rilevazione, con alcune domande ad hoc120. In questa sede ci si limita a ricordare alcuni dei principali aspetti evidenziati. Dall'analisi combinata tra area di residenza, di studio e di lavoro emerge una diversa mobilità geografica tra laureati del Nord, del Centro e del Sud. Dei laureati 2003 intervistati a cinque anni e residenti al Nord Italia, il 93% ha svolto gli studi universitari, e attualmente lavora, nella propria area di residenza; l'unico flusso di una certa consistenza vede il trasferimento per lavoro all'estero (3%).
Più elevati gli spostamenti per studio e lavoro dei giovani residenti al Centro, anche se la gran parte dei laureati non ha mai abbandonato la propria area di residenza (83%). Una parte (5%), dopo aver studiato nella propria area di residenza, lavora al Nord; una quota analoga (5%) torna a lavorare nella propria area di residenza, dopo aver studiato al Nord; infine, un ulteriore 2,5% studia al Nord e qui si ferma a lavorare.
Sono i laureati residenti nell'Italia meridionale a spostarsi di più per studio e lavoro: complessivamente superano il 40%, mentre l'altro 59% ha studiato e lavora nella propria area di residenza. Nel dettaglio, i flussi di mobilità sono alimentati per il 19% da quanti, dopo aver studiato nella propria area di residenza, trovano lavoro al Nord o al Centro (solo una minima parte si trasferisce all'estero); per il 14% da coloro che si sono trasferiti per motivi di studio e non sono rientrati, trovando un impiego lontano dalla propria area di residenza; infine, un laureato del Sud ogni 9 rientra nella propria terra dopo aver studiato fuori.
L'analisi approfondita a livello di percorso disciplinare offre interessanti spunti di riflessione, pur risentendo, inevitabilmente, della composizione del collettivo per ateneo (e quindi della relativa offerta formativa che ciascuna università propone agli studenti). I laureati meno mobili, ovvero coloro che non si sono mai allontanati dall'area di residenza né per studiare né per lavorare, sono quelli dei gruppi insegnamento e psicologico (fra i residenti del Nord e del Centro), cui si aggiunge educazione fisica (sempre fra i residenti nelle aree settentrionali), giuridico (al Centro), medico ed agrario (al Sud).
Come si è già sottolineato, i principali flussi di mobilità rilevati fra i residenti al Nord sono quelli, di natura lavorativa, verso l'estero; ciò è confermato in tutti i percorsi disciplinari, tranne che per i laureati in architettura, i quali frequentemente tornano a lavorare al Nord dopo aver studiato al Centro, e per quelli in agraria, giurisprudenza e medicina, i quali si spostano al Centro dopo aver studiato al Nord.
La mobilità dei residenti al Centro è funzionale al percorso compiuto: per i laureati dei gruppi agrario, chimico-farmaceutico, giuridico, letterario, linguistico, psicologico e scientifico si tratta di spostamenti, per motivi di studio, verso le aree settentrionali, con successivo ritorno verso la propria area di residenza. Per i laureati dei gruppi economico-statistico, geo-biologico, ingegneria, insegnamento e politico-sociale, lo spostamento avviene invece dopo la laurea, verso il Nord.
Infine, il flusso di mobilità per motivi lavorativi da Sud a Nord coinvolge la maggior parte dei percorsi di studio. Esulano da tali considerazioni i laureati in ingegneria e psicologia, che studiano e lavorano al Nord; i laureati in educazione fisica e del gruppo politico sociale, che dopo aver studiato al Nord tornano al Sud per lavorare. Si sottolinea anche che nessun laureato in psicologia studia e lavora nella stessa area di residenza.
Note
1 Obiettivo condiviso nella Dichiarazione di Bologna siglata dai Ministri europei dell'Istruzione Superiore nel 1999, “l'Europa della Conoscenza è […] insostituibile fattore di crescita sociale ed umana e […] elemento indispensabile per consolidare ed arricchire la cittadinanza europea, conferendo ai cittadini le competenze necessarie per affrontare le sfide del nuovo millennio […]” e negli Accordi di Lisbona del 2000.
