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Le news di AlmaLaurea
"Laurearsi in tempi di crisi
Come valorizzare gli studi universitari"

XIV INDAGINE ALMALAUREA SUL PROFILO DEI LAUREATI
Napoli, martedì 22 maggio 2012
Programma e registrazione online
XIV Convegno AlmaLaurea sulla Condizione Occupazionale dei Laureati
"Dopo la laurea: studi ed esperienze in Italia e nel contesto internazionale"
Materiale presentato al Convegno
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Presentazione
| Programma
AlmaLaurea raggiunge quota 1.620.000 CV di neolaureati e laureati con lunga esperienza lavorativa.
Cerca il laureato da assumere!
Premio Eunis ad AlmaLaurea
A Dublino, 17 giugno 2011, AlmaLaurea ha ricevuto il riconoscimento europeo: una best practice italiana
I ringraziamenti del Direttore: il video
XIII Indagine AlmaLaurea sul Profilo dei Laureati
E' online la documentazione presentata il 27 maggio 2011 ad Alghero nel corso del Convegno "Qualità e valutazione del sistema universitario"
Documentazione | Il video del convegno
Orientamento e Scelte dei Diplomati
E' online la documentazione dell'indagine presentata il 26 maggio 2011 presso l'Università di Sassari. Documentazione
Il Times Higher Education parla di AlmaLaurea: "Bella figura: Italian model sets trend with expert fitting service"
Leggi l'articolo completo del 10 marzo 2011 (in inglese)
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Intervento di Romano Prodi alla Conferenza Internazionale "Human Capital and Employment in the European and Mediterranean Area"
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Presentazione del XIII Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani (sintesi)
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Laureati e aziende si raccontano in occasione della Conferenza Internazionale "Human Capital and Employment in the European and Mediterranean Area"
Prodi: "AlmaLaurea è tesoro per tutti"
L’ex Premier, il rettore di Bologna Ivano Dionigi, Lino Cardarelli e Kate Purcell sostengono la banca dati dei laureati e il suo allargamento.
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Conoscere e valutare: orientamento alla scelta universitaria
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Uno studio di M.F Bagues e M. Sylos Labini presentato al National Bureau of Economic Research mostra i vantaggi di AlmaLaurea per i laureati
Leggi "The impact of AlmaLaurea on University-to-Work Transition"

 

Home > Università> Occupazione> XII Indagine (2010)

XII RAPPORTO SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI.

"Investimenti in capitale umano nel futuro di Italia ed Europa "

di Andrea Cammelli


Indice


  1. PREMESSA
  2. TENDENZE DEL MERCATO DEL LAVORO
  3. CARATTERISTICHE DELL’INDAGINE
  4. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE E FORMATIVA DEI LAUREATI DI PRIMO LIVELLO
  5. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI DI SECONDO LIVELLO
  6. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI SPECIALISTICI A CICLO UNICO
  7. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI IN SCIENZE DELLA FORMAZIONE PRIMARIA
  8. CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI PRE-RIFORMA
  9. APPROFONDIMENTI

2. TENDENZE DEL MERCATO DEL LAVORO

2.1 LAUREATI E TENDENZE DEL MERCATO DEL LAVORO
2.2 UNA REALTÀ FRAMMENTATA E FORTEMENTE ARTICOLATA

Tracciare un quadro dell’andamento dei mercati del lavoro, italiani ed internazionali, risulta in questa fase decisamente difficoltoso. Tante sono le ipotesi, avanzate su più fronti, circa la portata e la durata della crisi. È certo però che non si tratta di una fase temporanea, di una bolla destinata ad esaurirsi nell’arco di breve tempo.

In questo contesto è utile ricordare che il periodo di osservazione delle indagini AlmaLaurea si colloca fra l’estate-autunno di ogni anno e l’autunno dell’anno successivo. Mentre l’indagine dello scorso anno riguardava un arco temporale che aveva soltanto sfiorato l’inizio della grave crisi in corso, l’indagine di quest’anno ha visto protagonisti i laureati che sono stati coinvolti massicciamente in essa. Il persistere delle difficoltà è confermato anche dalle richieste di laureati inoltrate da parte del mondo produttivo alla banca-dati AlmaLaurea15. Con una disponibilità on-line di un milione e 350mila curricula di laureati degli atenei aderenti, tradotti in inglese e aggiornati in misura crescente, AlmaLaurea nel periodo 1998-2009 ha fornito ad aziende italiane ed estere quasi 3,5 milioni di curricula. Sotto questo profilo AlmaLaurea costituisce un vero e proprio “osservatorio congiunturale”. Il primo bimestre 2010, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, mostra un calo nelle richieste di laureati del 31%; una contrazione della domanda superiore a quella dello stesso bimestre dell’anno precedente e che coinvolge la quasi totalità dei percorsi di studio, anche quelli solitamente al vertice dell’occupabilità (-37% nel gruppo economico-statistico, -9% in ingegneria).

