LA QUALITÀ DEL CAPITALE UMANO DELL'UNIVERSITÀ
Caratteristiche e performances dei laureati dell'anno 2001
di Andrea Cammelli
La radiografia del capitale umano rappresentato dal Rapporto sui laureati 2001 costituisce un
importante punto di riferimento; tanto più nell'anno che segna, con l'avvio della riforma,
l'esigenza del monitoraggio rigoroso del nuovo che sta emergendo e del confronto con il vecchio
destinato ad essere sostituito. L'utilizzazione della banca dati ALMALAUREA ha reso possibile
delineare le caratteristiche principali del percorso formativo dei laureati che hanno concluso
gli studi fra il gennaio e il dicembre del 2001, i risultati ottenuti e le difficoltà incontrate,
le votazioni acquisite e la durata degli studi. Ma assieme alla tradizionale, e generalmente più
nota, documentazione di tipo amministrativo (che riguarda la totalità dei laureati), i
Rapporti sul profilo dei laureati risultano sempre più completi grazie alla ricca documentazione
disponibile attraverso l'apposita rilevazione predisposta nell'ambito del Progetto ALMALAUREA
[1].
Ciò contribuisce a far luce su un terreno cruciale per il mondo universitario; quello della valutazione
delle proprie capacità formative rendendo disponibile anche l'apprezzamento dei laureati nei confronti
dell'esperienza di studio appena terminata, dei docenti, delle aule, delle biblioteche, ecc.
In questo IV Rapporto l'attività lavorativa (stabile o meno) svolta durante gli studi è stata assunta come fattore discriminante i diversi utenti dell'università; fattore che consente una chiave interpretativa più articolata delle performances dei laureati, ma che evidenzia ancora più nitidamente la problematicità delle prestazioni dei laureati che hanno raggiunto il titolo senz'altro impegno che quello di studiare (soprattutto regolarità, durata degli studi, età alla laurea). Difficile pensare che la responsabilità stia solo sul versante del loro impegno e delle loro capacità.
Le differenze di genere, che vengono attentamente esaminate nella specifica analisi effettuata per la prima volta in questo Rapporto, risultano tutt'altro che rilevanti.
Ridotta regolarità, lunga durata degli studi, elevata età alla laurea, che in quattro anni non hanno mostrato scostamenti, restano per i nostri laureati fra i più pressanti problemi cui la riforma intende porre riparo. Una sfida importante, dall'esito tutt'altro che scontato.
Positivi, invece, i segnali che giungono sul terreno della qualità degli studi. Aumenta la frequenza alle lezioni, cresce (pur restando ancora complessivamente modesta) la percentuale di laureati che hanno effettuato un tirocinio o una stage; si riduce il numero di quanti terminano gli studi privi di una benché minima
esperienza lavorativa, così come tende ad aumentare la quota dei laureati che hanno compiuto un'esperienza di studio all'estero.
Salgono a 22 le università coinvolte
Con l'estensione agli Atenei di Genova, Padova e Sassari la popolazione osservata nel
Rapporto 2001 riguarda complessivamente 22 università aderenti ad ALMALAUREA (Bologna,
Cassino, Catania, Chieti, Ferrara, Firenze, Genova, Messina, Modena e Reggio Emilia, Molise,
Padova, Parma, Piemonte Orientale, Roma–LUMSA, Sassari, Siena, Torino Politecnico, Torino,
Trento, Trieste, Udine, Venezia Architettura)
[2].
Le caratteristiche e il giudizio di 60mila laureati
I 60mila laureati esaminati (nell'anno precedente erano 46mila) restituiscono
un'immagine sempre più articolata del capitale umano prodotto dagli atenei coinvolti. Il collettivo
esaminato rappresenta infatti poco meno della metà del complesso dei laureati italiani di un anno
e la documentazione presentata assicura un significativo quadro di riferimento dell'intero sistema
universitario. La composizione per gruppo di corsi di laurea e per genere dei laureati osservati
nell'indagine ALMALAUREA è pressoché identica a quella del complesso dei laureati italiani
(le differenze sono costantemente al di sotto di 1,3 punti percentuali). Diversa è invece la
composizione per aree territoriali di laurea che vedono sovrarappresentato il Nord, mentre rimane
più limitata la quota di quanti hanno concluso gli studi in Atenei del Centro e del Mezzogiorno.
Le disaggregazioni operate a livello di ateneo, di facoltà, di corso di laurea
consentono la comparazione delle performances realizzate nei diversi ambiti. Anche questo Rapporto
tiene conto della distinzione per sede per quelle facoltà in cui tale distinzione sia ufficialmente
riconosciuta.
L'annuale Rapporto sul Profilo dei laureati, ha destato un interesse crescente;
soprattutto fra quanti sono impegnati negli Organi di Governo delle università, nei Nuclei di
Valutazione, nelle Commissioni didattiche, nelle strutture accademiche e non dedicate all'orientamento
pre e post universitario, negli istituti di istruzione secondaria superiore
[3]
e nello stesso mondo
del lavoro e delle professioni interessato a meglio conoscere, anche a fini comparativi, le
caratteristiche del prodotto finito delle diverse realtà universitarie. L'interesse per
l'attualità e l'attendibilità della documentazione disponibile si è inoltre concretizzato
nella collaborazione con il MIUR attraverso la messa a disposizione della documentazione
stessa su Universo
[4]
e nell'attivazione sul sito ALMALAUREA di un apposito servizio di ricerca
rapida delle principali caratteristiche dei laureati (e delle modalità di accesso al mondo del
lavoro). L'esame disaggregato per corso di laurea, particolarmente utile per le facoltà
articolate in un numero elevato di corsi (indispensabile per le facoltà di Scienze matematiche,
fisiche e naturali, e Ingegneria), è stato esteso quest'anno, ai casi – quasi 350 – in cui il
corso di laurea ha almeno 50 laureati nell'Ateneo
[5].