2 Unioncamere, Occupazione: nel 2008, le imprese si riorganizzano e vanno a caccia di laureati e diplomati, agosto 2008.
3 Unioncamere-Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, I fabbisogni occupazionali delle imprese italiane nell'industria e nei servizi per il 2008, Roma, 2008.
4 US Department of Labor, Employment Projections: 2006-2016, 2007.
5 Ma a determinare l'aumento dei laureati nel periodo considerato contribuisce, in misura ancora limitata ma tendenzialmente crescente, l'articolazione introdotta dalla riforma in titoli di 1° e di 2° livello, con un inevitabile effetto di duplicazione dei titoli. Per la verità un forte incremento nel numero dei laureati era andato manifestandosi ben prima dell'avvio della riforma, nella seconda metà degli anni '90. Fra il 1995 ed il 1999 infatti i laureati erano già cresciuti del 35%.
6 Cfr. A. Cammelli, A. di Francia, A. Guerriero, L'università del duemila, ovvero quando lo studente diventa un bene scarso, Polis, n. 2, 1996.
7 L'Italia è collocata in una posizione più avanzata di quella che realmente ricopre anche perché lo stesso indicatore fa riferimento ad uno solo dei due percorsi di studio superiore considerati dall'OECD, ignorando così una quota di laureati che pesa per quasi il 10% sul complesso della popolazione OECD in età tipica ma che è quasi del tutto assente nel sistema formativo italiano. L'Unesco (ISCED) identifica i due percorsi di studio di cui sopra con la seguente definizione: “The first dimension to be considered is the distinction between the programmes which are theoretically based/research preparatory (history, philosophy, mathematics, etc.) or giving access to professions with high skills requirements (e.g. medicine, dentistry, architecture, etc.), and those programmes which are practical/technical/occupationally specific. To facilitate the presentation, the first type will be called 5A, the second, 5B”. Unesco, ISCED 1997.
8 Perché l'indicatore in questione (laureati in rapporto alla popolazione in età tipica) sia utilizzabile per confronti internazionali, occorre tenere conto della distribuzione per età dei laureati di ogni paese (laureati per la prima volta precisa L'OECD, escludendo quindi i possessori di un precedente titolo di studio superiore). L'OECD avverte che tale documentazione è disponibile, per l'anno considerato, solo per 17 paesi su 30 (fra questi Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia, ecc.) ma non per l'Italia per carenza della fonte ufficiale MIUR. Questo approfondimento è reso comunque possibile utilizzando la documentazione AlmaLaurea riguardante tutti i 130mila laureati (per la prima volta) di 41 atenei italiani. È stato così possibile accertare che i laureati con età superiore ai 25 anni (dunque al di fuori dell'età tipica) rappresentano il 38% del complesso dei laureati (e per circa un terzo di questi l'età risulta pari o superiore ai 30 anni). Tutto ciò è il frutto di situazioni ben note: il più lungo sistema di istruzione secondaria che caratterizza la struttura scolastica del nostro paese, il ritardo alla laurea (da sempre infelice peculiarità del contesto italiano e particolarmente elevato fra i laureati pre riforma) e il richiamo per gli studi universitari di popolazione in età adulta (life long learning) incentivato dall'avvio della riforma (e particolarmente sostenuto nelle lauree delle professioni sanitarie che hanno visto accreditate precedenti esperienze formative e professionali). A proposito di ritardo alla laurea, si ricorda che nel 2001, alla vigilia dell'avvio della riforma universitaria, nemmeno 10 laureati su cento concludevano gli studi nei tempi ufficialmente previsti; 25 su cento li terminavano con almeno 5 anni di ritardo! Complessivamente l'età alla laurea risultava pari a 28 anni. Fra i laureati di 1° livello del 2007 che hanno seguito per intero il percorso dell'università riformata la regolarità ha riguardato il 44,7%
(cfr.www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2007/premessa/premessa.shtml).9 Si tratta di un esercizio che ha applicato, al complesso dei laureati prodotti dal sistema universitario italiano, i tassi di occupazione rilevati da AlmaLaurea per i laureati che si sono inseriti nel mercato del lavoro dopo il conseguimento del titolo.
