Lo smart working, unitamente al telelavoro, rappresenta una forma di lavoro che è stata introdotta nel nostro Paese già da tempo, ma che prima dello scoppio della pandemia da Covid-19 non era stata particolarmente utilizzata dalle imprese italiane.
Negli ultimi anni, invece, si è rilevato un forte aumento dei lavoratori da remoto. L’emergenza sanitaria ha infatti determinato un improvviso e forte ricorso a tale modalità di lavoro, la cui diffusione si è successivamente ridotta a seguito del contenimento della pandemia.
Ad oggi, tuttavia, lo smart working rimane molto diffuso e rappresenta una forma di lavoro ormai strutturata all’interno delle realtà aziendali, pur se con una diversa diffusione nel settore pubblico e privato.
Secondo quanto rilevato dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano (2025), nel 2025, dopo un lieve calo, il numero di lavoratori che svolgono la propria attività da remoto risulta in lieve aumento rispetto al 2024 (+0,6%), con differenze in relazione alla dimensione dell’impresa: l’aumento è più marcato nella Pubblica Amministrazione (+11%) e nelle grandi imprese (+1,8%), mentre nelle piccole e medie imprese il numero di lavoratori da remoto risulta in calo.
Per semplicità di lettura, di seguito si parlerà di smart working, comprendendo, in senso lato, tutte le attività alle dipendenze o di tipo autonomo svolte da remoto.
La rilevazione AlmaLaurea del 2025 mostra come lo smart working e, più in generale, il lavoro da remoto coinvolgono complessivamente il 17,1% dei laureati di primo livello e il 32,0% dei laureati di secondo livello occupati a un anno dal titolo. Rispetto al 2024, la diffusione diminuisce di 0,5 punti percentuali tra i laureati di primo livello e aumenta di 1,2 punti percentuali tra quelli di secondo livello.
A cinque anni dal conseguimento del titolo, tra i laureati del 2020 si registra una maggiore diffusione dello smart working: coinvolge complessivamente il 26,5% dei laureati di primo livello e il 37,6% dei laureati di secondo livello. Rispetto al 2024, i valori aumentano di 4,2 punti percentuali tra i laureati di primo livello e di 5,3 punti percentuali tra quelli di secondo livello. Dopo il calo osservato fino al 2023, nel 2025 si conferma quindi un tendenziale aumento, con valori che restano più elevati rispetto al periodo precedente alla pandemia.
Laureati degli anni 2024 e 2020 occupati a uno e cinque anni dal conseguimento del titolo: diffusione dello smart working per tipo di corso. Anni di indagine 2021-2025

Fonte: AlmaLaurea, Indagine sugli Esiti occupazionali della laurea.
Differenze per gruppo disciplinare, genere e territorio
A livello di gruppo disciplinare lo smart working è decisamente più diffuso, a un anno dal titolo, tra i laureati di primo e secondo livello dei gruppi:
· informatica e tecnologie ICT (69,4% per i laureati di primo livello e 78,5% per quelli di secondo livello);
· ingegneria industriale e dell’informazione (37,7% e 56,8%, rispettivamente);
· economico (27,9% e 52,3%, rispettivamente);
· politico-sociale e comunicazione (27,6% e 44,4%, rispettivamente).
A fondo scala si trovano i gruppi medico-sanitario e farmaceutico (meno del 5% per entrambi i collettivi), educazione e formazione (3,8% per i laureati di primo livello e 6,6% per quelli di secondo livello) e scienze motorie e sportive (5,99% e 8,8%, rispettivamente).
A livello di genere, lo smart working è più diffuso tra gli uomini (22,8% dei laureati di primo livello e 38,9% di quelli di secondo livello) rispetto alle donne (13,0% e 26,9%, rispettivamente).
A livello territoriale risulta più utilizzato tra coloro che lavorano al Nord rispetto al Mezzogiorno (tra i laureati di primo livello: 18,8% e 13,8%, rispettivamente; tra i laureati di secondo livello: 34,2% e 22,1%, rispettivamente). La quota più elevata si riscontra però tra gli occupati all’estero (29,2% e 54,6%, rispettivamente).
Quali sono le caratteristiche dell’attività svolta da chi lavora in smart working?
I lavoratori in smart working svolgono più frequentemente una professione intellettuale e a elevata specializzazione.
Lavorano più frequentemente nel settore privato, meno in quello pubblico.
Sono relativamente più occupati nei rami dell’informatica, delle consulenze professionali, della comunicazione, nonché nel ramo del credito e assicurazioni. Sono invece relativamente meno occupati nei contesti in cui si richiede, di norma, la presenza fisica nel luogo di lavoro, ossia nei rami della sanità, del commercio, dell’istruzione e della ricerca, nonché in quello dei servizi sociali e personali.
In termini di tipologia dell’attività lavorativa, gli occupati in smart working hanno in maggior misura un contratto alle dipendenze a tempo indeterminato e lavorano in prevalenza a tempo pieno; risultano meno frequenti, invece, i contratti a tempo determinato.
Tali risultati sono generalmente confermati sia per i laureati di primo livello sia per quelli di secondo livello, a uno e cinque anni dalla laurea.