Particolarmente interessanti risultano l'esame delle tendenze
di breve periodo e i confronti, per ciascun ateneo, fra la documentazione dell'anno
2001 e quella dei tre anni precedenti (resi più immediati nella consultazione su Internet;
già disponibile anche per la documentazione di questo Rapporto). Le possibilità di comparazione,
come spesso avviene, trovano un oggettivo fattore di limitazione nelle differenziazioni e nei
fattori di disturbo inevitabilmente presenti nella documentazione da un anno all'altro.
Aumentando il numero degli atenei indagati, infatti, si modifica la struttura della popolazione
di riferimento. Nel caso in esame, inoltre, gli 843 laureati in Servizio sociale
[6]
(corso della
facoltà di Scienze della Formazione in cui sono state riconosciute diverse precedenti esperienze
di studio al fine dell'ammissione agli ultimi anni di corso) e i 320 laureati nel corso di
Scienze motorie (tutti ex diplomati ISEF che hanno completato a Bologna o a Genova un anno
integrativo di studi), determinano una lievitazione dell'età media alla laurea; che risulta
pari a 28 anni mentre invece, calcolata escludendo i due collettivi di cui sopra – presenti
fra i laureati nel 2000 e nel 2001 ma non negli anni precedenti – si riduce a 27,8. Modeste
modifiche sulla popolazione complessiva che possono assumere rilevanza non trascurabile,
invece, a livello di singolo ateneo e nel contesto delle facoltà o nei corsi di laurea.
Questo IV Rapporto è basato esclusivamente sulle performances realizzate dai
laureati secondo gli ordinamenti previsti prima della riforma
[7].
Nel prossimo Rapporto la
possibilità di rappresentare compiutamente assieme al modello precedente il nuovo che va
rapidamente affermandosi risulterà indispensabile ma ovviamente più complessa.
Un'analisi articolata su 70 diverse variabili
Le caratteristiche dei laureati vanno lette tenendo presente
la diversa ufficialità delle fonti di informazione. Mentre votazione di laurea,
punteggio degli esami, diploma e voto di maturità, sono informazioni ricavate direttamente
dalle singole università, regolarità negli studi, età alla laurea e durata degli studi
sono il frutto di elaborazioni compiute sulla documentazione fornita dagli atenei; la
classe sociale di appartenenza è il risultato di elaborazioni effettuate su documentazione
fornita dal laureato
[8].
Le altre informazioni sono il risultato di autodichiarazioni
(studio all'estero, lavoro nel corso degli studi, intenzione di proseguire gli studi,
disponibilità a trasferte di lavoro) o di autovalutazioni (conoscenze linguistiche, conoscenze
informatiche) rese dal laureato alla vigilia della conclusione degli studi
[9].
La documentazione
riportata offre numerosi spunti di riflessione e per ulteriori approfondimenti; certo sarebbe
interessante potere operare il confronto a livello internazionale; un confronto che
consentirebbe di apprezzare compiutamente pregi e difetti del capitale umano formatosi
nelle nostre strutture universitarie. È questo uno degli obiettivi che si propone di raggiungere
il Progetto EUROALMALAUREA, completato dopo un biennio di studio compiuto da un nutrito gruppo
di università europee coordinate dall'ateneo bolognese
[10].
Obiettivo tanto più importante tenendo
conto delle carenze denunciate dalla stessa Commissione Europea in un recente Rapporto
[11].
Dall'unico profilo del laureato a tre differenti identikit:
lavoratori–studenti, studenti–lavoratori e studenti–studenti
Nei precedenti Rapporti l'analisi delle caratteristiche del laureato aveva già evidenziato una variabilità assai accentuata, confermando l'ipotesi dell'università come punto di riferimento, obiettivo, di una domanda variegata, con interessi e motivazioni diversi, con progetti di vita e di studio finalizzati secondo parametri, possibilità e strategie anche nettamente differenziate. Tanto più ciò risultava vero tanto più la ricchezza e la complessità delle situazioni rischiavano di smarrirsi nell'unicità del profilo del laureato proposto. Il quadro che concretamente si presenta legittima questa riflessione: infatti dei 60 mila laureati esaminati il 14 per cento ha portato a termine gli studi lavorando stabilmente durante i medesimi; il 53 per cento ha avuto qualche esperienza di lavoro; un terzo del complesso dei laureati italiani giunge alla laurea privo di qualsiasi esperienza lavorativa.