10 Cfr. ISTAT, Forze di lavoro. Media 2007, Roma, 2009.
11 Fonte: OECD, Education at a glance 2008, Paris, 2008.
12 Valore risultante dalla simulazione descritta precedentemente (§ 2.1).
13 Cfr. nota 28.
14
Per approfondimenti sui risultati si veda A. Cammelli, Dopo la
laurea di I livello: indagine sperimentale sui laureati
dell'anno solare 2005, in Consorzio Interuniversitario
AlmaLaurea (a cura del), IX Profilo dei laureati italiani. La
riforma allo specchio, Bologna, Il Mulino, 2007. Tutta la
documentazione, anche nella disaggregazione per ateneo e facoltà,
è disponibile su:
www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione05_sperimentale.
15 Cfr. DM 544, 31 ottobre 2007 e DD 61, 10 giugno 2008.
16 Per approfondimenti sul disegno di ricerca si rinvia alle Note metodologiche disponibili su www.almalaurea.it/universita/occupazione.
17 La rilevazione riguarda gli atenei che hanno aderito al Consorzio da almeno un anno.
18 Naturalmente, i laureati pre-riforma della sessione estiva del 2005 sono già stati coinvolti nell'analoga indagine 2006, compiuta ad un anno dal conseguimento del titolo. I laureati della sessione estiva del 2003, invece, sono stati contattati altre due volte: nel 2004 ad un anno dalla laurea, e nel 2006 a tre anni.
19 Cfr. S. Bacci, B. Chiandotto, A. di Francia, S. Ghiselli, Mobility of graduates for job reasons: a longitudinal analysis, in corso di pubblicazione.
20
Cfr. A. Cammelli, La riforma permanente fra realtà e
percezioni. Caratteristiche e performance dei laureati 2007,
disponibile su:
www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2007/premessa/premessa.shtml?premessa
21 Cfr. A. Cammelli, La riforma permanente …, op. cit.
22 Per un'analisi più articolata ed approfondita si rinvia al volume sul Profilo dei Laureati 2007. Tutta la documentazione, articolata fino a livello di classe di laurea, è disponibile su: www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2007/index.shtml.
23 Resta esclusa da queste considerazioni una quota pari all'11% dei laureati per i quali non è possibile ricostruire il percorso universitario (e quindi l'appartenenza ai collettivi puri/ibridi) in assenza di informazioni relative alle precedenti esperienze universitarie.
24 I dati relativi alle caratteristiche strutturali e di performance dei laureati riportati in queste pagine possono differire, seppure lievemente, con quelli del relativo Profilo pubblicato nel maggio 2008 dal Consorzio. Ciò è legato al continuo aggiornamento della banca dati (comunicazioni tardive da parte degli atenei o correzioni di informazioni amministrative).
25 L. Benadusi, G.P. Mignoli, I primi laureati specialistici “puri”, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), IX Profilo dei laureati italiani. La riforma allo specchio, op. cit.
26 Anche in tal caso sono esclusi i laureati (pari all'11%) privi delle informazioni necessarie alla costruzione della variabile puri/ibridi.