Una valutazione puntuale circa le chance occupazionali dei laureati, nei primi anni immediatamente successivi al conseguimento del titolo universitario, non può prescindere dal richiamare i tratti essenziali dell’impegno del Paese sul terreno dell’istruzione superiore. C’è un dato inconfutabile che segnala lo sforzo insufficiente del Paese in questa direzione. L’Italia destina alla spesa pubblica nel campo dell’istruzione universitaria solo lo 0,80% del PIL contro l’1,1 del Regno Unito, l’1,11 della Germania, l’1,19 della Francia, l’1,45 degli Stati Uniti; senza considerare le risorse pubbliche, tra le più elevate in assoluto, spese su questo terreno dai Paesi scandinavi (tutti prossimi o superiori al 2% del PIL). Si è già visto che fra i 27 paesi dell’Unione Europea, solo in Bulgaria il finanziamento pubblico in istruzione superiore è inferiore a quello italiano16. Né le cose vanno meglio nel settore strategico della Ricerca e Sviluppo; il nostro Paese, nel 2007 (la documentazione più recente disponibile17), ha destinato ad esso l’1,2% del PIL, risultando così ultimo fra i paesi più avanzati, che infatti indirizzano a questo settore percentuali del proprio PIL prossime o spesso superiori al 2%. In un settore come questo, cruciale per la possibilità di competere a livello internazionale, risulta debole anche l’apporto proveniente dal mondo delle imprese. In Italia il concorso del mondo imprenditoriale è pari al 50% dell’investimento complessivo, dunque lo 0,6% del PIL. Nella gran parte dei Paesi più avanzati il contributo delle imprese è almeno doppio (l’1,2% nel Regno Unito; l’1,3% in Francia; l’1,8 in Germania; il 2,7% in Svezia).

D’altronde l’insufficienza dello sforzo compiuto ha radici antiche, testimoniate dal ridottissimo numero di laureati nella popolazione di età più avanzata. In Italia, nella classe di età 55-64, sono presenti solo 9 laureati su cento; meno della metà di quanto si riscontra nel complesso dei Paesi OECD (in Francia sono 17, in Germania 23, Regno Unito 25, negli Usa 39).

Ritardi antichi e persistenti che interessano anche, come si vedrà meglio in seguito, le classi di età più giovani; le stesse alle quali è affidato il difficile compito di portare il Paese fuori dalla crisi, assicurando prospettive di crescita interna e capacità di affrontare le sfide della competizione internazionale e dello sviluppo sostenibile.

L’aumento consistente del numero di laureati nell’ultimo decennio, principalmente per effetto dell’avvio della Riforma, aveva accreditato la convinzione che la loro consistenza fosse diventata non solo superiore alle necessità del Paese ma, perfino, più elevata del livello registrato nel complesso dei paesi OECD. È la più recente documentazione della stessa fonte a smentire questa convinzione (come si vedrà più avanti). In effetti, rispetto all’avvio della Riforma oggi il sistema universitario italiano licenzia il 72% in più dei laureati: sono circa 295mila nel 2008 rispetto ai 172mila del 200118. Ma la crescita, raggiunto il massimo nel 2005, si è arrestata. Il numero di laureati -sostanzialmente stabile fino al 2007- ha iniziato a ridursi nel 2008 ed è destinato a contrarsi ulteriormente nel prossimo futuro per effetto del calo degli immatricolati, ridottisi negli ultimi sei anni di quasi il 14%. Una riduzione dovuta all’effetto combinato del calo demografico, della diminuzione degli immatricolati in età più adulta (particolarmente consistenti negli anni immediatamente successivi all’avvio della Riforma19) e, ancora, imputabile al minor passaggio dalla scuola secondaria superiore all’università (che aveva raggiunto il 74,5% nel 2003 e che nella documentazione più recente – 2008 - è sceso a quota 68,4). A tali fattori si è aggiunta la crescente difficoltà di tante famiglie di sopportare i costi diretti ed indiretti dell’istruzione universitaria.

Lo scenario non è destinato a migliorare, tenuto conto dell’evoluzione della popolazione giovanile in Italia. Nei prossimi 10 anni, da qui al 2020, i diciannovenni, nonostante l’apporto robusto di popolazione immigrata, si ridurranno ulteriormente di oltre due punti percentuali. Giova ripetere ancora una volta per la sua gravità, che l’Italia, nell’intervallo 1984-2009, ha visto contrarsi del 38% la propria popolazione 19enne. Un declino che, se ha contribuito ad attenuare in assoluto, il problema della disoccupazione, ha visto l’Italia al vertice di questa poco invidiabile graduatoria20.

Nel 2007, secondo la documentazione OECD più frequentemente richiamata, fra i giovani italiani di età 25-34 i laureati costituivano il 19%. Poco più della metà della media dei paesi OECD (34%) mentre in Germania erano 23 su cento, nel Regno Unito 37, in Spagna 39, negli USA 40, in Francia 41, in Giappone 54 su cento. Ungheria e Messico ne avevano, rispettivamente, 22 e 19 su cento.

Si è ricordato più sopra che altra è stata la lettura data al crescente numero di laureati riscontrato nel nostro Paese da parte di organismi autorevoli e solitamente attenti. Tale lettura, per quanto distorcente, come si è dimostrato nella riflessione svolta nel precedente Rapporto21, continua a trovare credito. È bene dunque ricordare che, pur attingendo alla medesima fonte OECD, ma facendo riferimento all’indicatore che si concentrava sull’età tipica alla laurea (23-25 anni per l’Italia), gli organismi di cui sopra erano arrivati a concludere che, nel nostro Paese, la percentuale di laureati rispetto alla popolazione di quella classe di età era lievitata, fra il 2000 e il 2006, dal 19 al 39% superando, quindi, perfino la media OECD (37%). Avevamo sottolineato l’anno scorso che “se le cose stessero davvero in questi termini l’interrogativo perché continuare a spendere tanto apparirebbe legittimo. Tanto più in una situazione caratterizzata da carenza di risorse, tagli necessari e in un clima alimentato da una generalizzata campagna di critiche e di denunce di inefficienza (che da giustamente severe si sono fatte via via gratuitamente denigratorie) nei confronti del sistema universitario italiano”22. Eppure segnali di miglioramento dell’efficienza delle università non sono mancati. Nel periodo post-riforma (2001-2007), mentre le spese (rivalutate) sostenute dalle università (statali) sono cresciute del 23%23, i laureati usciti dal sistema universitario (statale) sono cresciuti del 74%, incremento che tradotto in annualità di formazione ottenuta corrisponde al 28%.