Così in questo Rapporto viene introdotta una differente chiave di lettura, che ipotizza che l'avere svolto un'attività lavorativa continuativa nel corso degli studi e, all'estremo opposto, avere concluso gli studi universitari senza avere avuto nemmeno un'esperienza di lavoro occasionale, individui i tratti essenziali di diverse tipologie di studenti. Tipologie che debbono essere esaminate in profondità, a seconda del corso di studio prescelto, del genere, del tempo impiegato per portare a termine gli studi; per valutare più adeguatamente la riuscita negli studi dei differenti soggetti ma anche per essere in grado di proporre percorsi formativi differenziati, innovativi sul piano del processo se non del prodotto stesso, piuttosto che frettolose graduatorie di capacità o meno di affrontare gli studi universitari. Un'ulteriore specificazione si è resa necessaria al fine di meglio individuare il collettivo di quelli che abbiamo definito lavoratori–studenti. Al fine di verificare la relazione fra lavoro svolto durante gli studi universitari e riuscita negli studi stessi, la dichiarazione dell'interessato circa la stabilità dell'attività lavorativa svolta non è sembrata risolutiva; assume invece contorni assai meglio definiti se associata alla dichiarazione di frequenza o meno alle lezioni. L'avere svolto un lavoro stabile durante gli studi non è infatti, di per sé, elemento sufficiente ad impedire anche la regolare frequenza alle attività didattiche.
Mentre i laureati che dichiarano di avere svolto un'attività stabile (compresi i contratti formazione e lavoro) sono il 14 del complesso, così ridefinito il collettivo si riduce al 9 per cento.
Le differenze che la chiave interpretativa adottata consente di apprezzare sono di notevole interesse.
Fra i lavoratori–studenti l'età alla laurea è di quattro anni e mezzo più elevata di quanto non avvenga fra i laureati privi di esperienze lavorative (31 anni contro 26,6), con inevitabili conseguenze sulla regolarità degli studi. Riesce a concludere entro due anni fuori corso solo un quarto dei lavoratori–studenti, mentre fra gli studenti tout court oltre 57 su cento riescono nell'impresa. La chiave interpretativa proposta chiarisce anche da chi sia alimentato l'esercito dei fuori corso: il 46 per cento dei lavoratori–studenti si laurea con almeno 5 anni di ritardo (fra gli studenti il medesimo ritardo riguarda 16 laureati su cento). D'altra parte chi lavora e contemporaneamente studia solitamente esce da famiglie con minore familiarità con gli studi. Ad avere almeno un genitore laureato sono infatti 17 laureati su cento fra i lavoratori–studenti, quasi il doppio (31 su cento) fra i loro colleghi dedicatisi esclusivamente allo studio. Ovviamente chi lavora frequenta meno le lezioni, utilizza meno i laboratori; meno scontato eppure comprensibile è il giudizio più critico che coloro che hanno concluso gli studi lavorando danno dell'esperienza appena conclusa.
Può invece apparire singolare che il giudizio più severo sull'adeguatezza delle aule venga proprio da chi quelle aule le ha frequentate di meno. Probabilmente, considerati i lunghi tempi di studio dei laureati lavoratori, le loro valutazioni fanno riferimento a rapporti, strutture, ecc. superate o in via di superamento.
Esperienza lavorativa: 33 laureati su cento non ne hanno alcuna, neppure occasionale
Sebbene negli ultimi quattro anni si sia registrato un miglioramento, 33 neo–dottori su cento (senza differenze fra maschi e femmine) concludono i propri studi privi di una qualsiasi esperienza lavorativa seppure occasionale (nel 1998 erano il 42 per cento). Ciò riguarda il 66 per cento dei laureati in Medicina e chirurgia (il 55 per cento dei loro colleghi che hanno concluso gli studi a Chimica industriale e il 44 per Farmacia), ma solo 14 laureati su cento in Sociologia, 17–18 su cento a Scienze della formazione, a Psicologia e alla Scuola superiore di lingue moderne e 20 su cento a Scienze politiche.
Sempre più ampia la presenza femminile (57 per cento)
All'università le donne sono sempre più numerose; fra i laureati del 2001 sono il 57,2 per cento lasciando dunque i colleghi maschi ad oltre quattordici lunghezze di distanza. Persistono percorsi fortemente caratterizzati per genere; soprattutto fra gli Ingegneri dove le donne (pure in crescita) sono ancora poco più del 16 per cento ma anche ad Agraria (dove le neo laureate rappresentano il 39 per cento), mentre all'estremo opposto, fra i laureati della Scuola superiore di lingue moderne, quelli di Lingue e letterature straniere e di Scienze della formazione, sono i maschi a rappresentare una minoranza poco più che simbolica (rispettivamente il 9,4, il 9,8 e il 10,7 per cento).
Riuscita maschile e riuscita femminile
Riuscita maschile e riuscita femminile rappresentano terreno di approfondimenti di particolare interesse. Tanto più se si tiene conto dei pregiudizi che hanno accompagnato l'ingresso delle donne all'università ed anche, sul versante opposto (soprattutto negli ultimi decenni), dell'impegno per provarne l'infondatezza.
L'esame sulla documentazione ALMALAUREA, compiuto per la prima volta con questo IV Rapporto, evidenzia che rispetto ai loro colleghi le laureate vengono da ambienti familiari appena meno favoriti (per titolo di studio dei genitori e classe sociale di appartenenza); sono in possesso di diplomi di maturità meno spendibili come tali nel mercato del lavoro; frequentano di più le lezioni; compiono di più studi all'estero; valutano più severamente l'esperienza di studio appena conclusa; conoscono tanto quanto i maschi le lingue straniere ma meno gli strumenti informatici; hanno meno esperienze di lavoro stabile durante gli studi; studi che 65 su cento di loro intendono proseguire (contro il 52 per cento dei maschi). Quanto alle prospettive di lavoro, la documentazione fa emergere un profilo di laureata che punta molto più dei suoi colleghi ad un'occupazione nel settore dei servizi (48 per cento contro 38), molto meno di loro interessata a lavorare in proprio e più, invece, alle dipendenze nel pubblico; una laureata in ogni caso meno disposta a trasferte di lavoro.
