Indagini

Dottori di ricerca, performance formative e professionali

Report 2020 su Profilo e Condizione occupazionale: il 53,4% svolge un’esperienza all’estero e a un anno dal titolo l’89% è occupato con una retribuzione mensile netta di circa di 1.700€.

L'indagine del Consorzio AlmaLaurea sul Profilo dei dottori di ricerca analizza le performance formative di circa 4.000 dottori di ricerca del 2019 di 24 atenei aderenti al Consorzio (Bergamo, Bolzano, Cagliari, Campania Luigi Vanvitelli, Cassino e Lazio Meridionale, Ferrara, Firenze, Genova, Insubria, Milano Bicocca, Milano IULM, Padova, Parma, Pavia, Pisa, Roma Foro Italico, Roma Sapienza, Roma Tor Vergata, Salerno, Trento, Trieste, Venezia Ca’ Foscari, Venezia IUAV, Verona).

L'indagine del Consorzio AlmaLaurea sulla Condizione occupazionale dei dottori di ricerca analizza invece le performance lavorative di oltre 5.500 dottori di ricerca del 2018 contattati ad un anno dal conseguimento del titolo di studio di 36 atenei (Bergamo, Bolzano, Brescia, Cagliari, Campania Luigi Vanvitelli, Cassino e Lazio Meridionale, Ferrara, Firenze, Genova, Insubria, Milano, Milano Bicocca, Milano IULM, Modena e Reggio Emilia, Napoli L'Orientale, Padova, Palermo, Parma, Pavia, Pavia IUSS, Piemonte Orientale, Pisa, Pisa Normale, Pisa Sant'Anna, Roma Foro Italico, Roma Sapienza, Roma Tor Vergata, Salerno, Torino, Trento, Trieste, Udine, Urbino Carlo Bo, Venezia Ca' Foscari, Venezia IUAV, Verona).
 

DAL RAPPORTO SUL PROFILO DEI DOTTORI DI RICERCA

L’indagine coinvolge 3.938 dottori di ricerca di 24 atenei; il tasso di compilazione del questionario di rilevazione è pari al 94,6%.
 

Profilo dei dottori di ricerca - rapporto 2020
 

Suddivisi in cinque aree disciplinari (il 26,8% dei dottori di ricerca fa parte dell’area delle scienze della vita; il 20,8% fa parte dell’area dell’ingegneria; il 19,8% fa parte dell’area delle scienze umane; il 18,8% fa parte dell’area delle scienze di base; il 13,8% fa parte dell’area delle scienze economiche, giuridiche e sociali), emerge che l’8,5% dei dottori di ricerca ha ottenuto un titolo congiunto (joint degree) o un titolo doppio/multiplo (double/multiple degree) con forti differenze per area disciplinare: dal 4,1% di scienze della vita al 14,8% di scienze umane. Inoltre il 5,0% dei dottori ha svolto un dottorato in collaborazione con le imprese (dottorato industriale/dottorato in alto apprendistato). Questa forma di dottorato è più diffusa nell’area ingegneria (12,7%), mentre è rara tra i dottori nelle scienze umane e nelle scienze economiche, giuridiche e sociali (rispettivamente 1,6% e 1,2%).

Tra i dottori di ricerca del 2019 le donne rappresentano il 51,0%, valore in linea con la più recente documentazione MUR relativa all’anno 2018. Si tratta di un valore inferiore rispetto a quanto rilevato per i laureati di secondo livello nell’indagine di AlmaLaurea sul Profilo dei Laureati 2019 (58,9%).