La più recente documentazione OECD, che per l’Italia ha potuto adottare un indicatore frutto di una differente metodologia
-avvalendosi della disponibilità della distribuzione per età dei laureati (precedentemente non disponibile)- mostra il ridimensionamento del valore dell’indicatore nel 2007: 35%, dunque sotto la media OECD pari a 3924.

È bene, comunque, ribadire che dimensionare la consistenza del capitale umano di elevata formazione in una data popolazione, circoscrivendo l’analisi ai soli laureati che hanno conseguito il titolo in un determinato anno è esercizio scorretto. Tanto più erroneo quando tale misura venga utilizzata per operare confronti a livello internazionale, analizzando fenomeni -come quello in esame- che risentono in modo rilevante di numerosi fattori: primi, fra questi, le differenze negli assetti tradizionali, gli effetti prodotti dall’introduzione di riforme, da modifiche normative, da mutamenti nelle politiche di diritto allo studio. Tutti questi elementi si traducono, nel breve periodo, in andamenti erratici di difficile interpretazione.

L’analisi delle chance occupazionali dei laureati, nei primi anni immediatamente successivi al conseguimento del titolo universitario, non può prescindere dal richiamare il contesto socio-culturale in cui maturano le scelte dei giovani, nonché dalle condizioni dei mercati in cui si inseriscono.

Gli elementi che continuano a penalizzare la domanda di persone con titolo di studio universitario sono rinvenibili nello sviluppo ritardato dell’economia italiana, nella frammentazione della domanda di lavoro in unità produttive di dimensioni piccole e piccolissime (si concentra in questa fascia, com’è noto, il 95% del complesso delle imprese), oltreché nella bassa scolarizzazione della popolazione di età adulta, che riguarda anche imprenditori e dirigenti, pubblici e privati (nell’ultimo Censimento -svolto nel 2001- questi risultavano privi di una formazione universitaria nell’86% dei casi). Il ricambio generazionale che, sia pure lentamente, sta realizzandosi (l’imminente prossimo Censimento consentirà di verificarne la portata) e che coinvolge anche il mondo imprenditoriale nel quale sta riducendosi l’età media e cresce il livello di istruzione25, è uno dei fattori indispensabili per accrescere le chance di riuscita del nostro Paese nella competizione internazionale. Al ricambio generazionale è generalmente associata infatti una maggiore probabilità di introduzione di innovazioni26. D'altronde in situazioni di crisi economica internazionale e di ristagno dei consumi interni, come quelle che il Paese sta vivendo, le imprese devono necessariamente riorganizzarsi, conseguire standard più elevati di produttività, introducendo innovazioni per competere sui mercati mediante la qualità dei prodotti e dei servizi27. Ciò che è sempre più evidente in questo processo è la rilevanza della qualità e delle competenze delle risorse umane anche nel tessuto delle piccole e piccolissime imprese. Anche studi recenti28 confermano che l’innesto di capitale umano di qualità, pur nelle imprese di piccole dimensioni, può incidere profondamente nel cambiamento del modus operandi dell’azienda, rendendola meno dipendente dalla sola ed insostituibile personalità del proprietario, senza metterne in discussione il ruolo.

Le indagini Unioncamere sui fabbisogni occupazionali delle imprese italiane (che come è noto, non comprendono il settore della Pubblica Amministrazione), confermano da tempo la sottoutilizzazione di personale con formazione universitaria, anche quando, nell’ultimo Rapporto, segnalano che per cento nuovi assunti 12 saranno laureati29. Quello che si presenta come un passo avanti significativo, si realizza nell’anno forse più critico per l’economia mondiale e nazionale, mentre si contraggono consistentemente le assunzioni previste ad ogni livello rispetto all’anno precedente (oltre 300mila, -37%); fra i laureati la riduzione è più contenuta (-25mila, -29%). Certo è che, come si è detto, la domanda di capitale umano qualificato in Italia che emerge dalle previsioni di Excelsior-Unioncamere, risulta molto distante da quella statunitense. Le più recenti previsioni elaborate per il decennio 2008-2018, stimano il fabbisogno di laureati negli Usa pari al 31,4% del complesso delle nuove assunzioni30.

L’interesse convergente ad esplorare approfonditamente il delicato versante della domanda e dell’offerta di lavoro qualificato, confrontando i risultati delle rispettive indagini ed approntando di comune accordo strumenti più rispondenti alla complessità dei fenomeni indagati, è all’origine di un promettente accordo di collaborazione raggiunto al termine del 2009 fra Unioncamere e AlmaLaurea.