Ma una sottolineatura a parte merita il confronto delle performances
donne–uomini al fine di determinare la riuscita negli studi
[12].
I risultati sono a favore delle prime per quanto riguarda la votazione negli esami (26,6 contro 25,7) e la votazione di laurea (103,7 contro 100,8), la regolarità e, per conseguenza, la durata degli studi (l'indice di durata è pari a 1,50 contro 1,55).
Ma non si deve dimenticare che lo scarto nei punteggi di esame e di laurea si riduce tenendo conto della maggiore presenza delle femmine nelle facoltà (in particolare Scienze della Formazione e Lettere e Filosofia) caratterizzate da votazioni più alte. Anche le differenze in termini di durata degli studi si ridimensionano e addirittura si invertono circoscrivendo il confronto ai soli laureati non impegnati dal servizio di leva o da quello sostitutivo (sempre che la partenza per il servizio di leva non sia avvenuto proprio per l'ormai raggiunto limite di età).
L'approfondimento del fenomeno dell'abbandono durante gli studi rappresenta un altro elemento cruciale nell'analisi della riuscita universitaria; ed anche su questo terreno le performances della popolazione femminile sembrano migliori di quelle dei loro colleghi. In realtà, dove questo aspetto è stato approfondito seguendo l'evoluzione di successive coorti di immatricolati e operando la distinzione fra abbandoni e iscrizioni fantasma (si tratta degli immatricolati al primo anno che abbandonano prima ancora di avere pagato la seconda rata di iscrizione all'università, come si preciserà poco più avanti), è stato possibile dimostrare che i minori abbandoni femminili dipendono, almeno in parte, dalla diversa spendibilità sul mercato del lavoro dei titoli di studio preuniversitari ottenuti da uomini e donne (le maturità professionalizzanti erano diffuse nella misura del 53 per cento fra i maschi e solo nel 36 per cento delle femmine).
Diploma di maturità e laurea
Aumenta il peso dei laureati con maturità scientifica, giunti a rappresentare più di 37 neodottori su cento (rispetto al 34 del 1998), mentre si riduce la presenza dei diplomati di formazione tecnica (dal 29 al 27 per cento) e classica (dal 19 al 17 per cento).
La liberalizzazione degli accessi dal 1969 ha consentito l'accesso
all'università con qualsiasi diploma di maturità, ma alla conclusione degli studi universitari
sono sovrarappresentati i titoli che non hanno alternativa allo studio. Gli abbandoni (compresi
quelli – il 50 per cento del complesso nel 1° anno di studi – che più correttamente dovrebbero
essere chiamati "mancate iscrizioni" visto che coinvolgono immatricolati al primo anno che non
giungono nemmeno a pagare la seconda rata) riguardano soprattutto giovani in possesso di diplomi
di maturità tecnica e professionale. Come si è visto oltre 37 laureati su cento hanno in tasca
il diploma di maturità scientifica (fra gli immatricolati di 7 anni prima, erano il 29 per cento),
27 una maturità tecnica (erano il 38,4 per cento), 17 classica (erano 16), 3 professionale
(erano il 7). All'esame di maturità la votazione media dei laureati esaminati, identica negli
ultimi quattro anni, è pari a 48/60, ma sale a 53,8/60 fra i laureati della Scuola superiore
di lingue moderne ed a 51,5 fra gli ingegneri; risulta invece di poco superiore a 45/60 fra i
laureati in Scienze della formazione (45,4/60), in Psicologia (45,8/60), Scienze Politiche ed
Architettura (ambedue 46,1/60). Tipologia di formazione preuniversitaria ed ambito socio
culturale di origine giocano un ruolo non secondario nella determinazione dei risultati alla
maturità. Fra i laureati, sono quelli con diploma magistrale ad evidenziare il voto più basso
(46,6/60) mentre sui valori più elevati (49,4) si attestano i laureati con maturità linguistica
[13].
La più diffusa familiarità con gli studi dei genitori dei neo dottori si riflette anche nelle
votazioni più elevate ottenute alla maturità: che è massima fra i figli di genitori entrambi
laureati (49,8/60)
[14].
La residenza non pare essere fattore caratterizzante i risultati acquisiti alla maturità.
L'esame compiuto a livello delle tradizionali ripartizioni geografiche evidenzia infatti
differenze appena apprezzabili, contenute fra il 48,5/60 dei laureati residenti nel Mezzogiorno
e il 47,9/60 dei loro colleghi residenti nell'Italia nord occidentale. Differenze più significative
si avvertono, invece, nell'analisi per regione; in questo caso il differenziale si dilata fra il
50/60 della Calabria e il 46/60 della Lombardia.
Difformità nelle votazioni per facoltà
Votazione negli esami ed alla laurea, complessivamente elevate, mostrano nei quattro anni esaminati la tendenza ad una flessione peraltro appena percepibile. Negli esami il punteggio, che raggiungeva 26,4/30 nel 1998, è diventato 26,2; alla laurea la votazione è passata da 103,2/110 a 102,5 nel corso degli ultimi quattro anni.