L’ulteriore investimento in istruzione evidenzia ancora di più, rispetto a quanto osservato nelle indagini di AlmaLaurea sui laureati di secondo livello, una forte selezione sulla base del contesto socio-culturale della famiglia di appartenenza. Rispetto ai laureati di secondo livello del 2019, è infatti nettamente più elevata la quota dei dottori di ricerca che provengono da famiglie con almeno un genitore laureato: è il 43,6%, 8,6 punti percentuali in più di quello osservato per i laureati.
Situazione analoga si osserva anche se si guarda al contesto socio-economico: il 30,2% dei dottori proviene da famiglie di estrazione elevata (si intende la classe sociale “elevata”) rispetto al 25,4% dei laureati di secondo livello. Il 68,1% dei dottori di ricerca che si sono laureati in Italia ha conseguito la laurea di secondo livello ottenendo il massimo dei voti (110 e lode), percentuale che scende al 40,5% per i laureati di secondo livello del 2019.

L’età media al dottorato di ricerca è pari a 32,5 anni, tuttavia circa la metà dei dottori ottiene il titolo di dottorato al massimo a 30 anni di età.

Un altro dato molto interessante riguarda la mobilità geografica per ragioni di studio. Il 59,5% dei dottori di ricerca consegue il dottorato nello stesso ateneo in cui ha conseguito la laurea, il 29,5% in un altro ateneo italiano, mentre il 10,5% dei dottori ha ottenuto la laurea in un ateneo estero. Quest’ultimo dato restituisce l’effettiva attrattività del terzo ciclo dell’istruzione terziaria in Italia.

Le motivazioni che hanno spinto i dottori a iscriversi al dottorato riguardano il miglioramento della propria formazione culturale e scientifica (l’82,6% dei dottori la indica come decisamente importante), la possibilità di svolgimento di attività di ricerca e studio in ambito accademico (50,8%), il miglioramento delle prospettive lavorative (41,3%), l’ottenimento di un finanziamento (36,7%) e lo svolgimento di attività di ricerca e studio in ambito non accademico (32,5%).

La fruizione di finanziamenti per la frequenza del dottorato ha riguardato l’83,4% dei dottori di ricerca del 2019. La forma di finanziamento più diffusa è la borsa di studio di dottorato per l’intera durata del corso (88,9%) seguita dalla borsa/assegno di ricerca a copertura parziale o totale del corso (7,2%). Il finanziamento ottenuto è giudicato adeguato dal 56,9% dei dottori che hanno usufruito della borsa.

Attività formative strutturate sono previste durante il dottorato, soprattutto nei primi anni. Tra i dottori di ricerca del 2019, l’81,1% dichiara di aver partecipato, in maniera abituale per almeno un anno, ad attività formative strutturate all’interno del proprio corso di dottorato.

Il 39,4% dei dottori dichiara di dedicare alla ricerca oltre 40 ore a settimana (ben il 14,1% dedica alla ricerca più di 50 ore alla settimana).

Più della metà dei dottori di ricerca (53,4%) ha svolto un periodo di studio all’estero, prevalentemente su base volontaria (solo per il 15,4% si è trattato di un’esperienza obbligatoria). La motivazione prevalente che ha portato i dottori di ricerca a svolgere un periodo all’estero è la collaborazione con esperti (motivazione dichiarata dal 55,5% di chi ha svolto un periodo all’estero), seguita dall’elaborazione della tesi di dottorato e dall’utilizzo di laboratori e attrezzature specifiche (dichiarate rispettivamente dal 14,0% e dall’11,9%).

Il 72,7% di chi ha vissuto un’esperienza all’estero si è recato in un paese europeo, più specificamente nel Regno Unito (13,2%), in Germania (12,2%) e in Francia (11,8%); tra i paesi extra-europei, gli Stati Uniti d’America (14,1%) sono quelli più attrattivi. Per il 31,9% dei dottori la durata dell’esperienza all’estero è superiore ai 6 mesi e rappresenta quindi un’esperienza decisamente rilevante all’interno del percorso di studio. La soddisfazione complessiva dei dottori per l’esperienza all’estero raggiunge un livello molto elevato: è pari in media a 8,7 su una scala 1-10. Gli aspetti più apprezzati sono il miglioramento delle competenze di ricerca e la disponibilità di strumenti ed infrastrutture per la ricerca (entrambi 8,3), nonché i rapporti con il gruppo di ricerca e la creazione/ampliamento di una rete di relazioni internazionali (entrambi 8,2).