La stessa documentazione Excelsior-Unioncamere soprarichiamata consente di esaminare la domanda del settore privato di laureati, circoscrivendola a quella dei neo-laureati (identificandoli come quelli “senza esperienza o con esperienza generica”). Le evidenze empiriche mostrano che, fra il 2008 e l’anno successivo, la contrazione nella domanda da parte delle imprese è più contenuta per i neo-laureati (-24,8% rispetto al -29 per il complesso dei laureati).

L’analisi condotta per aree disciplinari apre falle consistenti in luoghi comuni consolidati. Complessivamente a contrarsi non è solo la domanda delle imprese per laureati dei percorsi “umanistico-sociali”. Certo, in questa vasta area la riduzione investe il 30% dei laureati economico-statistici, che hanno sempre costituito una fetta assai ampia del complesso delle assunzioni. Ma a ridursi, sorprendentemente, in misura ancora maggiore è anche la domanda di ingegneri (-38% complessivamente) e perfino degli ingegneri industriali (-46%). In controtendenza, seppure su valori assoluti contenuti, la crescita della domanda di laureati del gruppo letterario (+24%) e di quello politico-sociale (+23%). Forse proprio la situazione di grave crisi dell’occupazione (e del necessario sostegno a chi ne è colpito) è alla base dell’inattesa crescita, ancora più consistente, della domanda di laureati del gruppo psicologico (+154%, ma su valori assoluti molto ridotti).

Torna all'indice del capitolo 2.1 Laureati e tendenze del mercato del lavoro

La vera e propria rivoluzione che il sistema universitario italiano ha vissuto nell’ultimo decennio non permette più di rispondere, con un solo, sintetico dato, alla domanda “i laureati sono apprezzati dal punto di vista occupazionale?”. Ciò è reso complesso dall’articolazione dell’offerta formativa su tre livelli, progettati per rispondere a diverse richieste di professionalità. Se fino ai primi anni 2000 era possibile fornire valutazioni precise sulle tendenze occupazionali dei laureati circoscrivendo l’analisi ai corsi quadriennali e quinquennali (e di sei anni per i laureati in Medicina e Chirurgia), oggi non ci si può esimere dall’approfondire il quadro sui diversi livelli e sulle articolazioni previste dalla Riforma.

La complessità dell’analisi si è accentuata alla luce della grave crisi in atto. In queste pagine si cercherà di anticipare, con le difficoltà ed i limiti segnalati, qualche elemento di sintesi, rimandando ai successivi capitoli gli approfondimenti sui vari aspetti analizzati, su ciascuna tipologia di laurea indagata oltreché sulle definizioni e sulla metodologia utilizzata.

I principali indicatori considerati per il monitoraggio degli esiti occupazionali dei laureati confermano le crescenti difficoltà del mercato del lavoro rilevate nell’ultimo periodo. Se per i laureati post-riforma l’intervallo di osservazione è obbligatoriamente circoscritto a due soli anni (che restituiscono la fotografia degli esiti occupazionali, dopo un anno dal termine degli studi, rilevati nel 2008 e nel 2009), per i colleghi pre-riforma intervistati a tre e cinque anni il campo di osservazione si amplia considerevolmente, consentendo un’analisi delle tendenze del mercato del lavoro più ricca31. La combinazione degli elementi forniti dall’una e dall’altra tipologia di laurea esaminata consente comunque di delineare un quadro sufficientemente completo ed articolato.

La Riforma universitaria e l’impatto sul mercato del lavoro

La valutazione dell’interesse che il mercato del lavoro ha mostrato nei confronti dei titoli di studio previsti dalla Riforma universitaria, così come la valutazione delle più recenti tendenze del mercato del lavoro, deve essere necessariamente sviluppata tenendo conto della complessa articolazione dell’offerta formativa. Non si deve inoltre dimenticare che la comparazione avviene fra popolazioni di laureati diverse per obiettivi, formazione, durata degli studi, età al conseguimento del titolo; diversità che ancora oggi, a dieci anni dall’avvio della Riforma, risultano spesso ancora poco note al mondo del lavoro e non solo. Il frequente smarrimento dei giovani diplomandi di scuola secondaria superiore e dei loro insegnanti incaricati dell’orientamento ne è la prova più evidente.

Un’analisi puntuale deve inoltre essere posta al riparo da ogni possibile elemento di disturbo, soprattutto dalla diversa incidenza della prosecuzione di un’attività lavorativa iniziata prima della laurea. Una preoccupazione non solo teorica tenendo conto che oltre un terzo dei laureati di primo e secondo livello del 2008 lavorava alla laurea (tra gli specialistici a ciclo unico è invece solo del 16%)32.

Ma non si deve neppure dimenticare che nelle popolazioni analizzate è diversa l’incidenza della prosecuzione della formazione post-laurea e che un confronto diretto della situazione occupazionale risulterebbe penalizzante in particolare per i laureati di primo livello, i quali, in larga parte, proseguono i propri studi iscrivendosi alla laurea specialistica, rimandando così l’ingresso effettivo, a pieno titolo, nel mondo del lavoro. L’ingresso posticipato nel mercato del lavoro dei laureati di primo livello trova conferma nella consistenza di quanti lavorano o cercano (forze di lavoro), che rappresentano circa il 60% del collettivo dei laureati triennali, mentre sono pari al 90% tra i laureati di secondo livello.