L'analisi dei punteggi degli esami e delle votazioni di laurea conferma la difformità dei criteri di valutazione adottati nelle diverse facoltà. Difformità che legittimano incomprensioni nella società e che alimentano sperequazioni nell'accesso al mondo del lavoro, soprattutto là dove (concorsi pubblici in particolare) la votazione acquisita si traduca in punteggi determinanti per la formazione di graduatorie.
La votazione media arriva appena a 98 su 110 fra i laureati in Giurisprudenza e a 99 su 110 ad Economia, mentre (senza considerare i 128 laureati in Conservazione dei beni culturali, che si laureano con la media di 110) i loro colleghi di Lettere e filosofia raggiungono il punteggio di 108. Superano comunque il punteggio medio di 106 anche i laureati in Lingue e letterature straniere e in Medicina e chirurgia.
Attività lavorativa svolta durante gli studi e votazione di laurea sono legate da una relazione che vede, pressoché in ogni facoltà, quest'ultima ridursi al crescere della prima; la differenza compresa fra 100/110 per i lavoratori–studenti e 103,7 per gli studenti è tutt'altro che irrilevante, tenuto conto della più generale tendenza alla concentrazione delle votazioni sui valori più elevati. Differenza di votazione che in ogni caso risulta assai significativa fra i laureati in Ingegneria (6,4 punti), Scienze matematiche, fisiche e naturali (6) ed Economia (4,6) e più contenuta fra i neodottori di Scienze politiche (3,4), Scienze della Formazione (2,9), Psicologia (2,6) ed Architettura (2,3). Particolare la situazione dei laureati in Lettere e Filosofia, fra i quali le differenze nelle votazioni sono praticamente inesistenti.
Laurea in corso: un exploit che riesce solo a 9 laureati su cento
Le performances dei laureati 2001 confermano l'ampiezza del divario fra durata ufficiale degli studi e tempo effettivamente impiegato per concluderli. Solo 5.621 dottori, poco più del 9 per cento, risultano in corso (il 41 per cento fra i medici, il 2 per cento fra i laureati in Architettura), mentre per metà dei laureati concludere gli studi ha richiesto un tempo superiore almeno del 54 per cento a quello previsto dagli ordinamenti (almeno l'8 per cento in più fra i medici; il 75 per cento in più fra i neo architetti; il 71 per cento in più per i laureati in Giurisprudenza).
In un quadro caratterizzato da un ritardo pressoché generalizzato la regolarità delle femmine risulta appena migliore ma, come si è visto precedentemente, come conseguenza degli obblighi di leva previsti per la popolazione maschile.
Il raddoppio (1,95) dei tempi previsti dagli ordinamenti per riuscire a portare a termine gli studi da parte dei lavoratori–studenti va letto considerando le particolari condizioni di studio e di applicazione di questo collettivo. Che sottolinea, fra l'altro, una differente tipologia di domanda di formazione (tendenzialmente in crescita) cui non sempre l'istituzione universitaria sembra prestare sufficiente attenzione.
Più problematica appare la questione posta da quel terzo di laureati (33,1 per cento del complesso) che dichiarano di non avere avuto nessuna esperienza di lavoro durante gli studi, nemmeno di tipo occasionale; nonostante questa condizione di favore la metà di loro per concludere gli studi ha impiegato il 38 per cento del tempo in più di quello ufficiale.
Per tre quarti dei laureati si tratta della prima laurea che entra in famiglia
Quasi tre quarti dei laureati (73 per cento) vengono da famiglie in cui il titolo di studio universitario entra per la prima volta. Nel complesso solo 9 neodottori su cento hanno entrambi i genitori laureati (10,2 fra i laureati e 8,5 fra le colleghe); ma sono quasi 19 su cento fra i medici e chirurghi e appena il 4 per cento fra i laureati in Scienze della formazione.
Nel difficile percorso del lavoratore–studente si riflette spesso una situazione familiare d'origine meno favorevole; che vede infatti meno del 5 per cento di loro provenire da famiglie con entrambi i genitori laureati, condizione questa che riguarda una percentuale quasi tre volte superiore di laureati privi di qualsiasi esperienza di lavoro.
Chi ha frequentato molto, chi molto poco
Un importante segnale positivo giunge dal crescente numero di laureati che concludono gli studi frequentando regolarmente le lezioni; erano 49 su cento nel 1998, sono diventati oltre 57. La popolazione femminile tende a frequentare in misura maggiore (58 contro 56 per i maschi), tendenza ulteriormente accentuata tenendo conto della più alta concentrazione di laureati maschi in facoltà caratterizzate da alti indici di frequenza (Ingegneria ed Agraria su tutte). La frequenza risulta particolarmente assidua fra i 215 laureati della Scuola superiore di lingue moderne (97 per cento), a Farmacia (88 per cento), a Medicina e chirurgia (87) e assai meno a Scienze della Formazione (39 per cento) e, soprattutto, a Giurisprudenza, dove riguarda solo 21 laureati su cento.
Hanno effettuato un tirocinio o uno stage 18 laureati su cento
Tirocini e stage stanno entrando sempre più nel bagaglio formativo dei laureati: lievemente di più in quello delle femmine, meno frequenti – comprensibilmente – fra i lavoratori–studenti. Li effettuavano 12 laureati su cento nel 1999, saliti al 18 per cento nel 2001 (poco più di 4 compiuti presso l'università, oltre 13 presso strutture esterne).