27 Fino alla rilevazione 2007 questa tipologia di laureati (peraltro di numerosità decisamente contenuta) era stata assimilata a quella pre-riforma: tale scelta derivava da una serie di considerazioni legate alla natura dei percorsi di studio a ciclo unico (che la Riforma non ha modificato in modo sostanziale nella struttura dei piani di studio), nonché alla loro durata e, quindi, al fisiologico tempo necessario per completare il ciclo formativo. Negli anni passati, in altri termini, le caratteristiche dei laureati pre-riforma, per i percorsi qui in esame, erano sostanzialmente equivalenti a quelle dei laureati a ciclo unico; tra l'altro, aspetto questo tutt'altro che irrilevante, larga parte dei laureati provenienti dai corsi a ciclo unico già riformati era necessariamente ibrida, perché la loro immatricolazione risaliva a data precedente all'avvio della Riforma.
28 Si tratta di architettura e ingegneria edile, farmacia e farmacia industriale, medicina e chirurgia, medicina veterinaria, odontoiatria e protesi dentaria, nonché della laurea magistrale a ciclo unico in giurisprudenza.
29 La minore partecipazione alla rilevazione web da parte dei laureati specialistici a ciclo unico è spiegata solo in parte con il minor livello di conoscenza di alcuni strumenti informatici (navigazione in rete, tra tutti). Infatti, anche il tasso di risposta complessivo (CAWI+CATI) è inferiore per questo collettivo ed è influenzato, in particolare, dalle più contenute quote di rispondenti tra i medici, generalmente meno propensi a rilasciare l'intervista.
30 Per approfondimenti sulla metodologia di indagine CAWI+CATI si veda F. Camillo, C. Girotti, L'impatto dell'integrazione di tecniche multiple di rilevazione nell'indagine sulla condizione occupazionale AlmaLaurea: una misura di propensity score in spazi condizionati multivariati, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), IX Profilo dei laureati italiani. La riforma allo specchio, op. cit.
31 Si tenga conto infatti che il tasso di occupazione accertato dall'ISTAT nel 2007 su un campione rappresentativo di laureati pre-riforma del 2004 (intervistati a tre anni dal conseguimento del titolo) è superiore di circa un punto percentuale rispetto a quello rilevato da AlmaLaurea nel medesimo periodo e sullo stesso collettivo. Cfr. ISTAT, Università e lavoro: orientarsi con la statistica, Roma, 2008.
32 La restante quota, pari al 3%, è composta da laureati che non lavorano né cercano e non sono iscritti alla laurea specialistica (soprattutto perché impegnati in altre attività di formazione).
33 L'ultima indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale di tutti i laureati di primo livello dell'anno solare è stata compiuta nel 2006; per coerenza, in questo Rapporto i confronti rispetto agli esiti lavorativi dei laureati di primo livello sono operati rispetto all'indagine del 2006.
34 Cfr. anche ISTAT, Università e lavoro: orientarsi con la statistica, op. cit.
35 Cfr. D.M. 23 ottobre 2003, Fondo per il sostegno dei giovani e per favorire la mobilità degli studenti e il Progetto lauree scientifiche su: www.progettolaureescientifiche.it.
36 Negli ultimi tre anni accademici (2004/05-2007/08), a fronte di un calo complessivo delle immatricolazioni ai corsi di primo livello del 16,5%, nella classe di laurea in scienze matematiche si è registrato un aumento del 71% (in termini assoluti da più di 1.600 a poco più di 2.800 iscritti); per la classe di scienze chimiche l'incremento è stato del 48% (da 2.000 a 3.000 immatricolazioni); per scienze fisiche si è rilevato un aumento del 17% (da circa 2.000 a poco meno di 2.400). La classe di scienze statistiche, invece, registra una contrazione dell'8,5% (da 1.100 a 1.000 immatricolazioni). È però vero che, a fronte di un valore medio pari al 19%, la quota di mancate reiscrizioni tra primo e secondo anno sale al 30% a chimica, al 24% a matematica, al 22% a fisica; a statistica la contrazione è del 18%. Cfr. MIUR.
37 C. Bordese, E. Predazzi, N. Vittorio, Innovare, crescere, competere. Le sfide del dottorato di ricerca, Il Sole 24 Ore Pirola, Milano, 2008.
