Indagini

Rapporto AlmaLaurea 2020: un trend positivo alla prova della pandemia

Presentato al MUR il XXII Rapporto su Profilo e Condizione occupazionale dei laureati. Tanti segni più, ma permangono storiche disuguaglianze e la pandemia fa già registrare i suoi effetti a livello occupazionale.
11 Giugno 2020

Il XXII Rapporto AlmaLaurea su Profilo e Condizione occupazionale dei laureati è stato presentato l’11 giugno 2020 in streaming dal MUR alla presenza del Ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi, del presidente di AlmaLaurea professor Ivano Dionigi, del Direttore di AlmaLaurea professoressa Marina Timoteo; in collegamento Remo Morzenti Pellegrini, rettore dell’Università di Bergamo dove il 4 giugno si sarebbe dovuto svolgere il tradizionale Convegno annuale.

Il Rapporto sulla Condizione occupazionale dei Laureati si basa su un'indagine che riguarda 650mila laureati di 76 Atenei e analizza i risultati raggiunti nei mercati del lavoro dai laureati nel 2018, 2016 e 2014, intervistati rispettivamente a 1, 3 e 5 anni dal conseguimento del titolo. I laureati nel 2019 coinvolti nel Rapporto sul Profilo dei Laureati sono oltre 290mila: si tratta di 166mila laureati di primo livello (57,3%), 87mila magistrali biennali (29,7%) e 36mila magistrali a ciclo unico (12,5%); i restanti sono laureati pre-riforma (compresi quelli di Scienze della Formazione Primaria).

Tanti i segni più registrati nel corso del 2019. Maggiore regolarità degli studi, abbassamento dell’età alla laurea, più tirocini curriculari. Nel 2019 tendenziale incremento anche per il tasso di occupazione rispetto al 2014: a un anno dal titolo +8,4 punti percentuali per laureati di primo livello e +6,5 punti percentuali per quelli di secondo livello. “Laurearsi conviene – ha affermato il Presidente di AlmaLaurea Ivano Dionigi -  Chi possiede una laurea, rispetto a un diplomato, ha più possibilità occupazionali (+13%) e una maggior retribuzione (+39%)”.
 

Consulta la Sintesi del Rapporto 2020

 
PERMANGONO ELEMENTI DI DISUGUAGLIANZA A LIVELLO TERRITORIALE, SOCIALE E DI GENERE
 

“In questo scenario caratterizzato da un protagonista inatteso, il virus, è sempre il contesto a lasciare il segno, e questo contesto, per quanto riguarda il mondo dei laureati, ci parla di crescita, come abbiamo visto, ma anche di ritardi, di asimmetrie, di disuguaglianze – ha affermato Marina Timoteo, Direttore di AlmaLaurea - Proprio su questi, che rappresentano fattori di fragilità e distorsioni dello sviluppo, è fondamentale concentrare l’attenzione, ancora di più oggi che ci troviamo a cavallo fra un mondo e un altro”.

In particolare, si osserva che chi provene da famiglie più svantaggiate, non solo in termini economici ma anche a livello di istruzione dei genitori, studia per meno anni e anche quando arriva a iscriversi all’Università sceglie corsi di laurea più brevi. Il  Rapporto 2020 comprova anche le tradizionali differenze di genere e, soprattutto, territoriali, mostrando la migliore collocazione degli uomini (+19,2% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne) e di quanti risiedono o hanno studiato al Nord (per quanto riguarda la residenza, +40,0% di probabilità di essere occupati rispetto a quanti risiedono al Sud; per quanto riguarda la ripartizione geografica di studio, +63,7% di probabilità di essere occupati rispetto a quanti hanno studiato al Sud).

“Nel dopoguerra l’università ha rappresentato un ascensore sociale capace di permettere l’espressione dei talenti e di favorire la crescita e la competitività del Paese – ha ricordato il Ministro Gaetano Manfredi -. L’università non deve essere “di classe” ma inclusiva, lavorando sul diritto allo studio, sul sostegno alle famiglie più deboli e diversificando l’offerta formativa per intercettare tutti i diplomati”.

"Negli anni orribili della recessione – ha spiegato Ivano Dionigi, Presidente di AlmaLaurea - abbiamo perduto 70mila matricole. Nel 2019 avevamo registrato un +11% rispetto al 2014, anche se solo il 40% dei 19enni su iscrive all’università e l’Italia è penultima in Europa per numero di laureati (prima della Romania) con il 27,8% rispetto al 40,7% della media europea. Il rischio attuale è quello di perdere altre matricole, ma se perdiamo anche solo una matricola, abbiamo perso tutti. La scuola e l'università sono gli avamposti culturali da cui il Paese deve partire per rialzarsi, affrontando il problema strutturale del diritto allo studio, il tema del Sud e quello delle donne, che in questa fase difficile vedono ulteriormente consolidato il loro svantaggio”.