Si tratta di esperienze che hanno coinvolto il 78 per cento dei laureati in Agraria e il 60 per cento di quelli di Scienze della Formazione (in ambedue i casi la maggioranza delle esperienze è stata compiuta al di fuori delle strutture universitarie). All'estremo opposto, fra le facoltà più numerose, si distinguono Lettere (9 per cento), Scienze Politiche (5 per cento) e soprattutto Giurisprudenza (1,6 per cento).
Abbastanza soddisfatti i laureati dell'esperienza appena conclusa
L'esperienza universitaria appena conclusa (misurata in una scala di valori compresi fra 0 e 100) viene valutata come abbastanza soddisfacente dal complesso dei laureati (66), senza differenze fra maschi e femmine. Differenze che invece si evidenziano nel giudizio espresso dai lavoratori–studenti (60), che evidentemente scontano i disagi di un percorso universitario quantomeno più lungo, rispetto a quello degli studenti–lavoratori (66) e degli studenti tout–court (68).
Escluso il punteggio (74/100) espresso dai 78 laureati alla facoltà di Chimica industriale dell'ateneo bolognese, i giudizi dei laureati variano fra il massimo (71–72) di Sociologia, Scuola superiore di Lingue moderne, Scienze Statistiche ed Agraria e il minimo (62–63) registrato presso i laureati ad Architettura, Giurisprudenza, Lingue e Letterature straniere e Veterinaria.
Moderatamente positiva la valutazione sui docenti e sulle biblioteche
La valutazione espressa dai laureati sul rapporto complessivamente stabilito con il corpo docente è moderatamente positiva: ottiene il punteggio complessivo di 60 ed anche su questo terreno le opinioni di maschi e femmine non si differenziano mentre risultano meno positive fra i lavoratori–studenti. Più soddisfatti risultano i laureati in Chimica industriale (71), Agraria (68) e Scienze matematiche, fisiche e naturali (66); meno i laureati in Architettura e Medicina e Chirurgia (56), Giurisprudenza (55), Psicologia (54).
Di poco superiore al precedente il giudizio sulla adeguatezza delle biblioteche (62), ma con valori più variabili e compresi fra il massimo, pari a 82, per i laureati in Sociologia a Trento, seguito da 78 a Chimica industriale e, più distanziate, da Giurisprudenza e Psicologia (68), e i minimi registrati a Medicina e Chirurgia (54), Scienze della Formazione (54) e Conservazione dei Beni culturali a Bologna (53).
Appena sufficiente la valutazione delle aule
Complessivamente più critico il giudizio espresso sull'adeguatezza delle aule, che non va oltre il punteggio di 50/100. I più soddisfatti risultano i laureati della Scuola superiore di lingue moderne, che assegnano 61 punti su cento alle loro aule, e i loro colleghi di Sociologia e di Psicologia (59); insoddisfatti i laureati di Architettura (44), Lettere e filosofia (43) e Scienze della formazione (37).
Non ripeterebbero l'esperienza appena conclusa 16 laureati su cento
Dall'esame esteso agli ultimi quattro anni emergono due segnali positivi: la tendenza a crescere della percentuale dei laureati che ripeterebbero l'esperienza appena compiuta (dall'80 per cento del 1998 ad oltre l'82 del 2001) e la riduzione dei delusi (dal 5,4 al 4 per cento).
L'esame dell'ipotesi di reiscrizione all'università deve naturalmente tenere presente che gli elementi che concorrono a formare la valutazione finale sono molteplici, riconducibili all'esperienza compiuta ma anche all'efficacia dell'orientamento ricevuto, alle condizioni economiche familiari, alle aspettative personali ed alla percezione del laureato circa il proprio futuro lavorativo.
Se tornassero indietro 4 laureati su cento, come si è anticipato, non intraprenderebbero più gli studi universitari; senza particolari distinzioni per sesso o per attività lavorativa svolta o meno nel corso degli studi, che invece si manifestano fra le facoltà (con percentuali comprese fra l'8 per cento di Lingue e letterature straniere e l'1 per cento dei laureati in Scienze statistiche). Altri 12 su cento si iscriverebbero ad un corso di laurea diverso da quello appena concluso (21 fra i laureati di Lingue e letterature straniere, 18 a Scienze della formazione, 17 a Scienze politiche e 16 a Lettere e filosofia; meno di 7 su cento, invece, fra i medici e solo il 4 per cento fra i veterinari.
Studi all'estero: un'esperienza che manca a 78 laureati su cento
La internazionalizzazione degli studi rappresenta il riferimento indispensabile per il futuro prossimo oltreché il terreno su cui competere. Ma il 78 per cento dei laureati italiani del 2001 vi si affaccia privo di qualsiasi esperienza di studio all'estero. Eppure, a parte le iniziative personali, gli specifici programmi comunitari (Erasmus/Socrates, ecc.) coinvolgono un numero di laureati moderatamente crescente: 8,4 laureati su cento (erano 7 per cento nel 1998), compresi fra il 3 per cento dei medici e il 5 dei farmacisti – da un lato – e, dall'altro, percentuali elevate in tutte le facoltà ove sono attivati corsi linguistici o politico–sociali (Scuola superiore di lingue moderne, 59 per cento; Lingue e letterature straniere, 22 per cento; Sociologia, 19 per cento; Lettere e Scienze politiche, 13 per cento). Carico didattico, più ridotta flessibilità degli studi e conoscenze linguistiche meno diffuse non facilitano certamente la partecipazione ai programmi di studio all'estero degli iscritti di altre facoltà come Ingegneria, Scienze matematiche, fisiche e naturali, ecc.