38 Si ricorda che le differenze sono sempre state prossime, nelle ultime sette indagini, agli 8 punti percentuali.
39 A questi andrebbero aggiunti coloro che, dopo un solo anno, hanno abbandonato il corso specialistico (1,2%) oppure che lo hanno addirittura già concluso (0,3%); si tratta in realtà di una quota modesta, in parte frutto di carriere del tutto particolari (conversioni di precedenti percorsi formativi). Infine, una quota modesta ma significativa (prossima all'1%) prosegue la formazione universitaria con un'ulteriore laurea di primo livello: ciò si riscontra soprattutto fra i laureati delle professioni sanitarie e del gruppo politico-sociale.
40 Le considerazioni sviluppate con riferimento alle caratteristiche della laurea specialistica escludono questa modesta quota di laureati iscritti ad un corso quadriennale.
41 In realtà, il minimo assoluto (4%) si riscontra in corrispondenza dei laureati provenienti dalle classi di laurea in professioni sanitarie, i quali optano quasi sempre per un immediato inserimento nel mercato del lavoro.
42 Si tenga presente che i risultati sono influenzati almeno in parte dalla distribuzione geografica degli atenei aderenti ad AlmaLaurea.
43 Si consideri che, complessivamente, nel sistema universitario italiano le denominazioni di facoltà hanno superato quota 60.
44 Il lavoro a termine risulta più diffuso tra i giovani. Cfr., tra gli altri, Eurispes, 21° Rapporto Italia, Roma, Eurilink, 2009.
45 Si è considerata la regione di residenza e non quella di lavoro. Quest'ultima informazione non è disponibile nella nuova versione di questionario, come già detto necessariamente ridotto vista la doppia modalità di somministrazione (CAWI+CATI).
46 Ben il 96% degli occupati, nonostante la delicatezza dell'argomento trattato, ha risposto al quesito “Qual è il guadagno mensile netto che le deriva dal suo attuale lavoro?”.
47 Le retribuzioni sono state rivalutate in base agli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI) al netto dei tabacchi (www.istat.it/prezzi/precon/rivalutazioni).
48 È stato implementato un modello di regressione lineare che considera il guadagno in funzione dell'insieme dei fattori sopraelencati.
49 La partecipazione dei laureati all'indagine CAWI è stata lievemente più ampia (35%) tra coloro che hanno studiato in università del Centro; ma tra questi è inferiore alla media la diffusione di indirizzi di posta elettronica.
50 Si ritiene utile sottolineare che, nonostante la diversa composizione del collettivo degli intervistati rispetto ai non intervistati, la procedura di riproporzionamento è risultata efficace, tanto che i pesi applicati ai laureati intervistati sono tutto sommato contenuti.
51 Cfr. ISTAT, Università e lavoro: orientarsi con la statistica, op. cit.
52 Anche in tal caso sono considerati i soli laureati per i quali è disponibile l'informazione.
53 Si rimanda ad inizio capitolo per la relativa definizione.
54 Per approfondimenti su lauree scientifiche e umanistiche, compiute ad un anno dalla laurea ma sul medesimo collettivo, si veda U. Segre, E. Franzini, Lauree scientifiche e lauree umanistiche, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), IX Profilo dei laureati italiani. La riforma allo specchio, op. cit.
55 Per l'analisi, sui medesimi laureati, compiuta ad un anno dal conseguimento del titolo, si veda M. Giannini, C. Cimini, Differenze di genere, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), IX Profilo dei laureati italiani. La riforma allo specchio, op. cit.
56 Anche in tal caso, per l'analisi, sui medesimi laureati, compiuta ad un anno dal conseguimento del titolo, si veda S. Ghiselli, Gli esiti occupazionali dei laureati di primo livello: differenze territoriali, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), IX Profilo dei laureati italiani. La riforma allo specchio, op. cit.