Per questi motivi ogni approfondimento più rigoroso volto a monitorare la risposta del mercato del lavoro, deve essere circoscritto alle sole popolazioni che hanno iniziato a lavorare una volta acquisita la laurea, con l’ulteriore delimitazione agli individui interessati ad inserirsi nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione, calcolato limitatamente a questa sottopopolazione, risulta ad un anno pari al 62% tra i laureati di primo livello: un valore nettamente più alto rispetto a quello rilevato tra i colleghi di secondo livello, che è infatti del 45,5% tra gli specialistici e del 37% tra quelli a ciclo unico. Il minor tasso di occupazione rilevato tra i laureati specialistici risente almeno in parte del fatto che si tratta ancora delle prime leve di laureati, per definizione migliori dunque più propensi a proseguire gli studi. Infatti, mentre le performance di studio dei laureati di primo livello sono oramai stabilizzate, i laureati specialistici presentano esiti di studio che dimostrano inequivocabilmente come la fase di transizione, per loro, sia ancora in atto33.

Rispetto alla precedente rilevazione, tutti i tipi di laurea esaminati hanno manifestato bruschi segnali di frenata della capacità di essere assorbiti dal mercato del lavoro: tra i laureati di primo livello il tasso di occupazione è sceso di quasi 7 punti percentuali (62% rispetto al 69% dell’anno scorso), tra i colleghi specialistici la contrazione registrata è di oltre 7 punti (45,5%, solo un anno fa, era del 53%), mentre tra gli specialistici a ciclo unico è di oltre 5 punti percentuali (37%; il precedente tasso di occupazione era del 43%).

I laureati specialistici a ciclo unico34 rappresentano una realtà molto particolare, mostrando un tasso di occupazione nettamente inferiore alla media, a causa dell’elevata quota di chi prosegue la propria formazione con attività necessarie alla libera professione. È vero che si tratta, frequentemente, di attività di formazione retribuite; cosicché, facendo riferimento al tasso di occupazione ISTAT-Forze di Lavoro, il loro esito occupazionale migliora considerevolmente: il tasso di occupazione lievita fino al 66%, solo un paio di punti inferiore a quello rilevato tra i colleghi di primo livello e specialistici. Rispetto alla precedente rilevazione il tasso di occupazione secondo quest’ultima definizione risulta in calo, tra gli specialistici a ciclo unico, di oltre 12 punti percentuali; per i colleghi triennali e magistrali la contrazione è sempre significativa, ma più contenuta (di poco superiore a 6 punti percentuali). Nei due anni in esame, pertanto, si è ridotta consistentemente la quota di laureati a ciclo unico impegnati in attività di formazione retribuita. Ciò è legato, almeno in parte, alla mutata composizione per percorso disciplinare: nei due anni in esame, infatti, è aumentato considerevolmente il peso dei laureati in giurisprudenza (passati dal 4 al 19%), i quali mostrano il più contenuto tasso di occupazione e la più elevata quota di laureati in cerca di lavoro.

L’analisi del tasso di disoccupazione (limitato al collettivo che ha iniziato a lavorare dopo la laurea, ecc. come si è specificato più sopra), conferma le considerazioni fin qui sviluppate. I laureati di primo livello presentano una quota di disoccupati pari al 22%, simile a quella rilevata per i laureati di secondo livello (21%). Gli specialistici a ciclo unico, frequentemente impegnati in attività formative retribuite, mostrano un tasso di disoccupazione significativamente più contenuto (15%). Rispetto alla precedente rilevazione tutte le tipologie esaminate hanno registrato un incremento significativo della quota di disoccupati: circa 5 punti percentuali tra i triennali, 7 tra i magistrali, 6 tra gli specialistici a ciclo unico.

I segni di frenata della capacità attrattiva del mercato del lavoro si riscontrano, purtroppo, sia pure con qualche diversificazione, nella maggior parte dei percorsi disciplinari.

L’analisi delle caratteristiche del lavoro svolto conferma le aumentate difficoltà che i laureati post-riforma hanno affrontato in questo ultimo anno. La stabilità dell’impiego a dodici mesi dal titolo, già non particolarmente consistente, risulta per tutti i collettivi in esame in calo rispetto alla precedente rilevazione, con la sola eccezione degli specialistici a ciclo unico (per i quali il lavoro stabile, rimasto sostanzialmente invariato, è pari al 36%): la contrazione è di 3 punti percentuali per i laureati di primo livello (il lavoro stabile è pari, quest’anno, al 36%), mentre è di 2 punti per i colleghi specialistici (che corrisponde ad una quota di occupati stabili pari al 26%).

Il guadagno ad un anno supera complessivamente i 1.050 euro netti mensili: in termini nominali 1.057 per gli specialistici, 1.109 per il primo livello, 1.110 per gli specialistici a ciclo unico. Rispetto alla precedente rilevazione, le retribuzioni nominali risultano in calo per tutte le tipologie di lauree considerate: la contrazione oscilla dal 2% tra i laureati di primo livello, al 3% tra i colleghi a ciclo unico fino a lievitare al 5% tra quelli specialistici. Con tali premesse, è naturale attendersi un quadro ancor più sconfortante se si considerano le retribuzioni reali, ovvero se si tiene conto del mutato potere d’acquisto: in tal caso, infatti, le contrazioni sopra evidenziate risultano accentuate di circa un punto percentuale in tutti i percorsi esaminati.