Atro aspetto caratterizzante l’esperienza di dottorato è rappresentato dalla realizzazione di pubblicazioni, che ha infatti riguardato l’82,7% dei dottori del 2019. Spesso l’attività di ricerca viene affiancata all’attività di collaborazione alla didattica, che ha coinvolto il 71,5% dei dottori.

Gli aspetti più apprezzati dell’esperienza di dottorato sono la competenza del supervisore in merito all'argomento della tesi (in media 8,2 su una scala 1-10), l’acquisizione di nuove competenze e abilità specifiche (8,0), l’approfondimento di contenuti teorici e la padronanza di tecniche di ricerca (entrambi 7,7).

Il 61,6% dei dottori di ricerca dichiara che, potendo tornare indietro al momento dell’iscrizione, si iscriverebbe nuovamente allo stesso corso di dottorato e allo stesso ateneo. Sono contenute le percentuali di chi si iscriverebbe a un corso diverso presso lo stesso ateneo (3,6%) e di chi si iscriverebbe a un corso di dottorato presso un altro ateneo italiano (5,6%). È rilevante invece la quota di chi, potendo tornare indietro, seguirebbe un dottorato all’estero (21,3%).

Le intenzioni professionali, dopo il dottorato, sono diverse. Il 36,0% pensa di intraprendere la carriera accademica, in Italia o all’estero, il 17,5% vorrebbe ricoprire una posizione di alta professionalità alle dipendenze, nel settore pubblico o privato, mentre il 15,5% vorrebbe continuare a svolgere attività di ricerca in una struttura non accademica, in Italia o all’estero.

Nella ricerca del lavoro i dottori attribuiscono particolare rilevanza all’acquisizione di professionalità (ritenuta decisamente importante dal 72,3% dei dottori di ricerca); altri aspetti rilevanti sono la stabilità e la sicurezza del posto di lavoro (58,9%), la possibilità di fare carriera (57,7%), l’indipendenza o autonomia (55,6%), la possibilità di guadagno (53,6%), la possibilità di utilizzare al meglio le competenze acquisite durante il corso (52,1%) e la rispondenza ai propri interessi culturali (51,1%).

 

DAL RAPPORTO SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI DOTTORI DI RICERCA

L’indagine del 2019 sulla Condizione occupazionale dei Dottori di ricerca, contattati a un anno dal conseguimento del titolo, ha riguardato 5.526 dottori di ricerca del 2018 di 36 atenei Il tasso di risposta complessivo è stato pari al 65,2%.
 

Dottori di ricerca: condizione occupazionale
 

A un anno dal conseguimento del titolo di dottore, il tasso di occupazione è complessivamente pari all’89,0% (sono considerati occupati tutti coloro che dichiarano di svolgere un’attività, anche di formazione, purché retribuita). Si tratta di un valore decisamente più elevato di quello registrato tra i laureati di secondo livello, evidenziando che la formazione post-laurea rappresenta un valore aggiunto e una tutela contro la disoccupazione: l’ultima indagine di AlmaLaurea, svolta nel 2019, rileva per i laureati di secondo livello un tasso di occupazione a un anno dal titolo di studio pari al 71,7%, 17,3 punti percentuali in meno rispetto a quanto osservato tra i dottori di ricerca. La medesima indagine mostra inoltre che i laureati necessitano di un tempo più lungo per avvicinarsi ai livelli occupazionali dei dottori di ricerca: è infatti solo dopo cinque anni dalla laurea che i laureati di secondo livello raggiungono un tasso di occupazione pari all’86,8%, un valore comunque ancora inferiore, seppure di poco, a quanto rilevato per i dottori di ricerca a un anno dal titolo.