57 Si ricorda che anche in tal caso l'analisi è effettuata considerando l'area geografica di residenza dei laureati.
58 Comprende una quota, pari all'1,3%, di laureati attualmente iscritti ad un corso quadriennale del vecchio ordinamento.
59 Per le definizioni di lavoro stabile e atipico, cfr. § 4.3
60 Cfr. DD.MM. del 16 marzo 2007 attuativi del DM 270/2004.
62 Tale classificazione prevede un'articolazione su 5 livelli (ciascuno identificato da una cifra, detta digit); per semplicità ci si è limitati ai primi 4 digit, presentati agli intervistati attraverso una struttura ad albero (ovvero dalla modalità più generica, ad un digit, a quelle via via più specifiche). La complessità di rilevazione della professione deriva dall'elevato numero di alternative di risposta presenti: si consideri che la classificazione a 4 digit prevede oltre 500 modalità diverse. Probabilmente anche a causa del tipo di domanda, circa il 7% degli occupati ha preferito non rispondere: una quota significativa, ma sorprendentemente contenuta viste le premesse sopra citate.
63 Ben il 99% degli occupati ha risposto al quesito.
64 Si veda anche ISTAT, Università e lavoro: orientarsi con la statistica, op. cit.
65 È stato implementato un modello di regressione lineare che considera il guadagno in funzione dell'insieme dei fattori sopraelencati.
66 Cfr. § 4.5 per la relativa definizione.
67 A livello nazionale non sono i soggetti meno formati a frequentare maggiormente i corsi di formazione (7,5%), ovvero coloro che ne avrebbero maggiore necessità, quanto piuttosto i diplomati (18,5%) e i laureati (30,2%), che apprezzano l'intrinseco valore aggiunto dato da un plus formativo. Cfr. Fondazione Nord Est, L'Italia dei lavori. Rapporto 2008, 2009.
68 Si è considerata la definizione adottata dall'ISTAT nell'Indagine sulle Forze di Lavoro (cfr. cap. 4 per la relativa definizione).
69 Si ricorda che anche in tal caso l'analisi è effettuata considerando la residenza dei laureati.
70 Il differenziale territoriale più contenuto (pari a 10 punti percentuali a favore del Nord) è rilevato in corrispondenza dei laureati per i quali non è disponibile l'informazione su puri/ibridi.
71 Si veda il § 4.3 per le definizioni di lavoro stabile e atipico.
72 Hanno reso la propria risposta 97 occupati su cento.
73 Come precedentemente specificato, l'analisi è relativa all'area geografica di residenza e non a quella di lavoro.
74 Per la definizione dell'indice, cfr. § 4.5.
75 Si ricorda che si tratta di architettura e ingegneria edile, farmacia e farmacia industriale, medicina e chirurgia, medicina veterinaria, odontoiatria e protesi dentaria, nonché della laurea magistrale a ciclo unico in giurisprudenza.
76 Per dettagli sulla definizione, cfr. cap. 4.
77 Si rimanda al cap. 4 per la relativa definizione.
78 Si ricorda che l'analisi considera la provincia di residenza dei laureati, indipendentemente dalla sede di studio.
79 Per approfondimenti sul tema della flessibilità si veda, tra gli altri, Eurispes, 21° Rapporto Italia, op. cit. Per le definizioni di lavoro stabile e atipico, cfr. § 4.3.
80 Ha risposto alla domanda il 94% degli occupati.
81 Per la relativa definizione, cfr. § 4.5.
82 Per dettagli sulla definizione, cfr. cap. 4.
83 ISTAT, Università e lavoro: orientarsi con la statistica, op. cit.
84 Si tratta delle indagini CHEERS e REFLEX. Per i risultati cfr. J. Allen, R. van der Velden, Il professionista flessibile nella società della conoscenza: primi risultati del Progetto REFLEX, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), IX Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Dall'università al lavoro in Italia e in Europa, Bologna, Il Mulino, 2008; M. Rostan, Laureati italiani ed europei a confronto. Istruzione superiore e lavoro alle soglie di un periodo di riforme, Milano, LED, 2006.