Anche l’efficacia del titolo universitario, per quanto si dimostri elevata fin dal primo anno dalla laurea, risulta leggermente in calo rispetto alla precedente rilevazione: il titolo è almeno abbastanza efficace per 84 laureati specialistici su cento (oltre 3 punti percentuali in meno rispetto all’indagine 2008) e per 85 triennali su cento (-2 punti). L’efficacia massima (98%) si riscontra tra gli specialistici a ciclo unico (e risulta sostanzialmente stabile rispetto ad un anno fa)! Un valore elevatissimo ma comprensibile considerata la particolare natura di questi percorsi di studio.

Le tendenze del mercato del lavoro dei laureati pre-riforma a tre e cinque anni dal conseguimento del titolo

Le crescenti difficoltà occupazionali incontrate dai giovani, laureati compresi, nel corso del 2008 e del 2009 si sono inevitabilmente riversate anche sui laureati di più lunga data: si fa riferimento, in tal caso, al collettivo dei pre-riforma intervistati dopo tre e cinque anni dal conseguimento del titolo. Gli indicatori considerati confermano un calo del tasso di occupazione e delle retribuzioni; solo la stabilità lavorativa sembra essersi mantenuta sui valori degli anni precedenti.

Il tasso di occupazione risulta in calo, nell’ultima rilevazione, sia tra i laureati a tre anni che tra quelli a cinque anni: per i primi la contrazione è di circa 5 punti percentuali (la quota di occupati è pari, per la generazione più recente, al 67%), per i secondi è di quasi 3 punti (ciò si traduce in un numero di occupati pari all’82%). Il tasso di disoccupazione, d’altra parte, figura in rialzo di circa 3 punti percentuali tra i laureati a tre anni dal titolo (che corrisponde ad una quota di disoccupati del 13%) e di due punti tra i colleghi intervistati a cinque anni (pari ad un tasso dell’8%). Dilatando l’arco temporale di osservazione agli ultimi otto anni la quota di laureati a tre anni occupati ha subito una contrazione di oltre 8 punti percentuali; per quelli a cinque anni è possibile estendere il periodo di osservazione ad un intervallo di quattro anni ed in tal caso la contrazione registrata è di oltre 4 punti percentuali. La crescita del tasso di disoccupazione, nei medesimi periodi, è invece pari a 5 punti per i primi e 3 punti per i secondi.

Valori, quelli fin qui delineati, che, pur denotando evidenti segni di difficoltà, confermano che con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo la capacità di assorbimento da parte del mercato del lavoro resta ancora buona: tra uno e cinque anni dalla laurea, ad esempio, i laureati del 2004 (gli ultimi analizzati) mostrano un incremento del tasso di occupazione di circa 28 punti percentuali (dal 54% al già citato 82%).

Resta confermato che al crescere del livello di istruzione, cresce anche l’occupabilità. I laureati infatti sono in grado di reagire meglio ai mutamenti del mercato del lavoro, perché dispongono di strumenti culturali e professionali più adeguati. Nell’intero arco della vita lavorativa (fino a 64 anni), la laurea risulta premiante: chi è in possesso di un titolo di studio universitario presenta un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore di chi ha conseguito un diploma di scuola secondaria superiore (78,5 contro 67%)35. Anche il guadagno premia i titoli di studio superiori: misurato per la classe di età 25-64 anni, è più elevato del 55% rispetto a quello percepito dai diplomati di scuola secondaria superiore. Un differenziale retributivo tutto sommato in linea con quanto rilevato in Germania (+62%), Regno Unito (+57%) e Francia (+50%)36.

Altri sono gli elementi a conferma del complessivo, positivo inserimento dei laureati nel mercato del lavoro: la stabilità dell’occupazione, che a cinque anni dalla laurea si estende fino a coinvolgere il 72% degli occupati (tra l’altro in lieve aumento nell’ultimo anno e costante negli ultimi quattro anni) e l’efficacia del titolo nel mercato lavoro, che sottolinea l’uso che i laureati fanno delle competenze acquisite durante gli studi, nonché la richiesta formale e sostanziale del titolo ai fini dell’assunzione.

Nota dolente è rappresentata dalle retribuzioni che, a cinque anni dalla laurea, seppure superiori nominalmente a 1.300 euro, hanno visto il loro valore reale ridursi, nell’ultimo quadriennio, in misura significativa (circa 8%).

Occupazione ad un anno a confronto per tipo di corso [Fig. Occupazione ad un anno a confronto per tipo di corso]





Tasso di disoccupazione ad un anno a confronto per tipo di corso [Fig. Tasso di disoccupazione ad un anno a confronto per tipo di corso ]





Forze di lavoro ad un anno a confronto per tipo di corso [Fig. Forze di lavoro ad un anno a confronto per tipo di corso]





Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno a confronto per tipo di corso [Fig. Tipologia dell’attività lavorativa ad un anno a confronto per tipo di corso]





Guadagno mensile netto ad un anno a confronto per tipo di corso [Fig. Guadagno mensile netto ad un anno a confronto per tipo di corso]





Guadagno mensile netto ad un anno a confronto per tipo di corso: valori rivalutati [Fig. Guadagno mensile netto ad un anno a confronto per tipo di corso: valori rivalutati]





Efficacia della laurea ad un anno a confronto per tipo di corso [Fig. Efficacia della laurea ad un anno a confronto per tipo di corso]





Torna all'indice del capitolo 2.2 Una realtà frammentata e fortemente articolata

Gli esiti occupazionali brevemente richiamati evidenziano al loro interno forti differenze, che in generale accomunano tutti i tipi di lauree esaminate. Differenze che riguardano gli esiti occupazionali di donne e uomini, dei laureati del Nord rispetto a quelli del Sud, dei puri rispetto agli ibridi, di coloro che lavorano nel pubblico rispetto a quanti sono inseriti nel settore privato.