Il genere non rappresenta un fattore di selezione per l'accesso ai programmi comunitari di mobilità; le lievi differenze che si manifestano sono piuttosto il risultato della maggiore presenza femminile nei percorsi di studio linguistici.
Poco più di 7 laureati su cento hanno sostenuto almeno un esame all'estero e 3,6 su cento vi hanno preparato la loro tesi di laurea. Più diffuse, rispetto a quattro anni prima, le conoscenze linguistiche nell'autovalutazione dichiarata dai laureati. Hanno una conoscenza almeno buona dell'inglese oltre 48 laureati su cento (circa un terzo degli architetti e dei laureati in Scienze della formazione e il 56–57 per cento degli ingegneri e dei laureati in Scienze politiche, senza tener conto dei laureati delle facoltà con corsi linguistici).
Età media alla laurea: 28 anni
Complessivamente, fra i 60mila laureati esaminati l'età media alla laurea raggiunge il valore assai preoccupante di 28 anni
[15].
Un dato che non accenna a migliorare nel corso del tempo, almeno negli ultimi quattro anni, e che solo marginalmente risente del ritardo accumulato prima dell'iscrizione all'università. Né potrebbe essere diversamente, visto che i neo dottori concludono gli studi con un ritardo medio di quasi tre anni rispetto alla durata ufficiale dei corsi universitari. Così l'handicap più pesante che penalizza il laureato italiano, soprattutto nel confronto internazionale, resta l'età elevata alla conclusione degli studi. Il più lungo ciclo di studi secondari superiori a livello europeo, il più lungo ciclo ufficiale di studi universitari (in attesa delle lauree triennali previste dalla riforma appena avviata), il ritardo pressoché generalizzato alla laurea, tutto ciò fa sì che solo 18 laureati su cento concludano i loro studi prima del 25esimo anno di età mentre per 48 su cento il titolo di dottore è acquisito dai 27 anni in su.
Le modeste differenze di genere (28,3 anni per i maschi e 27,8 per le loro colleghe) si annullano, come si è già avuto modo di ricordare, tenendo conto della diversa distribuzione di maschi e femmine nei corsi di studio di differente durata e degli obblighi di leva.
... eppure 60 laureati su cento vogliono proseguire gli studi
Ciononostante la percezione che la preparazione sia tutt'altro che conclusa è assai diffusa.
Il 60 per cento dei laureati dichiara infatti l'intenzione di proseguire gli studi; non solo fra coloro impegnati in attività di specializzazione, tirocinio ecc. (92 laureati in Medicina su cento, l'83 per cento dei laureati in Psicologia, il 76 per cento dei laureati in Giurisprudenza e il 73 per Veterinaria), ma anche fra i laureati di facoltà dove pure più elevati risultano gli indici di occupazione già ad un anno dalla laurea. Anche fra i neo ingegneri, infatti, l'intenzione di proseguire negli studi coinvolge 31 laureati su cento.
Rapidi o meno che siano stati, gli studi sono tutt'altro che conclusi; infatti 62 laureati su cento fra chi non ha esperienze di lavoro, ma perfino 55 laureati lavoratori, alla vigilia dell'acquisizione del titolo, dichiarano l'intenzione di proseguire. In gran parte lungo i percorsi formativi pressoché obbligatori per chi esce da certe facoltà riconducibili alla specializzazione, al tirocinio e al praticantato. Ma assieme al desiderio di restare nell'ambito dello studio e della ricerca universitaria attraverso dottorato, master, borse di studio (riscontrabile soprattutto fra gli studenti a tempo pieno) emerge anche una diffusa esigenza di attività di perfezionamento e di qualificazione professionale; un'esigenza che non sembra operare particolari distinzioni fra laureati lavoratori e non.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Note:
[1] La rilevazione, avviata d'intesa con gli Atenei aderenti dal 1994, si avvale di un apposito
questionario compilato da quasi 9 laureati su 10. La percentuale di compilazione del
questionario per Ateneo risulta: Catania (98 per cento), Bologna (97), Trento (93), Udine (91),
Politecnico di Torino (90), Ferrara, Firenze e Sassari (89), Modena–Reggio Emilia e Padova (88),
Messina (87), Molise (84), Genova e Venezia IUAV (83), Parma e Torino (82), Piemonte Orientale e
Siena (81), Cassino (80), Roma–LUMSA (71), Trieste (63), Chieti (59).
Entro il 2002 è prevista la sostituzione del questionario cartaceo con un questionario
elettronico. Sperimentato d'intesa con l'Ateneo di Genova, il questionario elettronico
è già operante presso le università di Genova, Padova, Sassari, Catania, Politecnico di
Torino, Torino, Bari, Firenze. A regime ciò consentirà un minore impegno delle Segreterie
studenti, una ulteriore maggiore affidabilità delle informazioni archiviate, un più agevole
aggiornamento dei CV (i dati dimostrano che sono i laureati che hanno compilato il cv
informatico quelli che tengono più aggiornato il proprio curriculum vitae) e, soprattutto,
una più rapida visibilità dei curricula dei laureati nel mondo del lavoro e delle
professioni italiano ed estero.