85 Valutazioni analoghe hanno portato ad adottare il medesimo intervallo temporale anche nelle già citate indagini a livello europeo.
86 Cfr. nota 36.
87 La crisi delle vocazioni scientifiche si pone in termini ancora più problematici tenendo conto delle mancate reiscrizioni tra primo e secondo anno, che si attestano complessivamente al 21,5%, ma che raggiungono il 30% nei percorsi scientifici. Sull'argomento si veda A. Cammelli, Dinamiche della scelta universitaria in Italia, Torino, Fondazione Agnelli, 2006.
88 Censis, 42° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, Roma, 2008.
89 L'analisi sulle differenze territoriali è stata effettuata considerando la provincia di residenza dei laureati, indipendentemente dalla sede di studio.
90 Si veda, tra gli altri, Unioncamere-Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, I fabbisogni occupazionali delle imprese italiane nell'industria e nei servizi per il 2008, op. cit. e Isfol, Rapporto 2008, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.
91 Si veda anche Eurispes, 21° Rapporto 2008, op. cit.
92 In questo Rapporto sono comprese in tale modalità il contatto col datore di lavoro su iniziativa personale, il contatto col datore attraverso segnalazione di parenti o amici, la richiesta di essere segnalato a datori e la prosecuzione di un'attività familiare esistente.
93 Per la definizione di lavoro stabile e atipico, cfr. § 4.3.
94 Per approfondimenti sull'evoluzione della tipologia dell'attività lavorativa per età si veda Fondazione Nord Est, L'Italia dei lavori. Rapporto 2008, op. cit.
95 Per approfondimenti sulla distribuzione dei contratti di lavoro a livello territoriale, si veda, tra gli altri, Isfol, Rapporto 2008, op. cit.
96 Al 31 dicembre 2007, i dipendenti pubblici con contratto a tempo indeterminato erano 3.366.467, con una presenza considerevole nel comparto della scuola pari al 34,4%, nella sanità con il 20,3% e nelle regioni ed enti locali con il 17,4%. Cfr. Eurispes, 21° Rapporto Italia, Roma, op. cit.
97 Per alcuni approfondimenti sul lavoro autonomo, si veda L. Pacelli, M. Lombardi, M. Macchi, La questione del lavoro autonomo, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Formazione universitaria ed esigenze del mercato del lavoro, Bologna, Il Mulino, 2008.
98 Per un'analisi approfondita sulle caratteristiche dei laureati insegnanti si veda il Rapporto predisposto da AlmaLaurea e contenuto in Fondazione Giovanni Agnelli, Rapporto sulla scuola in Italia. 2009, Bari, Laterza, 2009.
99 Nel commercio (si legga farmacie) sono occupati in particolare i laureati in farmacia, mentre nell'industria chimica i laureati, appunto, in chimica.
100 Quasi il 96% degli occupati ha risposto al quesito relativo al guadagno percepito.
101 Le retribuzioni sono state rivalutate in base agli indici ISTAT dei prezzi al consumo (cfr. nota 47).
102 Gli italiani guadagnano meno dei colleghi europei e negli ultimi anni hanno faticato molto a reggere l'aumento del costo della vita. Si vedano, tra gli altri, Eurispes, 21° Rapporto Italia, op. cit. e Isfol, Rapporto 2008, op. cit.
103 Cfr. OECD, Education at a Glance 2008, Paris, 2008.
104 Anche in tal caso il confronto è effettuato isolando i soli laureati che hanno iniziato a lavorare dopo la laurea e lavorano a tempo pieno.
105 Si veda anche Unioncamere-Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, I fabbisogni occupazionali delle imprese italiane nell'industria e nei servizi per il 2008, op. cit.