Differenze, talvolta consistenti, che confermano quanto la realtà sia decisamente più complessa ed articolata di quanto si pensi, e che le sintesi non riescono a far emergere.

Ciò che pare più evidente è che, a differenza degli altri titoli, la laurea di primo livello rinvia nel tempo, a dopo il conseguimento del titolo specialistico, ogni valutazione; la prosecuzione degli studi universitari sposta infatti in avanti l’accertamento di diversità, che pure, in alcuni casi -come a livello territoriale- già sono presenti. Proprio per ciò che riguarda il quadro territoriale, gli esiti occupazionali e formativi complessivi dei laureati di primo livello delineano differenze più contenute, seppure significative, rispetto a quelle da tempo rilevate tra i laureati pre-riforma (tra i quali, si ricorda, il divario Nord-Sud ha sempre superato, per tutte le generazioni considerate nelle rilevazioni AlmaLaurea, i 20 punti percentuali). Ma limitando l’analisi ai laureati che non lavoravano al momento della laurea e che hanno manifestato, alla vigilia della conclusione degli studi, l’intenzione di non proseguire la propria formazione, le differenze territoriali si accentuano fino a sfiorare i 20 punti percentuali (attestandosi ai consueti livelli verificati sui laureati pre-riforma): ad un anno dal conseguimento della laurea triennale dichiara di lavorare il 66% dei residenti al Nord e il 48% dei residenti al Sud.

In termini di differenze di genere, invece, le scelte compiute dai laureati di primo livello maschi e femmine appaiono poco differenziate, soprattutto per quanto riguarda la quota di chi si dichiara occupata.

Una valutazione puntuale circa le differenze esistenti tra pubblico e privato è desumibile dall’analisi sui laureati pre-riforma a cinque anni dal titolo. In termini di tipologia dell’attività lavorativa i due settori sono fortemente differenziati, ma un’analisi puntuale non può dimenticare le modifiche intervenute in seguito all’avvio della Riforma Biagi; una riforma che ha riguardato in misura differente il settore pubblico e quello privato. Il confronto tra i due settori consente di sottolineare come, ancora a cinque anni, la precarietà caratterizzi ampiamente il settore pubblico (63%, in particolare legato alla maggiore diffusione dei contratti a tempo determinato) contrariamente a ciò che avviene nel settore privato, dove la stabilità è raggiunta dal 68% di chi vi lavora (l’analisi è opportunamente circoscritta ai lavoratori non autonomi che hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo aver acquisito il titolo). Ciò si ripercuote anche sulla soddisfazione che i laureati manifestano nei confronti della stabilità e sicurezza che il lavoro offre. Se è vero che gli assunti con un contratto stabile nel settore pubblico manifestano generalmente migliori livelli di soddisfazione (su scala 1-10, in media 9 contro 7,3 di chi è assunto, col medesimo contratto, nel privato), coloro che possono contare solo su contratti a termine manifestano insofferenza, soprattutto se assunti nel pubblico (in media 4,8 contro 5,2 del privato). È verosimile che in questo caso entrino in gioco le diverse opportunità/probabilità di vedere il proprio contratto stabilizzarsi in breve tempo.


15 Un significativo riconoscimento alle attività del Consorzio AlmaLaurea,
“… volte a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro qualificato […], ed a contribuire agli studi nel campo della qualità del capitale umano. […]”, è giunto il 28 gennaio 2010 dalla Camera dei Deputati che, accogliendo un ordine del giorno presentato da parlamentari della maggiorana e dell’opposizione, costituisce un atto di indirizzo al Governo (Ordine del Giorno 9/1441-QUATER-C/1).

16 Eurostat, Indicators on education expenditure - 2006, Data in focus 36/2009. Nella pubblicazione mancano i valori relativi a Grecia, Lussemburgo, Malta e Romania.

17 ISTAT, Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, Roma, 2010.

18 A determinare l’aumento dei laureati nel periodo considerato contribuisce, in misura tendenzialmente crescente, l’articolazione introdotta dalla Riforma in titoli di 1° e di 2° livello, con un inevitabile effetto di duplicazione dei titoli. Per la verità un forte incremento nel numero dei laureati era andato manifestandosi ben prima dell’avvio della riforma. Fra il 1995 ed il 2001 infatti i laureati erano già cresciuti del 53%. Se, anziché al numero dei titoli conseguiti, si fa riferimento -più correttamente per il calcolo in questione- al numero degli anni di formazione universitaria portati a termine e necessari per il conseguimento del titolo, l’incremento fra il 2001 e il 2008 risulta pari al 26%.

19 L’avvio della Riforma ha rappresentato un forte richiamo per gli studi universitari di popolazione in età adulta (fra i laureati del 2008 il 6,5% si è immatricolato con oltre 10 anni i ritardo rispetto all’età canonica di 19 anni ed altri 14 su cento con un ritardo compreso fra 2 e 10 anni), particolarmente sostenuto nelle lauree delle professioni sanitarie che hanno visto accreditate precedenti esperienze formative e professionali.