Il bisogno di superare divari e separazioni, che si esprime a livello sociale, territoriale e di genere, si riflette nella necessità di combinare i saperi e le competenze, affinando la capacità di trasversalità e la conoscenza di linguaggi differenti. Analizzando quei percorsi di studio che sono risultati più aperti rispetto alla prospettiva dell’interdisciplinarietà - prevalentemente corsi umanistici - è emerso che questo tipo di contaminazione rappresenta un valore aggiunto. I laureati in questi corsi, infatti, hanno migliori performance universitarie, fanno più frequentemente esperienze premiali ai fini occupazionali come periodi di studio all’estero e tirocini curriculari, hanno un tasso di occupazione più elevato rispetto ai corsi tradizionali, impiegano un po’ meno tempo per trovare lavoro e percepiscono una retribuzione superiore.

Altro tema imprescindibile, intrecciato a doppio filo con quello delle disuguaglianze, è l’orientamento che deve accompagnare i ragazzi nelle transizioni tra scuola e università, così come tra scuola e mercati del lavoro. Un dato in particolare è allarmante: il 17,4% dei diplomati sceglie il percorso universitario senza una precisa motivazione, non basandosi quindi su fattori culturali o fattori professionalizzanti.

Luci e ombre, dunque, dal Rapporto 2020 che si colloca in un contesto temporale così speciale quale è quello dell’emergenza pandemica che, inevitabilmente, avrà delle ripercussioni sui laureati protagonisti del Rapporto 2021.
 

PRIMI MESI DEL 2020: L'ANALISI
 

AlmaLaurea, per la prima volta, contestualmente alla presentazione del Rapporto ha analizzato i dati parziali (da marzo a giugno 2020) raccolti sulla condizione occupazionale dei laureati per fotografare la situazione contingente, con particolare riferimento al periodo di lockdown causato dall’emergenza Covid-19, approfondito con un’indagine ad hoc.

L’indagine parziale (marzo-giugno 2020) sulla condizione occupazionale dei laureati ha raccolto le risposte di 46mila laureati del periodo gennaio-giugno 2019, di primo e di secondo livello, a un anno dal titolo, e circa 19mila laureati del periodo gennaio-giugno 2015, di secondo livello, contattati a cinque anni dal titolo.

I dati analizzati evidenziano abbastanza chiaramente come siano in particolare i neo-laureati (intervistati a un anno dal titolo) ad aver accusato il colpo legato alle conseguenze dell’epidemia di Covid-19. I laureati a cinque anni dal titolo, invece, dato che sono già inseriti nel mercato del lavoro da tempo, hanno registrato esiti occupazionali che non paiono, allo stato, risentire particolarmente dell’attuale situazione emergenziale. Inoltre, sono soprattutto le fasce “deboli” della popolazione di laureati ad aver rilevato esiti occupazionali più preoccupanti: anche se sono presenti alcune differenze tra laureati di primo livello e di secondo livello, il Sud del nostro Paese e, soprattutto, le donne evidenziano in generale i segnali di peggioramento più forti.

Dai dati emerge che nei primi mesi del 2020 il tasso di occupazione a un anno dal conseguimento del titolo è pari al 65,0% tra i laureati di primo livello e al 70,1% tra i laureati di secondo livello. Rispetto alla rilevazione del 2019, entrambe le quote sono in calo: rispettivamente di -9,0 e di -1,6 punti percentuali.

I dati parziali del 2020 mostrano che la retribuzione mensile netta a un anno dal titolo è, in media, pari a 1.177 euro per i laureati di primo livello e a 1.261 euro per i laureati di secondo livello. Rispetto alla rilevazione del 2019 le retribuzioni a un anno risultano in tendenziale calo: -2,8% per i laureati di primo livello, -1,9% per quelli di secondo livello. A cinque anni dal titolo, invece, i primi dati del 2020 indicano una retribuzione pari a 1.502 euro mensili; rispetto al 2019 la retribuzione risulta sostanzialmente stabile (era infatti pari a 1.499 euro). Confermati anche in questo caso i divari di genere e quelli territoriali.

Per quanto riguarda l’efficacia del titolo, I primi dati del 2020 mostrano che per il 50,5% dei laureati di primo livello e per il 61,9% dei laureati di secondo livello, occupati a un anno dal titolo, la laurea risulta “molto efficace o efficace”. Rispetto alla rilevazione del 2019 i livelli di efficacia risultano in calo tra i laureati di primo livello, -7,8 punti, e leggermente in aumento per quelli di secondo livello, +0,4 punti.A cinque anni, infatti, la laurea risulta “molto efficace o efficace” per il 65,3% dei laureati di secondo livello, stabile rispetto alla rilevazione del 2019.

"Le Università hanno retto di fronte all'emergenza Coronavirus perché erano preparare a fare didattica a distanza – ha sottolineato Ivano Dionigi -. Ma, se per informare e passare nozioni bastano Skype o Zoom, per formare e trasferire conoscenza non possiamo fare a meno di tornare alla didattica in presenza".

 

Comunicato stampa

Sintesi del Rapporto 2020

Approfondimenti: primi mesi del 2020
Dati della rilevazione parziale marzo-giugno 2020

Video e slide