106 Si veda anche M. C. Brandi, M. L. Segnana, Lavorare all'estero: fuga o investimento?, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Formazione universitaria ed esigenze del mercato del lavoro, op. cit.
107 In particolare, si è simulato il potere d’acquisto delle retribuzioni nominali utilizzando gli indici di Parità intra-nazionale del Potere d’Acquisto, calcolati da ISTAT, Unioncamere e Istituto Guglielmo Tagliacarne nella Nota per la stampa su Differenze nel livello dei prezzi tra i capoluoghi delle regioni italiane per alcune tipologie di beni, diffusa il 22 aprile 2008 e riferita all’anno 2006 (si veda www.ISTAT.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20080422_00). Tali indici sono stati calcolati con riferimento a 20 città italiane, la maggior parte delle quali capoluogo di regione, per i generi alimentari (distinguendo tra lavorati e non lavorati), gli articoli di abbigliamento, le calzature e gli articoli di arredamento (distinguendo tra prodotti con marchio noto e prodotti generici). Essi rappresentano all'incirca un terzo della spesa complessiva delle famiglie italiane. Per tener conto delle variazioni temporali sono stati poi utilizzati i numeri indice dell’ISTAT relativi ai prezzi al consumo su base provinciale (cfr. nota 47).
108 Per approfondimenti si veda M. R. Carillo, A. Sapio, Diseguaglianza e discriminazione di genere nei settori pubblico e privato, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Formazione universitaria ed esigenze del mercato del lavoro, op. cit.
109 Si veda anche F. Butera, I laureati nel settore dell'industria e dei servizi, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Formazione universitaria ed esigenze del mercato del lavoro, op. cit.
110 Per la definizione dell'indice, cfr. § 4.5.
111 F. Camillo, M. Gola, Efficacia della laurea, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Formazione universitaria ed esigenze del mercato del lavoro, op. cit.
112 Per approfondimenti si vedano, tra gli altri, Fondazione Nord Est, L'Italia dei lavori. Rapporto 2008, op. cit. e Eurispes, 21° Rapporto 2008, op. cit.
113 Si veda anche World Economic Forum, The Global Gender Gap Report 2008, Genève, 2008.
114 L'uscita dal mercato del lavoro legata alla maternità è evidenziata anche da Isfol, Rapporto 2008, op. cit., ISTAT, Essere madri in Italia. Anno 2005, Roma, 2007 e Eurispes, 21° Rapporto 2008, op. cit.
115 Per approfondimenti sull'argomento si vedano, tra gli altri, ISTAT, Annuario statistico italiano 2008, Roma, 2008, Unicef, Centro di Ricerca Innocenti, Come cambia la cura dell'infanzia. Un quadro comparativo dei servizi educativi e della cura per la prima infanzia nei paesi economicamente avanzati, Firenze, 2008, Ministero del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali, Libro verde sul futuro del modello sociale, Roma, 2008.
116 Per approfondimenti, si vedano, tra gli altri, Unioncamere-Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, I fabbisogni occupazionali delle imprese italiane nell'industria e nei servizi per il 2008, op. cit. e COTEC, Rapporto annuale sull'innovazione, Roma, 2008.
117 Il restante 6% ha preferito non rispondere.
118 Si tratta di una tecnica statistica utile per ridurre la complessità del fenomeno in esame nel caso in cui si disponga, come in questo caso, di variabili qualitative. Tra l'altro, attraverso tale analisi è possibile valutare, anche graficamente, le relazioni tra le modalità delle variabili considerate.
119 Dalle considerazioni qui sviluppate restano esclusi i laureati che non hanno compilato il questionario alla vigilia della laurea, per i quali non è quindi disponibile l'informazione circa le esperienze di tirocinio.
120 Per approfondimenti si veda G. Cainelli, G. Gorla, Per amore o per forza? La mobilità territoriale per motivi di lavoro, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Formazione universitaria ed esigenze del mercato del lavoro, op. cit.