20 Nel medesimo intervallo di tempo l’evoluzione della popolazione di età 15-24 faceva registrare per l’Italia una contrazione del 36%, per la Germania del 29, per la Spagna del 27, per il Giappone del 26, per il Regno Unito del 12, per la Francia dell’11. Negli Stati Uniti contemporaneamente la popolazione giovanile cresceva del 12%. United Nations, Population Division (http://esa.un.org/unpp/index.asp).

21 A. Cammelli, XI Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), XI Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Occupazione e occupabilità dei laureati. A dieci anni dalla Dichiarazione di Bologna, Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 37-38.

22 A. Cammelli, XI Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), XI Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Occupazione e occupabilità dei laureati. A dieci anni dalla Dichiarazione di Bologna, op. cit., p. 37.

23 CNVSU, Decimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, 2009.

24 L’Italia è collocata in una posizione più avanzata di quella che realmente ricopre anche perché lo stesso indicatore fa riferimento ad uno solo dei due percorsi di studio superiore considerati dall’OECD, ignorando così una quota di laureati che pesa per quasi il 10% sul complesso della popolazione OECD in età tipica ma che è quasi del tutto assente nel sistema formativo italiano.

L’Unesco (ISCED) identifica i due percorsi di studio di cui sopra con la seguente definizione: “The first dimension to be considered is the distinction between the programmes which are theoretically based/research preparatory (history, philosophy, mathematics, etc.) or giving access to professions with high skills requirements (e.g. medicine, dentistry, architecture, etc.), and those programmes which are practical/technical/occupationally specific. To facilitate the presentation, the first type will be called 5A, the second, 5B”. Unesco, ISCED 1997.

25 “Nelle imprese industriali con oltre 50 addetti la quota di imprenditori con 65 anni di età e oltre è scesa dal 37,4% del 2002 al 24,4 del 2006, mentre l’incidenza degli imprenditori con età compresa tra i 35 e i 55 anni è salita dal 29,1 al 43,9%. Per queste imprese la quota di imprenditori laureati è passata dal 23 al 37,4%”. Banca d’Italia, Relazione annuale 2006, Roma, 2007, p. 103.

26 Banca d’Italia, Relazione annuale 2006, op. cit.

27 Unioncamere-Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior. I fabbisogni occupazionali delle imprese italiane nell’industria e nei servizi per il 2008, Roma, 2008.

28 “In un certo numero di casi osservati l’avvio di un nuovo percorso di apprendimento e di adattamento evolutivo […] ha coinciso con l’ingresso di una nuova professionalità, di rango elevato: l’ingegnere progettista che porta dentro la piccola carpenteria l’esperienza accumulata in aziende di maggiori dimensioni; il direttore commerciale che applica la sua cultura di marketing ad un prodotto da supermercato che apparentemente sembra vendersi da solo. L’impressione è che questi inserimenti siano una forma di risposta alla complessità della crescita: laddove l’imprenditore intuisca che il suo ruolo debba iniziare ad articolarsi per più funzioni manageriali.”, in P. Feltrin (a cura di), La crescita delle imprese nel Veneto che cambia, op. cit., p. 120.

29 Unioncamere-Ministero del Lavoro, Progetto Excelsior. I fabbisogni occupazionali delle imprese italiane nell’industria e nei servizi per il 2009, op. cit.

30 US Department of Labor, Employment Projections: 2008-2018, op. cit.

31 La rilevazione 2008 non ha coinvolto, per la prima volta, i laureati pre-riforma ad un anno dal conseguimento del titolo. Tutto ciò poiché costituiscono un collettivo in fase di esaurimento, caratterizzato da performance di studio e di lavoro tali da non rendere apprezzabile qualunque tipo di valutazione circa gli esiti occupazionali.

32 Esulano dalle considerazioni sviluppate in queste pagine i laureati del corso non riformato in Scienze della Formazione primaria: tutto ciò a causa della numerosità, decisamente contenuta, e della peculiarità del collettivo.

33 Le prime generazioni dei laureati specialistici “puri” (quelli cioè che hanno compiuto il percorso di studi esclusivamente nel nuovo ordinamento) mostrano risultati tendenzialmente brillanti e generalmente migliori di quelli raggiunti dai loro colleghi più regolari negli studi laureatisi prima della riforma. I laureati 2008 specialistici “puri” (pari all’88% del complesso) si laureano a 26 anni, con un voto medio di 109 su 110, il 59% ha concluso gli studi in corso, il 76% ha frequentato più del 75% delle lezioni, il 55% ha svolto stage durante gli studi, il 9% è andato all’estero con programmi europei, il 74% conosce bene l’inglese. Si confrontino queste performance con quelle dei laureati pre-riforma nel 2001, solo quelli che avevano conseguito il titolo al più entro un anno fuori corso (erano solo il 27%, contro il 94% degli specialistici puri). Per questi laureati le performance (età alla laurea 26 anni, voto alla laurea pari a 105,9, frequenza regolare alle lezioni per il 71%, conoscenza buona dell’inglese per il 64%, partecipazione a stage per il 25%, esperienze di studio all’estero nell’11% dei casi) risultano quasi sempre inferiori a quelle rilevate tra i laureati specialistici puri. Si tenga conto, inoltre, che prima della Riforma il 45% dei corsi erano quadriennali, rispetto ai 5 anni previsti per tutti dal 3+2!

34 Cfr. nota 52.

35 Cfr. ISTAT, Forze di lavoro. Media 2008, Roma, 2009.

36 Fonte: OECD, Education at a glance 2009, Paris, 2009.