[2] A giugno 2002 oltre alle 22 università già richiamate hanno aderito ad ALMALAUREA gli Atenei di Bari, Bologna Isef, Catanzaro, Cosenza (Università della Calabria), Milano–IULM, Perugia, Roma "La Sapienza", Verona.
[3] Ultima nata, nell'ambito del Progetto ALMALAUREA, con obiettivi analoghi, è ALMADIPLOMA, destinata agli studenti degli ultimi anni delle scuole superiori.
[4] Universo è il sito del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Scientifica realizzato per orientare i ragazzi interessati all'iscrizione all'università nella scelta del corso di studi che più risponde ai loro interessi.
[5] Nel Rapporto precedente (2001) l'analisi era stata limitata ai casi – 140 – in cui il corso ha almeno 100 laureati nell'Ateneo.
[6] Di cui 788 presso l'ateneo di Trieste e 55 a Roma–LUMSA.
[7] Non sono stati esaminati, infatti, i 440 laureati (quasi tutti dell'Università di Torino) che hanno concluso gli studi con una laurea triennale.
[8] Per la classificazione sociale si è adottato lo schema proposto da A. Cobalti e
A. Schizzerotto, La mobilità sociale in Italia, Bologna, Il Mulino, 1994,
con una modifica riguardo alla collocazione dei laureati figli di imprenditori.
Nel caso di genitori non più occupati si è presa in considerazione l'ultima professione esercitata.
La classe sociale del laureato è definita sulla base del confronto fra la posizione
socioeconomica del padre e quella della madre e corrisponde alla posizione di livello
più elevato fra le due. I laureati risultano classificati in quattro categorie:
- borghesia: hanno almeno un genitore imprenditore, libero professionista o dirigente;
- classe media impiegatizia: il genitore con la posizione socioeconomica più elevata è un impiegato/intermedio con titolo di studio superiore a quello della scuola dell'obbligo;
- piccola borghesia: il genitore con la posizione socioeconomica più elevata è un lavoratore in proprio, un socio di cooperativa o un coadiuvante;
- classe operaia: figli di operai/lavoratori a domicilio (con qualsiasi titolo di studio) o di impiegati con titolo di studio non superiore a quello della scuola dell'obbligo.
[9] La lettera con cui il Rettore, accompagnando il questionario, sottolinea al laureando l'importanza di una attenta compilazione del medesimo al fine di "ricavare utili elementi per migliorare questa nostra Università" ma anche per "facilitare il suo ingresso, o la sua migliore collocazione, nel mondo del lavoro in Italia e in Europa", assicura un elevato tasso ed una elevata affidabilità delle risposte ottenute. Affidabilità verificata nell'indagine di customer satisfaction realizzata fra le aziende che utilizzano ALMALAUREA per la ricerca di personale.
[10] Al Progetto EUROALMALAUREA, finanziato dalla Commissione Europea attraverso il Progetto Leonardo, hanno aderito le università di Barcellona, Madrid, Parigi X Nanterre, Montpellier, Karlsruhe, Salford, Imperial College di Londra, Budapest, Groningen.
[11] "La preparazione dell'indagine condotta tra gli studenti ha rivelato che mancano statistiche armonizzate e comparabili a livello europeo relative alla loro situazione socio–economica. In taluni casi si è riscontrata, inoltre, una certa frammentarietà nella raccolta dei tali dati a livello nazionale. È quindi necessario migliorare la disponibilità delle statistiche per controllare l'evoluzione della popolazione studentesca dal punto di vista sociale ed economico ed elaborare politiche adeguate in materia." In Commissione delle Comunità Europee, Indagine sulla situazione socio–economica degli studenti Erasmus, Relazione della Commissione, Bruxelles, 18.01.2000.
[12] L'analisi, per essere svolta correttamente, dovrebbe potere fare riferimento alla popolazione dei laureati stabili , dei laureati cioè che hanno concluso gli studi compiendo l'intero percorso formativo nell'ambito dello stesso Ateneo e Facoltà. Ciò esige una disponibilità di documentazione assai rara a reperirsi anche all'interno di un singolo Ateneo. È ciò che è stato fatto, nell'ateneo bolognese, dall'Osservatorio Statistico.
[13] Per le altre maturità i valori medi risultano: Tecnica (48,8); Artistica (48,7); Professionale (48,2); Classica (48); Scientifica (47,6).
[14] In tutte le altre situazioni (possesso di una laurea da parte di un solo genitore; possesso di diploma superiore o di titoli inferiori) la votazione media alla maturità non supera i 48,3/60.
[15] L'età media alla laurea per facoltà risulta: Scienze della formazione (31,1 valore influenzato dalla presenza dei laureati nel corso di Servizio sociale; vedi le Note introduttive); Architettura (29,5); Sociologia e Scienze politiche (28,5); Medicina e chirurgia (28,4); Medicina veterinaria e Lettere e filosofia (28); Psicologia (27,9); Lingue e letterature straniere (27,7); Giurisprudenza (27,6); Ingegneria e Farmacia (27,5); Agraria (27,4); Scienze mm.ff.nn. (27,2); Economia (27,1); Conservazione dei beni culturali (26,7); Scienze statistiche (26,8); Scuola superiore di lingue moderne (26,7); Chimica industriale (26,2).
<