Fra i dottori di ricerca occupati a dodici mesi dal titolo, il 38,8% prosegue l’attività intrapresa prima del conseguimento del dottorato, mentre il 9,2% ha dichiarato di avere cambiato lavoro dopo il conseguimento del titolo. Ne deriva che il 52,0% degli occupati si è inserito nel mercato del lavoro solo al termine del dottorato di ricerca. Tra coloro che proseguono il lavoro iniziato prima del conseguimento del dottorato di ricerca, il 50,2% dichiara che il titolo conseguito ha comportato un miglioramento nel proprio lavoro, di questi, il 63,1% dichiara di aver riscontrato un miglioramento nelle proprie competenze professionali, il 18,2% nella posizione lavorativa e il 10,2% nel trattamento economico. Solo il 7,6% dichiara di aver ottenuto un miglioramento nelle mansioni svolte. Tra coloro che hanno iniziato l’attuale attività lavorativa dopo il dottorato di ricerca, il reperimento del primo lavoro avviene, in media, dopo 3,5 mesi dal conseguimento del titolo, con rilevanti differenze per area disciplinare.

Che tipo di lavoro svolgono i dottori di ricerca? Tra gli occupati a un anno dal conseguimento del dottorato, il 10,6% svolge un’attività autonoma (come libero professionista, lavoratore in proprio, imprenditore, ecc.), mentre il 27,1% è assunto con un contratto alle dipendenze a tempo indeterminato. Il 27,0% svolge un’attività sostenuta da assegno di ricerca, l’8,6% può contare su una borsa di studio mentre il 19,1% dichiara di essere stato assunto con un contratto non standard (per la quasi totalità si tratta di contratti alle dipendenze a tempo determinato). Sono residuali le altre forme di lavoro: il 2,3% ha un contratto parasubordinato, il 2,0% è collocato in altre forme di lavoro autonomo (in particolare collaborazioni occasionali), l’1,3% ha un contratto di tipo formativo, mentre il restante 0,4% lavora senza alcuna regolamentazione contrattuale.

Il 56,1% dei dottori di ricerca è occupato nel settore pubblico, il 41,1% in quello privato, mentre il restante 2,7% è occupato nel settore non profit.

Larga parte dei dottori di ricerca dichiara di svolgere la propria attività nell’ambito del settore dei servizi (86,5%), in particolare nel ramo dell’istruzione e della ricerca (52,6%). Il settore industriale, invece, assorbe complessivamente l’11,3% degli occupati.

A un anno dal conseguimento del dottorato il 78,3% degli occupati svolge una professione intellettuale, scientifica e di alta specializzazione: in particolare, il 37,8% è un ricercatore o tecnico laureato nell'università mentre il restante 40,5% svolge un’altra professione intellettuale, scientifica e di alta specializzazione.

A un anno dal conseguimento del titolo di studio la retribuzione mensile netta dei dottori di ricerca è pari, in media, a 1.703 euro, valore nettamente più elevato di quello osservato da AlmaLaurea nel 2019 sia per i laureati di secondo livello a un anno dalla laurea (+32,5%, 1.285 euro) sia per quelli a cinque anni (+13,6%, 1.499 euro).

Quanto all’efficacia del dottorato nell’attività lavorativa il 67,0% ritiene che il titolo di dottore sia almeno efficace (ovvero “molto efficace o efficace”); il 18,5% degli occupati dichiara che il titolo è “abbastanza efficace” per lo svolgimento del proprio lavoro, mentre il 14,6% ritiene che sia “poco o per nulla efficace”.
La valutazione che i dottori di ricerca hanno dato circa la soddisfazione per il proprio lavoro è positiva: complessivamente 7,9 in media, su una scala da 1 a 10.
Il 96,3% degli occupati, nonostante la delicatezza dell’argomento trattato, ha risposto al quesito relativo alla retribuzione mensile netta percepita.